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title: "La lingua come sovrastruttura: anatomia di una gerarchia inevitabile"
url: https://www.altriorienti.com/la-lingua-come-sovrastruttura-anatomia-di-una-gerarchia-inevitabile/
date: 2026-03-25
modified: 2026-03-30
author: "Leone Battisti Alberti"
description: "Ngũgĩ wa Thiong’o, nell’ultimo saggio pubblicato sul Guardian e ripreso da Internazionale, ha scritto: “Tutte le lingue, grandi o piccole, hanno molto da offrire alla nostra comune umanità, se liberate..."
categories:
  - "Opinioni ed editoriali"
tags:
  - "egemonia"
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# La lingua come sovrastruttura: anatomia di una gerarchia inevitabile

*Ngũgĩ wa Thiong’o, nell’[ultimo saggio](https://www.internazionale.it/magazine/ngugi-wa-thiong-o/2025/10/23/contro-il-colonialismo-della-lingua) pubblicato sul Guardian e ripreso da Internazionale, ha scritto:*

> *“Tutte le lingue, grandi o piccole, hanno molto da offrire alla nostra comune umanità, se liberate dal feudalesimo linguistico.”*
*Una frase perfetta, e come tutte le frasi perfette — sospetta.*
*Perché non tutte le lingue hanno “molto da offrire”: alcune sono rimaste fuori dalla tecnica, e la tecnica, nel mondo moderno, è la vera grammatica del potere.*
*Non un potere politico, ma cognitivo: quello che nasce dalla capacità di scrivere, archiviare, misurare, codificare.*

*Ngũgĩ, con la sua grandezza morale e la sua coerenza, vedeva nella lingua il luogo della sottomissione. Ma il linguaggio non è mai stato innocente: è una tecnologia, non un’innocenza.*
*L’Africa precoloniale, con la sua profondità orale e la sua memoria mitica, non fu sconfitta dalla violenza inglese, ma dalla scrittura stessa — da quel salto cognitivo che trasforma il racconto in codice, la voce in archivio, il mito in misura.*
*È la scrittura, non la spada, a fondare una civiltà.*

*Gli arabi lo capirono secoli prima, portando l’alfabeto fino a Zanzibar e oltre: non per convertire, ma per organizzare.*
*Dove la parola rimane orale, la conoscenza non si accumula: si dissolve, come l’acqua.*
*La tradizione orale è suggestiva, ma sterile; può conservare il fuoco, non costruire il motore. *

*E dal resto, il nostro stesso autore deve la conoscenza dei testi e dei concetti a cui fa riferimento alle biblioteche, e dunque a una lingua terza, franca, scritta. Non potrebbe che essere così. Tutta la struttura del pensiero di cui egli stesso si serve è frutto di un mondo che ha sedimentato le proprie idee attraverso la scrittura. Quei testi che cita — da Spenser a Macaulay, da Rodney a Fanon — sono il prodotto di una civiltà che ha potuto tramandare e raffinare il proprio pensiero grazie alla fissazione scritta, non alla voce.*
*È qui la vera differenza: non si tratta solo di costruire ponti, ma di tramandare pensiero.*
*La lingua non è soltanto comunicazione, ma memoria artificiale, continuità cognitiva, deposito di evoluzione.*
*La tradizione orale può trasmettere emozioni, ma non strutture. È una fiamma che riscalda, non una biblioteca che conserva.*

*Eppure, oggi, il pensiero postcoloniale preferisce la morale alla meccanica.*
*Si parla di “colonialismo della lingua” con il tono di chi recita una messa laica.*
*Ci si commuove per il gaelico, per il sami, per il kikuyu — ma sempre in inglese, da un laptop occidentale, citando Decolonising the Mind con font Times New Roman 12.*
*"Non nos decipis" - non ci inganni. Piangere le vittime del linguaggio usando la lingua del vincitore. E poi, diciamolo: cominciare il discorso parlando dell’irlandese, una lingua soccombente ma europea, è un colpo di genio retorico. Permette di evocare compassione senza toccare nervi scoperti. Si parla d’Irlanda, ma si pensa all’Africa. È un modo elegante per chiedere indulgenza prima di chiedere attenzione.*

*In realtà, le lingue europee non si sono imposte per superiorità poetica, ma per adattabilità tecnica.*
*Offrivano un codice scritto, una grammatica trasferibile, un lessico capace di assorbire scienza, diritto, economia.*
*Il loro trionfo non è morale, è ingegneristico. **Come il bronzo sul rame, o la stampa sul canto.*

*L’inglese, oggi, non è più la lingua dell’impero ma la lingua della connessione.*
*Non appartiene a Londra né a Washington: appartiene a chi la usa.*
*A Nairobi, Manila, Lagos, Dacca.*
*È una lingua bastardizzata, flessibile, continuamente saccheggiata — e proprio per questo, universale.*
*La lingua globale non domina più: funziona. **E nel mondo della tecnica, funzionare è l’unica forma di sopravvivenza.*

*Ngũgĩ scrive che “le nostre lingue sono fonti legittime di sapere” e che “non dobbiamo emigrare in Europa per raggiungere le stelle”.*
*È vero. Ma oggi le stelle si raggiungono con un algoritmo, e l’algoritmo parla in inglese. **Non per colonialismo, ma per convergenza. **Le lingue, come le specie, non si estinguono per cattiveria, ma per adattamento. **Sopravvive quella che sa scrivere il mondo.*

*La lingua della tecnica non è il contrario dell’identità: è il suo presupposto.*
*Il linguaggio condiviso non cancella le radici, le collega.*
*Chi invoca il ritorno alla purezza linguistica sogna un villaggio chiuso, un museo dell’oralità.*
*Ma il futuro non ha più dialetti, ha codici comuni.*
*La traduzione è la sola lingua universale.*

*La colonizzazione della mente, oggi, non passa più dalle parole, ma dai protocolli.*
*Il vero potere non è chi parla, ma chi scrive il software.*
*E chi rifiuta la lingua del codice, in nome dell’autenticità, finirà per vivere fuori dal mondo — libero, forse, ma inascoltato.*

*La verità è che le lingue non muoiono per ingiustizia, ma per inefficacia. **La memoria orale commuove, ma non costruisce. **Il futuro appartiene a chi sa nominare le cose con precisione, non a chi le ricorda per nostalgia.*

*Ngũgĩ è stato un profeta, e i profeti hanno sempre ragione nel passato. **Ma il mondo di oggi non è più fatto di tribù e conquiste: è fatto di codici, reti e sintassi condivise.*
*E in questo nuovo lessico universale, la lingua non è più dominio, ma sovrastruttura. **Il resto — la retorica della colpa, i seminari in inglese sulla decolonizzazione — è folclore da campus.*

*Io, per parte mia, mi ricordo di Leopardi.*
*Del Canto notturno del pastore errante dell’Asia, di quella voce che guarda le stelle e interroga il silenzio. **Ma mi ricordo Leopardi, appunto. **Non già i canti, se mai ce ne furono, dei pastori dell’Asia.*
*Forse perché Leopardi veniva da un mondo più sviluppato. Se Recanati non è Africa nera n**on posso farmene una colpa.*

*Con voi — la pace dei pastori, e quella sconfinata biblioteca della famiglia Leopardi, che è poi la biblioteca dell’Occidente.*

Dedicato a Leonardo Falasco, musicista, poeta e filosofo recanatese, a cui dobbiamo la suggestione leopardiana.

25 marzo

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*Ngũgĩ wa Thiong’o*