Ngũgĩ wa Thiong’o, nell’ultimo saggio pubblicato sul Guardian e ripreso da Internazionale, ha scritto:

“Tutte le lingue, grandi o piccole, hanno molto da offrire alla nostra comune umanità, se liberate dal feudalesimo linguistico.”

Una frase perfetta, e come tutte le frasi perfette — sospetta.
Perché non tutte le lingue hanno “molto da offrire”: alcune sono rimaste fuori dalla tecnica, e la tecnica, nel mondo moderno, è la vera grammatica del potere.
Non un potere politico, ma cognitivo: quello che nasce dalla capacità di scrivere, archiviare, misurare, codificare.

Ngũgĩ, con la sua grandezza morale e la sua coerenza, vedeva nella lingua il luogo della sottomissione. Ma il linguaggio non è mai stato innocente: è una tecnologia, non un’innocenza.
L’Africa precoloniale, con la sua profondità orale e la sua memoria mitica, non fu sconfitta dalla violenza inglese, ma dalla scrittura stessa — da quel salto cognitivo che trasforma il racconto in codice, la voce in archivio, il mito in misura.
È la scrittura, non la spada, a fondare una civiltà.

Gli arabi lo capirono secoli prima, portando l’alfabeto fino a Zanzibar e oltre: non per convertire, ma per organizzare.
Dove la parola rimane orale, la conoscenza non si accumula: si dissolve, come l’acqua.
La tradizione orale è suggestiva, ma sterile; può conservare il fuoco, non costruire il motore. 

E dal resto, il nostro stesso autore deve la conoscenza dei testi e dei concetti a cui fa riferimento alle biblioteche, e dunque a una lingua terza, franca, scritta. Non potrebbe che essere così. Tutta la struttura del pensiero di cui egli stesso si serve è frutto di un mondo che ha sedimentato le proprie idee attraverso la scrittura. Quei testi che cita — da Spenser a Macaulay, da Rodney a Fanon — sono il prodotto di una civiltà che ha potuto tramandare e raffinare il proprio pensiero grazie alla fissazione scritta, non alla voce.
È qui la vera differenza: non si tratta solo di costruire ponti, ma di tramandare pensiero.
La lingua non è soltanto comunicazione, ma memoria artificiale, continuità cognitiva, deposito di evoluzione.
La tradizione orale può trasmettere emozioni, ma non strutture. È una fiamma che riscalda, non una biblioteca che conserva.

Eppure, oggi, il pensiero postcoloniale preferisce la morale alla meccanica.
Si parla di “colonialismo della lingua” con il tono di chi recita una messa laica.
Ci si commuove per il gaelico, per il sami, per il kikuyu — ma sempre in inglese, da un laptop occidentale, citando Decolonising the Mind con font Times New Roman 12.
“Non nos decipis” – non ci inganni. Piangere le vittime del linguaggio usando la lingua del vincitore. E poi, diciamolo: cominciare il discorso parlando dell’irlandese, una lingua soccombente ma europea, è un colpo di genio retorico. Permette di evocare compassione senza toccare nervi scoperti. Si parla d’Irlanda, ma si pensa all’Africa. È un modo elegante per chiedere indulgenza prima di chiedere attenzione.

In realtà, le lingue europee non si sono imposte per superiorità poetica, ma per adattabilità tecnica.
Offrivano un codice scritto, una grammatica trasferibile, un lessico capace di assorbire scienza, diritto, economia.
Il loro trionfo non è morale, è ingegneristico. Come il bronzo sul rame, o la stampa sul canto.

L’inglese, oggi, non è più la lingua dell’impero ma la lingua della connessione.
Non appartiene a Londra né a Washington: appartiene a chi la usa.
A Nairobi, Manila, Lagos, Dacca.
È una lingua bastardizzata, flessibile, continuamente saccheggiata — e proprio per questo, universale.
La lingua globale non domina più: funziona. E nel mondo della tecnica, funzionare è l’unica forma di sopravvivenza.

Ngũgĩ scrive che “le nostre lingue sono fonti legittime di sapere” e che “non dobbiamo emigrare in Europa per raggiungere le stelle”.
È vero. Ma oggi le stelle si raggiungono con un algoritmo, e l’algoritmo parla in inglese. Non per colonialismo, ma per convergenza. Le lingue, come le specie, non si estinguono per cattiveria, ma per adattamento. Sopravvive quella che sa scrivere il mondo.

La lingua della tecnica non è il contrario dell’identità: è il suo presupposto.
Il linguaggio condiviso non cancella le radici, le collega.
Chi invoca il ritorno alla purezza linguistica sogna un villaggio chiuso, un museo dell’oralità.
Ma il futuro non ha più dialetti, ha codici comuni.
La traduzione è la sola lingua universale.

La colonizzazione della mente, oggi, non passa più dalle parole, ma dai protocolli.
Il vero potere non è chi parla, ma chi scrive il software.
E chi rifiuta la lingua del codice, in nome dell’autenticità, finirà per vivere fuori dal mondo — libero, forse, ma inascoltato.

La verità è che le lingue non muoiono per ingiustizia, ma per inefficacia. La memoria orale commuove, ma non costruisce. Il futuro appartiene a chi sa nominare le cose con precisione, non a chi le ricorda per nostalgia.

Ngũgĩ è stato un profeta, e i profeti hanno sempre ragione nel passato. Ma il mondo di oggi non è più fatto di tribù e conquiste: è fatto di codici, reti e sintassi condivise.
E in questo nuovo lessico universale, la lingua non è più dominio, ma sovrastruttura. Il resto — la retorica della colpa, i seminari in inglese sulla decolonizzazione — è folclore da campus.

Io, per parte mia, mi ricordo di Leopardi.
Del Canto notturno del pastore errante dell’Asia, di quella voce che guarda le stelle e interroga il silenzio. Ma mi ricordo Leopardi, appunto. Non già i canti, se mai ce ne furono, dei pastori dell’Asia.
Forse perché Leopardi veniva da un mondo più sviluppato. Se Recanati non è Africa nera non posso farmene una colpa.

Con voi — la pace dei pastori, e quella sconfinata biblioteca della famiglia Leopardi, che è poi la biblioteca dell’Occidente.

Dedicato a Leonardo Falasco, musicista, poeta e filosofo recanatese, a cui dobbiamo la suggestione leopardiana.

25 marzo

Ngũgĩ wa Thiong’o

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