In Cina, i numeri sono sempre giganteschi, e per questo difficili da immaginare. La spesa sociale complessiva — previdenza, welfare, sanità — vale oggi attorno al 10-13% del prodotto interno lordo, mentre le sole pensioni pubbliche assorbono circa il 7-8% del PIL. È la prova di uno Stato che in pochi decenni ha costruito un sistema di protezione dove prima non c’era nulla, e insieme l’avviso che la tenuta di questo sistema dipende dalla demografia, più che dalla finanza.
Nel 2024 il Paese ha registrato appena 9,5 milioni di nascite a fronte di 10,9 milioni di decessi: terzo anno consecutivo di calo della popolazione. L’indice di fertilità stimato è attorno a 1,0 figli per donna, ben lontano dalla soglia di sostituzione. Intanto, la quota di ultrasessantenni è salita al 21%: un cinese su cinque è già anziano. Per ogni pensionato, ci sono sempre meno lavoratori, e la forbice si allarga.
Le province del Nordest — Liaoning, Jilin, Heilongjiang — sono le prime a sentire la morsa. Qui la generazione delle fabbriche di Stato, che negli anni Ottanta aveva animato l’industrializzazione pesante, oggi è in pensione. A Shenyang si vedono code davanti alle filiali della banca ogni metà mese: pensionati che ritirano i 3.000 yuan del sussidio mensile, una cifra sufficiente appena a coprire medicine e spese domestiche. Al contrario, in Zhejiang o Guangdong, dove le fabbriche private hanno attratto milioni di giovani migranti, i conti sono ancora in attivo. È per questo che dal 2022 il governo ha creato il “pooling nazionale”: un meccanismo che ridistribuisce risorse dalle province ricche a quelle in deficit. È la prima volta che la previdenza diventa davvero un sistema cinese, non solo locale.
Dentro i numeri si annida anche una cicatrice più sottile: il rapporto di genere. Nei primi anni Duemila, il tasso di natalità maschile era arrivato a 120 maschi ogni 100 femmine, frutto degli aborti selettivi durante la stagione della politica del figlio unico. Oggi la sproporzione si è attenuata, ma restano milioni di uomini “in eccesso”: comunità sovraffollate e solitarie, padri senza figlie che possano occuparsi di loro in vecchiaia. Nelle campagne dello Henan non è raro incontrare uomini di cinquanta o sessant’anni che non si sono mai sposati: coltivano piccoli appezzamenti, vivono soli, e quando parlano del futuro sorridono amaro: «Chi si prenderà cura di me?».
Il Partito ha deciso di intervenire con la leva più diretta: alzare l’età pensionabile. Dal 2025, gradualmente, tre anni in più per tutti. Una riforma quasi invisibile, ma che significa decine di milioni di persone al lavoro più a lungo, contributi aggiuntivi pari a 0,5-1% del PIL ogni anno e pensioni erogate per meno tempo. Una scelta tecnica che però cambia la percezione del tempo: per un’operaia tessile di Wuhan, significa restare alla macchina per altri turni infiniti; per un insegnante di Chengdu, significa un’ultima generazione di studenti da accompagnare.
Dentro questa massa di bilanci, c’è un attore particolare: l’Esercito Popolare di Liberazione. Non sono solo le portaerei e i missili a pesare, ma anche i veterani. Le pensioni militari non compaiono sempre nei conti ufficiali, spesso sono registrate in capitoli paralleli, ma tutti gli studi concordano che costituiscano una parte consistente della spesa per il personale: decine di miliardi di yuan ogni anno. Nelle città, si vedono ancora gli “uffici per gli affari dei veterani”: sportelli grigi dove ex soldati in giacca verde e berretto spiegazzato chiedono aumenti, arretrati, riconoscimento. È il prezzo della storia, e di un esercito che deve prendersi cura dei suoi anziani tanto quanto armare i suoi giovani.
Il paradosso è evidente: la Cina, percepita come “fabbrica giovane del mondo”, è già una delle società più vecchie del pianeta. E a differenza del Giappone, non ha avuto mezzo secolo per prepararsi: l’invecchiamento è arrivato a velocità doppia. Così, i numeri previdenziali diventano anche metafore geopolitiche. Una Cina che spende sempre di più per pensioni e sanità sarà una Cina più cauta? O, al contrario, la necessità di garantire stabilità interna la spingerà a cercare all’esterno una legittimazione attraverso la forza?
Resta l’immagine di una nazione che ha corso per quarant’anni e ora deve imparare a camminare lentamente senza perdere l’equilibrio. Il problema non è solo pagare le pensioni. È decidere che tipo di società sarà la Cina quando la maggioranza dei suoi cittadini vivrà non per produrre, ma per ricordare.
9 marzo
