Non è più faccenda di imperi, di colonie o di padroni del mondo. L’Occidente di oggi non governa più le rotte né decide le sorti delle guerre come nel secolo scorso. Ciò che rimane, e che resiste tenacemente, è un atteggiamento più sottile: la convinzione di essere portatore di un’universalità che non esiste. È una forma di narcisismo culturale, tanto radicato da sembrare naturale, che si rinnova a ogni stagione con nuove parole d’ordine.
Ieri era la democrazia, il compito storico da esportare ovunque, in Medio Oriente come in Africa, in Asia centrale come nei Balcani. Oggi è la pace: parola limpida, neutra, in realtà caricata dello stesso significato morale e autoreferenziale. È l’illusione che, senza di noi, il mondo resti incompiuto; che la storia abbia bisogno della nostra regia.
La prova sta nelle nostre passioni pubbliche. Ci accendiamo poco per le donne afghane, per gli studenti iraniani, per i curdi senza Stato. Ancora meno per i cristiani massacrati in Africa, quasi invisibili nella cronaca dei nostri giornali. Molto di più, invece, per Gaza: enclave disperata e canaglia, governata da terroristi che hanno educato un’intera generazione al culto della morte ed il martirio.
Tutto vero, tutto dolorosamente reale. Ma la scelta su chi meriti attenzione e chi resti ai margini non è mai neutra. Non racconta tanto il destino delle vittime, quanto il nostro bisogno di riconoscerci in un riflesso. Ogni volta che scegliamo una causa, lo facciamo come se fosse uno specchio: ci serve per riaffermare che siamo ancora al centro, i giudici morali del mondo.
Persino le piazze, quando si riempiono, finiscono per essere parte del copione. Gli “utili ingenui” che manifestano non si accorgono di ripetere, con linguaggio diverso ma con la stessa intensità, la determinazione dei governi occidentali. È come se non potessimo sottrarci a una recita corale: il popolo e il potere convergono nella medesima illusione di universalità. Cambiano i toni, cambiano i simboli, ma il centro rimane sempre noi stessi.
Il problema non è che i valori siano falsi. La democrazia è reale, la pace è necessaria, la dignità delle minoranze non è negoziabile. Ma il paradosso sta nel trasformarli in strumenti di centralità, nel brandirli come se fossero marchi registrati dell’Occidente. In questo modo l’universalità diventa un feticcio: non un ponte con gli altri, ma un confine che li divide da noi.
Eppure, lo vediamo ogni giorno: il mondo non ha più un centro. Ci sono altri attori, altre traiettorie, altri ordini che nascono e crescono senza di noi. L’India, la Cina, l’Africa subsahariana, i paesi maomettani, le potenze regionali che si muovono secondo logiche proprie. Noi restiamo convinti di essere la misura di tutte le cose, mentre agli occhi degli altri siamo soltanto una parte, non il tutto.
Forse non dovremmo appassionarci troppo. Non perché i destini del mondo ci siano indifferenti, ma perché la nostra passione è spesso una maschera che nasconde l’incapacità di accettare la perdita di centralità. Forse dovremmo lasciare agli attori regionali la gestione delle proprie vicende, con le loro responsabilità e i loro conflitti, senza pretendere di sovrapporre sempre la nostra lente e giudizio morale. E, se mai esistesse davvero, all’ONU spetterebbe il compito concreto di affrontare le crisi. Non a noi, non alle nostre piazze né ai nostri governi. Accettare di essere parte, e non il centro, significherebbe forse scendere per la prima volta dal palcoscenico della storia.
Sarebbe un atto di sobrietà, persino di liberazione.
24 settembre

John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903, olio su tela, cm 109 x 189, Walker Art Gallery, Liverpool