C’è una cosa che non dovrei dire, ma la dico lo stesso: Internazionale mi arriva addosso ogni settimana come un amico lasciato fuori di casa dalla fidanzata, ma che continua a dormirmi sul divano perché non ho la forza di cacciarlo. È una dipendenza scema, lo so. Una mutilazione lenta dell’intelligenza: paghi l’abbonamento e ti entra in casa un mondo che non ti appartiene, ma che continui a tollerare per stanchezza, per inerzia, per quello strano bisogno di sentirti “informato” anche quando non ci credi più.

Il PDF si apre da solo, come uno di quei messaggi notturni che non vuoi leggere ma che ti trovano lo stesso. E noi leggiamo. Piketty che pesa come un pomeriggio di pioggia a novembre. Žižek che ti morde la caviglia e intanto ti parla di Lacan. E poi Di Mauro. Ah, Di Mauro. Il direttore a morte. Non nel senso tragico: nel senso burocratico. Da sempre e per sempre. Come Kim, come Assad, come quelle figure che non si dimettono mai perché non c’è più nessuno disposto a ricordare chi c’era prima. È un caso di sopravvivenza avanzata al declino cognitivo dell’editoria italiana.
Sta lì.
Immobile.
Eterno.
Un direttore fossile.
Un monolite della continuità editoriale.
Non brilla, non cade, non respira.
Resta.

Il problema, però, non è nemmeno lui.

Il problema è quando inciampi in pezzi come quello di Giovanni Ansaldo: La musica dei Radiohead va oltre le loro contraddizioni”. Un titolo che sembra innocuo, quasi tenero, come un filo di luce in una stanza dove qualcuno sta già fumando da ore.

Poi lo leggi. E capisci che sei finito nella solita trappola morale: la cultura come sacrestia, la musica come sacramento, il pubblico come gregge da rassicurare.

Lì dentro scorre la catechesi contemporanea: “la Palestina ha diritto alla resistenza”, “l’arte non può essere neutrale”, “ogni boicottaggio è legittimo”, che tradotto significa: se sei bravo, ti perdoniamo. Se sei bravissimo, ti assolviamo.

E infatti il pezzo sta tutto su due righe non scritte:

hanno taciuto, hanno deluso, hanno girato la testa… però la musica è troppo bella.

È questo “però” che fa schifo. È una resa morale mascherata da illuminismo da supermercato.

Yorke ha taciuto? Greenwood ha collaborato con un israeliano? La band non ha fatto il gesto giusto al momento giusto? Non importa.

Siamo gente che colleziona emozioni, non responsabilità. Se la musica è bella, la coscienza si adatta.

Il vero problema non è il moralismo: è la confusione delle cose.

L’idea assurda che si possa parlare di Gaza dentro una recensione dei Radiohead come si parla di una pioggia estiva sopra il palco.
L’idea che tutto si equivalga: sofferenza reale e melodie, morti e accordi minori, geopolitica e falsetti.

Vuoi parlare di Gaza, fallo. Ma anche del 7 ottobre. Non con metafore, ma con materia.

Dì ostaggi.
Dì famiglie bruciate vive.
Dì corpi trascinati come prede.
Dì sangue, non simboli.

E dì dei ragazzi del Supernova —
gli stessi che vedi ai concerti dei Radiohead o del Bataclan,
belli, stupidi, vivi, pieni di speranze cretine e magnifiche.
Ragazzi che volevano ballare nel deserto e invece sono stati macellati.
Non per un’idea.
Per barbarie.

E c’è un dettaglio che nessuno vuole affrontare: i terroristi hanno un’ossessione quasi erotica per i giovani alle feste.
Una costante.
Una firma.
Colpiscono la gioia.
Colpiscono il futuro.
Colpiscono la musica perché la musica, per un attimo, fa sentire immortali.
Supernova come Bataclan.
Stessa scena, diverso livello di indifferenza.

E se vuoi parlare dei Radiohead, allora parla dei Radiohead.
Parla della loro musica che entra nelle ossa come un cantiere aperto,
di Yorke che non è un profeta e non vuole salvarci,
del loro suono che pare un’Europa che si spegne lentamente.

Parla della bellezza quando è solo bellezza.

Il pezzo di Internazionale, invece, non parla di nulla.
Vuole tenere insieme etica e concerto, Gaza e chitarre, Hamas e falsetti.
E mentre tenta di incrociare l’impossibile, produce il mostro.

Alla fine resta questo: ci siamo abituati al massacro.
Lo guardiamo senza tremare. I ragazzi muoiono mentre ballano. Sempre gli stessi. Sempre per mano degli stessi.

E noi qui, a capire, a scusare, a lucidare parole.

La verità?
Quando l’orrore non ti scuote più, sei già morto.

E non si salva nessuno.
Nemmeno noi.

16 febbraio

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