Emilio Fede muore e Massimo D’Alema risorge.

Non è un paradosso biblico, è l’Italia che continua a reincarnarsi nei suoi fantasmi. Mentre Emilio Fede scivola nell’oblio televisivo eterno, Massimo D’Alema si materializza a Pechino, sorridente sotto i vessilli rossi della Parata della Vittoria, tra missili intercontinentali e parate di soldati.

C’è un che di miracoloso e farsesco insieme. L’ex premier che parlava di bicameralismo perfetto, oggi annuncia in mandarino sottotitolato che la Cina fu decisiva per la sconfitta del nazifascismo. Dietro di lui, i carri armati intorno non smentiscono: la storia, dopotutto, la scrivono i vincitori, anche quando arrivano — ottant’anni dopo. Poi ci dice che ci dobbiamo volere bene e la pace è una bella cosa. Lo scopriamo a Pechino ma D’Alema poteva stare benissimo in barca – vecchia passione – con l’invincibile flottilla di Greta a spasso per il mediterraneo. Il motto è sempre quello “Dalla parte giusta della storia”.

È la zingarata rossa. Vecchi zii della politica che, invece di sedersi a discutere al bar, spuntano come figurine sgualcite nel teatro imperiale di Pechino. Applaudono con Kim, sorridono con Putin, benedicono la pace nel mezzo della parata militare.

Eppure, il dettaglio più assurdo non è D’Alema che proclama la pace tra i missili (!). È che lo invitino ancora. Che tra tanti, proprio lui finisca nel palchetto internazionale, come se fosse davvero indispensabile all’ordine del mondo. Aveva ragione Cossiga. Lui agitava lo spettro del pericolo rosso a ogni circostanza, tanto da sembrare un po’ andato, un vecchio paranoico con l’ossessione comunista. E invece eccolo qua il pericolo rosso: non più falce e martello, ma la caricatura di un ex premier italiano che resuscita a Pechino tra gli applausi e i carri armati. Era davvero un agente di Mosca, Pechino, Tirana o Baku? … io ora credo di sì, ma troppo tardi per chiedere scusa a Cossiga e D’Alema si è salvato con la prescrizione.

Torniamo a Pechino, dove sorge il sole del mondo che si ribella all’ordine liberale e che sfila coi missili. In testa i leader, la sacra trimurti ed il pavone. Xi in versione Mao. Non è solo un look: è la Zhongshan suit, la giacca alla Mao. Un abito che non è mai stato solo abito, ma liturgia politica: le quattro tasche come i principi cardinali, i cinque bottoni come i poteri dello Stato, gli ultimi tre come i principi del popolo. Una corazza tessile che avvolge il corpo come un sistema politico. Xi non indossa un abito: indossa un cosmo intero. Una tunica che da Sun Yat-sen passa a Mao, e da Mao arriva a Xi Jinping, oggi usata come segnale di continuità imperiale. La moda che diventa cosmologia del potere. (Anna Wintour, prendine nota: la prossima tendenza retro non è a Parigi, ma a Pechino).

Kim in versione extra large. Gonfio, tondeggiante, prossimo alla deflagrazione da trigliceridi, sorridente e crudele.

Putin rosso in viso, occhio giallastro: ultimo Eltsin in miniatura, un po’ barcollante, un po’ lucido di alcol, eppure ancora lì, al centro della foto di famiglia, come un reduce che non vuole uscire dall’inquadratura.

Una trimurti improbabile, e accanto a loro — il pavone di Gallipoli capitato per sbaglio in una fiera d’armi — il redento D’Alema, Tersite d’Oriente. Il volto sorridente, l’aria di chi non sa bene perché è stato invitato, ma approfitta della resurrezione mediatica. Una verve comica notevole nel solco di Alberto Sordi, venditore di armi in Africa per mantenere la famiglia nel benessere e pagare dentiera alla suocera. Ecco il teatro mondiale dei ribelli ridotto a caricatura con la partecipazione dell’Italia, nella foto ufficiale della Storia, con Massimo D’Alema gran pavone della provincia italiana.

All’istanza dei cent’anni, la giostra si ripete. Cent’anni fa c’era l’America isolazionista di Harding, il Presidente che molto prima di Trump proclamò “America First”. Allora avevamo l’Internazionale rossa, con i bolscevichi che parlavano di universalismo e destino dei popoli. Oggi, invece, i regimi autocratici ex rossi — Mosca, Pechino, perfino i cugini minori del socialismo reale — che continuano a usare le stesse parole di ieri, gli stessi simboli di allora, travestiti di modernità. Cambiano gli scenari, cambiano i protagonisti, rimangono sempre i più poveri ed arrabbiati, mandano a morte milioni di persone, perchè i copioni restano. A pensarci bene la qualità degli attori scema. Putin non vale un pollice di Lenin e cosa dire di D’Alema paragonato a Gramsci. Cent’anni e stare peggio, cent’anni di nuova solitudine. Cosa sarebbe stato di noi se avessero vinto gli anarchici o Trotsky? Non volevamo lo stato e senza stato non avresti avuto uomini in armi, cannoni, droni e corvette.

La storia non si ripete e si trascina. Non è neanche divertente, è noiosa. Ci ripropone i cliché come una sitcom stanca, con attori sempre più vecchi che recitano la stessa parte davanti a un pubblico distratto. Qualche coglionazzo (viva il Conte Catellani di Fantozzi) c’è sempre: quello che si esalta vedendo il ripetersi dei modelli, che si compiace della sua presunta intelligenza nell’individuare le ricorrenze. Mentre noi, più tragicamente ci siamo annoiati.

La Cina non è vicina. 

A Milano continuiamo a discutere di una ZTL estesa fino a Pavia ed in futuro fino alla porte di Genova, dei palazzi di Nabucco Salah, di dehors multati e del lutto cittadino per la morte di un vetrinista che ha fatto fortuna, bravo! ricordando però che a Giuseppe Verdi, emiliano in trasferta anche lui, non fu rivolta tanta deferenza e neppure ad Indro Montanelli, toscano di Fucecchio, ma benemerito della città.

Vorrei addormentarmi e discutere della cosa in sogno con Flaiano e Pasolini. Loro sì che saprebbero decifrare il grottesco: l’ironia del potere ridotto a caricatura, la poesia sporca di un’Italia che non riesce a liberarsi dai suoi fantasmi. Mi risveglio dopo qualche ora e scopro che il desiderio non è stato esaudito. Morfeo mi ha tradito. Flaiano e Pasolini non sono venuti. E neppure Tognazzi, l’onorevole Tritoni di Vogliamo i colonnelli, per una rimpatriata di reduci del ventennio — gli avrei chiesto cosa fare di questa falsa masnada con pugno chiuso verso il cielo e bandiera rossa.

Ci siamo divertiti a scriverlo di getto. 

Post Scriptum.

D’Alema appare nella foto finale ad uso stampa cino–nordcoreana. Lo si trova in fondo, in basso a destra. Ed in fondo, sempre lì.
Non sarà un caso.

6 settembre

 

 

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