C’erano una volta le lucciole, scrisse Pasolini.
E con loro sparì un mondo: la civiltà contadina, la notte vera, il silenzio, la lentezza, la fame che aveva ancora un senso.

Oggi, spariscono i cigni.
Non nelle paludi o nei fiumi, ma nei parchi pubblici, sotto gli occhi dei bambini. Il cigno era un animale regale, non solo per la corona britannica, ma per tutti noi: rappresentava l’ultima forma vivente del mito. La sua presenza nei parchi — tra i laghi artificiali, i ponti di ghisa, le panchine verniciate di verde — era un segno di continuità tra la natura e la civiltà, tra l’infanzia e la memoria.

Ora anche questo simbolo scompare. In Gran Bretagna, raccontano i giornali, i cigni vengono uccisi e cucinati da migranti islamici. “Per fame”, dicono. Ma la fame è solo la superficie: dietro c’è la cancellazione del valore simbolico del vivente. È la fame di un mondo che non riconosce più la sacralità di nulla, nemmeno del parco.

I nuovi barbari non sono i poveri, né gli stranieri, ma coloro che non distinguono più: che non vedono la differenza tra un gesto sacro e uno triviale, tra l’anima e la carne. Nella morte del cigno c’è la stessa catastrofe morale che Pasolini vide nelle lucciole: la fine del pudore, del limite, della grazia. Non c’è più un’idea condivisa di ciò che va preservato. La bellezza, oggi, è una casualità amministrativa.

Il parco — che era il luogo della tregua — diventa campo di caccia. I laghetti si svuotano, le panchine restano deserte, e i bambini imparano che nulla è più inviolabile. È un nuovo medioevo che avanza in silenzio: non fatto di castelli e carestie, ma di indifferenza, di luce artificiale, di perdita del simbolo.

Le lucciole sparirono con l’arrivo dell’elettricità, e fu l’inizio dell’industrializzazione, della televisione, della cultura di massa. I cigni scompaiono ora, nell’epoca del digitale e del controllo, quando tutto è visibile e nulla è più guardato. La loro assenza non annuncia il progresso, ma la fine della civiltà dei parchi, della civiltà della misura.

Quando sparisce il cigno, sparisce anche l’idea di una pace possibile. E con essa, l’ultimo riflesso della grazia.

Appendice. Dialogo con il Venerabile Anurak

L’incontro con il monaco avvenne in una casa privata, in una via tranquilla di Milano, tra il suono dei tram e il profumo del riso che arrivava dalla cucina.
La casa apparteneva a una signora thailandese, gentile e sorridente, che ogni tanto apriva le porte ai membri della piccola comunità del suo paese.
Quel pomeriggio ospitava il Venerabile Anurak, un monaco venuto in Italia per alcuni incontri interreligiosi, dedicati al dialogo tra le fedi.
Ci sedemmo in cerchio, bevendo tè al gelsomino.

Si parlò di molte cose: del silenzio, della compassione, del mondo che cambia. Poi, quasi per caso, la conversazione scivolò sugli animali.
Qualcuno ricordò i cervi di Nara, un altro i pavoni birmani, e infine venne nominato il cigno. Il monaco sorrise e disse piano:
— “Ah, il cigno… In Asia non è solo un animale. È uno spirito.”

In India, raccontò, il cigno è l’haṃsa, l’uccello che accompagna Sarasvatī, la dea della conoscenza e della musica. È colui che sa separare l’acqua dal latte, il puro dall’impuro. In Thailandia si chiama hongsa: un uccello regale, celeste, che scende sulla terra solo quando l’acqua è limpida e gli uomini vivono in pace.
In Cina, invece, è fratello della gru: simbolo di grazia e longevità.

— “Quando i cigni scompaiono,” disse infine, “significa che il mondo non è più in pace.”

Ci fu un silenzio. Le sue parole restarono sospese come una verità semplice e inconfutabile.
Fu allora che pensai alle lucciole di Pasolini.
Forse, oggi, è davvero la volta dei cigni.

5 febbraio

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