“Ne vuoi un’altra?”
“Solo se mi prometti che non mi lasci a metà storia.”
“Allora portala da 66. Perché ora viene il pezzo buono.”
(Con una birretta in più per non interrompere il racconto)
Siamo a Milano, ultimo sole di ottobre e ce lo godiamo tutto. Al tavolo con me c’è un amico cinese di Shandong. Lo chiamo affettuosamente “il banana”, ma lui non si offende: si definisce così da solo – giallo fuori, bianco dentro – con quella leggerezza amara di chi vive tra due identità e ha smesso di doversi spiegare. Parla un italiano quasi perfetto, ma è quando scivola nelle storie del suo paese d’origine che torna a essere veramente sé stesso.
Stasera mi racconta una storia che sembra inventata, ma non lo è. Una storia accaduta quest’anno, e che ha visto coinvolto suo cugino, poliziotto di contea in Shandong.
“Ci hanno chiamati da un piccolo villaggio vicino a Heze,” mi dice abbassando la voce. “La madre di una ragazza morta poco tempo fa è andata a fare visita alla tomba, e ha trovato la terra smossa. Il marmo spostato. La bara aperta.”
La ragazza si chiamava Lin Hua, aveva diciannove anni. Morta per un’appendicite non curata, in una famiglia povera e senza mezzi. Bella, dicono. Di quelle bellezze giovani e pure, ancora col volto rotondo dell’adolescenza. Non era sposata. Non aveva fidanzato. Non aveva nulla, se non la sfortuna di essere, nella morte, quello che i trafficanti chiamano “una sposa perfetta”.
“Una morta fresca, giovane, senza segni di autopsia. Come nuova. Come una dote.”
A quel punto suo cugino entra in azione. Cominciano i sopralluoghi, poi le prime discrepanze nelle tombe vicine. E infine la decisione: installare delle telecamere di sorveglianza notturna. La terza notte, i sospetti diventano prove: le immagini mostrano due uomini che, a volto coperto, rimuovono una cassa e la caricano su un piccolo furgone agricolo.
Il giorno dopo viene fermato uno dei due. L’altro fugge. Ma basta una perquisizione per scoprire il piano: la salma era stata venduta per 38.000 yuan (circa 5.000 euro) a una famiglia di un villaggio distante, dove un giovane uomo era morto in un incidente stradale. Anche lui scapolo. Il padre non sopportava l’idea che il figlio restasse solo anche nell’aldilà. Ha pagato tutto: intermediazione, trasporto, cerimonia. La ragazza doveva essere sepolta accanto allo “sposo”, con riti funebri simbolici e offerte bruciate. La bara non sarebbe mai più stata aperta.
“Mio cugino mi ha mandato gli articoli del codice penale per farmi capire quanto era grave la cosa,” dice il mio amico, mostrandomi il telefono.
Articolo 302, legge: ‘Chiunque dissotterri, profani o distrugga un cadavere o una tomba è punito con fino a tre anni di reclusione.’
“Ma qui ci va anche il 276,” aggiunge. ‘Furto aggravato di beni o corpi dal luogo di sepoltura.’ E infine il 312: ‘Occultamento di prove, distruzione di elementi probatori legati a un crimine’.
“Perché la famiglia, quando ha scoperto tutto, ha mentito. Ha detto che non sapeva nulla. Ma avevano pagato, in contanti, senza ricevute, per non lasciare tracce. Avevano nascosto la bara nel retro del tempio, in attesa della cerimonia.”
“Quindi la famiglia della ragazza…?”
“Ha sporto denuncia, ovvio. Ma è stato un dramma. Perché in quei villaggi, anche i genitori sono combattuti: da un lato vogliono giustizia, dall’altro… beh, sanno che in fondo, anche loro, un giorno, potrebbero cercare una sposa per il figlio morto.”
Gli chiedo se è un fatto isolato. Mi guarda serio. “No. Ce ne sono ogni anno. Non tanti, ma abbastanza perché qualcuno continui a farci soldi. E perché la gente chiuda un occhio.”
La pratica del matrimonio tra morti, o mínghūn (冥婚), affonda le sue radici in credenze ancestrali che vedono l’anima del defunto come incapace di riposare in pace senza un compagno nell’aldilà. La solitudine eterna è temuta tanto quanto la maledizione che potrebbe scatenarsi su chi non rispetta queste tradizioni. Il matrimonio tra morti è visto come un atto di pietà, necessario per garantire all’anima una “famiglia” nel regno dei morti.
Questa storia, accaduta nel 2025, mi lascia sospeso tra raccapriccio e fascinazione. È un’eco di un mondo antico che resiste nel cuore della Cina contemporanea. Un mondo dove la morte non è mai solo morte, ma un passaggio da accompagnare, con i suoi rituali, le sue paure, i suoi legami sociali e spirituali. Dove l’idea della solitudine nell’aldilà è così intollerabile da giustificare il furto di un corpo, la manipolazione del dolore, l’occultamento della verità.
“Il problema,” conclude il mio amico, sollevando la seconda birra che gli ho offerto, “è che da noi la tradizione è più forte della legge. E finché qualcuno crederà che uno spirito senza moglie possa maledire tutta la stirpe, ci sarà sempre chi scaverà una tomba per farne un matrimonio.”
Beviamo in silenzio. In fondo, in questa Milano luminosa e civile, è difficile immaginare una pala che solleva terra in una notte nera, per un amore mai vissuto eppure sigillato nella bara di due corpi uniti solo nella morte.
Ma io, adesso, ci credo.
19 ottobre
