Henri Laborit lo abbiamo conosciuto di riflesso, in un film che vinse l’Oscar per il miglior film in lingua straniera nel 1990: Mediterraneo di Gabriele Salvatores. C’era quella frase iniziale che tutti hanno ripetuto senza capire davvero:

“In tempi come questi, la fuga è l’unico mezzo per restare vivi e continuare a sognare.”

Laborit era un biologo, ma anche uno sceneggiatore. Parlava di sinapsi come altri parlano d’amore. Diceva che l’uomo è il risultato dell’interazione tra tre fattori: l’ambiente, i geni e l’educazione. Era la sua formula dell’equilibrio, un modo elegante per dire che nessuno è colpevole e nessuno è innocente: siamo, semplicemente, il prodotto di un sistema.

Mentre muore James D. Watson, l’altro grande nome del DNA, ci ritroviamo di nuovo davanti alla stessa equazione. Watson fu l’uomo che guardò dentro la doppia elica e ne fece il simbolo di tutta la conoscenza moderna. Poi, negli ultimi anni, divenne un paria: per aver detto che le razze non sono tutte uguali. Lo cacciarono dai laboratori, lo spogliarono dei titoli, come se avesse bestemmiato nel tempio della ragione.

Eppure, tolta la brutalità della forma, resta una questione da non eludere. Watson sbagliava nel motivo, non nell’osservazione. Le differenze tra popoli esistono, ma non perché inscritte nel genoma. Sono il riflesso — l’epifenomeno, direbbe Laborit — di condizioni, storie, educazioni, climi, ferite, sopravvivenze. Un popolo vive ciò che ha imparato a sopportare. Il cervello si plasma su quell’esperienza, come un corpo sull’ambiente che lo nutre.

Dunque sì: la diversità esiste. Ma non è un valore né un difetto. È un dato qualitativo, neuroprogrammatico, come direbbe un biologo con un linguaggio da poeta. La mente umana si costruisce sulle circostanze, e le circostanze non sono mai uguali per tutti. L’uguaglianza è un ideale politico, non una condizione biologica.

Laborit avrebbe sorriso, forse, davanti alla condanna di Watson. Avrebbe detto che l’errore non è vedere la differenza, ma non capirne l’origine. Che l’uomo moderno ha paura di tutto ciò che divide, anche quando è solo constatazione del reale. E che, quando un sistema non accetta la complessità, l’unica possibilità che resta è la fuga.

Nel triangolo isoscele della modernità, Occidente e Asia occupano i vertici superiori: due culture che, pur diverse, condividono l’educazione, la razionalità, la capacità cognitiva. Alla base, il mondo islamico — numeroso, giovane, ma privo di un modello educativo competitivo — spinge verso l’Occidente. Forse per conquista, ma soprattutto per sopravvivenza. Per la Cina — che ragiona in termini di efficienza evolutiva — questa staticità è una malattia mentale: un difetto sistemico dell’intelligenza collettiva.

La Cina tiene a distanza l’Islam perché ne teme l’inefficienza più che la capacità eversiva. Noi occidentali, invece, sottovalutiamo l’orda, credendo di  addomesticare il reietto: un reietto che non ha nulla in cui credere se non nella propria superstizione, per sostenersi nella modernità come in una lunga febbre. Così l’orda preme. Ed incalza e noi lo sottovalutiamo come fossimo dei coglioni.

Ed è qui che sta la vera distinzione: non tra gli uomini, ma tra le culture. L’uomo è uguale ovunque, ma non tutte le culture lo sono. Ve ne sono di migliori e di peggiori. Le peggiori non lasciano pensare, non educano alla libertà, non formano l’intelligenza — ma la zoppia intellettuale. E così producono, inevitabilmente, uomini meno capaci di capire, di scegliere, di cambiare.

Pasolini lo aveva intuito mezzo secolo fa:

“Poiché la libertà è incompatibile con l’uomo
e l’uomo in realtà non la vuole,
intuendo che non è per lui.”

Forse i soli che ancora tentano di coniugare libertà e senno — di rendere la libertà praticabile senza smarrire la ragione — siamo noi, gli occidentali. E forse è questo, più di ogni altra cosa, che ci distingue: voler essere liberi da una barbarie che si vuole chiamare civiltà, che impone la sottomissione alla coscienza.

Questo articolo è dedicato ai morti delle piazze iraniane.

12 gennaio

Henri Laborit

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