Nata a Surabaya, in Indonesia, Laura Gemser è cresciuta nei Paesi Bassi. Ma la sua origine, se pure registrata nei documenti, resta un mistero aperto.
Perché il suo corpo, il suo volto, la sua voce – sembrano appartenere a tutte le terre lontane insieme. Non era nera, ma neppure bianca. Non era asiatica nel modo in cui l’Asia viene immaginata. Non era africana, anche se interpretò Emanuelle nera. Laura Gemser era ogni luogo esotico proiettato dall’Occidente sullo schermo del desiderio.
Era una donna e una mappa. Una geografia del turbamento. Una bussola impazzita. Il suo volto non definiva un’origine, ma un altrove.
Nel cinema erotico italiano degli anni Settanta, le assegnarono il ruolo della tentatrice silenziosa, della donna tropicale, della regina del piacere. Ma a guardarla bene – nei suoi occhi, nei suoi silenzi, nei movimenti leggeri – non c’era compiacenza, non c’era subordinazione. C’era qualcosa di più raro e più sottile: la calma di chi sa, di chi ha già visto, di chi non si lascia definire.
La Gemser entrava in scena con la lentezza di chi non ha bisogno di imporsi. Stava. E questo bastava. In un’epoca in cui le donne sullo schermo venivano ridotte a funzione, lei riusciva a non lasciarsi ridurre. Era un corpo pensante. Un corpo che diceva “non mi avrai, neanche se mi guardi”. Un corpo che smascherava chi guardava. Ed è forse per questo che oggi è ancora lì. Nel fondo delle nostre fantasie, dei nostri fraintendimenti, delle nostre inquietudini. Non più solo attrice, ma emblema della distanza.
E dietro quella distanza, c’era anche ironia. Lucida, tagliente, divertita.
In un’intervista (riportata anche su Wikipedia), Laura Gemser disse con semplicità: “Certo che so che non stavamo facendo arte. Ma c’era qualcosa di onesto, e io mi divertivo. E poi, non bisogna sempre prendersi sul serio.”
Durante le riprese di Violenza in un carcere femminile (1982), raccontò con disarmante sincerità i contrasti con l’attrice Lorraine De Selle: “Era una che si dava delle arie da intellettuale incredibili. Ma dai… stai girando una cavolata simile, non puoi fare l’attrice di teatro impegnata. Insomma la storia è quel che è, non è sicuramente Shakespeare… divertiamoci, no?”
Anche sul nudo fu limpida: “Le prime volte in cui mi dovetti spogliare furono un attimino traumatiche… ma poi ci ho fatto l’abitudine. Se lo prendi come un lavoro, passa tutto. Dici: lo devo fare, mi pagano.”
Mai ambigua, mai ipocrita, non girò mai scene pornografiche, anche se alcuni film vennero rimontati con spezzoni hard girati con controfigure.
Laura Gemser è diventata una donna-mondo, un paradosso vivente: vicina e lontanissima, reale e simbolica, desiderata e mai posseduta.
Non fu mai “facetta nera” da canzone. Non fu mai la “sposa bambina” di Indro Montanelli acquistata per 350 lire al padre. Ricordo che il gran toscano fu accusato in modo orribile da generazioni di femministe – più pericolose dei proiettili di qualche terrorista rosso.
Fu una donna moderna, completa, inaccessibile per statura. Pensante, distante, come una regina silenziosa in un film che non osava parlare di lei, ma solo intorno a lei. La sua bellezza era muta e piena. Mai gridata, mai isterica. Una bellezza che non chiedeva approvazione, che stava. E bastava così.
E come è apparsa – d’improvviso, sulle spiagge, nei letti di lino, tra cuscini e ombre di palme – così se n’è andata. Presto. In punta di piedi.
Si ritirò dal cinema giovanissima, dopo aver perso l’uomo che amava: Gabriele Tinti, attore italiano, compagno di molte pellicole, morto troppo presto. Non tornò indietro. Scelse una vita di creazione silenziosa: costumista, artigiana dell’eleganza, anima discreta nel cuore rumoroso del cinema romano.
Ancora oggi vive a Roma, lontana dai riflettori. Nessun ritorno in scena, nessuna intervista-memoir, nessuna richiesta di tributo. Una donna piena, realizzata, ritirata con grazia.
Laura Gemser è la prova che il corpo può essere più intelligente dello sguardo che lo giudica.
26 giugno


