Ho ben presente il giorno, e il luogo preciso in cui mi trovavo, l’11 settembre del 2001, quando aerei dirottati da terroristi si schiantarono contro le torri gemelle e contro il Pentagono. È un ricordo nitido, inciso nella memoria come una ferita: tutti noi sappiamo dov’eravamo in quell’istante, quando l’Occidente cominciò a sanguinare davvero.

Ventiquattro anni dopo, mi ritrovo nelle piazze della mia città, le piazze in cui sono nato e cresciuto. Le vedo riempite di vessilli e simboli di quella stessa ideologia che aveva inferto allora la prima grande ferita all’Occidente. C’è un paradosso evidente, amaro: l’integralismo omicida che ha insanguinato New York, Parigi Madrid, Londra, che ha colpito autobus, metropolitane, stazioni, oggi trova nelle nostre piazze europee forme di riconoscimento, di legittimazione, perfino di accoglienza.

Che cosa è successo? Dopo l’11 settembre non c’è stata soltanto la guerra aperta, ma un’invasione lenta e silenziosa. La componente islamica nei nostri Paesi è cresciuta, fino a sfiorare o superare in certi casi percentuali a due cifre. Com’è stato possibile? Abbiamo aperto le porte ai barbari — o così ci tocca chiamarli — porte che per secoli erano rimaste serrate.

L’Oriente oggi è più vicino, più insidioso, più pericoloso. Le piazze non chiedono pace per il Medio Oriente: gridano sfida all’Occidente. Non sono cortei di compassione, ma di rancore. Non invocano tregue, ma condanne. È un capovolgimento che brucia: la vittima trasformata in colpevole, l’assassino riscattato in martire.

Ed è qui che torna in scena un gioco antico: quello dei collaborazionisti del terrore. Lo abbiamo già visto in Iran, quando la sinistra rivoluzionaria si alleò con l’islam radicale per cacciare lo Scià. Una volta al potere, i chierici non ebbero più bisogno dei compagni: li eliminarono, uno per uno. Fu una lezione sanguinosa che molti oggi fingono di non ricordare. Eppure lo schema si ripete: l’alleanza sinistra–islam radicale, effimera e suicida, illude di poter cavalcare l’integralismo, ma finisce sempre per trasformare i complici in vittime. Le piazze che credono di combattere l’ingiustizia si ritrovano così a spalancare la porta a chi non cerca pace, ma dominio.

Cavalcare questa rabbia è da sciocchi. Perché la rabbia non redime, non salva, non porta pace. È un carburante che incendia, che prepara il terreno al terrorismo, che offre rifugio e giustificazione a chi vive solo di odio. Ogni slogan lanciato senza pensiero diventa un varco, una finestra spalancata per chi cerca di colpirci.

E così ci ritroviamo disarmati: nelle nostre stesse piazze, nelle nostre stesse strade, dove i simboli che dovrebbero chiedere pace diventano tamburi di guerra. L’Occidente, già smarrito, si consegna con leggerezza ai suoi nemici. E lo fa senza neppure rendersene conto, applaudendo alla propria sconfitta.

Eppure, parlando del “nostro” Oriente, abbiamo visto un’altra cosa. Nei Paesi di tradizione buddhista, hinduista e confuciana, il pericolo è stato riconosciuto con chiarezza, e si è posto un argine senza esitazioni. Perché era chiaro che lì stava il confine: tra civiltà che cercano la convivenza e l’ordine, e la deriva integralista che non conosce compromessi. A confermarlo ci sono gli esempi dei Paesi vicini, di fede islamica: l’Indonesia, la Malesia, dove il salafismo e i Fratelli Musulmani hanno avuto spazio e voce, producendo una regressione terribile, economica, sociale e culturale, di intere comunità.

Resta il dato di fatto: ciò che vedo ogni giorno nelle strade della mia città mi appare offensivo. Offensivo verso la nostra storia, la nostra identità, la memoria dei morti. La sensazione è quella di un orizzonte che si richiude, di uno scontro inevitabile, nella forma estrema di uno “scontro di civiltà”. Con il sapore agro, amarissimo, ma anche profetico che Samuel Huntington aveva previsto, che storici come Niall Ferguson hanno analizzato e che osservatori come Douglas Murray e Christopher Caldwell hanno raccontato con lucidità, mettendo in guardia contro l’erosione culturale dell’Europa — e che in Italia cronisti come Massimiliano Ferrari hanno saputo restituire nella vita quotidiana, descrivendo la fatica di un vivere sempre più invaso e disgregato nei suoi valori costitutivi.

Non sono voci politiche né etniche, e tantomeno razziste: anzi, due di questi autori, Ferguson e Ferrari, hanno scelto nella loro vita compagne provenienti da Paesi del Sud del mondo. Sono piuttosto cantori, profeti, oracoli di un pericolo che riguarda l’Occidente stesso. La loro è una visione pre-politica e valoriale, che chiama in causa le regole fondative della nostra società — quelle che oggi vediamo sgretolarsi davanti ai nostri occhi.

3 ottobre

 

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