Vi sono frasi che oggi in Europa producono immediatamente lo stesso effetto di una bestemmia detta a tavola durante il pranzo di Natale.

“Non ci serve l’immigrazione.”

Appena la pronunci, la conversazione smette di essere razionale. Partono le liturgie automatiche. Il bene. Il male. I fantasmi degli anni Trenta. La compassione obbligatoria. Le statistiche usate come clave morali. Gli editoriali scritti da persone che vivono in quartieri dove immigrati veri non ne abitano quasi mai. Eppure il problema esiste.

Anzi: il problema è enorme, ma nessuno vuole guardarlo davvero perché obbligherebbe a dire una cosa molto semplice e molto sporca: il capitalismo contemporaneo sta iniziando a non avere più bisogno degli esseri umani. Non nel senso filosofico. Nel senso tecnico.

Per due secoli ci hanno raccontato la stessa storia: crescita, sviluppo, fabbriche, consumi, quindi bisogno di lavoratori, quindi bisogno di popolazione, quindi bisogno di immigrazione.

Era il mondo industriale. Quel mondo però sta morendo davanti ai nostri occhi mentre continuiamo a parlare come nel 1987, con le stesse parole, gli stessi slogan, gli stessi ricatti morali.

La verità è che la grande sostituzione in corso non è etnica. È tecnologica. E sta avvenendo a una velocità che perfino i suoi creatori fanno finta di non vedere troppo chiaramente, perché altrimenti dovrebbero spiegare cosa accadrà dopo.

Magazzini automatizzati. Logistica autonoma. AI amministrative. Call center senza operatori. Traduzioni senza traduttori. Software che scrivono codice. Sistemi che diagnosticano tumori. Robot industriali che lavorano ventiquattr’ore senza ferie, senza sindacato, senza depressione e senza ex moglie che chiede gli alimenti.

La macchina perfetta del neoliberismo non è il migrante. È il lavoratore che non esiste più. E qui arriva la parte che nessuno vuole dire ad alta voce.

Per decenni l’Europa ha importato masse enormi di persone raccontando a sé stessa che fossero “necessarie”. Alcuni lo erano davvero. Medici, ingegneri, tecnici, ricercatori. Gente che entrava dentro economie sofisticate portando competenze sofisticate. Ma la gran parte del fenomeno recente non ha nulla a che vedere con questo.

Qui stiamo parlando di milioni di disperati spesso semi-analfabeti, qualche volta analfabeti completi, catapultati dentro società già in crisi, già impoverite, già incapaci di integrare perfino i propri cittadini marginali.

La retorica ufficiale continua a parlare di “risorse”. Poi però basta prendere la metropolitana sbagliata alle undici di sera per capire che le classi dirigenti usano parole che non hanno più alcun rapporto con la realtà materiale.

Il punto più crudele è un altro. Queste persone arrivano in Europa proprio mentre l’Europa stessa sta lentamente smettendo di avere bisogno del lavoro umano generico.

È questo il grande scherzo cosmico del XXI secolo. Milioni di persone inseguono il sogno industriale nel momento esatto in cui la fabbrica si sta spegnendo.

L’Asia questa cosa la vede già benissimo. Perché l’Asia non ha l’ipocrisia sentimentale europea. Bangkok, Shenzhen, Kuala Lumpur, Jakarta: fuori orde di lavoratori migranti che dormono in stanze con altre dieci persone; dentro i magazzini robotici il futuro che li renderà superflui.

La scena perfetta del nostro tempo forse è questa: un rider che consegna cibo ordinato tramite algoritmo a un programmatore che sta lavorando alla tecnologia che eliminerà il rider.

E forse è proprio qui l’equivoco più grande del nostro tempo politico. Non è detto che il futuro appartenga a Marine Le Pen o Bardella, a Nigel Farage, a Wilders, alla Weidel, a Salvini o ai nazionalismi europei.

Perché la trasformazione potrebbe avvenire per evoluzione tecnica del sistema. La modernità stessa potrebbe chiudere le porte che oggi la politica finge ancora di voler tenere aperte.

Per decenni il capitalismo globale ha avuto bisogno di masse umane mobili, disperate, sostituibili, a basso costo. Oggi però il sistema tecnologico comincia lentamente a emanciparsi perfino da quel bisogno. È probabilmente il pensiero più gelido prodotto dalla civiltà contemporanea.

Più gelido persino del razzismo classico, perché almeno il vecchio razzismo considerava ancora l’altro come una presenza concreta da dominare, sfruttare o combattere.

Qui invece compare qualcosa di diverso. L’irrilevanza. Perché il problema non sarà più soltanto economico. Sarà antropologico. Per millenni gli esseri umani sono stati necessari. Necessari per scavare, trasportare, costruire, ricordare, scrivere, combattere, amministrare, calcolare.

Quando una civiltà non ha più bisogno delle persone, le persone diventano un problema. Questo è il pensiero proibito che galleggia sotto il dibattito sull’immigrazione. Non il razzismo. Non la xenofobia. Qualcosa di molto più diretto. L’irrilevanza economica dell’uomo comune. Il resto — i talk show, gli influencer morali, le ONG trasformate in uffici stampa dell’anima occidentale, i politici che recitano umanità davanti alle telecamere e poi mandano i figli nelle scuole private senza immigrati — è spesso arredamento ideologico.

La vera domanda del XXI secolo è un’altra. Che cosa accade a una società quando il sistema produttivo non ha più realmente bisogno della maggioranza degli esseri umani che la compongono?

Che cosa accade quando continuiamo a importarne milioni fingendo che siamo ancora dentro il vecchio mondo industriale, mentre il nuovo mondo ha già iniziato silenziosamente a disfarsi di tutti noi?

10 luglio

 

Vi

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