La tragedia, quelle vere, non arrivano quasi mai con il fragore della storia ufficiale.
Non entrano sfondando porte.
Si siedono a tavola. Chiedono il sale. Parlano con voce calma.

E tu capisci, lentamente, con una lentezza chirurgica, che il male non ha più bisogno di mostrarsi brutto.
Ha imparato a usare parole come diritti, giustizia, resistenza.

E mentre lo fa, seleziona silenziosamente chi merita di vivere e chi può essere discusso come un paragrafo opzionale.

La cosa più tragica non è scoprire che il male esiste.
La storia europea è una dimostrazione pratica del fatto che esiste eccome.

La cosa tragica è scoprire che può tornare travestito da virtù civile.
E che chi lo porta in giro non si sente mostro.

Si sente migliore.
Moralmente.
Intellettualmente.
Storicamente inevitabile.

È sempre così.
Solo che ogni generazione pensa di essere quella che non cadrà nello stesso tranello.

E ogni generazione ci cade con una creatività sorprendente.

Il nuovo totalitarismo non ha bisogno di manganelli.
Gli bastano le semplificazioni morali.

Non dice più: eliminare.
Dice: contestualizzare l’esistenza.

Non dice: odiare.
Dice: decostruire il privilegio storico dell’esistere.

Una versione aggiornata, elegante, esportabile del vecchio orrore.
Compatibile con università, aperitivi bio e manifestazioni con grafiche molto curate.

E dentro questo scenario succede la cosa più tragicamente banale:

il virus morale non entra nelle masse.
Entra nelle persone che ami.

Persone con cui hai condiviso codici morali impliciti:
non perseguitare minoranze,
non giustificare massacri,
non trasformare la sofferenza in strumento retorico.

L’antisemitismo del XXI secolo raramente si presenta come antisemitismo.
Sarebbe troppo facile.

Si presenta come analisi geopolitica.
Come empatia selettiva.
Come indignazione.

Non nega apertamente il diritto di esistere.
Lo rimette “nel contesto”.

È la stessa idea di sempre:
alcuni popoli devono giustificare la propria esistenza più di altri.

Solo che oggi lo si dice con bibliografia.

La parte più amara — da obitorio — è l’orgoglio.

“I nostri figli vanno alle manifestazioni.”

Detto come una volta si diceva:
Studiano.
Pensano con la loro testa.
Saranno migliori di noi.

E forse lo saranno.
Più istruiti.
Più globali.
Più capaci di spiegarti perché alcuni massacri sono tragedie e altri diventano contesto.

Un progresso notevole, se si ha una visione molto elastica della parola progresso.

C’è poi la frase comoda.

“Sono di sinistra, quindi sto con…”

L’equazione morale.
Etichetta politica + causa del momento = assoluzione preventiva.

L’equazione che evita la fatica di distinguere popolo e potere, sofferenza e propaganda, giustizia e uso politico della giustizia.

E soprattutto l’equazione che non funziona.

Se la tua bussola è la libertà, non puoi assolvere chi la libertà la nega.
Se la tua bandiera è l’emancipazione, non puoi romanticizzare apparati che la chiamano peccato.
Se il tuo riflesso è stare con gli oppressi, devi vedere quando l’oppressione è anche interna, religiosa, armata.

Altrimenti non è solidarietà.
È tifo.
Un tifo che si crede morale.

L’equazione infatti fallisce subito.
Funziona solo in una direzione.

Chi si commuove a comando davanti a tragedie “giuste” resta muto — o infastidito — davanti agli studenti iraniani che muoiono per togliersi il velo, per ballare, per vivere.

Lì l’empatia si spegne.
Lì il contesto diventa sacro.
Lì non si scende in piazza.

Perché quelle vittime non servono alla narrazione.
Non servono a nessuna identità politica occidentale.
Non permettono di dire noi contro loro.

E allora scompaiono.

Come scompaiono sempre le vittime che non tornano buone a nessuna equazione morale.

Nel 2010, il giudice arabo-israeliano George Karra contribuì alla condanna dell’ex presidente israeliano Moshe Katsav per stupro — perché in uno Stato di diritto la legge non ha religione.

I giovani persiani invece muoiono chiedendo di vivere.
Ed è proprio questo che disturba.

Non diventano simbolo.
Non diventano slogan.
E allora il mondo li guarda, annuisce, e passa oltre.

E poi resta quella striscia di terra.

Polvere.
Cemento rotto.
Propaganda.
Funerali ripetuti in loop.

Non il centro del mondo.
Il centro di una tragedia che il mondo usa quando ha bisogno di sentirsi buono.

Una striscia sequestrata prima ancora che bombardata.

Sequestrata da poteri che hanno capito una cosa semplice:
un popolo educato alla morte è più facile da governare di un popolo educato alla libertà.

Generazioni cresciute nel mito del sacrificio.
Nell’idea che morire possa valere più che vivere.

Non tutti.
Ma abbastanza da rendere normale l’anormale.

E dentro quella realtà esiste ciò che molti evitano di nominare.

La libertà individuale non è un dato.
È una concessione fragile.

Per molte donne significa negoziare ogni spazio reale di vita tra religione, famiglia, pressione sociale e potere armato.

Per chi è apertamente omosessuale significa spesso vivere nascosti.
Cancellarsi.
Sopravvivere solo se invisibili.

Non è teoria.
È la struttura di sistemi in cui l’individuo non è il valore centrale.

Dove la comunità viene prima della persona.
Dove l’onore può venire prima della libertà.
Dove la fede, quando diventa potere, diventa controllo.

E la parte più scomoda non è che questo esista.
È che molti, fuori, fingono di non vederlo.

Perché difendere la libertà individuale ovunque distruggerebbe le equazioni facili.
Costringerebbe ad ammettere che una vittima può anche opprimere.
Che la sofferenza non rende automaticamente giusti.

La parte più sporca resta la romantizzazione a distanza.

Studenti europei.
Commentatori occidentali.
Coscienze morali da salotto che trasformano sistemi autoritari in poster da manifestazione.

Persone che difendono modelli politici che, applicati davvero nel loro quartiere, durerebbero una settimana prima che qualcuno chieda asilo politico a se stesso.

La tragedia finale è semplice:

Il potere fanatico non ha bisogno che tu lo ami.
Gli basta che tu lo giustifichi.

Gli basta che tu dica:
È complicato.
Bisogna capire il contesto.
Non possiamo giudicare con i nostri valori.

La frase che ogni sistema oppressivo ha sempre sognato di sentirsi dire.

La verità brutale è questa:

Quando una società educa i suoi figli all’eroismo della morte invece che alla banalità della vita, quella società è già stata sconfitta — anche se continua a combattere.

E quando il resto del mondo applaude per ideologia o per bisogno di sentirsi giusto, la sconfitta diventa esportabile.

E alla fine restano i bambini.

Non quelli dei poster.
Non quelli delle narrazioni.

Quelli veri.
Quelli che non hanno scelto dove nascere.
Non hanno scelto bandiera.
Non hanno scelto religione.
Non hanno scelto guerra.

Quelli che pagano sempre.
Prima.
Durante.
Dopo.

Ogni epoca crede di aver capito chi sono i buoni e i cattivi.

E ogni epoca scopre troppo tardi che la realtà non funziona così.

Alla fine resta una consapevolezza fredda.

La civiltà è più sottile di quanto vogliamo credere.
E basta pochissimo perché chi si crede culmine morale della storia inizi a usare le stesse categorie mentali di chi, a parole, disprezza.

La tragedia vera non è il ritorno dell’odio dichiarato.
Quello si riconosce.

La tragedia vera è il ritorno dell’odio convinto di essere giustizia.
Con lessico aggiornato.
Con coscienza pulita.
Con curriculum impeccabile.

Con la serenità devastante di chi è certo di stare dalla parte giusta.

Sempre.

Che, storicamente, è la frase che precede quasi ogni disastro umano.

Non ti incazzi più.
Non provi più a convincere.

Prendi atto.

La civiltà non è una linea retta.
La morale non è ereditaria.
L’intelligenza non è un vaccino.

La storia non garantisce di stare dalla parte giusta.
Garantisce solo di rivelare, prima o poi, da che parte stavi davvero.

Qui qualcosa si è rotto.
E non sono io.

7 febbraio

Giovani gazawi

La cacciata degli ebrei dai paesi arabi  è ampiamente documentata al pari della condizione di “dhimmi”. La fuga troverà riparo in Europa, Stati Uniti ed America meridionale e principalmente in Israele.

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