È passato abbastanza tempo per poterne parlare.
Non mi interessava Charlie Kirk e non mi garba Donald Trump. Ma il punto è un altro: si parla di Kirk per fare il processo a Trump. Lui è il bersaglio vero. Ricompongo i fili.

Kirk è un prodotto d’esportazione difficile da tradurre. Troppo americano per riguardarci: parlava ai giovani da giovane, usava l’inglese dei campus e dei talk radio, e metà del coro che oggi lo giudica non capisce davvero la lingua in cui pensava. Ci si affidava ai mediatori — i cattivi maestri della comunicazione — che confezionavano la versione digeribile per l’industria dell’indignazione.

La sua tecnica era retorica pronta, tagliente. Sceglieva avversari sbrindellati e li metteva all’angolo su Dio, patria, famiglia: uno Sgarbi a stelle e strisce, più giovane e più educato, di fronte al sinistro nostrano, cresciuto a smartphone e senza avere mai letto un solo romanzo russo dell’Ottocento. Era uno show: la scena contava quanto l’argomento.

I contenuti erano lineari, senza veli. Famiglia: uomo, donna, figli, la grammatica elementare del suo tradizionalismo. Quello che a mio padre sarebbe parso ovvio oggi suona come offesa. Identità: se uno si dichiara Napoleone o cavallo, serve un medico. Una semplificazione brutale, certo, ma coerente con la sua linea. Immigrazione: “vuoi lavorare in America? Ti serve un permesso. Altrimenti, alla porta.” Regola e soglia: l’ordine prima dell’inclusione. Con i giovani che gli dichiaravano di essere gay e conservatori era diretto: lieto che fossero conservatori, indifferente a ciò che facessero in camera da letto, ma pronto a giudicare l’omosessualità una scelta discutibile se sollecitato. Più netto ancora sul pensiero della promozione del cambio di sesso all’interno delle scuole: «È peccato mortale per l’uomo trascendere la natura ed eleggersi a Dio.» 

Su un altro fronte se la prendeva con l’islam, ridotto alla sua caricatura: chierici al comando, donne recluse, comunità intere piegate al dogma. Non ci vedeva alcuna possibilità di sintesi con i valori dell’Occidente: libertà individuale da una parte, sottomissione dall’altra. Parlava per contrasti assoluti, senza mediazioni, e proprio lì la sua retorica funzionava meglio. Non cercava dialogo né sfumature: costruiva un muro, diceva “noi” e “loro” e invitava a scegliere il lato del confine.

E poi c’è questa nostra strana asimmetria domestica. Oggi un pezzo d’Italia si mobilita in favore di un imam di Torino, tale Shahin, che non ha esitato a manifestare la propria vicinanza e partecipazione a Hamas, un’organizzazione terroristica secondo la legislazione italiana ed europea. Non solo: ha praticamente definito le stragi del 7 ottobre come un “atto di resistenza”, una formula che in qualunque democrazia liberale solleverebbe più di una domanda morale prima ancora che giudiziaria. Eppure attorno a lui si è costruito un piccolo altare civile: firme, appelli, prese di posizione indignate, e persino Amnesty International che ne fa una campagna, sostenendo che la sua possibile espulsione verso l’Egitto sarebbe un inaccettabile reato d’opinione. Laggiù pare lo considerano un uomo pericoloso affiliato ai movimenti della galassia estremista dei fratelli musulmani.

Non ho verità in tasca, ma sento la stonatura.

Kirk, con tutta la sua brutalità retorica, diceva ciò che pensava: senza infingimenti, senza coperte ideologiche, senza ambiguità e senza approvare alcuna violenza.

Shahin è un’altra cosa, di un altro ordine — eppure indignano più le parole di un polemista americano che le giustificazioni di chi minimizza o benedice massacri. È questa sproporzione, questo rovesciamento di pesi, che non riesco a spiegarmi.

A quel punto scattavano i bollini. Indecente, seminatore d’odio, controverso. Il dibattito saltava e restava il rito: si diceva “se l’è cercata”. La piattaforma diventava tribunale e la sentenza era un hashtag. Anche il non detto scivolava al peggio: più che confutarlo, lo si voleva liquidare.

In mezzo stava la traduzione interessata: non si ascoltavano le parole, si ascoltava ciò che confermava la trama. Kirk parlava e altri riscrivevano. Il pubblico non leggeva: scorreva. Era così che il dettaglio diventava titolo, la sfumatura spariva, e il marchingegno dell’oltraggio girava da solo.

Ed eccoci al bersaglio vero. Si pronunciava “Kirk”, ma in controluce si vedeva “Trump”. La polemica era metonimica: ridurre la complessità del trumpismo al volto di un agitatore giovane, dove era più facile colpire. Ci si allenava sul proxy per vibrare il colpo al totem.

Io non vorrei Trump alla Casa Bianca. Ma nemmeno nel mirino delle fantasie più nere. Il mio finale è dimesso, quasi borghese: Trump a Mar-a-Lago, sul green, con Melania e i nipoti. Una cartolina inoffensiva invece del monumento o del martirio. Un modo per disinnescare il dispositivo: togliere al personaggio la scena che lo alimenta. Le azioni legali di Trump contro i procuratori che lo indagarono mostrano la stoltezza dell’uomo più che l’ambizione cesarea di un crapulone di ottant’anni.

Io alla Casa Bianca avrei voluto un conservatore tradizionale, con radici più solide e meno istrioniche, rispettoso della divisione dei poteri. Un’uomo come McCain, se il tempo glielo avesse concesso, capace di parlare di valori americani in modo inclusivo e non caricaturale, con i piedi piantati nella terra del suo Texas e dentro un patriottismo che non ha bisogno di show per essere credibile. È quella la destra che potrebbe ancora dialogare con il resto del mondo e riconoscere gli alleati, senza trasformare ogni tema in un duello da arena mediatica o contrattazione da bazar. 

Si parla di Kirk perché è un catalizzatore facile: giovane, mediatico, polarizzante. Si descrive ciò che diceva: famiglia tradizionale, identità rigidamente definita, immigrazione regolata, islam incompatibile. Ma l’obiettivo è Trump: l’ossessione collettiva che usa comparse per tenere accesa la fiamma. In mezzo, la fabbrica dell’indignazione traduce, ingigantisce, incolla etichette e chiama giustizia ciò che è solo appetito di folla.

Non mi interessava Kirk, e non mi garba Trump. Ma rimetto insieme i pezzi e vedo la scena per quello che è: un teatro dove si monta un caso per colpirne un altro. 

E, quanto all’imam di Torino Shahin faccia ritorno al suo paese.

Il suo … ribadisco.

Il resto è rumore. 

6 dicembre

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