Per un giorno non parliamo dell’invasione dell’Ucraina, né di Gaza o della seconda guerra del Golfo. Parliamo di casa nostra.

In Lombardia le invasioni serie non fanno rumore. Non sbarcano, non annunciano, non chiedono permesso. Arrivano attaccate a un pallet, nascoste in una serra ornamentale, infilate dentro un inverno che non punge più come una volta. Prima una foto sfocata sul telefono. Poi il vicino che dice: “Ne ho vista una enorme”. Poi l’entomologo che sospira e capisce che sì, è successo di nuovo.

È già successo.

Con la Xylella fastidiosa, che ha trasformato ulivi secolari in scheletri grigi. Con il Rhynchophorus ferrugineus, che ha svuotato le palme dall’interno con una metodica crudeltà da trivella tropicale. Con il Procambarus clarkii, il gambero rosso della Louisiana: americano, onnivoro, praticamente indistruttibile. Adesso tocca alla mantide asiatica. Grossa. Verde. Prolifica. E — diciamolo con affetto professionale — un po’ bastarda.

La chiamano Hierodula tenuidentata. A volte è la cugina Hierodula patellifera. Cambia il cognome, non il carattere. È più grande della nostra vecchia Mantis religiosa. Più robusta. Più sicura. Meno provinciale. Sta in alto sui rami, come chi ha già capito il panorama. Testa larga, occhi frontali, zampe anteriori armate di spine che scattano con una precisione quasi meccanica. Non si agita. Non corre. Aspetta. Poi colpisce. La mantide asiatica non ha bisogno di dichiarazioni di guerra.  E’ matematica. Un’ooteca può produrre fino a duecento ninfe. Piccole, già affamate, già autonome. E, a differenza di altre specie, si mangiano meno tra loro da giovani. Tradotto: più nate, più sopravvissute, più adulte. È una fabbrica silenziosa. Mentre noi discutiamo se sia bella oppure no, lei moltiplica. Non è schizzinosa. Mangia cavallette, farfalle, api, altri predatori. Se capita, anche piccoli vertebrati. È un predatore generalista: prende ciò che trova e ringrazia. La nostra mantide europea è quasi discreta, prudente. La Hierodula è efficiente.

In ecologia l’efficienza è tutto. Il gambero della Louisiana, almeno, ha trovato un suo equilibrio sociale. Lo trovi nei fossi, nelle rogge, nei Navigli. Scava tane negli argini, altera i fondali, mangia piante, larve, uova di pesci, anfibi. È perfetto nel suo opportunismo. Eppure ha un nemico naturale non previsto nei manuali.

Tra Trezzano e Vermezzo, lungo le sponde fangose, c’è il filippino con un retino e un secchio. Paziente, silenzioso, metodico. Li raccoglie e la domenica finiscono sulla griglia, sul luogo stesso di pesca, ancora vivi, tra risate di famiglia e birre fredde. La natura, a volte, passa per la cucina. Il gambero invasore diventa pranzo. Si chiude il cerchio. La mantide asiatica invece non è brutta. È elegante. La fotografano. La condividono. La chiamano “spettacolare”. Nessuno pensa di metterla in padella. E qui sta il suo vantaggio. Gli invasori brutti li combattiamo. Quelli belli li adottiamo.

Lei resta immobile sul ramo, alta sui nostri giardini lombardi che ormai hanno inverni tiepidi, lampioni sempre accesi, siepi irrigate. Un habitat quasi su misura. Non distrugge in modo vistoso. Sostituisce. E la sostituzione è quasi sempre più efficace della distruzione. L’entomologo prende nota. Non drammatizza. Segna coordinate, temperatura, vegetazione. Si ferma a bere un caffè mentre qualcuno la fotografa come fosse una mascotte tropicale. Dentro sente un’ambiguità sottile. Perché la bestia è magnifica. E magnifico non significa innocuo. L’entomologo chiude il taccuino con un gesto lento, quasi affettuoso.

Il gambero della Louisiana ha già trovato il suo destino: qualche trappola, un secchio, una griglia improvvisata la domenica lungo il Naviglio. La mantide asiatica invece no. Resta lì. Immobile. Elegante. Prolifica e bastarda. Guarda dall’alto i nostri giardini come se fosse sempre stata qui.

Fra qualche anno forse la chiameremo semplicemente “la mantide”, senza aggettivi. Come se non fosse mai arrivata da altrove. Per ora resta una domanda sospesa nell’aria tiepida della pianura: Chi sarà il filippino della mantide?

E soprattutto — quando arriverà.

12 marzo

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