# Altri Orienti > AltriOrienti è un laboratorio di pensiero critico e polimorfo Altriorienti – foglio digitale fondato nel 2020. Politica, economia e cultura dall’Oriente meno conosciuto dai lettori di lingua italiana ed altre scorribande - Brand: AltriOrienti --- # La fisica dissipativa di Ilya Prigogine spiega l’America di Donald Trump Source: https://www.altriorienti.com/la-fisica-dissipativa-di-ilya-prigogine-spiega-lamerica-di-donald-trump/ In questo periodo sto leggendo Ilya Prigogine. Troppo complicato da spiegare a cena. Troppo complicato persino da spiegare a sé stessi, certe sere. Qualcuno sa che cosa sto leggendo. Altri fingono di ascoltare. Altri ancora mi guardano con quella perplessità educata che si riserva a chi, superata una certa età, invece di comprarsi una macchina sportiva decide improvvisamente di studiare termodinamica del non equilibrio. E forse hanno ragione loro. Perché i sistemi dissipativi di Prigogine non sono semplicemente chimica. Sono una di quelle idee che lentamente ti entrano dentro e ti cambiano il modo di guardare il mondo. Non subito. Piano. Come certi libri importanti che all’inizio sembrano incomprensibili e poi improvvisamente si organizzano nella tua testa. Questa idea mi ha percosso in testa con una forza strana. Talmente originale, talmente bizzarra, che faccio perfino fatica a raccontarla ai miei cinque amici e ai miei venticinque lettori. Anche perché non è una teoria politica, almeno non nel senso classico. Non parla davvero di destra o sinistra, di liberali o populisti, di buoni o cattivi. È qualcosa di più ambiguo. Quasi fisico. L’idea, brutalmente semplificata, è che i sistemi complessi non vivano davvero nell’equilibrio. Vivano nella tensione. Nel disequilibrio permanente. E che proprio dalla pressione, dalla crisi, dall’instabilità, possano emergere nuove forme di ordine. A un certo punto, leggendo Prigogine, ho pensato a Donald Trump. Non nel senso banale del commento politico. Non nella solita morale da talk show. Quella roba lì ormai è diventata una liturgia automatica: Trump come mostro, Trump come salvatore, Trump come fine della democrazia, Trump come vendetta del popolo. Rumore. Sempre lo stesso rumore. Mi è venuto invece il sospetto che Trump possa essere osservato come un fenomeno dissipativo. Una perturbazione immessa dentro un sistema gigantesco e apparentemente stabilissimo: la democrazia americana. Per decenni abbiamo raccontato gli Stati Uniti come una macchina quasi perfetta. Pesi e contrappesi. Corti federali. Federalismo. Congresso. Costituzione. Mercati. Apparati. Checks and balances ripetuto come una formula religiosa da studenti della Harvard University e editorialisti convinti che la storia fosse ormai risolta. Poi arriva Trump. E improvvisamente il sistema entra in pressione. Non collassa. Questo è il punto interessante. Assorbe. Reagisce. Produce anticorpi. Tribunali. Procuratori. Governatori. Giornali. Apparati federali. L’intero organismo americano sembra impegnato in una gigantesca operazione di dissipazione della tensione. Ma qui Prigogine diventa inquietante. Perché nei sistemi complessi assorbire la pressione non significa tornare come prima. Significa cambiare struttura. Dopo una perturbazione sufficientemente forte, il sistema non ritorna identico. Cambia soglia morale. Cambia linguaggio. Cambia perfino il concetto di ciò che è tollerabile. E allora la vera domanda non è se Trump vinca o perda. La vera domanda è: che cosa diventa l’America dopo aver dissipato Trump? Perché qualcosa resta sempre. Resta una presidenza più personalizzata. Resta una Corte Suprema più politica. Resta una sfiducia reciproca ormai quasi biologica. Restano milioni di americani che non credono più davvero nelle istituzioni ma soltanto nella propria tribù emotiva. Trump, in questa lettura, non è la causa unica della crisi americana. È il punto in cui tensioni già esistenti diventano finalmente visibili. Declino imperiale. Disuguaglianza. Polarizzazione. Frammentazione mediatica. Rabbia sociale. Fine del sogno liberale globale. Lui non crea tutto questo. Lo accelera. Lo organizza. Lo porta fuori equilibrio. E più ci penso, più il parallelo mi inquieta. Perché Prigogine direbbe forse che il sistema americano è stato spinto abbastanza lontano dall’equilibrio da entrare in una fase di biforcazione. La faccenda diventa interessante. Perché nei punti di biforcazione non puoi più prevedere davvero quale forma prenderà il nuovo ordine. Può emergere qualcosa di più stabile. Oppure qualcosa di molto peggiore. E forse è proprio questa la sensazione contemporanea dell’America: non il collasso, ma l’instabilità. Quella specie di vibrazione continua che precede i cambiamenti profondi, quando il vecchio ordine continua ancora a esistere, ma ha già smesso di convincere davvero chi vive al suo interno. 5 giugno   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/06/22757-291x300.jpg) Getullio Alviani - Optical --- # Philip Roth non mi aiuta a capire l’America di oggi Source: https://www.altriorienti.com/philip-roth-non-mi-aiuta-a-capire-lamerica-di-oggi/ *In questi giorni leggo Philip Roth.* *Non è una lettura semplice. Non è una lettura banale.* *Ho cominciato con Pastorale Americana — forse il suo libro più importante, forse no, chi può dirlo davvero — e poi, quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo, sono passato a Il Lamento di Portnoy.* *Anche trovarli non è stato semplice.* *Sembra quasi che Roth sia scaduto dal tempo prima ancora che dai diritti editoriali. Non è sparito, no. È peggio. È diventato laterale. Decentrato. Devi cercarlo con calma, senza fretta, come si cercano certe bottiglie fuori produzione o certi film che nessuna piattaforma vuole più tenere.* *Mercatini dell'usato. Vecchi Libracci. eBay. Scaffali polverosi.* *Mi si è aperto un mondo che non conoscevo. Del resto non si può conoscere tutto. E soprattutto non si può conoscere un'America che probabilmente non esiste più.* *Perché leggendo Roth si scopre una cosa strana, quasi stonata rispetto al racconto contemporaneo: negli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, gli ebrei americani non sembrano affatto parte dell'America dominante.* *Sembrano quasi un'altra cosa.* *Non completamente esterni, certo. Ma neppure davvero interni.* *A leggere Roth, gli ebrei americani appaiono spesso in una condizione di disagio. Di tensione continua. Cercano il successo, lo ottengono spesso — nel commercio, nello studio, nelle professioni, nella cultura — ma quel successo sembra accompagnato da una specie di diffidenza permanente nei loro confronti.* *Una parte dell'America li guarda con sospetto. A volte con fastidio. A volte con un antisemitismo neppure troppo nascosto.* *Io queste cose non le sapevo.* *O meglio: le sapevo astrattamente, ma un conto è leggere un saggio storico, un altro è entrare dentro Newark attraverso Roth. Dentro quelle famiglie che vogliono diventare americane senza sapere esattamente cosa significhi esserlo.* *E a un certo punto ti accorgi che il destino degli ebrei non era poi così diverso da quello di tanti italiani.* *Anche gli italiani hanno piegato una generazione, forse due, per diventare americani davvero. Alcuni hanno cambiato cognome. Alcuni hanno cancellato l'accento. Alcuni hanno dimenticato il dialetto. Tutti hanno cercato di diventare qualcos'altro.* *Però nel caso degli ebrei c'è qualcosa di ulteriore.* *C'è la religione.* *C'è una differenza che non si scioglie mai completamente nell'assimilazione. Anche quando il successo arriva. Anche quando i soldi arrivano. Anche quando finalmente sembrano integrati.* *E allora, leggendo Roth in questi giorni, mentre il mondo parla continuamente di Israele, di lobby, di potere americano, di influenza, mi viene quasi da fermarmi.* *E da chiedermi:* *ma cosa è successo esattamente?* *Perché non basta dire "la finanza". Non basta dire "gli affari". Non basta dire Hollywood o le università.* *Perché se davvero l'antisemitismo è stato — ed è ancora — una parte ineludibile della società americana, allora il quadro è evidentemente più complicato di come ce lo raccontano oggi.* *Ed è qui che nasce una sensazione strana.* *Quasi inverosimile.* *È davvero possibile che nel giro di pochi decenni un gruppo percepito per tanto tempo come ambiguo, esterno, persino sospetto, diventi improvvisamente qualcosa che — almeno nella fantasia contemporanea — "controlla" addirittura il presidente degli Stato Uniti?* *Io faccio fatica a crederlo.* *Non perché il rapporto tra gli Stati Uniti e Israele non sia profondissimo. Lo è. Anzi, forse oggi sono più gli Stati Uniti ad apparire come il principale alleato di Israele che il contrario.* *Ma proprio per questo la domanda diventa interessante.* *Che cosa è accaduto nel frattempo?* *Eppure Roth, da qualche parte, continua a guardare Newark.* *Continua a raccontare padri stanchi, figli nevrotici, madri oppressive, desiderio di assimilazione, vergogna, ambizione, paura.* *Non un centro di comando del mondo.* *Ma esseri umani che cercano disperatamente di essere accettati.* *E allora questo pezzo, in fondo, non vuole dimostrare niente.* *Vuole soltanto finire come Pastorale Americana.* *Senza una soluzione.* *Con un punto di domanda.* *Che cosa è successo?* 2 giugno   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/Philip_Roth_-_1973-187x300.jpg) --- # Intermezzo all’aeroporto di Linate Source: https://www.altriorienti.com/intermezzo-allaeroporto-di-linate/ Trovo Massimo alla lounge di Linate. È seduto vicino alla vetrata, da solo, con un bicchiere davanti e quell'aria che hanno certi uomini quando non stanno aspettando nessuno e nemmeno hanno fretta di andare da qualche parte. Fuori gli aerei si muovono lentamente sul piazzale. Un Airbus viene spinto all'indietro da un trattore. Un altro aspetta il via libera per il decollo. Un addetto ai bagagli attraversa la pista con una calma che sembra incompatibile con l'idea stessa di aeroporto. Tutto appare perfettamente normale. Ed è forse questa la caratteristica più ingannevole del nostro tempo. Le cose importanti accadono quasi sempre mentre tutto sembra normale. Mi avvicino. Ci stringiamo la mano. Parliamo di sciocchezze. Di voli. Di Milano. Di persone che conosciamo entrambi. Delle solite storie che si raccontano gli uomini arrivati a una certa età, quando la lista delle persone che si conoscono comincia a essere più lunga della lista delle persone che si vorrebbero conoscere. Poi il discorso finisce inevitabilmente sull'Iran. Hormuz. Petrolio. Le parole del momento. Quelle che rimbalzano da una televisione all'altra e che permettono a chiunque di sentirsi geopolitico per qualche minuto. Massimo ascolta. Annuisce. Ma non sembra particolarmente interessato. A un certo punto si passa una mano sul viso. Come se fosse stanco. Non stanco fisicamente. Stanco di sentire sempre la stessa storia raccontata nello stesso modo. Rimane in silenzio per qualche secondo. Guarda fuori dalla vetrata. Osserva un aereo che si allinea per il decollo. Poi dice: — Sai qual è il problema? Glielo chiedo. Lui sospira. — L'elio. Per qualche istante penso stia scherzando. L'elio. Quello dei palloncini. Quello delle feste di compleanno. Quello che fa parlare i bambini con una voce ridicola. Massimo scuote appena la testa. No. Non sta scherzando. E quando uno che lavora da una vita nelle commodities non scherza, conviene ascoltare. Mi racconta del Qatar. Dei grandi impianti di separazione del gas. Di una materia prima che quasi nessuno vede e quasi nessuno considera. Mi racconta che l'elio serve ai semiconduttori più avanzati. Ai processi di raffreddamento. A una quantità sorprendente di attività industriali che il mondo moderno dà per scontate. Parla piano. Senza enfasi. Con la precisione di chi è abituato a guardare le cose dal lato meno interessante e più importante. Non parla di guerre. Non parla di ideologie. Non parla di presidenti. Parla di impianti. Di logistica. Di flussi. Di colli di bottiglia. Le cose che tengono in piedi il mondo vero. A un certo punto tace. Guarda il bicchiere. Poi torna a guardare la pista. — Se vuoi un suggerimento da Borsa Valori, te l'ho appena dato. Lo dice con assoluta naturalezza. Come se stesse indicando il banco del caffè. Io rido. — Guarda che io di queste cose ci capisco poco. Massimo annuisce. — Lo so. Poi sorride. — Ma non è necessario capire tutto. Fa una pausa. — Basta capire dove sta per nascere una scarsità. Rimango in silenzio. Fuori un aereo comincia il rullaggio. Dietro di noi qualcuno sta discutendo animatamente al telefono di una riunione che probabilmente non cambierà il destino dell'umanità. Massimo continua. — È sempre la stessa storia. — Quando tutti parlano di una cosa, il gioco è quasi finito. — Quando nessuno ne parla ancora, forse sta cominciando. Si ferma. Beve l'ultimo sorso. — Io te l'ho raccontata così com'è. Alza le spalle. — Magari non succede niente. — Oppure succede. — Ma se succede, vedrai che a un certo punto inizieranno tutti a parlare dell'elio. Questa volta sorride davvero. — E quando ne parleranno i giornali, sarà già tardi. Raccoglie il telefono dal tavolo. Poi aggiunge: — È sempre così. — Prima manca. — Poi costa. — Poi diventa una notizia. Intorno a noi la lounge continua la sua esistenza artificiale. Le persone leggono. Mangiano. Guardano il telefono. Aspettano il proprio volo. Nessuno sembra particolarmente preoccupato dall'elio. Nessuno sembra preoccuparsi di un gas invisibile prodotto in luoghi che molti non saprebbero nemmeno indicare su una carta geografica. Massimo si alza. Prende la giacca. Fa per andarsene. Poi si ferma un istante. — Comunque ricordati una cosa. Gli chiedo quale. Indica con il mento la pista oltre la vetrata. — Le crisi serie non arrivano quasi mai dalle cose grandi. Aspetto il resto della frase. — Arrivano da quelle piccole che tutti hanno dimenticato di guardare. Una pacca sulle spalla. Poi si avvia verso il gate. Lo guardo allontanarsi tra i passeggeri. Per qualche minuto resto seduto. Fuori, gli aerei continuano a decollare. Il sole si riflette sulle ali. I motori rombano. I monitor annunciano partenze e ritardi. Tutto funziona. Tutto sembra al proprio posto. Eppure non riesco a togliermi dalla testa quella parola. Elio. Un gas leggero. Inodore. Invisibile. Uno di quei dettagli insignificanti che nessuno vede. Finché un giorno non scopre che era uno dei pilastri nascosti su cui poggiava una parte del mondo. E forse è proprio questo il mestiere degli uomini come Massimo. Non prevedere il futuro. Accorgersi, qualche mese prima degli altri, di quale vite minuscola stia iniziando ad allentarsi dentro la macchina. **Ps** Questo non è un consiglio di investimento. È un racconto. Se poi l'elio dovesse diventare un problema, il merito non sarà di Altriorienti e nemmeno di Massimo. Noi eravamo semplicemente seduti a bere qualcosa a Linate. Come spesso accade, le cose interessanti sono passate di lì per caso. 30 maggio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot_20260530_100652_Chrome-300x227.jpg)   --- # Quando la Cina parla di diritti umani all’ONU Source: https://www.altriorienti.com/quando-la-cina-parla-di-diritti-umani-allonu/ Ho letto [l’editoriale del *China Daily*](https://www.chinadaily.com.cn/a/202602/24/WS699d91e7a310d6866eb3a0d1.html) — quello del 24 febbraio 2026, l’intervento di Wang Yi al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU trasformato in dichiarazione di intenti — e la prima impressione è stata il silenzio. Lo riprendo oggi. Ho tempo per studiarlo meglio. Nessuna rabbia, nessuna propaganda vecchio stile. Una calma quasi zen. E chi conosce l’Oriente sa che la calma, spesso, è una forma di potere. Le parole sono un fiume lento: cooperazione, governance globale, rispetto reciproco, sviluppo, armonia tra civiltà. Tutto morbido, come se nessuno volesse vincere una discussione. Ma sotto quella superficie liscia senti che qualcosa si sta spostando. Non è più la Cina che risponde a critiche esterne; è la Cina che ridefinisce il modo in cui la conversazione deve avvenire. Il punto non è nemmeno la questione dei diritti umani in sé. Il punto è la voce. Una voce che dice, senza dirlo apertamente: siamo adulti, ora parliamo da pari. L’editoriale insiste sulla sovranità, sulla non-interferenza, sulle “condizioni nazionali”. Parole educatissime, ma dietro si sente un vecchio principio asiatico: nessuno deve perdere la faccia, quindi nessuno attacca frontalmente — si cambia semplicemente il contesto. Leggendo viene in mente Bangkok alle tre del mattino, quando la città non dorme ma rallenta. I discorsi più importanti non si fanno mai al centro della festa, ma ai margini, tra due bicchieri e un ventilatore rumoroso. Così anche qui. L’Occidente resta il convitato implicito, mai nominato davvero, ma presente come ombra lunga. Il testo parla di doppi standard, di interventi selettivi, di egemonia che si nasconde dietro la morale. Non lo dice apertamente, ma il bersaglio è chiaro a chiunque sappia leggere tra le righe. E poi c’è la parola chiave, quella che cambia tutto: sviluppo. Nell’editoriale del *China Daily* il diritto allo sviluppo diventa la base dei diritti umani. Non la libertà astratta, ma il frigorifero pieno, la scuola, l’ospedale, la stabilità. È uno spostamento silenzioso, quasi elegante. Come se dicesse: voi avete parlato per decenni di principi, noi parliamo di risultati. Tutti i discorsi morali hanno sempre un odore di potere. Cambiano le capitali, cambiano gli accenti, ma il meccanismo resta: chi cresce economicamente comincia a dettare anche il lessico etico. E lo fa senza isteria, con una sicurezza fredda che forse inquieta più di qualsiasi slogan. La parte più orientale del testo, però, è un’altra. Non distrugge il linguaggio occidentale dei diritti umani. Lo assorbe. Lo riusa. Lo piega lentamente a un’altra logica. Come quei mercati asiatici dove nulla viene buttato, tutto viene adattato, trasformato, riciclato in qualcosa che continua a sembrare familiare ma non è più la stessa cosa. E allora il lettore resta con una sensazione strana, quasi notturna. Non è propaganda, non è confessione, non è neppure difesa. È più simile a qualcuno che ti guarda sorridendo mentre sposta le sedie attorno al tavolo. Quando te ne accorgi, la stanza è cambiata. Forse la vera frase non scritta dell’articolo è questa: il mondo multipolare non arriverà domani, è già qui — solo che qualcuno continua a parlare con le parole di ieri. E mentre finisci di leggere, ti resta addosso quella vibrazione da neon asiatico, un misto di ordine e malinconia. Perché capisci che la storia non fa rumore quando gira pagina. Fa solo meno rumore di prima. 29 maggio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/image1024x768-300x225.jpg) --- # Tredici Source: https://www.altriorienti.com/tredici/ *Tredici.* *Tredici sono i soldati americani morti nella guerra con l’Iran. Sette uccisi da un missile iraniano contro una base americana. Sei precipitati con un KC-135 in Iraq. Non abbattuti: precipitati.* *E allora la domanda diventa inevitabile: che razza di guerra è questa?* *Nel Novecento tredici morti sarebbero stati meno di una raffica tedesca sulle spiagge della Normandia. Oggi bastano per aprire un dibattito nazionale.* *Questo è il vero cambiamento storico.* *L’Occidente può distruggere a distanza, ma non accetta più il prezzo umano della guerra.* *Ed è qui che, forse per la prima volta, la parola martirio — che a noi occidentali appare fanatismo o retorica — torna ad assumere un valore strategico reale.* *Perché la guerra moderna non misura più soltanto la forza militare.* *Misura chi è disposto a sopportare il dolore più a lungo.* *Tredici.* 27 maggio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/Sicily-Rome_American_military_Cemetery_in_Nettuno_near_Anzio-300x198.jpg) --- # THE GREAT NAME WIPE – (un testo di Teddy Brown – per Michele Capozzi, 2026) Source: https://www.altriorienti.com/the-great-name-wipe-un-testo-di-teddy-brown-per-michele-capozzi-2026/ **Cornice introduttiva** Xi aveva ricevuto Donald a Pechino come si riceve un ospite rumoroso ma ancora utile: tappeto rosso, sorrisi, fotografie ufficiali. Donald aveva mangiato l’anatra. Gli era piaciuta molto. Soprattutto quella scura, lucida, quasi viola sotto le luci del palazzo. Viola imperiale, viola chimico, viola da impero che non ha più bisogno di spiegarsi. Aveva detto qualcosa come: “Great duck. Incredible duck.” Con quel tono da uomo che confonde la digestione con la geopolitica. Xi sorrideva. Poi aveva citato Tucidide. Xi non Donald. L'altro aveva annuito. Non è chiaro se sapesse chi fosse Tucidide o se lo avesse scambiato per un costruttore greco di resort in Florida. Ma aveva annuito bene, con la sicurezza degli uomini che non capiscono tutto, ma capiscono sempre dove sia la telecamera. Xi invece la storia l’ha studiata. Non per fare conferenze, podcast o commemorazioni morali. La storia come la studiano gli imperi: per capire quando l’altro è stanco, quando comincia a ripetersi, quando il rumore prende il posto della forza. Dopo l’anatra, Tucidide e le fotografie, restava una domanda più semplice. Che cosa cambia davvero? Forse niente. O forse cambia tutto. Per decenni i cinesi sono arrivati in Occidente chiamandosi Kevin, Jason, Candy, Leo, Angela. Una piccola chirurgia nominale per essere accettati nel grande centro commerciale del mondo. Adesso, forse, la chirurgia finisce. Forse un giorno non saranno più loro a cambiare nome per entrare a casa nostra. Saranno loro a cambiare i nostri. Il tempo di pensarlo e di inviare un messaggio a Teddy, l'ultimo filo USA che mi lega agli amici di Michele e mi scrive il giorno dopo. Sappiamo tutti come funzionano queste cose. Teddy era un numero ed una mail prima della morte di Michele. Oggi conserviamo la sua memoria come vestali. Di tanto in tanto ci scriviamo. Prima mai. C'era Michele. Ora è necessario Mattina presto, o meglio: era notte per lui. L’oggetto della mail diceva solo “They’re deleting the Kevins.” Nel corpo del messaggio una frase secca: “Michele l’avrebbe capito subito.” Finché scrive, è ancoravivo (scritto così). Finché brucia tabacco e manda parole, il mondo resta leggermente sbilenco — ma almeno respira. E stavolta, scriveva: > “È finita l’epoca dei nomi doppi, baby. > Kevin è evaporato. Candy pure. Xi è tornato a vestirsi da cinese, ma più comunista che mai. > Dice che è solo manutenzione.” Ecco, di seguito, *The Great Name Wipe*. Uno scrimpie. Un monologo in bilico tra allucinazione e profezia, che forse, da qualche parte, Michele ha amato. ### THE GREAT NAME WIPE – EXTENDED EDITION *(Teddy Brown – Lower East Side, Spring 2026)* **ACT I – DELETE ALL NAMES** **ENGLISH** You wake up—no Kevin, no Jason, no Candy. All gone. The app says *“User Error.”* Whole generation wiped like browser history. The news anchor smiles, synthetic calm: “This is not censorship. This is hygiene.” Xi appears, on every channel, dressed like a Ming emperor who shops at Uniqlo. Silk collar, Party badge. Gold thread over socialist gray. He looks at you like: *“Comrade, I am more equal than you, but we share the same laundry.”* He waves once— and every English nickname turns to smoke. Kevin → Zhang Wei. Candy → Xiaoling. Jason → Zhixuan. Angela → static. Not war, not plague— just routine maintenance on the human interface. **ITALIANO** Ti svegli — niente Kevin, niente Jason, niente Candy. Tutti spariti. L’app dice *“Errore utente.”* Un’intera generazione cancellata come la cronologia del browser. L’annunciatrice sorride, calma sintetica: “Non è censura. È igiene.” Xi compare, su ogni canale, vestito come un imperatore Ming che fa shopping da Uniqlo. Colletto di seta, distintivo del Partito. Filo d’oro su grigio socialista. Ti guarda come per dire: *«Compagno, sono più uguale di te, ma laviamo i panni nello stesso secchio.»* Fa un cenno con la mano— e tutti i nomi inglesi diventano fumo. Kevin → Zhang Wei. Candy → Xiaoling. Jason → Zhixuan. Angela → fruscio. Non è guerra, non è peste— solo manutenzione ordinaria dell’interfaccia umana. **ACT II – RESTORE DEFAULT SETTINGS** **ENGLISH** Queues everywhere. New law: *Every citizen must sound authentic again.* You stand in line under a banner that reads: “BE YOURSELF — APPROVED VERSION ONLY.” Clerks with blank faces, rubber stamps ready. “You were Kevin?” “Now you are Zhou Yu.” Stamp. Next. A kid whispers: “Can I keep *Leo*?” Guard says: “No, Leo is zodiac imperialism.” Someone laughs, someone prays, most just scroll an empty phone. Freedom now loads slower than ever. Xi’s portrait hangs above the desk— half emperor, half office manager. The man who privatized equality and still calls it Marxism 2.0. **ITALIANO** File ovunque. Nuova legge: *Ogni cittadino deve tornare autentico.* Resti in coda sotto uno striscione: “SIATE VOI STESSI — MA CON APPROVAZIONE.” Gli impiegati hanno facce bianche e timbri pronti. «Eri Kevin?» «Ora sei Zhou Yu.» Timbro. Avanti. Un ragazzo sussurra: «Posso tenere *Leo*?» La guardia risponde: «No, Leo è imperialismo zodiacale.» Qualcuno ride, qualcuno prega, la maggior parte scorre un telefono vuoto. La libertà adesso carica lentamente, come un video in 240 p. Il ritratto di Xi sopra lo sportello— mezzo imperatore, mezzo capufficio. L’uomo che ha privatizzato l’uguaglianza e continua a chiamarla Marxismo 2.0. **ACT III – EMPIRE IN GRAY** **ENGLISH** Even the sky rebrands. Beijing sunsets now sponsored by “National Tone No. 7 Gray.” Xi walks through the Forbidden City alone, robe fluttering like Wi-Fi signal. Reporters shout: “Your Majesty— sorry, Comrade— what’s next?” He answers: “Balance. Between dynasty and discount.” Crowd cheers. Clouds synchronize. Somewhere a startup patents “Socialist Silk™.” He’s emperor, sure— but he clocks in at nine, takes meetings, approves slogans. The divine right of Excel. **ITALIANO** Persino il cielo cambia brand. I tramonti di Pechino ora sponsorizzati da “Tonalità Nazionale n. 7 Grigio.” Xi cammina nella Città Proibita da solo, la veste che sventola come un segnale Wi-Fi. I reporter gridano: «Maestà— pardon, Compagno— e adesso?» Lui risponde: «Equilibrio. Tra dinastia e sconto promozionale.» La folla applaude. Le nuvole si sincronizzano. Da qualche parte una startup brevetta la *Seta Socialista™.* È imperatore, certo— ma timbra il cartellino alle nove, fa riunioni, approva slogan. Il diritto divino di Excel. **ACT IV – CACHE OF GHOSTS** **ENGLISH** Night servers hum. Old names whisper from the cache: “Kevin?” “Candy?” “Jason?” Static answers. In the data fog, you almost hear laughter— cheap, human, pre-update laughter. Then nothing. Maybe they weren’t deleted. Maybe they’re just buffering forever. Xi’s gray suit glows faintly on screen. He smiles, the socialist Buddha of bandwidth. “Comrades,” he says, “I never banned your names. I just renamed the silence.” **ITALIANO** I server notturni ronzano. Vecchi nomi sussurrano dalla cache: «Kevin?» «Candy?» «Jason?» Risponde solo il fruscio. Nella nebbia dei dati quasi senti una risata— umana, sgangherata, pre-aggiornamento. Poi più nulla. Forse non sono stati cancellati. Forse stanno solo caricando all’infinito. Sul monitor brilla la giacca grigia di Xi. Sorride, Buddha socialista della banda larga. «Compagni,» dice, «non ho vietato i vostri nomi. Ho solo rinominato il silenzio.» **ACT V – MORE EQUAL THAN YOU** **ENGLISH** So yeah— he’s still communist, technically. Just the deluxe edition. More equal than the rest, with infinite storage and zero guilt. He dreams in five-year plans, wakes in dynastic déjà vu, and somewhere between Confucius and the Cloud he decides who gets to be pronounced. End of story? Maybe. But next time you say “Kevin,” check your tongue— it might already speak in Mandarin. Fade out. Cursor blinks. World reboots in gray. **ITALIANO** Sì, certo— è ancora comunista, tecnicamente. Solo in versione Deluxe. Più uguale degli altri, con memoria illimitata e nessun senso di colpa. Sogna piani quinquennali, si sveglia in un déjà vu dinastico, e da qualche parte, tra Confucio e il Cloud, decide chi può essere pronunciato. Fine della storia? Forse. Ma la prossima volta che dici “Kevin”, controlla la lingua— potrebbe già parlare in mandarino. Sfuma. Il cursore lampeggia. Il mondo si riavvia in grigio. *(blackout — faint echo of typing, then a single “ping” of notification that never opens)* **Nota finale (dell’autore)** > Written in an apartment above a noodle shop, > with one flickering bulb and a borrowed VPN. > Dedicated to M.C. — the last man who laughed without irony. > > > — Teddy Brown, Lower East Side / Fall 2025 **Nota finale dell’editore** Non so più quando l’ho visto l’ultima volta. A volte mi scrive una riga soltanto, senza allegati. Altre volte allega tutto, persino il silenzio. C’è qualcosa di ostinato in lui, una specie di febbre calma. Non cerca di piacere, non cerca di guarire. Così ho capito perché era amico di Michele.  Sta lì, tra un pacchetto vuoto e una tastiera sporca, a costruire senso con quello che resta. Io non gli chiedo niente. Mi basta sapere che c’è. Che ogni tanto preme “invio”, da qualche parte del mondo. E che ogni volta, quando leggo, mi sembra di sentire ancora Michele ridere piano, come se non se ne fosse mai andato e fossimo ancora lì. Noi tre. *(pubblicato qui su Altriorienti, 2026 – sezione Off Season)* 26 maggio ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/Uomo-rilassato-in-ambiente-viola-300x200.png) --- # With a Little Help From My Friends by Freak “Donald” Antoni Source: https://www.altriorienti.com/with-a-little-help-from-my-friends-by-freak-donald-antoni/ Donald Trump vola a Pechino dichiarando che gli Stati Uniti non hanno bisogno della Cina. Né della Nato. Né praticamente di nessuno. Magnifico e psichedelico. La frase è talmente sproporzionata rispetto alla realtà da sembrare pronunciata alle quattro del mattino da uno che ha litigato con la fidanzata e improvvisamente decide di “bastare a sé stesso”. Dura mezz’ora. Perché il mondo contemporaneo è l’esatto contrario dell’autosufficienza. È una ragnatela tossica di dipendenze reciproche, ricatti energetici, software, satelliti, gasdotti, basi militari, assicurazioni navali, microchip taiwanesi, droni iraniani e petroliere registrate alle Isole Marshall che trasportano greggio russo venduto agli indiani per finire misteriosamente raffinato in Europa. Tutti dipendono da tutti. Persino gli ayatollah dipendono dal Wi-Fi. E Trump invece continua a recitare la parte del cowboy terminale: “Non abbiamo bisogno di nessuno.” Certo. Poi però: servono gli Emirati; servono i sauditi; servono le basi in Qatar; servono gli inglesi; servono i satelliti; servono i soldi del Golfo; servono i cinesi abbastanza tranquilli da non mandare il petrolio a trecento dollari. È il geopolitico equivalente di Freak Antoni degli Skiantos quando urla: “Mamma sono ribelle!”. E trenta secondi dopo: “Mamma… mi stiri la maglietta rotta che vado ad un concerto?” Uguale. L’America contemporanea sembra questo: un adolescente gigantesco con undici portaerei nucleari e problemi di autostima. La parte straordinaria è che tutto questo avviene mentre il pianeta finge ancora di vivere dentro il vecchio film americano degli anni Novanta. Washington decide, gli altri ascoltano e la storia va in una direzione sola. Invece ormai il sistema assomiglia più a una cucina thailandese a Ramkhanhaeng alle tre di notte durante un blackout tropicale. Tutti urlano. Tutti trattano. Tutti bluffano. Nessuno controlla davvero niente. E nel mezzo c’è Hormuz. Non Netanyahu. Non Trump. Non Khamenei figlio, l'altro è vaporizzato. Hormuz. Una fessura d’acqua larga poche decine di chilometri da cui passa il sangue energetico del pianeta. Il destino della finanza globale appeso a una striscia di mare attraversata da petroliere gigantesche, droni nervosi e ragazzini sciiti che probabilmente ascoltano trap iraniana mentre osservano il radar. È quasi offensivo quanto sia fragile tutta questa costruzione. Wall Street. La Nato. Il dollaro. L’ordine liberale internazionale. BlackRock. Il G7. Epstein. Leone a Roma. La retorica occidentale sulla democrazia. E poi basta un motoscafo esplosivo nello stretto giusto e improvvisamente il mondo entra in tachicardia. La verità è che Trump non può dire: “Abbiamo bisogno degli altri.” Perché sarebbe la fine del personaggio. Il vecchio protagonista non può confessare che il film ormai è corale. Allora alza la voce. Succede spesso agli uomini quando sentono che il controllo si sta sfaldando. Parlano più forte. Diventano teatrali. Minacciano. Si agitano. Ma sotto il tavolo continuano a mandare messaggi a tutti. Ai sauditi. Agli emiratini. Agli europei. Ai cinesi. Probabilmente persino agli stessi iraniani attraverso qualche diplomatico sudato in Oman. I Beatles almeno erano più sinceri. I get by with a little help from my friends. Joe Cocker da sbronzo lo urlava come uno che aveva appena capito qualcosa di profondamente umano. Trump invece continua a dire che non ha bisogno di nessuno. Poi non dorme e telefona a tutti nel cuore della notte. 25 maggio   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/320f130b8ac0f229a911bf8d640b87ec.jpg) Il vero "Freak" Antoni --- # Se fossi Dante Source: https://www.altriorienti.com/se-fossi-dante/ Più che Cecco Angiolieri che si mostra furibondo nel bruciare il mondo, io preferirei essere Dante. Almeno lui sapeva dove mettere la gente. Tutti hanno diritto a un avvocato. Anche Klaus Barbie, il macellaio di Lione, il vecchio assassino con le mostrine delle SS, processato in Francia quando ormai la storia lo aveva già consegnato all'infamia. Lo difese Jacques Vergès, l'avvocato del diavolo. Meticcio franco-vietnamita, comunista, ambiguo, brillante, teatrale. Difese terroristi, dittatori, criminali veri e presunti. Anche Carlos lo Sciacallo, il terrorista venezuelano che durante la Guerra fredda sembrò incarnare tutte le ambiguità dell'epoca: marxismo, servizi segreti, petrolio, avventura criminale e tanta, tanta Palestina ... ça va sans dire. Un uomo abbastanza intelligente da capire che il Novecento premiava chi sapeva muoversi tra le crepe morali delle superpotenze. Eppure anche lui ebbe diritto a un processo, a una difesa, a una voce. Eppure Vergès faceva una cosa necessaria: ricordava che il diritto esiste soprattutto quando protegge chi non vorremmo proteggere. Da ragazzo vidi L'Avocat de la terreur, quel piccolo grande film su Vergès, e mi rimase addosso come restano certe febbri tropicali: non ti uccidono, ma ritornano nella notte per tutta la vita. Capii allora una cosa scomoda: la civiltà non si misura da come tratta i santi, ma da come processa i mostri. Siamo figli del diritto romano e della filosofia tedesca. Della forma e dell'abisso. Da Papiniano a Hegel, da Gaio ed Immanuel Kant, forse persino di quella cupa ossessione morale che passa attraverso Friedrich Nietzsche. Sappiamo — o dovremmo sapere — che il diritto non coincide con la simpatia. Non assolve. Non santifica. Non lava le colpe. Impedisce soltanto che il potere diventi vendetta. Così oggi sfoglio Il Post — che mi si dice essere cool, lo dice Massimo, che è tanto snob da non leggere quasi più le notizie nazionali — e [trovo la vicenda di Francesca Albanese](https://www.ilpost.it/2026/05/21/francesca-albanese-sanzioni-stati-uniti/). Donna complicata. Figura divisiva. Per molti intellettualmente insopportabile. Politicamente tossica. Troppo vicina alla retorica di chi ha trasformato Hamas in simbolo di resistenza invece che in quello che è: un'organizzazione che il 7 ottobre ha scelto il massacro altrui per condannare il proprio popolo. E confesso che la questione Albanese mi pone un dubbio dantesco. Non giuridico — lì la faccenda è quasi semplice. Un giudice federale americano ha ritenuto che le sanzioni imposte contro di lei rischiassero di violare principi fondamentali di libertà. E allora interviene il sistema. Gli anticorpi dell'America. Ancora una volta l'indipendenza della magistratura dalle affermazioni impossibili e bislacche di Francesca Albanese. Va bene così. Il dubbio è morale. Letterario. Quasi teologico. Perché nella mia personale geografia della Divina Commedia non riesco a capire dove collocare figure simili. Tra i simoniaci, forse? Coloro che vendono il sacro, che trasformano una funzione superiore in mestiere ideologico, che degradano un mandato morale a linguaggio automatico e militante. La Albanese lavorava all'ONU ed abbracciava i tagliagola di Hamas. I simoniaci Dante li mette nell'ottavo cerchio: confitti a testa in giù nelle fosse, con i piedi bruciati dal fuoco. E contro papi e cardinali corrotti scrive parole che ancora oggi sembrano bestemmie lucidissime. Oppure tra gli eretici. Nel sesto cerchio, chiusi dentro tombe infuocate. Non tanto perché sbagliano — tutti sbagliano — ma perché finiscono per scambiare la parte per il tutto, la propria ossessione per una verità universale, il linguaggio politico per una religione. Eppure il problema resta questo: il diritto moderno obbliga a separare il giudizio morale dalla tutela giuridica. Ed è una conquista enorme della civiltà occidentale. Così mi ritrovo in questa posizione un poco ridicola, un poco stanca, quasi da vecchio personaggio di Philip Roth seduto in un bar troppo rumoroso dell'Asia: difendere il principio che protegge anche persone che collocherei all'Inferno. Forse è proprio qui la grandezza e insieme la debolezza dell'Occidente. Accettare che perfino chi, ai nostri occhi, meriterebbe Dante, abbia comunque diritto a Virgilio. E magari è questo che ancora distingue la nostra civiltà da quella dei chierici di Teheran e dagli uomini di Hamas. 22 maggio   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/Inf._19_simoniaci_Priamo_della_Quercia_-300x156.jpg) --- # Betting the End of the World Source: https://www.altriorienti.com/betting-the-end-of-the-world/ *Sukhumvit Soi 33, Bangkok. Maggio 2026.* *La pioggia tropicale cadeva su Sukhumvit Soi 33 con quella violenza casuale tipica di Bangkok, come se qualcuno da sopra rovesciasse secchi d’acqua tiepida sulla città. **Dal marciapiede saliva odore di asfalto bagnato, lemongrass, olio fritto vecchio e fogna calda.* *Poco più avanti una donna thailandese friggeva pollo nell’olio nero di una bancarella inclinata verso la strada. Dietro di lei un ventilatore coperto di grasso girava male facendo un rumore metallico irritante. **Due monaci buddhisti attraversarono lentamente la strada sollevando appena le tonache arancioni per evitare l’acqua sporca. Uno dei due guardava il telefono. **Dentro il pub l’aria condizionata era troppo forte e il tavolo leggermente appiccicoso.* *La Chang era troppo fredda e aveva quel leggero retrogusto metallico tipico delle spine mal pulite.* *Lui era seduto da solo con:* *due telefoni;* *un laptop;* *la faccia stanca di uno che dorme poco da molto tempo.* *La televisione trasmetteva una partita inglese senza audio.* *Nessuno la guardava davvero.* *A un certo punto indicò la strada.* *Un taxi rosa e blu avanzava lentamente nel traffico bagnato, riflettendo i neon viola dei cannabis shop sulle pozzanghere sporche.* *— “Ultima cifra. Pari o dispari. Una birra?”* *Lo disse senza nemmeno guardarmi.* *Come una cosa automatica.* *— “Pari.”* *Lui fece una smorfia.* *— “Dispari.”* *Guardammo entrambi il taxi avvicinarsi lentamente.* *Ultimo numero: 8.* *Lui perse.* *Sorrise comunque.* *— “Bene. Una Chang o in meno probabilmente mi salverà il fegato.”* *Fu lì che cominciammo davvero a parlare.* *Capii subito che per lui la scommessa non era un vizio.* *Era un modo di organizzare la realtà.* *Non giocava per avidità.* *Giocava perché nella sua testa tutto diventava naturalmente probabilità:* *guerre;* *taxi;* *governi;* *pioggia;* *persone.* *Parlammo dell’Iran.* *Io dissi quasi distrattamente:* *— “La soluzione più semplice per Washington sarebbe una moratoria di dieci anni sull’arricchimento dell’uranio. Non una resa totale. Troppo difficile da vendere. Ma dieci anni permettono a tutti di salvare la faccia.”* *Lui smise di digitare.* *Guardò il telefono.* *Poi sorrise appena.* *— “Interessante. Questa ancora non ce l’abbiamo.”* *Noi.* *Quel “noi” mi rimase addosso.* *Per qualche secondo cercai di capire chi fosse davvero.* *Troppo freddo per essere un giornalista.* *Troppo ironico per essere un militare.* *Troppo rilassato per essere un diplomatico.* *Aveva la calma artificiale di chi guarda continuamente scenari catastrofici fino a considerarli normali.* *— “Che lavoro fai?”* *Bevve un sorso lento.* *— “Allibratore.”* *Rise vedendo la mia faccia.* *— “Non calcio. Roba vera.”* *Poi girò il laptop verso di me.* *E improvvisamente capii.* *Non erano analisi geopolitiche.* *Erano quote.* *---* *Mercato Iran–USA — Desk Live Bangkok* *Evento Quota Movimento*   *Accordo nucleare parziale entro 6 mesi 2.35 ↑* *Trasferimento uranio iraniano alla Russia 1.68 ↑↑* *Ispezioni complete IAEA 2.20 ↑* *Attacco USA limitato a siti nucleari 3.90 ↑* *Bombardamento diretto Teheran 8.50 stabile* *Eliminazione di Ali Khamenei entro 12 mesi 12.00 ↑* *Successione “Khamenei Junior” 2.70 ↑↑* *Chiusura Hormuz entro l’anno 5.40 ↓* *Mediazione russa 2.10 ↑* *Mediazione cinese 3.20 ↓* *Guerra regionale aperta 4.80 ↑* *Petrolio Brent sopra 140$ 3.60 ↑* *Crollo regime iraniano entro 2027 9.50 stabile* *---* *Le quote lampeggiavano continuamente.* *Verde.* *Rosso.* *Giallo.* *Come una Bloomberg Terminal progettata da un uomo leggermente ubriaco e ossessionato dalla fine del mondo.* *Fuori dalla vetrata passò una ragazza thailandese sotto un ombrello trasparente illuminato dai neon verdi.* *Dietro di lei un turista australiano enorme litigava con un rider Grab completamente fradicio.* *Bangkok continuava a funzionare perfettamente mentre il pianeta quotava la possibilità di esplodere.* *— “Chi scommette su queste cose?”* *Lui scrollò le spalle.* *— “Persone convinte di sapere qualcosa.”* *Poi aggiunse:* *— “Diplomatici. Petrolieri. Hedge fund. Paranoici ricchi. Giornalisti. Idioti intelligenti. Idioti normali.”* *Bevve un altro sorso di Chang.* *— “Accettiamo scommesse anche sul fatto che Elvis sia ancora vivo.”* *Pensai stesse scherzando.* *Non sorrideva.* *— “E sugli alieni che atterrano a Trafalgar Square l’anno prossimo.”* *Fece scorrere distrattamente alcune schermate sul telefono.* *— “Quelli sono mercati pericolosi.”* *— “Pericolosi?”* *Annui lentamente.* *— “Pagano troppo.”* *Poi sorrise appena.* *— “Se arrivano davvero gli alieni, per noi delle scommesse è la fine del mondo.”* *Bevve lentamente.* *— “Salta il banco.”* *Un tuono fece vibrare leggermente i vetri.* *Lui guardò ancora il monitor.* *La quota sulla consegna dell’uranio alla Russia stava salendo.* *Qualcuno stava comprando forte.* *— “La cosa divertente è che a volte i mercati sanno le cose prima dei governi.”* *Lo disse senza enfasi.* *Come uno che commenta il traffico o il meteo.* *Poi ordinò un’altra Chang.* *Prese il telefono e scrisse rapidamente qualcosa.* *Non a me.* *A qualcuno da qualche altra parte del pianeta.* *Dubai.* *Londra.* *Singapore.* *Impossibile capirlo.* *Per qualche secondo continuò a guardare il monitor senza parlare.* *Le quote lampeggiavano lentamente sul dashboard.* *Poi arrivò una notifica.* *Lui sorrise.* *— “Approvata.”* *Digitò ancora qualcosa.* *Per un istante il dashboard sembrò ricalcolarsi da solo.* *Le quote si mossero leggermente.* *Poi comparve un nuovo mercato.* *Evento Quota iniziale Movimento* *Moratoria decennale arricchimento uranio 4.80 nuovo mercato* *Lui guardò la nuova linea con una soddisfazione quasi infantile.* *— “Congratulazioni.”* *Indicò lo schermo con il bicchiere.* *— “Adesso la gente può scommettere sulla tua idea.”* *Fuori la pioggia diminuiva lentamente.* *Passò un altro taxi rosa.* *Lui lo indicò subito.* *— “Ultima cifra. Una birra?”* *Risi.* *— “Ancora?”* *Scrollò le spalle.* *— “Sempre.”* *Guardammo il taxi avvicinarsi lentamente tra le pozzanghere illuminate al neon.* *Ultimo numero: 3.* *Lui sorrise soddisfatto come un bambino.* *Poi il telefono vibrò.* *Guardò lo schermo.* *La quota sulla guerra regionale era appena salita di colpo.* *Non disse nulla.* *Si limitò a bere lentamente la Chang ormai quasi tiepida.* *In quel momento, fuori dalla vetrata, passò un katoey altissimo sotto un ombrello nero.* *Bellissimo.* *Gambe infinite, trucco perfetto nonostante l’umidità, un vestito argentato che rifletteva i neon viola della strada.* *Lui alzò appena gli occhi.* *Fece un piccolo cenno con la testa.* *Il katoey esitò un secondo, poi sorrise ed entrò nel pub scuotendo l’ombrello bagnato vicino all’ingresso.* *Si sedette accanto a lui con la naturalezza di una cosa già successa altre volte.* *Lui chiuse mezzo laptop.* *Le quote continuarono comunque a lampeggiare sullo schermo.* *Il katoey guardò il monitor e rise.* *— “Hi David. Still losing money on civilization?”* *Lui sorrise appena.* *— “Only professionally.”* *Poi cominciarono a parlare tra loro.* *Io, molto rapidamente, smisi di esistere.* 20 maggio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/il-futuro-del-mondo-e-nelle-nostre-mani-pianeta-terra-nello-spazio-gli-elementi-di-questa-immagine-sono-decorati-con-il-rendering-3d-della-nasa_537132-759.avif)   *Sukhumvit Soi 33, Bangkok. May 2026.* *The rain came down the way it always does in Bangkok in May — not weather, exactly, but a kind of hydraulic judgement, warm and indiscriminate, turning the soi into a slow river of things better left unidentified.* *The smell rose with it. Asphalt, lemongrass, old oil, the long underground exhale of the drains. Bangkok has a smell that gets into your clothes and stays there for days, and after a while you stop noticing, which is either adaptation or defeat.* *A woman was frying chicken at a stall tilted slightly toward the gutter, working the oil with a kind of furious calm. Behind her a grease-blackened fan turned badly on its axis, throwing out a sound like a slow persistent argument. Nobody seemed to hear it.* *Two monks crossed the road with the unhurried dignity of men who have opted out of most of what was on offer. One of them was looking at his phone.* *Inside, the air conditioning was set to the temperature of mild hostility. The table was slightly sticky in the way of surfaces that have absorbed years of other people's evenings. The Chang arrived too cold, with that faint metallic undertow you get from taps that are cleaned infrequently and with insufficient conviction.* *He was already there.* *Two phones. A laptop. The particular exhaustion of someone who has been watching bad news professionally for long enough that it has begun to look like all the other news.* *A football match played silently on the television above the bar. No one was watching. It had the quality of wallpaper — functional, undemanding, present.* *At some point he looked up and indicated the street with his chin.* *A pink and blue taxi was threading through the wet traffic outside, its bodywork catching the purple neon of the cannabis shops, smearing violet light across the standing water.* *— “Last digit. Odd or even. A beer?”* *He said it without looking at me. The tone of a man who has made this offer many times and found it consistently reliable as an opening.* *— “Even.”* *A small wince.* *— “Odd.”* *The taxi came toward us through its own reflections.* *Last digit: 8.* *He lost. He smiled the way people smile when losing is not really the point.* *— “Good. One less Chang and my liver might yet have an opinion about all this.”* *We began to talk in earnest after that.* *It didn't take long to understand that gambling, for him, wasn't appetite. It was epistemology. A way of forcing the world into a form that could be evaluated. He didn't bet because he wanted money. He bet because everything — wars, weather, the last digit on a taxi plate — was, at some level, a question of probability, and probability was the only language he trusted completely.* *We talked about Iran.* *I said, more or less to myself:* *— “The cleanest move for Washington would be a ten-year moratorium on enrichment. Not capitulation — that's unsellable. But ten years is long enough for everyone to claim they won something.”* *He stopped typing.* *Looked at his phone for a moment with the expression of a man consulting an internal register.* *Then, quietly:* *— “Interesting. That one's not on the board yet.”* *We.* *The word arrived with a small weight I hadn't expected.* *I looked at him more carefully. He had the studied composure of someone who has spent years reading catastrophic scenarios until catastrophe begins to feel administrative. Too detached for journalism. Too sardonic for the military. Too comfortable in his own stillness for diplomacy.* *— “What do you do?”* *A slow sip.* *— “Bookmaker.”* *He watched my face with mild interest.* *— “Not football. The serious kind.”* *He turned the laptop toward me.* *The screen made sense of everything and nothing simultaneously.* *These weren't analyses.* *They were odds.* *---*   *Iran–USA Market — Live Desk Bangkok* *Event Odds Movement*   *Partial nuclear deal within 6 months 2.35 ↑* *Iranian uranium transfer to Russia 1.68 ↑↑* *Full IAEA inspections 2.20 ↑* *Limited US strike on nuclear sites 3.90 ↑* *Direct bombing of Tehran 8.50 stable* *Elimination of Ali Khamenei within 12 months 12.00 ↑* *"Khamenei Junior" succession 2.70 ↑↑* *Hormuz closure within the year 5.40 ↓* *Russian mediation 2.10 ↑* *Chinese mediation 3.20 ↓* *Open regional war 4.80 ↑* *Brent crude above $140 3.60 ↑* *Iranian regime collapse before 2027 9.50 stable* *---* *The figures refreshed continuously. Green, red, yellow — the colours of a traffic system designed for a city where all three mean roughly the same thing.* *Outside, everything carried on.* *A Thai girl went by under a transparent umbrella, the green neon passing through it and through her. Behind her, a large Australian was conducting a loud negotiation with a Grab rider who was soaked through and had apparently ceased to care about the outcome.* *On the screen before me, the world was being priced.* *— “Who bets on this?”* *He considered the question as if it were mildly interesting.* *— “People who think they know something.” A pause. “Diplomats. Oil. Hedge funds. The usefully paranoid. Journalists. Intelligent idiots. Regular idiots. We're not exclusive.”* *He finished the Chang.* *— “We also take positions on Elvis.”* *I waited.* *— “Still alive. Active market.” He scrolled the phone without particular urgency. “Aliens landing at Trafalgar Square. Next calendar year.”* *— “Dangerous markets?”* *He nodded, with a gravity that seemed genuine.* *— “They pay too generously.”* *A brief pause.* *— “If the aliens actually arrive, the house doesn't survive it. Mathematically.”* *He said this without any apparent concern for the mathematics.* *A low rumble of thunder moved through the building's bones.* *On the monitor, the odds on uranium transfer to Russia were climbing with a steadiness that suggested someone, somewhere, knew something, or believed they did, which in this market amounted to the same thing.* *— “Markets know things before governments do.” He said it the way you'd observe that it was getting late. “Sometimes. Not always. But often enough to be interesting.”* *He ordered another Chang and typed something brief and precise on his phone. Not to me. The message went somewhere — Dubai, London, Singapore, some other room where someone was also watching numbers move at this hour — and then he put the phone down and watched the dashboard in silence.* *A notification arrived.* *He smiled at it.* *— “Approved.”* *More typing. A brief recalibration on the screen. And then a new line opened, quiet as a door.* *Event Opening Odds Movement* *Ten-year uranium enrichment moratorium 4.80 new market* *He regarded it with the contained pleasure of a man who has planted something and watched it take.* *— “Congratulations.”* *He raised his glass toward the screen.* *— “You're on the board.”* *Outside, the rain was withdrawing in the way Bangkok rain always does — without apology, leaving the city wet and steaming and somehow exactly as it was before.* *Another pink taxi.* *He pointed.* *— “Last digit?”* *— “Again?”* *— “It's a consistent methodology.”* *Last digit: 3.* *He received this with the quiet satisfaction of a man vindicated by a small and private logic.* *Then the phone moved on the table.* *He looked at it. The odds on regional war had shifted upward, sharply, in the way that means someone has decided something somewhere.* *He said nothing. Drank the Chang, which had gone nearly warm, with the unhurried attention of a man who has learned not to waste gestures on information he can't act on immediately.* *Then, outside the glass, a katoey passed under a black umbrella — very tall, silver dress catching the purple neon like a second skin, make-up holding its own against the humidity with a kind of structural integrity that seemed almost political.* *He glanced up.* *A small nod, minimal, calibrated.* *She hesitated at the door, then smiled and came in, shaking the umbrella with the ease of someone returning rather than arriving. She sat beside him the way you sit beside someone when the geography of the thing has already been established.* *He closed the laptop halfway.* *The odds went on flickering regardless, indifferent to the arrangement.* *She looked at the screen and laughed.* *— “Hi David. Still losing money on civilization?”* *He smiled. Not much, but enough.* *— “Only professionally.”* *They began talking to each other then, in the quiet fluent way of people who have already covered the necessary ground.* *I finished my beer.* *And very shortly after that, I ceased to exist.*   *Translation and stylistic adaptation carried out with the assistance of artificial intelligence.* --- # Commentarii de Bello Gazawi Source: https://www.altriorienti.com/commentarii-de-bello-gazawi/ L’articolo di Muhammad Shehada "[La trappola senza fine del disarmo di Hamas](https://www.internazionale.it/magazine/muhammad-shehada/2026/05/07/la-trappola-senza-fine-del-disarmo-di-hamas)", pubblicato da Internazionale è scritto bene. Molto bene. Ha il tono corretto della tragedia contemporanea: bambini nella polvere, edifici aperti come carcasse, acqua sporca, cemento sbriciolato, civili trasformati in relitti umani di una guerra infinita. È il linguaggio morale dell’Occidente contemporaneo. Quello che conosciamo ormai a memoria. Questo il problema. Non perché Gaza non sia distrutta. Lo è. Non perché la sofferenza civile non sia reale. È reale in modo quasi insostenibile. Ma perché, leggendo certi articoli, si ha sempre più l’impressione che una parte del giornalismo occidentale abbia perso la capacità di pronunciare una parola antica, terribile, eppure centrale nella storia umana: sconfitta. Non colpa. Non innocenza. Sconfitta. Hamas il 7 ottobre ha compiuto un’operazione militare e terroristica di una brutalità assoluta. Migliaia di uomini armati hanno attraversato il confine israeliano, attaccato kibbutz, massacrato civili, ucciso ragazzi a un rave nel deserto, rapito persone, incendiato case. Per ore Israele è sembrato un corpo aperto, vulnerabile, incapace di reagire. Poi è arrivata la guerra. E la guerra, a differenza delle discussioni universitarie occidentali, produce conseguenze materiali. Israele ha reagito con una violenza devastante. Gaza è stata trasformata in un paesaggio da 1945 europeo: quartieri rasi al suolo, infrastrutture distrutte, popolazione allo stremo, famiglie accampate tra rovine e tendoni. Una visione che ricorda Amburgo, Dresda, Grozny, Falluja. Qui però emerge il punto che l’articolo di Shehada sfiora senza volerlo davvero guardare. Le guerre, normalmente, finiscono quando qualcuno perde. Non è una posizione morale. È una constatazione storica. La Germania nazista non mantenne divisioni armate autonome dopo Berlino. Il Giappone imperiale non conservò un esercito indipendente dopo Hiroshima e Nagasaki. La Confederazione sudista non negoziò una sovranità armata permanente dopo la American Civil War. Persino Napoleone, dopo Waterloo, non continuò a chiedere garanzie militari per mantenere una parte della Grande Armée. La guerra funziona così: uno vince, uno perde. Il punto impressionante del dibattito occidentale contemporaneo è che sembra incapace di accettare questo dato elementare. Si continua a parlare come se la realtà materiale del conflitto fosse secondaria rispetto alla narrazione morale che ciascuna parte produce di sé stessa. Hamas viene descritta come forza resistente che rifiuta il disarmo. Israele viene raccontato come potenza ossessionata dalla sicurezza. Tutto vero. Tutto già sentito mille volte. Ma intanto, sul terreno, esiste un fatto brutale: Hamas questa guerra l’ha persa militarmente ed il suo destino non è quello quello dei gawazi. Loro vivranno. Ed è qui che nasce il cortocircuito. Perché una parte dell’informazione occidentale continua a ragionare come se il vinto potesse imporre le condizioni della pace. Come se il disarmo fosse una richiesta assurda, umiliante, irragionevole. Come se una forza che ha trascinato Gaza dentro una guerra catastrofica avesse ancora il diritto storico di presentarsi armata al tavolo finale. Il Novecento, che pure è stato infinitamente più crudele del nostro tempo, aveva almeno chiaro questo principio: la guerra non è una terapia narrativa. È uno scontro di volontà organizzate. E quando una volontà crolla, l’ordine successivo nasce proprio da quel crollo. Oggi invece l’Occidente sembra incapace di concepire la capitolazione. Preferisce immaginare negoziati permanenti, tavoli eterni, cessate il fuoco che non cessano nulla. Ma la realtà è più semplice e più tragica. Gaza continuerà a morire finché Hamas continuerà a pensare di poter trasformare una sconfitta militare in una vittoria simbolica. Sostengo che è proprio questo che irrita leggendo certi articoli: l’impressione che il romanticismo politico venga ancora preferito alla realtà materiale delle cose. La guerra di Hamas contro Israele non appare sospesa. Il suo esito sembra già deciso. Ma Hamas non è un'organizzazione statale è un'organizzazione terroristica. Ciò che continua sarà soltanto il costo umano del rifiuto di accettare la resa. 18 maggio   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot_20260511_082104_Google-274x300.jpg) --- # Una sera con Francesco Mancini all’Admiral di Milano (Italian and English edition) Source: https://www.altriorienti.com/una-sera-con-francesco-mancini-alladmiral-di-milano-italian-and-english-edition/ *L’Admiral di Milano è uno di quei luoghi che sembrano progettati da un arredatore sotto lieve effetto di ketamina patriottica occidentale.* *Zona CityLife, vetro, traffico, nuovi ricchi, architetture che cercano disperatamente di sembrare il futuro. Poi entri e trovi pareti piene di memorabilia di James Bond, gadget da Guerra Fredda, fotografie, locandine, feticci dell’Occidente quando l’Occidente era ancora convinto di dirigere il mondo come un agente segreto britannico con smoking bianco e licenza di uccidere.* *Admiral.* *Curioso nome. È lo stesso di un albergo in Sukhumvit 23 a Bangkok dove mi capita spesso di dormire.* *Per un attimo penso davvero di avere sbagliato continente.* *La fauna presente non aiuta. Creativi tatuati, designer, figure milanesi impossibili da classificare, persone che sembrano vivere permanentemente dentro un aperitivo di lancio. Alle pareti, quadrerie curiose. In sottofondo quel brusio da evento urbano contemporaneo dove nessuno capisce bene perché si trovi lì, ma tutti fingono di sì.* *Mi guardo intorno con prudenza.* *Poi, in fondo alla sala, individuo Cristiano Mancini. Ex campione di sci nautico, amico di lunga data, uno di quegli uomini che conservano qualcosa di sportivo perfino nel modo di stare immobili. È lui che mi ha invitato alla presentazione del libro del figlio Francesco Mancini, La pace preventiva, pubblicato con Il Sole 24 Ore.* *Mi faccio largo tra i creativi tatuati e le creature metropolitane che Milano produce spontaneamente attorno a vernissage, podcast e cocktail tiepidi.* *«No, tranquillo», mi dice Cristiano sorridendo, intuendo il mio smarrimento. «C’è un altro evento che si sovrappone al nostro. Questi tra poco scendono sotto.»* *«Sotto dove?»* *«In cantina.»* *La parola “cantina”, pronunciata dentro quell’albergo pieno di James Bond e tatuaggi, assume improvvisamente una sfumatura quasi rituale. Poco dopo infatti il primo popolo evapora davvero. Liquefatto. Assorbito verso il piano inferiore come da una forza gravitazionale milanese.* *La sala si svuota.* *Ed emerge finalmente il vero motivo della serata.* *Conosco Francesco. Stretta di mano, sorriso immediato, nessuna rigidità accademica. Mi dice di leggere con piacere Altriorienti. Gli rispondo che seguo il suo lavoro e i podcast del Sole 24 Ore. È uno scambio rapido ma sincero.* *Poi Francesco si siede e comincia a parlare.* *La cosa che colpisce subito è la chiarezza.* *Non la chiarezza artificiale dei divulgatori televisivi che semplificano tutto fino a trasformarlo in slogan, ma quella di chi ha insegnato davvero, lavorato davvero dentro le organizzazioni internazionali e ha imparato che il mondo è già abbastanza complicato senza bisogno di renderlo ancora più oscuro.* *Parla dell’Asia.* *Ricorda una verità che in Europa continuiamo spesso a fingere di non vedere: nel giro di pochi decenni una parte enorme dell’Asia è passata dalla povertà alla ricchezza. Non totale, certo. Non uniforme. Ma reale. La povertà assoluta è crollata. E soprattutto quei paesi non intendono più essere spettatori del mondo costruito da altri.* *Pretendono di essere interlocutori.* *E, bisogna ammetterlo, in modo del tutto legittimo.* *Ma la parte più interessante arriva quando Francesco parla dei suoi studenti a Singapore. Non un’aula occidentale tradizionale, ma una piccola miniatura del pianeta: americani, taiwanesi, thailandesi, malesi, birmani, sauditi, australiani, singaporeani.* *Persone cresciute dentro storie, religioni, sensibilità e memorie completamente differenti.* *Eppure costrette, in qualche modo, a parlarsi.* *Non necessariamente ad amarsi. Nemmeno a pensarla allo stesso modo. Ma almeno a capire le ragioni reciproche.* *Empatia.* *Forse è questa la parola centrale della serata.* *Non come sentimentalismo da social network, ma come strumento geopolitico minimo di sopravvivenza reciproca.* *Perché Francesco non parla realmente di un “nuovo ordine mondiale”. Credo che nemmeno lui pensi più che un ordine esista davvero. Piuttosto, suggerisce l’idea di una nuova grammatica mondiale. Un insieme minimo di regole linguistiche, culturali e psicologiche che permettano a civiltà differenti di non distruggersi completamente.* *Ed è qui che il libro diventa interessante.* *Non utopia ingenua. Non pacifismo da festival universitario. Ma tentativo pragmatico di evitare che il pianeta impazzisca definitivamente.* *A un certo punto, durante il dibattito, un anziano signore prende la parola. Tono severo, leggermente apocalittico. Europa in disfacimento, organizzazioni internazionali inutili, caos globale.* *Francesco ascolta con pazienza.* *Poi racconta una scena.* *Dice che anni fa, dopo ore di viaggio in un remoto angolo africano — forse Angola — vide apparire nella giungla un carro armato bianco. Bianco perché i mezzi ONU vengono dipinti così.* *Quel carro armato proteggeva una piccola comunità sperduta.* *Nulla di epico. Nessuna retorica hollywoodiana. Solo un carro armato bianco fermo nel nulla africano come un grande elefante metallico.* *Eppure, per quella gente, significava qualcosa.* *Protezione. Presenza. Un limite minimo imposto alla violenza.* *L’immagine resta nella testa.* *Il carro armato bianco.* *Molto più efficace di cento statistiche.* *Anche sull’Europa Francesco evita sia il catastrofismo sia la propaganda.* *Dice una cosa semplice: forse l’Europa produce troppe norme, forse è lenta, rumorosa, farraginosa. Però funziona.* *Ed è difficile negarlo.* *Non solo perché da settant’anni l’Europa occidentale non conosce guerre interne su larga scala, ma perché l’Unione Europea resta uno dei più grandi esperimenti politici mai tentati: popoli differenti che cercano continuamente, faticosamente, di costruire un linguaggio comune.* *Imperfetto.* *Ma reale.* *A quel punto alzo la mano anch’io.* *Ricordo Norman Angell e La grande illusione del 1909. L’idea secondo cui la guerra moderna non convenisse più economicamente a nessuno. Angell vendeva milioni di copie, predicava razionalità, interdipendenza, pace.* *Poi arrivarono Verdun e la Somme.* *La storia, spesso, prende a schiaffi il buon senso.* *Francesco capisce immediatamente il punto della domanda. Sorride. Dice che oggi il mondo è molto più interconnesso di allora, infinitamente più globalizzato, e che dunque le convenienze della pace sono probabilmente ancora maggiori.* *Poi però aggiunge una frase importante.* *Dice che esistono Putin. Esistono Trump. Esistono leader che la guerra la valutano comunque, magari ci pensano quattro volte, ma poi la fanno.* *La serata finisce così.* *I creativi non sono ancora riemersi dalle catacombe dell’Admiral. Forse stanno ancora bevendo cocktail fluorescenti sotto i cimeli di James Bond.* *Io saluto Cristiano rapidamente. Devo correre altrove.* *Due balzi e sono fuori.* *Milano continua a muoversi nel traffico del dopocena.* **Post scriptum** *Torno a casa.* *Apro il Corriere della Sera e trovo [un'intervista a Odd Arne Westad](https://www.corriere.it/esteri/26_maggio_14/westad-prima-guerra-mondiale-1f140fb8-da2b-4896-a6e9-f8aabc25exlk.shtml) che insegna a Yale, che spiega come il mondo assomigli sempre di più a quello prima della Prima guerra mondiale. La Cina come la Germania imperiale. Gli Stati Uniti come un impero britannico stanco. Potenze interconnesse che parlano continuamente e si comprendono sempre meno.* *Ed eccolo lì, il vecchio fantasma di Norman Angell. Nel 1909 scriveva che la guerra moderna non conveniva più a nessuno. Economia, commercio, interdipendenza. Tutto troppo integrato per distruggersi davvero. Cinque anni dopo arrivò Verdun. La storia ha un carattere sgradevole: continua a dimostrare che gli esseri umani fanno regolarmente cose che non convengono.* *Ed è esattamente questo il punto dove il discorso di Francesco e quello di Odd Arne Westad quasi si toccano.* *Entrambi parlano di comprensione.* *Solo che uno la vede come possibilità. L’altro come fallimento imminente.* *Francesco racconta studenti americani, sauditi, thailandesi, taiwanesi, malesi che cercano di costruire una grammatica comune.* *Westad vede invece potenze che si osservano come nel 1913: molto informate, molto connesse, molto tecnologiche… e profondamente incapaci di capire davvero le paure reciproche.* *Forse la differenza sta tutta lì.* *Nelle aule universitarie di Singapore il dialogo sembra ancora possibile.* *Nei palazzi del potere globale molto meno.* *Per qualche ora, dentro quell’albergo milanese pieno di reliquie di James Bond, creativi tatuati e cocktail troppo costosi, era sembrato quasi possibile credere ancora nella razionalità.* *Nell’idea che uomini molto diversi possano almeno tentare di capirsi prima di distruggersi.* *Poi basta aprire un giornale.* *E il Novecento torna subito a tossire nella stanza.* 14 maggio *Francesco Mancini è docente di Governance globale all'Università Nazionale di Singapore, ha lavorato all'Onu per il disarmo in Libano ed è stato direttore del Peace Institute a New York* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/9791254846506_0_0_536_0_75-200x300.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/expedia_group-21964-19926255-806959-300x188.jpg) *The Admiral Hotel in Milan is one of those places that look as if they had been designed by an interior decorator under the mild influence of patriotic Western ketamine.* *CityLife district: glass, traffic, new money, architecture desperately trying to resemble the future. Then you walk in and discover walls covered in James Bond memorabilia, Cold War gadgets, photographs, posters — relics from that period when the West still believed it could run the world like a British secret agent in a white dinner jacket with a license to kill.* *Admiral.* *Curious name.* *It happens to be the same name as a hotel in Sukhumvit 23 in Bangkok where I often stay.* *For a moment I genuinely think I may have mistaken the continent.* *The local fauna does not help. Tattooed creatives, designers, impossible Milanese social species, people who seem to live permanently inside launch parties and networking aperitifs. Curious paintings on the walls. That familiar urban-event murmur in the background where nobody seems entirely certain why they are there, yet everybody pretends otherwise.* *I look around cautiously.* *Then, at the far end of the room, I spot Cristiano Mancini. Former water-skiing champion, longtime friend, one of those men who retain something athletic even in stillness. He is the one who invited me to the presentation of his son Francesco Mancini’s book, Preventive Peace, published with Il Sole 24 Ore.* *I make my way through tattooed creatives and the peculiar metropolitan creatures Milan spontaneously generates around vernissages, podcasts and lukewarm cocktails.* *“No, don’t worry,” Cristiano tells me with a smile, sensing my confusion. “There’s another event overlapping with ours. They’ll go downstairs soon.”* *“Downstairs where?”* *“To the basement.”* *The word “basement,” pronounced inside a hotel full of James Bond relics and tattooed designers, suddenly acquires an almost ritual quality. And indeed, shortly afterward, the first tribe evaporates completely. Liquefied. Absorbed toward the lower floor by some mysterious Milanese gravitational force.* *The room empties.* *And finally, the real reason for the evening emerges.* *I meet Francesco. Firm handshake, immediate smile, no academic stiffness whatsoever. He tells me he enjoys reading Altriorienti. I reply that I follow his work and his podcasts for Il Sole 24 Ore. A brief but sincere exchange.* *Then Francesco sits down and begins speaking.* *The first thing that strikes me is clarity.* *Not the artificial clarity of television pundits who simplify everything into slogans, but the clarity of someone who has truly taught, truly worked inside international organizations, and learned that the world is already complicated enough without making it deliberately more obscure.* *He speaks about Asia.* *He reminds the audience of a truth Europeans often pretend not to notice: within just a few decades, huge parts of Asia moved from poverty to prosperity. Not completely. Not evenly. But undeniably. Absolute poverty collapsed. And above all, those countries no longer intend to remain spectators in a world designed by others.* *They demand to be treated as interlocutors.* *And, one must admit, quite legitimately so.* *Yet the most interesting moment arrives when Francesco speaks about his students in Singapore. Not a traditional Western classroom, but rather a miniature version of the planet itself: Americans, Taiwanese, Thais, Malaysians, Burmese, Saudis, Australians, Singaporeans.* *People raised within completely different histories, religions, sensibilities and collective memories.* *And yet somehow compelled to speak to one another.* *Not necessarily to love one another. Not even to agree. But at the very least to understand one another’s reasons.* *Empathy.* *Perhaps that is the central word of the evening.* *Not empathy as sentimental social-media performance, but as the minimum geopolitical instrument for reciprocal survival.* *Because Francesco is not truly speaking about a “new world order.” I suspect even he no longer believes that such an order genuinely exists. What he suggests instead is the possibility of a new global grammar: a minimal set of cultural, psychological and linguistic rules allowing different civilizations not to destroy one another entirely.* *And that is precisely where the book becomes interesting.* *Not naïve utopia. Not campus-festival pacifism. But a pragmatic attempt to prevent the planet from completely losing its mind.* *At one point during the discussion, an elderly gentleman asks for the microphone. Severe tone, slightly apocalyptic mood. Europe collapsing. International organizations useless. Global chaos.* *Francesco listens patiently.* *Then he tells a story.* *Years ago, after hours traveling through some remote African region — perhaps Angola — he suddenly saw a white tank emerge from the jungle. White because UN vehicles are painted that way.* *That tank was protecting a tiny isolated community.* *Nothing epic. No Hollywood rhetoric. Just a white tank sitting in the African wilderness like a giant metallic elephant.* *And yet, for those people, it meant something.* *Protection. Presence. A minimal limit imposed upon violence.* *The image lingers in the mind.* *The white tank.* *Far more effective than a hundred statistics.* *Even regarding Europe, Francesco avoids both catastrophism and propaganda.* *He says something very simple: perhaps Europe produces too many regulations; perhaps it is slow, noisy, cumbersome. Yet it works.* *And it is difficult to deny.* *Not merely because Western Europe has avoided major internal wars for seventy years, but because the European Union remains one of the greatest political experiments ever attempted: different peoples constantly, laboriously trying to construct a common language.* *Imperfect.* *But real.* *At that point, I raise my own hand.* *I mention Norman Angell and The Great Illusion from 1909 — the idea that modern war had become economically irrational. Angell sold millions of copies, preached rationality, interdependence, peace.* *Then came Verdun.* *Then the Somme.* *History, unfortunately, enjoys humiliating common sense.* *Francesco immediately understands the point of my question. He smiles. He says that today the world is infinitely more interconnected, more globalized than it was then, and therefore the incentives for peace are probably even stronger.* *But then he adds something important.* *He says there is Putin. There is Trump. There are leaders who still contemplate war — perhaps they think twice, perhaps four times, yet eventually they may still choose it.* *And with that, the evening ends.* *The creatives have not yet resurfaced from the Admiral’s catacombs. Perhaps they are still drinking fluorescent cocktails beneath the James Bond memorabilia.* *I say goodbye to Cristiano quickly. I have somewhere else to be.* *A few long strides later, I am outside again.* *Milan continues moving through the evening traffic.* *And I find myself thinking only this:* *a beautiful evening, a beautiful book, and a genuinely beautiful person.* ***Post Scriptum*** *I return home.* *I open Corriere della Sera and find an[ interview with Odd Arne Westad of Yale](https://www.corriere.it/esteri/26_maggio_14/westad-prima-guerra-mondiale-1f140fb8-da2b-4896-a6e9-f8aabc25exlk.shtml), explaining that today’s world increasingly resembles the one preceding the First World War. China as Imperial Germany. The United States as a tired British Empire. Interconnected powers constantly speaking yet understanding each other less and less.* *And there he is again: the old ghost of Norman Angell.* *In 1909 he wrote that modern war no longer made sense for anyone. Economics, trade, interdependence — everything supposedly too integrated to allow real destruction.* *Five years later came Verdun.* *History possesses an unpleasant habit: it repeatedly demonstrates that human beings regularly do things that make absolutely no sense.* *And this is precisely where Francesco’s argument and Westad’s almost touch.* *Both speak about understanding.* *Only one sees it as possibility.* *The other sees it as imminent failure.* *Francesco describes American, Saudi, Thai, Taiwanese and Malaysian students attempting to construct a common grammar.* *Westad instead sees powers observing one another as they did in 1913: highly informed, deeply connected, technologically advanced — and profoundly incapable of understanding one another’s fears.* *Perhaps the difference lies entirely there.* *Inside Singaporean classrooms, dialogue still appears possible.* *Inside the palaces of global power, much less so.* *For a few hours, inside that Milanese hotel filled with James Bond relics, tattooed creatives and overpriced cocktails, it had almost seemed possible to believe in rationality again.* *In the idea that profoundly different human beings might at least attempt to understand one another before destroying everything.* *Then all it takes is opening a newspaper.* *And suddenly the twentieth century begins coughing in the room again.* *Francesco Mancini teaches Global Governance at the National University of Singapore. Before academia, he worked with the United Nations on disarmament initiatives in Lebanon and later directed the Peace Institute in New York — experiences that still shape the calm realism with which he speaks about war, diplomacy and the fragile architecture of peace.* Translated into English with the discreet assistance of artificial intelligence and the lingering confusion of late Western civilization.     --- # Xanax e Las Vegas (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/xanax-e-las-vegas-italian-english-version/ Keynes torna sempre. Come quei vecchi ricchi inglesi che muoiono da quarant’anni ma continuano a comparire nei club coloniali di Singapore, seduti sotto pale lente, a parlare di civiltà mentre il mondo fuori marcisce nel caldo. Ogni tanto qualche giornale occidentale lo rispolvera. Stavolta il [Corriere della Sera](https://www.corriere.it/newsletter/one-more-thing/26_maggio_13/brasile-contro-il-superlavoro-perche-la-tecnologia-in-un-secolo-ha-deluso-keynes-e-noi.shtml?utm_source=chatgpt.com). La vecchia storia: la tecnologia avrebbe dovuto liberarci dal lavoro. Tre ore al giorno. Forse quattro. Più tempo per leggere Proust, ascoltare Bach, scoparsi lentamente le persone amate, coltivare rose, diventare esseri umani completi. Invece eccoci qui. Stanchi. Nevrotici. Sedati da caffeina, pornografia algoritmica e notifiche. Più produttivi di sempre e contemporaneamente più miserabili. L’articolo sostiene sostanzialmente questo: il progresso tecnologico c’è stato, ma il capitalismo si è divorato il tempo liberato. Ogni guadagno di produttività è diventato nuova pressione, nuovo lavoro, nuova ansia. È una spiegazione. Molto europea. Molto morale. Completamente falsa. Perché la verità più sporca è un’altra: la tecnologia non ha fallito affatto. La tecnologia sta funzionando magnificamente. Talmente bene da cominciare a rendere superflui milioni di esseri umani. Il punto che Keynes non aveva capito è che il capitalismo industriale e quello digitale non sono la stessa cosa. La fabbrica fordista aveva bisogno della massa. Operai, impiegati, classe media, gente mediamente intelligente ma stabile. Persino un uomo mediocre, nel Novecento, poteva avere una casa, una famiglia, una dignità sociale. Bastava arrivare in orario, bere poco durante la settimana e non litigare col caporeparto. Oggi no. Oggi il sistema economico globale premia in modo osceno differenze minime di intelligenza, disciplina e adattabilità. Un singolo individuo brillante, insonne, leggermente disturbato e assistito dall’AI può produrre quanto un piccolo ufficio di dieci persone del 2004. E lo fa senza pausa pranzo. La tecnologia contemporanea non distribuisce valore. Lo concentra. Un tempo la macchina aumentava la forza collettiva. Oggi aumenta la forza individuale di chi è già forte. Il resto rimane indietro. E più la tecnologia migliora, più la forbice si apre. Questa è la parte che terrorizza davvero le élite occidentali, anche se fanno finta di discutere di “work-life balance” su LinkedIn sorseggiando centrifughe da dodici euro. Perché la questione non è più economica. È antropologica. Esistono già due umanità che iniziano lentamente a separarsi. Da una parte: - persone capaci di concentrazione lunga, - apprendimento rapido, - controllo emotivo, - resistenza psicologica. Dall’altra: - esseri umani distrutti dalla distrazione permanente, - infantilizzati, - incapaci di leggere più di tre paragrafi, - dipendenti da microdopamina digitale, - convinti che “creare contenuti” significhi muovere le labbra davanti a TikTok. E il punto veramente crudele è che il mercato non giudica moralmente. Semplicemente seleziona. La sinistra occidentale continua a parlare come se fossimo ancora dentro *Tempi moderni* di Charlie Chaplin. Il povero operaio schiacciato dagli ingranaggi. Ma il capitalismo contemporaneo non schiaccia soltanto. Elimina. Silenziosamente. Per irrilevanza. Interi lavori stanno diventando finzioni amministrative mantenute in vita solo perché nessuno ha ancora avuto il coraggio politico di ammetterlo. Riunioni inutili. Project manager di project manager. Persone che inoltrano email ad altre persone che producono PDF che nessuno leggerà mai. Poi arriva un ventisettenne insonne a Bangkok, mezzo autistico, alimentato da nicotina e ChatGPT, e in quarantotto ore produce: - report, - analisi, - codice, - traduzioni, - presentazioni, - immagini, - strategie. Da solo. Ed è qui che la promessa di Keynes implode. Perché Keynes immaginava che l’uomo, liberato dal bisogno, avrebbe scelto la cultura. La contemplazione. La crescita interiore. Ma basta guardare cosa fa davvero la gente col tempo libero. Scrolla. Scrolla come un tossico che cerca cocaina dentro una slot machine. L’Occidente aveva sognato Atene. Ha prodotto Las Vegas e Xanax. Le metropolitane europee sono impressionanti se hai memoria storica. Una volta vedevi giornali, libri, silenzio, noia persino. Oggi milioni di facce illuminate da schermi scorrono video di persone che urlano, cucinano, litigano, ballano, mostrano culi, reagiscono ad altri video di persone che urlano. Il surplus tecnologico non ha prodotto saggezza. Ha prodotto rumore. E intanto la competizione è diventata planetaria. Anche questo Keynes non poteva capirlo davvero. Nel suo mondo esistevano ancora economie nazionali relativamente protette. Oggi un professionista milanese compete indirettamente con: - un coder di Shenzhen, - un designer di Ho Chi Minh City, - un matematico russo emigrato a Belgrado, - un indiano che lavora sedici ore al giorno, - oppure direttamente con un modello AI. Quindi la produttività aumenta, sì. Ma ogni aumento viene immediatamente divorato dalla competizione globale. Se un software ti fa risparmiare due ore, non lavori due ore in meno. Il sistema pretende semplicemente output maggiore. Più veloce. Più economico. Più continuo. Sempre. Il paradosso finale è comico. La civiltà di Keynes sarebbe teoricamente possibile proprio oggi. Abbiamo abbastanza tecnologia, abbastanza automazione, abbastanza ricchezza accumulata. Ma richiederebbe esseri umani maturi. E il capitalismo contemporaneo, invece, sembra produrre esattamente il contrario: - adulti infantili, - attenzione distrutta, - dipendenze continue, - identità fragili, - incapacità di stare soli, - incapacità di stare zitti, - incapacità di pensare. Così continuiamo a raccontarci che “la tecnologia ci ha traditi”. No. La tecnologia sta facendo esattamente ciò che doveva fare: amplificare. Il problema è quello che trova davanti a sé quando amplifica l’uomo contemporaneo. 13 maggio   *Keynes always comes back.* *Like those old English gentlemen who have technically been dead for forty years yet still appear in colonial clubs in Singapore, sitting beneath slow ceiling fans, discussing civilisation while the world outside rots beautifully in the heat.* *Every now and then some Western newspaper digs him up again. This time it was [Corriere della Sera](https://www.corriere.it/newsletter/one-more-thing/26_maggio_13/brasile-contro-il-superlavoro-perche-la-tecnologia-in-un-secolo-ha-deluso-keynes-e-noi.shtml?utm_source=chatgpt.com). The old story: technology was supposed to liberate us from work. Three hours a day. Maybe four. More time to read Proust, listen to Bach, make slow love to people we truly loved, grow roses, become complete human beings.* *Instead, here we are.* *Tired.* *Neurotic.* *Sedated by caffeine, algorithmic pornography and notifications.* *More productive than ever and, somehow, more miserable than ever.* *The article essentially argues this: technological progress did happen, but capitalism devoured the free time it created. Every gain in productivity became new pressure, new work, new anxiety.* *It is an explanation.* *Very European.* *Very moral.* *Completely wrong.* *Because the dirtier truth is another one entirely: technology did not fail at all. Technology is working magnificently. So magnificently, in fact, that it is beginning to make millions of human beings economically superfluous.* *What Keynes failed to understand was that industrial capitalism and digital capitalism are not the same creature. Fordist industry needed the masses. Workers, clerks, middle classes, reasonably intelligent but stable people. In the twentieth century even a mediocre man could still have a house, a family, a social dignity. You merely had to arrive on time, drink moderately during the week and avoid arguing with the foreman.* *Today, no.* *Today the global economic system rewards tiny differences in intelligence, discipline and adaptability with almost obscene disproportion. A single brilliant, sleepless, slightly damaged individual assisted by AI can now produce as much as an entire small office could in 2004.* *And he does it without a lunch break.* *Contemporary technology does not distribute value.* *It concentrates it.* *Once, machines amplified collective strength. Now they amplify the individual strength of those who are already strong.* *Everybody else falls behind.* *And the better technology becomes, the wider the gap grows.* *This is the part that truly terrifies Western elites, even as they pretend to discuss “work-life balance” on LinkedIn while drinking twelve-dollar green juices.* *Because the question is no longer economic.* *It is anthropological.* *Two humanities are already beginning, slowly, to separate.* *On one side:* - *people capable of long concentration,* - *rapid learning,* - *emotional control,* - *psychological resilience.* *On the other:* - *human beings destroyed by permanent distraction,* - *infantilised adults,* - *people incapable of reading more than three paragraphs,* - *addicts to digital micro-dopamine,* - *people convinced that “creating content” means lip-syncing in front of TikTok.* *And the truly cruel part is that the market does not judge morally.* *It simply selects.* *The Western left still speaks as if we were trapped inside Modern Times by Charlie Chaplin — the poor worker crushed by the gears of industry. But contemporary capitalism does not merely crush. It eliminates. Quietly. Through irrelevance.* *Entire professions are becoming administrative theatre kept alive only because nobody has yet found the political courage to admit it.* *Useless meetings.* *Project managers managing other project managers.* *People forwarding emails to other people producing PDFs nobody will ever read.* *Then suddenly a sleepless twenty-seven-year-old in Bangkok — half autistic, fuelled by nicotine and ChatGPT — arrives and, within forty-eight hours, produces:* - *reports,* - *analysis,* - *code,* - *translations,* - *presentations,* - *images,* - *strategies.* *Alone.* *And this is where Keynes’ promise collapses.* *Because Keynes imagined that once liberated from necessity, mankind would choose culture. Contemplation. Inner growth.* *But one only needs to observe what people actually do with free time.* *They scroll.* *They scroll like addicts searching for cocaine inside a slot machine.* *The West once dreamed of Athens.* *It produced Las Vegas and Xanax.* *European subways are astonishing if one possesses historical memory. Once you saw newspapers, books, silence, even boredom. Today millions of illuminated faces endlessly consume videos of people screaming, cooking, arguing, dancing, exposing themselves, reacting to other videos of people screaming.* *Technological surplus did not produce wisdom.* *It produced noise.* *Meanwhile competition has become planetary. This too was something Keynes could never fully imagine. In his world there were still relatively protected national economies. Today a professional in Milan competes indirectly with:* - *a coder in Shenzhen,* - *a designer in Ho Chi Minh City,* - *a Russian mathematician exiled in Belgrade,* - *an Indian engineer working sixteen hours a day,* - *or directly with an AI model.* *So productivity increases, yes.* *But every increase is immediately devoured by global competition.* *If a software tool saves you two hours, you do not work two hours less. The system simply demands greater output.* *Faster.* *Cheaper.* *More continuous.* *Always.* *And the final paradox is almost comic.* *Keynes’ civilisation would theoretically be possible today. We possess enough technology, enough automation, enough accumulated wealth.* *But it would require mature human beings.* *Contemporary capitalism, instead, seems to produce precisely the opposite:* - *infantilised adults,* - *shattered attention spans,* - *permanent addictions,* - *fragile identities,* - *inability to remain alone,* - *inability to remain silent,* - *inability to think.* *So we continue telling ourselves that “technology betrayed us.”* *No.* *Technology is doing exactly what it was always meant to do:* *amplify.* *The real problem is what it finds standing in front of it when it amplifies contemporary man.* *Translated with artificial assistance and human paranoia.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/xanax-alprazolam-caratteristiche-effetti-collaterali-300x131.webp) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/captionwe-1024x680.jpg) --- # Valeriano. L’imperatore prigioniero, la nuova Persia Source: https://www.altriorienti.com/valeriano-limperatore-prigioniero-la-nuova-persia/ I giorni di guerra hanno un effetto preciso sulla memoria: costringono a riaprire libri che altrimenti resterebbero chiusi sugli scaffali. Non è un gesto neutro. È quasi involontario, come se fosse la realtà stessa a scegliere per noi. Il volume di Omar Coloru non lo cercavo. Era lì, infilato tra altri libri di storia romana, comprato tempo fa senza un motivo preciso. Uno di quei libri che si prendono per intuizione, per una promessa vaga, e poi restano in attesa. L’ho ripreso in mano per caso, o almeno così sembrava. La copertina un po’ consumata, le pagine già segnate, qualche sottolineatura dimenticata. Non ricordavo quasi nulla del contenuto. Eppure bastano poche righe per capire perché fosse lì. Racconta un episodio raro, quasi rimosso: la cattura dell’imperatore romano Valeriano da parte del re persiano Shapur I, nel 260 d.C., dopo la battaglia di Edessa. Per Roma fu uno shock che andava oltre la sconfitta militare. Non era caduto un generale, non era stata persa una provincia. Era caduto l’imperatore stesso, incarnazione dell’ordine imperiale. L’idea di Roma come potenza invincibile si incrinava in modo improvviso e visibile. La memoria occidentale tende a raccontare un’altra Persia. Quella sconfitta a Battaglia di Maratona, respinta dai Greci, travolta da Alessandro Magno fino a Persepoli. Una Persia che arretra, che cede, che scompare. Ma la storia reale è meno lineare. La Persia non sparisce mai davvero. Cambia forma, dinastia, lingua, religione, ma resta una continuità politica e culturale capace di riorganizzarsi. Dopo Alessandro arrivano i Parti, poi i Sasanidi. E con i Sasanidi torna a essere un impero. È in questo equilibrio che avviene la cattura di Valeriano. Per i Romani fu un trauma. Per la Persia, un’immagine da fissare nella pietra. Nei rilievi rupestri di Naqsh-e Rostam, Shapur è raffigurato a cavallo mentre l’imperatore romano compare davanti a lui, sconfitto. Non è solo celebrazione. È costruzione di potere. Una scena pensata per durare. Roma e Persia non erano semplicemente rivali. Erano speculari. Due imperi universali, con burocrazie complesse, eserciti professionali, visioni del mondo totalizzanti. Il loro confine – tra Siria, Mesopotamia e Armenia – fu per secoli una linea instabile dove ci si combatteva e, al tempo stesso, ci si osservava. Per questo la caduta di Valeriano pesa più di una sconfitta. Non rompe solo un equilibrio militare. Incrina una forma mentale. Oggi il nome Iran ritorna nei titoli in un linguaggio esclusivamente strategico: missili, droni, deterrenza. Ma dietro quel nome si muove una continuità storica rara. L’Iran contemporaneo non è solo uno Stato novecentesco. È una delle ultime espressioni di una civiltà imperiale che attraversa i secoli. La scena di Shapur e Valeriano appartiene a questa lunga durata. E forse è per questo che torna a parlare. Nel 260 d.C., la cattura dell’imperatore non fu soltanto un evento militare. Fu un gesto. Un atto visibile. Il vertice dell’ordine romano trasformato in oggetto del potere altrui. Non era necessario distruggerlo subito. Bastava mostrarlo vinto. Oggi il gesto è diverso. Non si cattura. Si elimina. Non si espone. Si cancella. E tuttavia la logica non cambia del tutto. Il bersaglio resta il vertice. Le figure apicali vengono colpite non solo per  la loro funzione operativa, ma per ciò che rappresentano. Il messaggio è semplice: ciò che appariva intoccabile può essere raggiunto. Nel mondo antico, la caduta di Valeriano incrinò l’immagine dell’invincibilità romana. Nel mondo contemporaneo, l’eliminazione selettiva dei vertici produce un effetto simile: non distrugge immediatamente il sistema, ma ne altera la percezione. E il potere, in ogni epoca, vive anche di percezione. C’è però una differenza decisiva. Nel mondo antico, il potere aveva bisogno del corpo del nemico. Doveva essere visibile, umiliato, trasformato in simbolo. Oggi il potere è più rapido, più astratto. Non ha bisogno di esibire. Basta colpire. L’immagine segue, si diffonde, si consuma. Se Valeriano fosse vissuto oggi, probabilmente non sarebbe stato trascinato in Persia. Sarebbe semplicemente scomparso. Eppure, sotto questa differenza, resta una continuità più profonda. Quando due sistemi si percepiscono come speculari, il conflitto tende a produrre un momento in cui si cerca un gesto definitivo. Un gesto che dica: il tuo ordine non regge più. Nel III secolo fu la Persia a compierlo contro Roma. Oggi, per molti versi, è l’Occidente a tentare lo stesso movimento. La storia, però, suggerisce cautela. La Persia è troppo antica per essere annientata. 11 maggio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/9788858127469_0_0_424_0_75-195x300.jpg) --- # Bangkok, Fixed Price (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/bangkok-fixed-price-italian-and-english-version/ Ci risiamo. Rama 9, cielo lattiginoso, torri che crescono come bambù d’acciaio, rendering di famiglie sorridenti che non abitano qui. Cerco un appartamento lungo Ratchadaphisek. Ce ne sono troppi. Costano tutti troppo. L’agente arriva puntuale. Inglese, sui cinquanta, camicia chiara, sorriso da reduce. Moglie thai, vent’anni in Thailandia. Lo dice subito. Come una credenziale. — Il mercato soffre, mi dice mentre camminiamo. — Si vede. — Ma nessuno abbassa. Lo dice senza enfasi. Come il tempo. Entriamo nel condominio. Una ventina d’anni. Tenuto bene. Senza grazia. Nel cortile una piscina piccola, reale: bambini thailandesi che urlano, si spruzzano acqua, litigano, fanno pace. Accanto, immerso fino al petto, un farang solitario. Immobile. Potrebbe essere lì da dieci minuti o da dieci anni. — Zona buona, dice l’agente. — Sì. Ascensore lento. Silenzioso. Sesto piano. La porta si apre su un appartamento di quaranta, forse quarantacinque metri: cucina-soggiorno, una camera, bagno. Tutto corretto. Un po’ buio. Mobili normali. Nessun carattere. L’aria condizionata è accesa. Inutilmente. Qualcuno l’ha lasciata così. Come se l’appartamento dovesse arrivare. — Lo vendono arredato. — Capisco. Cammino piano. L’appartamento è vuoto. Vuoto davvero. — È sfitto? — Sì. — Da quanto? — Un po’. Qui “un po’” non è tempo. È stato. — Era un investimento, aggiunge. — Affittato a uno straniero. — Poi? — Poi basta. Guardo fuori. Balconi uguali. Finestre chiuse. Attese identiche. — Il prezzo? — Quattro milioni e ottocentomila baht. Lo dice piano. ฿4.800.000. Tiro fuori il telefono. Conversione rapida. Circa 125.000 euro. Glielo mostro. Non è sorpreso. — Prezzo italiano, dico. — Sì. — Oltre 3.000 euro al metro quadro. — Sì. Annuisce. — Francamente mi sembra alto. — Lo so. Non si difende. Constata. — Fino a pochi anni fa, continuo, con la metà si comprava qualcosa di simile. — Sì. Silenzio. — E se scendessero? — Non scendono. — Mai? — Non oggi. Qui “oggi” può durare anni. — Pensavo ci fosse margine. — Me l’avevano detto anche a me. Mi guarda. Niente ironia. Solo stanchezza. — I thai aspettano. — Anche se non affittano? — Anche se non vendono. — Anche se non pagano il mutuo? — Anche allora. — E se perdono la proprietà? — Forse. — O forse no. Qui il forse è una strategia. Scendiamo. I bambini sono ancora in piscina. Il farang è ancora lì. L’acqua intorno a lui vibra appena. Fuori, Rama 9 continua a crescere. — Allora niente, dico. — Consideriamola una visita. Ci salutiamo senza stringerci la mano. Nessuna tragedia. Nessuna trattativa. Solo un appartamento vuoto. ฿4.800.000 immobili. Un mercato in cui nessuno muore. Ma tutti sono feriti. Scendo le scale infinite del metro Suttisan. Scale che portano solo più sotto. Ripenso al farang nell’acqua. Immobile. Non riposava. Aspettava. Penso ai bagni misteriosi di De Chirico alla Triennale di Milano. Corpi sospesi. Acqua ferma. Tempo indeciso. Arte, sogno e vita qui si toccano senza chiedere. Nel ventre di Bangkok convivono rendering, mutui non pagati, piscine vere, attese lunghe anni. Sono contento di aver trovato De Chirico. Non felice. Contento. 7 maggio *Here we go again.* *Rama 9. Milky sky, towers rising like steel bamboo, renderings of smiling families who do not live here. I’m looking for an apartment along Ratchadaphisek. There are too many. They all cost too much.* *The agent arrives on time. English, in his fifties, light shirt, a survivor’s smile. Thai wife, twenty years in Thailand. He says it immediately. Like a credential.* *— The market is suffering, he says as we walk.* *— It shows.* *— But nobody lowers prices.* *He says it without emphasis. Like the weather.* *We enter the condominium. About twenty years old. Well kept. Without grace. In the courtyard a small pool, real, not decorative: Thai kids shouting, splashing, fighting, making peace. Nearby, immersed up to his chest, a solitary farang. Motionless. He could have been there ten minutes or ten years.* *— Good area, the agent says.* *— Yes.* *Slow elevator. Silent.* *Sixth floor. The door opens onto an apartment of forty, maybe forty-five square meters: living room with kitchen, one bedroom, bathroom. Everything correct. A little dark. Ordinary furniture. No character.* *The air conditioning is on. Pointlessly.* *Someone left it that way. As if the apartment were about to arrive.* *— They sell it furnished.* *— I see.* *I move slowly. The apartment is empty. Truly empty.* *— Is it vacant?* *— Yes.* *— How long?* *— A while.* *Here “a while” is not time. It’s a condition.* *— It was an investment, he adds.* *— Rented to a foreigner.* *— Then?* *— Then nothing.* *I look outside. Identical balconies. Closed windows. Identical waiting.* *— The price?* *— Four million eight hundred thousand baht.* *He says it softly. ฿4,800,000.* *I take out my phone. Quick conversion. About 125,000 euros.* *I show him.* *He isn’t surprised.* *— Italian price, I say.* *— Yes.* *— Over three thousand euros per square meter.* *— Yes.* *He nods.* *— Honestly, it feels high.* *— I know.* *He isn’t defending himself. Just stating a fact.* *— A few years ago, I go on, you could buy something similar for half.* *— Yes.* *Silence.* *— What if they lowered it?* *— They don’t.* *— Never?* *— Not today.* *Here, “today” can last for years.* *— I thought there might be room.* *— They told me the same thing.* *He looks at me. No irony. Just tiredness.* *— Thai owners wait.* *— Even if they don’t rent?* *— Even if they don’t sell.* *— Even if they can’t pay the mortgage?* *— Even then.* *— And if they lose the property?* *— Maybe.* *— Or maybe not.* *Here, maybe is a strategy.* *We go down. The children are still in the pool. The farang is still there. The water around him barely trembles.* *Outside, Rama 9 keeps growing.* *— So, nothing then, I say.* *— Let’s call it a viewing.* *We say goodbye without shaking hands.* *No tragedy. No negotiation.* *Just an empty apartment. ฿4,800,000 standing still.* *A market where no one dies, but everyone is wounded.* *I walk down the endless stairs of Suttisan MRT.* *Stairs that only go deeper.* *I think again of the farang in the water. Motionless.* *He wasn’t resting.* *He was waiting.* *I think of De Chirico’s mysterious baths at the Triennale in Milan.* *Suspended bodies.* *Still water.* *Undecided time.* *Here art, dream and life touch without asking.* *In the belly of Bangkok, renderings, unpaid mortgages, real pools and long waits coexist.* *I’m glad I found De Chirico.* *Not happy.* *Just glad.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/de-chirico-bagni-misteriosi-uomo-300x200.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/lavori-in-corso-prime-piantumazioni-attorno-ai-bagni-misteriosi-di-de-chirico-300x190.webp) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/F_SUP-3u040-0003288_IMG-0001016005.jpg) Giorgio de Chirico in posa davanti ai "Bagni misteriosi", situati nel Parco Sempione di fronte al Palazzo dell'Arte --- # Me, myself & Claude Source: https://www.altriorienti.com/me-myself-claude-italian-english-edition/ Partire dal gesto minimo — comprare un libro — è già una dichiarazione, non un vezzo, ma una scelta di campo, qualcosa che sembra piccolo e invece non lo è. Byung-Chul Han entra in biblioteca non come autore da scaffale, ma come dispositivo, una presenza che non si limita a stare lì, ordinata, ma che in qualche modo si infila tra le cose e le sposta. *Shanzhai* non è un saggio sulla contraffazione, non davvero, è una lente che incrina una convinzione occidentale quasi mai esplicitata — che esista un originale intoccabile. La casa editrice Nottetempo fa il resto, con quei libri brevi, quasi trattenuti, chirurgici, senza protezioni retoriche, libri che non accompagnano ma spostano, e poi restano lì. Poi arriva Internazionale. "Il futuro è già arrivato",  [un articolo di Chang Che](https://www.internazionale.it/magazine/chang-che/2026/04/29/il-futuro-e-gia-arrivato), ripreso dal *Guardian*, sulla robotica cinese: fabbriche che si svuotano, ingegneri che parlano apertamente, senza troppi giri, di eliminare il lavoro umano. > “Il mio lavoro è espellere operai dalla produzione.” La frase resta lì, semplice, quasi più semplice del resto, e proprio per questo più difficile da aggirare. Due piani che si toccano senza dichiararlo: Han: non esiste un originale assoluto. La Cina industriale raccontata da Chang Che: l’uomo non è più necessario come forma stabile. La mente fa il resto, non per associazione casuale, ma per attrazione, qualcosa che si riconosce senza bisogno di spiegarsi davvero. Non è la tecnologia ma è la premessa invisibile. In Occidente, anche quando automatizziamo, resta una frase non detta: fino a qui sì, oltre no. Quella soglia è fragile, ma esiste, ed è culturale prima che giuridica. Nella traiettoria che si intravede, quella soglia non è centrale, non perché non esistano limiti, ma perché il limite non è l’uomo in quanto tale. Non sono mai stato un fanatico dell’originalità, soprattutto quando diventa complicata, qualcosa da difendere più per abitudine che per necessità. La uso anch’io, questa ambiguità: mi servo dell’intelligenza artificiale come correttore di mille refusi, per cercare fonti, come una protesi discreta del lavoro. Non è lì il problema. La copia, la variazione, perfino una certa idea di falso — tutto questo non mi disturba. Lo scarto è altrove. Non riguarda la sostanza, ma la forma che assume, il modo in cui si presenta. Non è una questione di giusto o sbagliato, né di necessità: molte di queste trasformazioni sono probabilmente inevitabili, forse persino utili. E tuttavia resta qualcosa. Come se, in questo passaggio, non fosse semplicemente il lavoro a essere sostituito, ma qualcosa di più sottile: una posizione, un ruolo implicito che abbiamo sempre dato per scontato. Non è una perdita evidente. Non è nemmeno una tragedia. Ma non è neanche neutrale. Forse è una forma di oblio. Ritorno ad Ulisse ed ai mangiatori di Loto. Il falso, in questo contesto, non è degradazione. È variazione. Non c’è un originale da proteggere, ma una forma da trasformare, e detta così sembra quasi innocua, ma non lo è. Se questa logica esce dagli oggetti e investe il soggetto, succede qualcosa di semplice e inquietante: l’uomo diventa una versione tra le altre. Non da imitare. Da riarticolare. Non è un giudizio. È una differenza di impostazione. Dove l’Occidente si ferma per giustificarsi, altrove si procede senza dover giustificare la stessa cosa. I nipoti che non vedrò vivranno in un mondo diverso dal mio. I confini saranno più sottili, forse quasi impercettibili, tra ciò che è organico e ciò che non lo è. Non so se sia un bene o un male. E, a dire il vero, non è una questione che mi riguarda fino in fondo. Non per disinteresse. Ma per misura. Non posso farmene carico. Non è il mio tempo. Forse siamo noi a difendere qualcosa che non esiste più. Posso solo stare qui, in questo passaggio, e fare ciò che mi spetta, senza allargare troppo il raggio. Non difendere un’origine, ma esercitarla. Originare, finché è possibile. Rileggo tutto e mi ritrovo a chiedere a Claude cosa pensa di quello che ho scritto. *"Sì.  Ipotizzi che originare — nel senso di produrre qualcosa che viene da dentro, che ha una posizione, una voce riconoscibile — non sia un valore estetico ma un atto di resistenza. Non ideologica. Pratica. E lo fai senza dichiararlo. Arrivi a dichiararlo alla fine e lo nomini appena — "originare, finché è possibile" — e ti fermi lì.* *È più onesto di molti testi che ho letto oggi che dicono la stessa cosa con più rumore. La giornata intera, in un certo senso, è stata la dimostrazione di quello che questo testo teorizza. I pezzi AI-assisted illustrano. I tuoi originano. La differenza si sente sempre, anche quando non sai nominarla. Questo testo la nomina. Quasi. * *Pensi ad Ulisse. * *Ulisse funziona qui perché non è un’aggiunta decorativa, ma un elemento strutturalmente coerente con il testo: nello shanzhai si perde l’originale, nell’AI e nella robotica si perde la funzione, nei Lotofagi si perde la memoria — tre forme diverse della stessa dinamica, una dissoluzione senza conflitto.**"* 3 maggio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/Lotus-eaters-300x228.png) Ulisse tra i lotofagi, Nel IX libro dell'Odissea (vv. 82-102), Omero narra di come Ulisse approdò presso questo popolo dopo nove giorni di tempesta, che colse lui e i suoi uomini presso Capo Malea, spingendoli oltre l'isola di Citera. I Lotofagi accolsero bene i compagni di Ulisse e offrirono loro il dolce frutto del loto, unico loro alimento che però aveva la caratteristica di far perdere la memoria, per cui Ulisse dovette imbarcare i compagni a forza e prendere subito il largo per evitare che tutto l'equipaggio, cibandosi di loto, dimenticasse la patria e volesse fermarsi in quella terra (nell'Odissea si dice fosse su un'isola). Da Wikipedia ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/shanzhai-byung-chul-han-210x300.png) --- # Missili e cene di gala Source: https://www.altriorienti.com/missili-e-mignotte-a-cene-di-gala/ *Il libro "Il trionfo della stupidità" di Armand Farrachi torna fuori da sotto una pila che non ricordo di aver costruito, non è una scoperta ma una ricaduta, perché i libri non si perdono davvero, si accumulano e poi ti si rovesciano addosso quando cerchi altro. Ne ho spostati venti per prenderne uno, lasciandoli per terra come resti di qualcosa che non riesco più a governare. Dalla stanza accanto arriva una voce che non è ancora una lite ma ne ha già la forma, e io so che tra poco dovrò dire scusa senza avere un motivo convincente.* *Lo apro. Mi ritrovo subito dentro la storia della torta al cioccolato di Trump, quella frase che gira come una battuta venuta male, mentre invece è precisa, quasi tecnica, perché non parla della guerra ma del modo in cui la guerra si deposita nella testa di chi la decide, senza peso, senza attrito.* *Aprile 2017, Mar-a-Lago, incontro con Xi Jinping: si discute di Siria, Assad e la suo sterminio chimico di civili a Khan Shaykhun. La risposta yankee di cinquantanove Tomahawk al regime. Occhio per occhio.* *Trump lo racconta e nello stesso respiro descrive la torta che stanno mangiando, la più bella che si possa immaginare, e le due cose restano lì, incollate, senza distanza, come se appartenessero allo stesso evento. **Non c’è niente da capire. **Guerra e dessert stanno nello stesso spazio mentale.* *Si discute della torta, della frase, dello stile, pari alle battute di Putin sulle puttane russe, che a suo dire sono le migliori del mondo, e di Berlusconi che invita le belle donne a sposare uomini ricchi per sconfiggere la povertà. **Farrachi spreca esempi ed afferma che tali sproloqui non sono ingenuità, non sono credulità. È stupidità bassa, piatta, diffusa, pefetta. Non collega, non distingue, non pesa, ma tiene insieme cose che non stanno insieme e non se ne accorge. **Non è un difetto, è lo stato delle cose.* *Dalla stanza accanto la voce sale, e io guardo i libri per terra, il gesto inutile che li ha messi lì, e capisco che la scusa che sto per dire non riguarda il disordine ma il fatto che continuo a cercare un senso dove il senso non tiene, che sposto venti cose per capirne una e alla fine non capisco neanche quella. **Farrachi resta aperto sul tavolo, la torta sospesa tra le pagine come un dettaglio fuori posto che però tiene tutto insieme, e mi sembra che sia sempre lì che si gioca la partita, tra una frase e l’altra, tra un libro per terra e una casa che si riempie lentamente. E a un certo punto non tieni più niente insieme.* 1 maggio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/05/9788860445896_0_0_536_0_75-1-195x300.jpg) --- # Leonardo Falasco. Notte a Chang Rai Source: https://www.altriorienti.com/leonardo-falasco-notte-a-chang-rai/ ***Leonardo. Lo ha scritto Leonardo Falasco.*** ***Non è un musicista. È uno che fa rumore per non sentire il resto. Non è un filosofo. È uno che ha guardato troppo e ha smesso di spiegare.*** ***Beve poco, ma male. Dorme peggio. La notte non gli piace, ma non ha altro.*** ***L’esoterismo non è una passione. È una cattiva abitudine. Come grattarsi una ferita che non chiude. Le porte le vede ovunque. Nei muri, negli specchi sporchi, nei corridoi  degli alberghi economici. Le apre. Sempre. ******Non sa chi gli abbia detto di farlo. ******Non sa come si richiudono. ******La stanza è un buco. Non metafora. Un buco. Un materasso che sa di umido, un tavolo storto, roba lasciata lì da qualcuno che non è più lui. Niente ordine, niente scopo. Solo roba che resiste più di lui.*** ***Nessuno ci entra. ******Non perché non si possa. Perché non avrebbe senso. ******Lui ci sta. Ci torna. Ogni volta un po’ più leggero, nel modo sbagliato. ******Meno roba dentro. Meno idee. Meno difese. ******Non è una crescita. È consumo.*** ***Esce quando non regge più. Cammina. Guarda le facce. Le evita. Le perde subito. Tutto scivola via. Anche quello che dovrebbe restare.*** ***Poi rientra.*** ***Sempre.*** ***Ryo *** ***Hana*** ***Scrive qualcosa ogni tanto. Non perché abbia qualcosa da dire. Per vedere se riesce ancora a mettere due cose in fila. A volte sì. A volte no.*** ***Quando sì, non cambia niente. ******Quando no, neanche. ******Non crede più a niente di grande. Le verità sono roba da gente sobria. Lui non lo è, nemmeno da lucido.*** ***Sa una cosa sola. ******Le porte non portano da nessuna parte. Eppure continuano a chiamarlo.*** ***E lui continua ad aprirle.*** ***Perché stare fermo sarebbe peggio. ******Perché dentro quella stanza, quando tutto tace, resta solo una cosa.*** ***E quella non si spegne.*** Mentre si legge si lasci suonare [questo](https://youtu.be/DYko3lHQdZU?is=Bk_5-zGGX7tzwk7G) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/hq720-300x169.jpg)   *Chiang Rai si scioglie.* *La notte non scende, filtra. Resta sospesa tra le superfici, si incolla alla pelle, entra senza chiedere.* *Dentro, un suono che non è più musica. Ripetizione. Attrito. Mani che insistono, come se bastasse quello a non cadere.* *Fuori, corridoi umidi. Lanterne tremolanti. Figure appoggiate ai muri.* *Tra loro, due.* *Ryo. * *Hana.* *O forse no.* *I nomi non tengono. Ma restano.* *Non si avvicinano. Non davvero. Nessun gesto. Nessuna chiamata.* *Solo una distanza che si piega.* *I volti cambiano mentre li guardi. Non sono stabili. Non sono interi.* *Puttane sacre senza corpo al Wat Rong Khun.* *Superfici. Passaggi. Niente da toccare.* *Tutto fasullo.* *Un suono esce. Non parola.* *“mi…gliaci… no…cor…to…”* *Poi, netto, come un taglio dentro il rumore:* *“Do what thou wilt…”* *Silenzio.* *Ancora frammenti.* *“…leg…ge… tut…”* *Le bocche si muovono. Non parlano loro.* *Qualcosa passa.* *Aleister Crowley, deformato, spezzato, come inciso male dentro la notte.* *Non è citazione.* *È residuo.* *Ryo resta fermo. O quello che resta.* *Non ascolta. Ma quelle parole sì.* *Le uniche.* *Rio.* *Dove Rio.* *Un volto che cerca tra altri volti. Non trova presa. Scivola. Ritorna.* *Rio.* *Tra le luci basse, tra i riflessi sporchi, tra le crepe.* *Non si lascia fermare.* *Le due figure restano. Non accolgono. Non respingono.* *“Love is the law…”* *Chiaro.* *“…love under will…”* *Poi di nuovo niente. Solo suoni rotti.* *Lingua senza struttura.* *Ryo.* *Rio.* *La differenza si perde.* *Il tempo non passa. Si consuma.* *Nessun incontro. Nessun contatto.* *Solo attraversamento.* *Le bocche si chiudono. I volti si svuotano.* *Restano due forme.* *Come prima.* *Forse mai state.* *Più tardi, una stanza. Legno grezzo.* *Segni.* *Un fiore che non emerge. Radici fuori.* *Tra le linee:* *rio* *Poi graffiato.* *Resta l’impronta.* *Fuori, la notte continua.* *Dentro, meno.* *Non silenzio.* *Meno.* *E da qualche parte, senza origine:* *“Do what thou wilt…”* 29 Aprile **Leonardo Falasco da vicino ** *Il camerino è piccolo.* *Una sedia, uno specchio, luce incerta.* *Leonardo Falasco tiene la chitarra sulle gambe.* *Due note — pulite, definitive — e poi silenzio.* *È un virtuoso.* *Di quelli che non hanno bisogno di dimostrarlo.* *Di quelli che, quando potrebbero, si fermano.* *In sala prove il suono prende forma e subito si nega.* *Cavi, un amplificatore che respira, un synth stanco.* *Un registratore acceso da ore.* *Falasco costruisce e distrugge nello stesso gesto:* - *linea perfetta* - *deviazione minima* - *rottura* *La tecnica è totale.* *Ma non è mai esibita.* *È usata contro sé stessa.* *Le tracce esistono.* *Non a suo nome.* *Nei dischi degli altri:* - *chitarre* - *sintetizzatori* - *seconde voci* - *produzione* *Una presenza che tiene insieme, senza chiedere spazio.* *Non resta mai dove lo puoi trovare.* *Dorme ogni notte in una stanza d’albergo diversa.* *Non lascia oggetti, non costruisce abitudini.* *Viaggia leggero, quasi invisibile.* *Tra le lenzuola, ogni volta, un corpo * *Non è conquista, non è fuga.* *È una forma di passaggio.* *Come la musica.* *Qualcuno dice che potrebbe stare ovunque.* *Festival, etichette, circuiti.* *Ha tutto per esserci.* *Ma quando la traiettoria si chiude,* *lui si sposta.* *Sempre.* *Nel camerino qualcuno bussa.* *Non è il momento.* *Non lo è mai davvero.* *Falasco guarda lo specchio senza sistemarsi.* *Come se l’idea stessa di apparire fosse già un errore.* *Lavora.* *Questo sì.* *Non per arrivare.* *Non per lasciare un catalogo.* *Non per essere riconosciuto.* *Lavora perché il suono lo tiene lì,* *in quel punto preciso dove la forma non è ancora definitiva.* *E allora resta così:* > *un musicista reale* > *un virtuoso che non si concede* > *una presenza che si sposta continuamente* *Ispido.* *Laterale.* *Inafferrabile.* *Quando esce, non lascia canzoni.* *Lascia una traccia più sottile.* *Come se qualcosa fosse stato portato quasi alla perfezione* *e poi lasciato cadere* *un istante prima di diventare stabile.* *E in quell’istante —* *brevissimo —* *c’è tutto Falasco.* --- # Ostaggi in Cina – Nota da un colloquio (Marco) Source: https://www.altriorienti.com/ostaggi-in-cina-nota-da-un-colloquio-marco/ *Marco dice che negli anni Novanta i manager arrivavano da tutto il mondo.* *Arrivavano stanchi prima ancora di cominciare. Grassi, sudati, con il fuso orario addosso come una colpa. Sul Bund di Shanghai, la sera, li riconoscevi subito. Camicie slacciate, risate fuori misura, quell’aria da uomini convinti che il mondo fosse ancora lì ad aspettarli. Riconoscerli era una risata grossa. E un po’ amara. Erano tutti in cerca di affari. E i cinesi lo sapevano.* *Li portavano nei karaoke. Locali senza finestre, luci viola, moquette stanca. Ragazze giovani che si presentavano come studentesse: economia, lingue, relazioni internazionali. Lo dicevano senza sforzo, come fosse la cosa più naturale del mondo. Alcune lo erano davvero. Altre lo erano state. Altre lo sarebbero diventate.* *Quelli più sospettosi, quelli che si sentivano furbi, venivano trattati diversamente. A loro presentavano interpreti e segretarie impeccabili: belle, colte, precise. Parlavano poco, ascoltavano molto. Sapevano quando ridere e quando tacere. Un esercito silenzioso, dice Marco. Mille volte più efficiente di quello che da settant’anni assedia Taiwan senza sparare un colpo.* *I manager spostavano investimenti come si spostano le emozioni. Non seguivano solo i numeri. Seguivano il calore. Bastava una presenza. Qualcuno che li guardasse davvero. Qualcuno che li facesse sentire meno intercambiabili. Qualche volta una seconda famiglia. Qualche volta solo l’illusione di averne ancora una. Banale. Terribilmente banale. **Su questa banalità sono stati scritti migliaia di libri di economia. Hanno costruito carriere accademiche. Hanno organizzato seminari sulle supply chain, sulle joint venture, sull’integrazione culturale. Nessuno ha mai messo una slide sul bisogno disperato di essere desiderati.* *Marco a un certo punto ride. Poi smette. Dice che la Cina ha fatto quello che Fidel Castro diceva delle donne di vita a Cuba: sono puttane, certo, ma laureate. Solo che Pechino lo ha fatto meglio. Con più metodo. Con più pazienza. Senza ideologia.* *Ha messo nel letto degli uomini di potere occidentali le donne più talentuose di una generazione. Non le più fragili. Non le più disperate. Le più intelligenti. Mentre loro dormivano, convinti di aver trovato affari, amore o almeno una tregua dal proprio declino, qualcun altro prendeva appunti. Non in modo ossessivo. Con calma. Come si fa quando si è certi che il tempo giochi dalla propria parte.* **ECO** *Anni dopo, negli stessi palazzi di vetro, qualcuno continua a usare gli stessi badge. Passa gli stessi tornelli. Beve lo stesso caffè annacquato. I corridoi sono uguali. I loghi identici. Le voci più basse.* *Le ragazze non cantano più nei karaoke. Ora lavorano nel middle management, nelle risorse umane, nei dipartimenti legali. Parlano inglese meglio di prima. Tengono il timbro in un cassetto che non mostrano mai. I manager occidentali sono dimagriti. Hanno imparato a non promettere. A non chiedere. Qualcuno ogni tanto parla ancora di uscire. Lo dice come si parla di una dieta che inizierà lunedì.* 27 aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/fidel-castro-orig-300x204.jpeg) Fidel Castro --- # Delenda (Italian & English edition) Source: https://www.altriorienti.com/delenda-italian-english-edition/ Moratoria di dieci anni sull’uranio arricchito, oppure la comoda illusione di una dilazione. Cominciamo da ciò che è vicino. Non i libri. Non ancora. Un film. Apocalypse Now. Marlon Brando. Kurtz. Non quello elegante. Non quello dell’Ultimo tango a Parigi. Qui è rasato, gonfio, fuori asse. Non spiega. Taglia. Il film viene da Cuore di tenebra. E lì resta una frase che non si lava via: > *Exterminate all the brutes.* Non è cinema. È il residuo. Qualcuno dice che la guerra si evita. Qualcuno che si gestisce. Qualcuno che non finisce mai. Tutti, a modo loro, hanno ragione. Finché non serve davvero. La guerra, quando la attraversi, diventa semplice. Troppo. Riduci. Tagli. Elimini. Il resto è per chi guarda. Il Novecento ha smesso di fingere. La total war. Non più eserciti. Città. Fabbriche. Persone. Dresda. Hiroshima. Non errori. Metodo. Eppure c’è sempre qualcuno che dice: aggira, evita, rinvia. Meglio non combattere. Meglio non arrivare lì. Giusto. Finché l’altro non si ferma. Allora cambia tutto. Il tempo smette di essere neutro. Diventa una direzione. E quasi sempre non è la tua. Machiavelli non si perde in parole. Vuoi stabilità? Taglia la linea. Se resta qualcosa, torna. Clausewitz lo mette in fila: la guerra spinge. Sempre. Se ti fermi prima, non hai scelto la pace. Hai solo rimandato il problema. Schmitt diceva che il nemico serve. Che senza nemico non esisti. No. Il nemico non serve. Il nemico va azzerato. Non è più tempo di psicologia politica. È tempo di contabilità. Schmitt poneva la domanda giusta. Sbagliava la risposta. Roma non si faceva queste domande. Catone non discuteva. > *Carthaginem esse delendam.* Ogni volta. Perché il problema non era Cartagine. Era il fatto che fosse ancora lì. Qui il discorso si sporca. “Gestione.” “Equilibrio.” “Processo.” Parole per guadagnare tempo. O per perderlo meglio. La verità è più corta. La guerra è una scelta: cosa deve restare e cosa no. Kurtz lo dice male. Senza copertura. Per questo è il folle. Gli altri lo dicono meglio. Nei report. Nei tavoli. Nei comunicati. Funziona? Sì. Cartagine non esiste più. Milos non esiste più. Funziona sempre? No. Perché ogni volta che chiudi davvero una partita, ne stai aprendo un’altra. Solo che quella arriva dopo. E non ha ancora un nome. E allora si resta lì. A metà. A gestire. A raccontarsi che è più intelligente così. Poi torna. Sempre. La scelta è semplice. Se la fai fino in fondo, la chiudi. Se ti fermi prima, te la porti dietro. Non è vendetta. È il momento in cui i conti smettono di essere trattative. 25 Aprile *A ten-year moratorium on enriched uranium — or the reassuring illusion of yet another delay?* *Let’s begin with what is close.* *Not books. Not yet.* *A film.* *Apocalypse Now.* *Marlon Brando.* *Kurtz.* *Not the refined one. Not Last Tango in Paris.* *Here he is shaved, swollen, off balance.* *He doesn’t explain.* *He cuts.* *The film comes from Heart of Darkness.* *And one line remains, impossible to wash away:* *Exterminate all the brutes.* *This is not cinema.* *It’s residue.* *Some say war can be avoided.* *Some say it can be managed.* *Some say it never really ends.* *All of them, in their own way, are right.* *Until it becomes necessary.* *War, once you cross into it, becomes simple.* *Too simple.* *You reduce.* *You cut.* *You eliminate.* *The rest is for those watching.* *The twentieth century stopped pretending.* *Total war.* *No longer armies.* *Cities.* *Factories.* *People.* *Dresden.* *Hiroshima.* *Not mistakes.* *Method.* *And yet there is always someone who says: divert, avoid, delay.* *Better not to fight.* *Better not to get there.* *Fair.* *Until the other side doesn’t stop.* *Then everything changes.* *Time stops being neutral.* *It becomes a direction.* *And almost never yours.* *Machiavelli doesn’t waste words.* *You want stability?* *Cut the line.* *If something remains,* *go back.* *Clausewitz lays it out:* *war pushes.* *Always.* *If you stop before the end,* *you have not chosen peace.* *You have only postponed the problem.* *Schmitt said the enemy is necessary.* *That without an enemy, you do not exist.* *No.* *The enemy is not necessary.* *The enemy must be erased.* *This is no longer the time for political psychology.* *It is time for accounting.* *Schmitt asked the right question.* *He gave the wrong answer.* *Rome did not ask these questions.* *Cato did not argue.* *Carthaginem esse delendam.* *Every time.* *Because the problem was not Carthage.* *It was the fact that it was still there.* *This is where the argument gets dirty.* *“Management.”* *“Balance.”* *“Process.”* *Words to buy time.* *Or to lose it more efficiently.* *The truth is shorter.* *War is a decision:* *what must remain and what must not.* *Kurtz says it badly.* *Without cover.* *That’s why he is the madman.* *The others say it better.* *In reports. At tables. In statements.* *Does it work?* *Yes.* *Carthage no longer exists.* *Melos no longer exists.* *Does it always work?* *No.* *Because every time you truly close one account,* *you are opening another.* *Only that one comes later.* *And it doesn’t have a name yet.* *So you stay there.* *Halfway.* *Managing.* *Telling yourself it is smarter this way.* *Then it returns.* *Always.* *The choice is simple.* *If you go all the way,* *you close it.* *If you stop before,* *you carry it with you.* *This is not revenge.* *It is the moment when accounts stop being negotiations.* *![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/ACQpkOmDXqwjQ205I8yyI4D_si7BQJPUl5_M9wcpgqKAd5lDhngdvrUZlNgBacqyIKiA5_kU60FSGlnemA7RDKB6_UNbiMPckgfgnAz4Kal7dqgK-ug3p0rCl5vYA2jiwIhzogZaRErSmLNcR_rjh7rFH_-RMeRvNFNNZcLi4OLEXPx5gsN6-ZEIRawkfiU1-300x188.jpg)* --- # Surfing USA. Boom, boom, boom Source: https://www.altriorienti.com/surfing-usa-boom-boom-boom/ Boom. Boom. Boom. All’inizio sembra un tic. Poi capisci che è l’unica cosa rimasta. Chi bombarda? La domanda arriva sempre dopo. Il suono arriva prima. Donald decide — o sembra. Poi lascia filtrare, poi corregge, poi torna. Non è una linea. È un’onda. E J. D. Vance resta di lato. Non canta. Non accelera. Tiene il tempo. È calendario elettorale. Più che morale, è margine. Boom. Boom. Boom. Vance, però, è già stato altrove. Non questo. L’altro. Quello vero. Vince Vance & The Valiants, 1980. Cresta, sorriso da provincia, coro dietro che tiene il ritmo. Quello sì. Senza pensiero, ma con melodia. Prende Barbara Ann e la piega. Barbara → Iran. Spiaggia → bersaglio. Sole → riflesso metallico. Niente di sofisticato. Solo uno spostamento. E lo spostamento basta. Boom. Boom. Boom. I The Beach Boys avevano costruito un mondo leggero. Non perché fosse stupido. Perché poteva permetterselo. La California continua a cantare. Ma sotto non c’è più il mare. Boom. Boom. Boom. Ben Affleck ci ha costruito sopra un bel film. Argo. Gli ostaggi USA a Teheran. Il gesto iniziale. Non è mai stata chiusa. Non è mai finita. Boom. Boom. Boom. John McCain l’aveva tirata fuori. Non all’inizio. Dopo. Aveva ripreso il ritornello. Così, quasi distratto. Non era piaciuta molto, nel 2007. Ma non è questo il punto. Il punto è che il tema era già lì. E in America quel tema non se ne va. Resta. Si sposta. Riemerge. Boom. Boom. Boom. Oggi è arrivata nel Golfo la USS George H. W. Bush (CVN-77). Nuova portaerei. Enorme. Boom. Boom. Boom.   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/1900x1900-000000-80-0-0-300x300.jpg) Vince Vance Video [Bomb Iran - with lyrics - Vince Vance & the Valiants](https://www.youtube.com/watch?v=GoC0Ks1N3Q8)   Testo Bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran Bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran Bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'IranBomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Prendiamo posizione (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Let's take a stand (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Il nostro paese ha un sentimento Our country's got a feelin' Colpisci davvero il soffitto, bombarda l'Iran (bomba, bomba, bomba, bombarda l'Iran)Really hit the ceilin', bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Sono andato in una moschea, lancerò dei sassi Went to a mosque, gonna throw some rocks Di' all'Ayatollah: "Ti metterò in una scatola"Tell the Ayatollah, "Gonna put you in a box" Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Il nostro paese ha un sentimento Our country's got a feelin' Colpisci davvero il soffitto, bombarda l'Iran (bomba, bomba, bomba, bombarda l'Iran)Really hit the ceilin', bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Il vecchio zio Sam sta diventando piuttosto sexy Ol' Uncle Sam's gettin' pretty hot È ora di trasformare l’Iran in un parcheggioTime to turn Iran into a parking lot Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Il nostro paese ha un sentimento Our country's got a feelin' Colpisci davvero il soffitto, bombarda l'Iran (bomba, bomba, bomba, bombarda l'Iran)Really hit the ceilin', bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Chiamate i volontari, chiamate i bombardieri Call the volunteers, call the bombardiers Chiamate i finanziatori, meglio darsi una mossaCall the financiers, better get their ass in gear Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Il nostro paese ha un sentimento Our country's got a feelin' Colpisci davvero il soffitto, bombarda l'Iran (bomba, bomba, bomba, bombarda l'Iran) Really hit the ceilin', bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) (Diamogli una bomba atomica, woo-hoo!)(Let's nuke 'em, woo-hoo!) Invitiamo i nostri alleati a tagliare i loro rifornimenti Call on our allies to cut off their supplies Slegaci le mani e riportali indietro viviGet our hands untied, and bring 'em back alive Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Il nostro paese ha un sentimento Our country's got a feelin' Colpisci davvero il soffitto, bombarda l'Iran (bomba, bomba, bomba, bombarda l'Iran)Really hit the ceilin', bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran Bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran Bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'IranBomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Prendiamo posizione (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Let's take a stand (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran) Bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb, bomb Iran) La nostra gente che hai rubato Our people you been stealin' Ora è il momento di trattare, bombardare l'Iran (bombardare, bombardare, bombardare, bombardare l'Iran)Now it's time for dealing, bomb Iran (bomb, bomb, bomb, bomb Iran) Fonte: [Musixmatch](https://www.musixmatch.com/pro/) Compositori: Fred Fassert / Alex Michael Arrowsmith Testo di Bomb Iran © Original Music --- # L’uomo che cancella l’Impero Source: https://www.altriorienti.com/luomo-che-cancella-limpero/ *Parlo con un’amica che si occupa delle collaborazioni tra una importante università milanese ed altre americane.* *Mi dice che i momenti peggiori sono passati, che il clima è cambiato, che le tensioni degli ultimi mesi si stanno lentamente riassorbendo.* *Poi però si ferma, e corregge il tiro. Il problema vero, mi dice, non è il clima. È che oggi ottenere un visto per studiare negli Stati Uniti è diventato complicato. Le procedure si sono allungate, i controlli aumentati, l’incertezza è entrata in un processo che un tempo era quasi automatico. Non è un divieto, non è una chiusura dichiarata. È qualcosa di più sottile: un rallentamento, una frizione, una difficoltà che scoraggia. E infatti, aggiunge, molti studenti italiani negli ultimi mesi hanno deciso di restare a casa. Non partire. Rimandare. Scegliere alternative europee. Non è un dato clamoroso. Non fa notizia come le restrizioni sui ricercatori cinesi o le polemiche sui visti H-1B. Ma è proprio per questo che colpisce di più. Perché racconta qualcosa che non si vede subito: che l’attrazione dell’America — quella forza invisibile che per decenni ha portato i migliori studenti del mondo a bussare alle sue università — non è più scontata. Così ho capito che il tema non riguarda soltanto gli studenti STEM cinesi o le grandi dispute geopolitiche. C’è un altro capitolo, meno clamoroso, ma più rivelatore. Un capitolo che riguarda anche noi. E che mostra qualcosa che stride.* *Strana l’America di Trump. L’America non è più fabbrica, non è più acciaio, non è più carbone. È servizi, sanità, turismo, finanza, università. È formazione, soprattutto.* *Vale — più o meno — il 90% del suo prodotto interno lordo. Il resto, quello che Trump difende con i dazi, è una quota residua, quasi simbolica. Eppure è lì che si concentra tutta la sua energia politica. I dazi — tariffs, come li chiamano — diventano il centro del mondo, mentre il vero motore dell’Impero resta altrove: invisibile, silenzioso, nei laboratori, nei campus, nei corridoi delle università. Così Trump scuote il sistema globale per difendere dieci punti di economia industriale, e intanto rischia di incrinare ciò che davvero tiene insieme l’America: il primato del dollaro, la centralità culturale, la capacità di attrarre il talento. Non credo sia solo. Non è mai solo chi guida un Paese così. Eppure torno a lui. E mi faccio una domanda ingenua, forse sciocca: come è possibile? Dove si è formato Trump? Ha capito che cosa serve davvero l'Università? * *Allora vado a cercare. Scopro che non si conoscono neppure i suoi voti scolastici.* *Non quelli del collegio militare che frequentò da adolescente, non quelli della Wharton School, la prestigiosa facoltà di economia della University of Pennsylvania. **Nulla. **I registri non sono pubblici, le pagelle mai mostrate. **Trump stesso, nel 2011, minacciò di querelare qualsiasi scuola o università che avesse diffuso i suoi risultati accademici. Pare sia** l’unico presidente americano moderno di cui non esista alcuna documentazione accademica verificabile. **Di lui si sa che studiò due anni alla Fordham University, poi si trasferì a Wharton e si laureò nel 1968. **Ma nessuno ha mai trovato tracce di una tesi, di un premio, di un articolo, di una distinzione. **Alcuni ex compagni lo ricordano come “carismatico ma distratto”, “competitivo ma disinteressato”. **Un venditore nato, non uno studente. **Forse il suo vero unico talento, sin da allora, era quello di far credere agli altri di essere più bravo di ciò che era.* *Per capire quanto sia assurda questa cecità, basta tornare all’inizio. **Quando i premi Nobel nacquero, nel 1901, la scienza moderna parlava tedesco, danese, francese. **Gli Stati Uniti erano un paese industriale, ma non una potenza scientifica. **Tra il 1901 e il 1924, su oltre settanta premi Nobel nelle discipline scientifiche, solo quattro andarono ad americani. **Meno del sette per cento. **I migliori studenti americani andavano a formarsi a Göttingen, Cambridge, Parigi.* *La conoscenza era europea. **Poi arrivò la guerra, e con la guerra la diaspora degli scienziati. **Tra il 1933 e il 1945, centinaia di fisici, chimici, biologi fuggirono dal nazismo e dalle dittature verso l’unico luogo che offriva libertà e mezzi: l’America. **Fermi, Szilard, Wigner, von Neumann, Bethe, Teller: un’epopea di esuli che fondarono la modernità scientifica americana. **Il loro genio costruì Los Alamos, il Progetto Manhattan, la Silicon Valley, la NASA, la genetica molecolare. * *L’Impero si fondò così: sull’accoglienza del talento straniero. **Sull’idea che il sapere non avesse passaporto. **Dal 1945 in poi, l’università americana divenne il magnete del talento mondiale. **L’Europa usciva in macerie, l’Asia non era ancora rinata, e l’America offriva ciò che nessuno aveva: **laboratori, fondi, libertà, meritocrazia, sogno. **In pochi decenni, Harvard e Stanford diventarono città-stato della conoscenza, con budget superiori a quelli di molti ministeri europei. * *I numeri raccontano la portata del fenomeno. **Dal 1945 a oggi, nelle discipline STEM (fisica, chimica, medicina, economia), oltre 220 premi Nobel sono stati assegnati a studiosi affiliati a istituzioni americane. **Di questi, quasi la metà — circa 100–110 — erano nati o formati all’estero. **Vuol dire che un Nobel americano su due non è americano. **Negli anni Duemila, la quota di scienziati nati all’estero tra i premiati affiliati a università USA ha raggiunto il 45–50%, **e in alcuni anni è arrivata al 60%. **È questa la vera forma dell’Impero: non il possesso, ma l’attrazione. **Non muro, ma magnete. **L’America non ha conquistato il mondo: lo ha invitato a lavorare nei suoi laboratori. **Ha trasformato il talento globale in potenza nazionale. **Ha saputo essere il centro verso cui tutto converge.* *Così la decisione di Donald Trump — introdurre una tassa di 100.000 dollari per ogni lavoratore straniero altamente qualificato, **come quelli che chiedono un visto H-1B — risulta un vero atto di autolesionismo imperiale. * 22 Aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/disegno_schizzo_leggero-300x200.jpg) --- # Capozzi’s cut – Sotto il vulcano Source: https://www.altriorienti.com/capozzis-cut-sotto-il-vulcano/ ***Ricordo di un racconto di Michele Capozzi*** *Qualche mese fa, una tempesta ha squassato Milano.* *Pioggia furiosa, vento torvo, il cielo come sfilacciato. **In piazza Baiamonti è crollato un platano immenso. **Uno di quelli che stavano lì da prima che arrivassimo noi, e che ci sembravano eterni. **Lo ricordo bene — era l’albero che faceva ombra ai miei incontri con Michele Capozzi.* *Michele Capozzi veniva a Milano quando serviva: una base, un letto, una parentesi. **Allora si rifugiava in via Maroncelli vicino a Chinatown, zona di passaggio, con l’odore dei bao alla piastra e lo scorrere lento dei tram.* *Ci sedevamo lì, nel suo bar preferito, sotto la chioma larga che filtrava la luce e ci dava frescura. **Bevevamo caffè freddo, ci raccontavamo storie. **Stavamo bene, nella compagnia sobria e umana di chi sa ascoltare.* *Oggi quell’albero non c’è più. **E per me è stato un segno. **Un richiamo, forse, a scrivere di Michele e delle sue storie — prima che qualcosa vada perso per sempre, nella memoria, nel tempo, nel frastuono delle stagioni che cambiano. **Lì trovavi un bar, buono di giorno ed ottimo per la sera perchè Michele ci guardava le partite di calcio. E' chiuso da tempo come l’Edicolaccia che stava di fronte. **Un posto cult, sopravvissuto a lungo all’urbanistica e alla decenza. **Parlammo per ore, e a un certo punto, senza alcun preavviso, tirò fuori Angeles City.* *Lo disse così, come si nomina un peccato o un amore d’altri tempi. **Non presi appunti. Non registrai nulla. **Quello che segue è la memoria imperfetta di ciò che mi raccontò — con la sua voce, la sua grazia disincantata, e la sua umanità feroce, sempre dalla parte degli ultimi.* *Potrei aver perso qualcosa. **Ma va bene così.* #### Una città che non dovrebbe esistere *Angeles City non ha proprio senso che sia lì.* *Sbucata dal nulla, piazzata su una pianura brutta e polverosa — secca e giallastra per mesi, marrone e appiccicosa quando arrivano le piogge.* *Non c’è mare, non c’è fiume, non c’è un centro vero. Solo incroci, tralicci, motel a ore e un’aria ferma che sa di gasolio e zucchero caramellato.* *Eppure eccola: viva, calda, brulicante — una città costruita per servire l’America e sopravvissuta alla sua assenza.* *Oggi è un paradosso tropicale: un po’ casinò, un po’ centro commerciale, un po’ duty-free.* *Una Filippine con le gambe aperte e lo sguardo fuori dalla finestra, in attesa di qualcuno che la porti oltre l’oceano* *Clark Air Base era tutto ciò che gli americani sognavano di avere lontano da casa:* *Coca-Cola, aria condizionata, Burger King, biblioteche fornite, piscine olimpioniche.* *Uno spicchio di suburbia californiana piantato in mezzo alle risaie di Luzon.* *Per ogni ufficiale in uniforme c’era un autista, una maid, un cameriere con l’inglese imparato a memoria; **per ogni soldato in libera uscita, una ragazza giovane e sorridente, pronta a fingere d’innamorarsi. **Il vero confine non era il filo spinato — era la differenza morale fra dentro e fuori.* *Clark resistette a guerre e trattati, ma non al Pinatubo. **Giugno 1991: la montagna si aprì, cenere fino a trentacinque chilometri in cielo, tetti che crollavano, fango bollente. **Gli americani fecero le valigie. Gli hangar rimasero vuoti, le case smantellate. **Angeles, invece, rimase accesa come un’insegna al neon alle tre del mattino.* *Fields Avenue non dorme. Non s’illumina all’alba né s’oscura al tramonto: vive in un crepuscolo fluorescente. **Strada corta, nemmeno un chilometro, piena di desideri repressi e vergogne ben oliate. **L’occidente esausto arriva in ciabatte: pensionati di Saigon, coreani in cerca d’oblio, europei che scappano da sé stessi.* *Le ragazze, figurine sotto il neon rosa, si chiamano Cherry, Apple, Star, Princess.* *Nel sorriso offrono due cose: un momento di carne e un’occasione di fuga. **Perché ogni cliente può essere un biglietto d’uscita, qualunque volto abbia, qualunque lingua parli. **“Maybe you take me with you?” lo dicono con leggerezza, ma negli occhi la finestra è spalancata: guardano un mondo migliore che non hanno mai visto.* *Bisogna dirlo con rispetto: le ragazze di Angeles sono vocate alla professione. **Non per hobby, non solo per bisogno, ma come chi conosce il mestiere di placare la solitudine altrui. **Massaggiano piedi, fanno ridere, lasciano dormire. Poi salutano con un take care che suona come una benedizione. **E tu, con tutta la tua Europa dietro, non ti senti migliore — solo meno solo.* *Tra i vicoli si vedono ragazzi con occhi filippini e lineamenti americani: gli Amerasians.* *Padri bianchi spariti, madri tenaci. Parlano inglese con cadenza d’Ohio, ma portano la pelle bruna di Luzon. **Fanno i buttafuori, i DJ, i venditori di braccialetti fluores­centi. **Nel loro sguardo c’è la stessa finestra aperta delle madri: un’attesa che non arriva mai fino al mattino.* *Il Pinatubo ha coperto tutto di cenere, ma non ha sepolto il cuore coloniale dell’Impero.* *Angeles ha cambiato pelle, diventando un ibrido: zona franca, parco giochi per adulti, bazar di valigie pronte. **Quando il cielo si fa giallastro e la luce odora di sabbia, tornano i ricordi: i padri lontani, le canzoni d’Elvis, le risate troppo forti.* *Angeles City è un inferno dolce, scomposto, gentile. **Non grida, non giudica. Ti abbraccia, ti spoglia, ti lascia andare. **Io non ho preso nulla, ma qualcosa ho lasciato — forse una bugia, forse la forma stanca della mia ombra. **Partendo, avevo negli occhi polvere fine e un nome in testa: Hope — la ragazza che mi offrì una birra calda e mi lasciò dormire senza chiedere nulla. **Hope. Un nome da bar, o forse l’unica cosa che resta in piedi in posti come questo.* *Ricordato da chi lo ascoltò una sera, in Piazza Baiamonti.* 20 Aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/06/angeles-city-night-life.jpg) Angeles City ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/06/istockphoto-1355071920-612x612-1-300x171.jpg) Sotto il vulcano ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/07/albero-caduto-milano-2-1200x630-1-1024x538.jpg) Piazza Baiamonti e l'albero di Michele --- # Dal giorno alla notte. Cinema come educazione sentimentale del Novecento Source: https://www.altriorienti.com/dal-giorno-alla-notte-cinema-come-educazione-sentimentale-del-novecento/ *Questo pezzo viene dopo un altro, più luminoso, dedicato alla screwball comedy. Alcuni amici vi hanno riconosciuto un tono, forse uno sguardo. Quelle parole — così rare, così preziose — ci hanno dato il coraggio di proseguire.* *Se lì c’era il giorno, qui c’è la notte. Non il suo contrario, ma il suo completamento. Non un cambio di gusto, ma un passaggio di età. Dopo il sole inquieto, l’altra metà: quella più scura, più lenta, meno conciliabile.* *Scriverne è stato un modo per attraversarla senza tradirla. Pubblicarla è un atto di fiducia: che anche questo registro, più esposto e più malinconico, possa trovare ascolto.* Forse ho creduto più alle storie che alle ideologie. Non perché fossero più giuste, ma perché erano più oneste. Le ideologie chiedevano adesione, disciplina, speranza; le storie si limitavano a mostrare il mondo mentre accadeva, anche quando era incoerente, stanco, imperfetto. E questo, paradossalmente, bastava. Per molto tempo quella fiducia è passata dalla luce. Dalla velocità. Dal giorno. La screwball comedy è stata una scuola di formazione sentimentale. Un cinema solare solo in apparenza, in realtà nervoso, instabile, già incrinato. Dialoghi che correvano più veloci del pensiero, uomini e donne che si inseguivano senza mai possedersi davvero, identità scambiate, ruoli ribaltati, desideri continuamente rimandati. Non era evasione: era una forma di sopravvivenza leggera dentro un mondo che aveva già perso equilibrio. Quel cinema insegnava una cosa essenziale: che il disordine poteva essere abitato. Che il conflitto non era necessariamente tragedia, ma movimento. Che si poteva restare nel mondo senza aderire completamente alle sue regole, usando l’intelligenza, l’ironia, la velocità come difese minime. Era il giorno del Novecento: inquieto, brillante, già un po’ isterico, ma ancora condivisibile. Poi, lentamente, è arrivata la notte. L’hard-boiled non è stato un cambio di gusto. È stato un passaggio di età. Non più la parola che salva, ma il silenzio che resiste. Non più la schermaglia, ma la caduta. Non più il disordine giocoso, ma la struttura. L’hard-boiled è stato un apprendistato emotivo più severo. Un linguaggio che non prometteva soluzioni, ma lucidità. Che non chiedeva fede, ma attenzione. Il cinema è diventato madre e maestra in un senso più duro: non insegnava cosa pensare, ma come restare. Come attraversare città ostili, lavori senza vocazione, relazioni sbagliate, amori senza futuro. Senza proclami. Senza risarcimenti morali. Quel cinema non era di denuncia, né pedagogico. Era seduttivo, ambiguo, spesso immorale. Univa attrazione e destino, sensualità e morte, desiderio e caduta. Proprio per questo svolgeva una funzione più profonda: non spiegava il mondo, lo rendeva abitabile. Come la tragedia per gli antichi. La tragedia non educava, non migliorava, non correggeva. Esponeva. Metteva in scena ciò che non poteva essere evitato: l’errore, la perdita, la fine. Non prometteva salvezza, ma riconoscimento. Il Novecento — secolo senza dèi e senza certezze — ha trovato in questa cinematografia una funzione analoga. Non un’ideologia alternativa, ma una grammatica emotiva della sconfitta. In questo linguaggio il destino precede la colpa. Gli individui contano meno dei sistemi. La verità non consola. La dignità non coincide con la vittoria. Si imparava dai tempi morti, non dalle svolte. Dai corridoi vuoti, non dai discorsi. Da personaggi che non diventavano esempi, ma nemmeno comparse. Che cadevano senza clamore, e senza chiedere assoluzioni. Ed è forse qui che l’Asia entra in gioco non come altrove, ma come inconscio. Non un Oriente simbolico, né una riserva di autenticità. Piuttosto il luogo in cui ciò che l’Occidente non riusciva più a sostenere come racconto — progresso, colpa, redenzione — è tornato sotto forma di destino, sistema, persistenza. Come accade con l’inconscio: non spiega, non argomenta, insiste. Nel cinema asiatico del tardo Novecento non c’è bisogno di smascherare nulla. Il mondo funziona già oltre l’individuo. Le strutture precedono le intenzioni. La caduta non chiede interpretazione. L’Occidente vi si riconosce con inquietudine, come ci si riconosce in ciò che si era rimosso. C’è anche una differenza decisiva nel modo in cui questi film trattano il tempo. Il cinema del giorno — dalla screwball comedy fino al noir classico — accelera, stringe, risolve. Il tempo è un avversario da battere o da dominare. Anche quando si perde, la narrazione procede, ordina, chiude. Nel cinema notturno, invece, il tempo non collabora. Si dilata, si inceppa, torna su sé stesso. L’attesa diventa materia narrativa, non semplice sospensione. I personaggi non corrono verso una soluzione: ci restano dentro. È un tempo più vicino a quello della vita adulta, quando non si cresce più per salti, ma per logoramento, e le svolte sono rare, spesso invisibili. Questa esperienza del tempo è forse l’eredità più profonda lasciata da quei film. Non ci hanno insegnato solo a perdere, ma a perdere lentamente, senza drammatizzare, senza mitizzare. A riconoscere che esistono fasi dell’esistenza in cui non accade nulla di decisivo — e proprio per questo accade tutto. Col tempo, l’Occidente ha smesso di tollerare questo sguardo. Anche quando racconta il fallimento, pretende che significhi qualcosa. Che produca consapevolezza. Che redima. Così il noir è diventato stile, citazione, memoria estetica di se stesso. Un linguaggio che ricorda la propria forma, ma non più la necessità che lo aveva generato. Altrove, quella necessità è rimasta. Non come trauma, ma come condizione stabile. Ed è forse qui che si consuma la sconfitta più intima. Non la fine di un genere, ma la dissoluzione di un linguaggio che ci aveva cresciuti. Un linguaggio che aveva insegnato a vivere senza illusioni, senza clamore, senza pretendere che ogni perdita producesse un guadagno. Non ci ha resi migliori. Ci ha resi sobri. Capaci di restare quando non c’era nulla da vincere. Di stare lontani dai tempi comuni senza sentirci fuori dal mondo. Di accettare che il destino non chieda permesso e che la caduta non abbia sempre un senso da rivendicare. Se oggi resta una malinconia, non è nostalgia. È lutto composto. Per aver perso non un’estetica, ma una forma di educazione sentimentale. Come accade con tutte le tragedie vere, non chiede risarcimenti. Chiede solo di essere ricordata con precisione. 18 aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/ascendore-per-il-patibolo-restaurato-1-300x169.jpg) Jeanne e Maurice **Scheda dei film – Educazione sentimentale (dal giorno alla notte)** **Il giorno inquieto – Screwball comedy** Bringing Up Baby Regia: Howard Hawks Anno: 1938 Produzione: Stati Uniti (Hollywood) Il caos come condizione vitale: l’identità si forma nel disordine, non nella coerenza. His Girl Friday Regia: Howard Hawks Anno: 1940 Produzione: Stati Uniti (Hollywood) La parola come arma: parlare velocemente per non essere schiacciati dal mondo. The Philadelphia Story Regia: George Cukor Anno: 1940 Produzione: Stati Uniti (Hollywood) Accettare la propria imperfezione come condizione adulta, non come colpa. Ball of Fire Regia: Howard Hawks Anno: 1941 Produzione: Stati Uniti (Hollywood) La cultura “pura” sopravvive solo se si contamina con la vita reale. **Il crepuscolo – Noir classico / film di passaggio** Double Indemnity Regia: Billy Wilder Anno: 1944 Produzione: Stati Uniti (Hollywood) Il desiderio è una scelta lucida che produce conseguenze irreversibili. The Big Sleep Regia: Howard Hawks Anno: 1946 Produzione: Stati Uniti (Hollywood) Il mondo è corrotto ma leggibile: decifrare è l’unica etica possibile. **Ascensore per il patibolo** Regia: Louis Malle Anno: 1958 Produzione: Francia Non la colpa, ma il destino: l’azione resta intrappolata nelle sue conseguenze. **La notte – Hard-boiled tragico** Out of the Past Regia: Jacques Tourneur Anno: 1947 Produzione: Stati Uniti (Hollywood) Il passato non passa mai: ogni tentativo di ritorno è una menzogna. Le Samouraï Regia: Jean-Pierre Melville Anno: 1967 Produzione: Francia Vivere secondo un codice solitario quando il mondo non offre più appigli morali. Hard Boiled Regia: John Woo Anno: 1992 Produzione: Hong Kong Agire senza redenzione: il gesto non salva, ma afferma una presenza. Sonatine Regia: Takeshi Kitano Anno: 1993 Produzione: Giappone Abitare il tempo morto: il destino non va spiegato, solo attraversato. Memories of Murder Regia: Bong Joon-ho Anno: 2003 Produzione: Corea del Sud Accettare l’irrisolto: la verità esiste, ma non consola. --- # Anutin o l’ambizione oltre ogni ostacolo Source: https://www.altriorienti.com/anutin-o-lambizione-oltre-ogni-ostacolo/ Febbraio 2026. Anutin Charnvirakul ha vinto le elezioni thailandesi, portando il Bhumjaithai al risultato più alto della sua storia e conquistando il centro della scena politica nazionale. I numeri sono dalla sua parte, il consenso è reale, il momento è suo. Ma la politica thailandese è fatta di cicli più che di trionfi definitivi, di ascese rapide e di discese silenziose. Per questo il ritratto che segue non cambia: racconta un personaggio, non un risultato elettorale. E i personaggi, in Thailandia, sopravvivono alle vittorie molto meno di quanto sopravvivano alle sconfitte. In Thailandia la politica non finisce mai: si interrompe, si piega, si reincarna. È un eterno gioco di ritorni, di alleanze che si disfano e si ricompongono. In questo teatro, Anutin Charnvirakul è un maestro. Per anni vice, a servizio di tre diversi primi ministri. Sempre in seconda fila, sempre pronto a risalire. Oggi, a 59 anni, eccolo infine primo ministro, frutto di un patto fragile che durerà pochi mesi. Ma per lui basta: l’ambizione si nutre anche di stagioni brevi. Figlio di un impero del cemento, educato negli Stati Uniti, tornato a casa a salvare l’azienda di famiglia, Anutin ha portato con sé l’arte dell’arrampicata. Non un albero dalle radici solide, ma un’edera che avvolge, cresce, ricopre. È stato il ministro della salute che accusava i farang (occidentali n. di non farsi la doccia, l’uomo della cannabis liberalizzata e poi frenata, il politico che dice sì e no ai casinò nello stesso fiato. Ambiguo, sempre presente, mai travolto. Il mondo lo ricorda per quella frase infelice del 2020, i farang “sporchi, che non fanno la doccia”. Un insulto che diventò simbolo, perché in Thailandia la doccia è rito, identità, freschezza. In quell’attimo, il potere rovesciava l’immagine dell’Occidente. Ma al di là dell’aneddoto, Anutin rimane un sopravvissuto, un uomo che non cade mai, che trova sempre un appiglio. Eppure cadrà. Come cadono tutti. Come Thaksin, nuovamente condannato, a ricordarci che in Thailandia l’ambizione personale ha un limite invisibile. Non esiste dissimulazione che possa trasformare l’edera in un albero, né doccia che lavi via l’ombra di chi si finge uomo forte. Perché l’uomo forte, in questo Paese, non piace ai militari, non piace al Re, non piace a chi comanda davvero. Seduti davanti al Chao Phraya, guardiamo il fiume scorrere lento e limaccioso. Aspettiamo che l’acqua porti con sé, come ha sempre fatto, il destino politico di Anutin. Altro che doccia e pulizia corporale. 17 aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Screenshot_20260210_203553_Chrome-300x273.jpg) --- # L’uomo che vide tramontare l’HK dollar a Discovery Bay Source: https://www.altriorienti.com/luomo-che-vide-tramontare-lhk-dollar-a-discovery-bay/ *Nel luglio dello anno abbiamo letto l'articolo di Diana Choyleva, analista senior del Nikkei Asia, «[The real risk to the Hong Kong dollar peg lies in Washington, not in markets](https://asia.nikkei.com/Opinion/The-real-risk-to-the-Hong-Kong-dollar-peg-lies-in-Washington-not-in-markets)», **lo abbiamo salvato, proponendoci di rileggerlo dopo qualche mese. * *Intuizione corretta. È attuale** oggi più dieci mesi fa. **Secondo la Choyleva, la minaccia più concreta al peg — cioè l’ancoraggio del dollaro di Hong Kong al dollaro statunitense — non viene dai mercati, ma da Washington: dalle decisioni della Fed, dai capricci della Casa Bianca, dalla disconnessione crescente tra l’ordine americano e i suoi avamposti asiatici.* *In altri tempi, sarebbe bastato dire che Hong Kong è solida. Oggi, invece, la città vive in uno stato sospeso: appartiene alla Cina, ma ha ancora una valuta agganciata agli Stati Uniti. È una creatura anfibia, figlia di un secolo che non c’è più.* *E quel legame artificiale — 7.75–7.85 HKD per 1 USD, da oltre quarant’anni — comincia a sembrare più una superstizione che una garanzia.* *Un’anomalia elegante.Il dollaro di Hong Kong è una moneta unica al mondo: non è flessibile, non è sovrana, ma è credibile. Ogni biglietto è emesso solo in cambio di dollari veri. Nessuna banca centrale decide i tassi d’interesse: la città si limita a inseguire la Fed, con la docilità di una colonia invisibile.* *Per anni, ha funzionato. Ha attirato capitali, fondi hedge, commercianti di metalli, fondazioni, avvocati, manager, intermediari d’ogni tipo. Ma quel meccanismo aveva senso in un mondo fluido, in cui la Cina faceva finta di non comandare e l’America fingeva di non vedere. Oggi il gioco è finito.* *E allora la domanda sorge chiara: se il peg dovesse cedere, cosa accadrebbe?* *Non c’è una sola possibilità. Ce ne sono almeno cinque. La più mite è anche la più codarda: allargare la banda, lasciando che il cambio fluttui un po’ di più, per prendere tempo. È una soluzione da tecnocrati, da sopravvivenza, che non cambia nulla nel profondo ma consente di dire che si sta facendo qualcosa. Come allentare il nodo senza scioglierlo.* *Un’altra opzione è spostare l’ancoraggio dal dollaro americano allo yuan cinese. Una scelta coerente, per certi versi inevitabile, ma gravida di conseguenze. Perderebbe di colpo quella parvenza di neutralità che ancora illude gli investitori. Sarebbe come dichiarare apertamente: siamo parte del sistema cinese, anche nella moneta. Alcuni applaudirebbero. Molti scapperebbero.* *C’è poi l’ipotesi più radicale: lasciare fluttuare liberamente il dollaro di Hong Kong, senza ancoraggi. Sarebbe un bagno di realtà. Ma anche un salto nel vuoto. La città non ha gli strumenti, né la coesione sociale, per affrontare la tempesta che ne seguirebbe. E la sua vocazione internazionale, costruita sulla stabilità, verrebbe distrutta in poche settimane.* *Il quarto scenario è il più temuto: un attacco speculativo riuscito, in stile George Soros, che metta a nudo l’insostenibilità dell’ancoraggio. In questo caso, non si tratterebbe più di scelta ma di resa. La HKMA venderebbe dollari finché ne ha, poi dovrebbe alzare bandiera bianca. Sarebbe uno choc, non solo economico ma identitario.* *E infine, il passo definitivo: abolire il dollaro di Hong Kong e adottare direttamente lo yuan. Fine del modello ibrido, fine della finzione. Hong Kong diventerebbe, anche formalmente, una città cinese come le altre. I suoi grattacieli resterebbero. La fiducia, no.* *Con questi scenari nello zaino, siamo scesi a sud. A Rawai, nella punta meridionale di Phuket, ci aspettava Armando, il broker. Una vita passata tra dogane, porti, lettere di credito, container e sigilli. Un uomo pragmatico. **Ora è prossimo alla pensione. E ha deciso: chiude tutto. Lascia Hong Kong.* *Ci ha accolti in un bar di legno, con la brezza dell’Andamano e un gin tonic in mano.* *— “HK it’s over,” ha detto.* *Non c’era amarezza nella voce, solo il tono asciutto di chi ha capito. Ha chiuso il conto in HKD. Ha spostato tutto in euro e baht. Ha trovato una casa in collina, con un bel giardino e vista sul tramonto. Armando non sta profetizzando. Sta ritirando le sue fiches, prima che il tavolo venga smontato.* *Quando ho conosciuto Armando, venticinque anni fa, Hong Kong era un’altra cosa.* *C’erano sere in cui fumava sigari cubani su un balcone al trentaduesimo piano, con vista sul Victoria Harbour e le navi portacontainer allineate come sillabe sul mare. **Le luci di Central lampeggiavano sotto la foschia, e il mondo sembrava aver trovato un equilibrio fragile ma elegante. **Rideva con i broker inglesi della Jardine Fleming, commentava in dialetto ferrarese i nuovi regolamenti doganali, e poi scendeva in taxi a Wan Chai, si andava a mangiare da Ugo Conta il mantovano, beveva whisky giapponese al bar del Wharney Hotel, con scaricatori filippini e spedizionieri indiani.* *Era una città da romanzo: multilingue, ambigua, euforica.* *Aveva due telefoni, una splendida ragazza coreana che studiava architettura e una fede incrollabile nei documenti ben firmati. **«Hong Kong era il mio jazz», mi ha detto una volta. «Tutti suonavano insieme, anche se nessuno leggeva lo spartito giusto.» **All’epoca, il dollaro di Hong Kong sembrava eterno. Pechino faceva finta di non comandare. L’America faceva finta di non interessarsi. E in mezzo, gente come Armando faceva girare il mondo. **Un giorno, tornando da una riunione a Discovery Bay, guardò il mare e disse: “Questo posto è il futuro.”* *Ora, seduto in ciabatte a Rawai, con le onde che sbattono piano sui sassi, Armando non nega nulla di quei giorni. Ma ne parla come si parla di un amore finito bene: con rispetto, ma senza illusioni.* *— “Quel dollaro lì non era solo una valuta. Era una promessa.”* *Le monete, come gli uomini, possono essere più di ciò che valgono. Possono essere metafore, reputazioni, ombre. **Il dollaro di Hong Kong non è mai stato solo un pezzo di carta: era la fiducia incarnata in una cifra. Un codice condiviso tra due mondi in guerra fredda permanente.* *Oggi quella promessa è consumata. Resta la città. Resta il mare. Resta un peg, fragile come un ricordo. **Ma chi se n’è andato lo sa: la vera valuta di Hong Kong non era il dollaro.* *Era la fiducia.* Guarda l’orizzonte, il bicchiere quasi vuoto, e dice piano in ferrarese, la lingua dell'anima: > *"Hong Kong l’é stêra na dòna bèra e sbaséda. Ma mo la gh’ha un otri paròn. A l’é stâ bèl fin che l’é durê… mo adès basta."* Poi tace. *Ps per chi non capisce "Hong Kong è stata una donna bella e sfacciata. Ma adesso ha un altro padrone. È stato bello finché è durato… ma ora basta."* 15 Aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/07/MICE-Destination-1-300x200.jpg) --- # Dalla posta dei dei lettori. Reimigrazione. Una parola costruita male. Source: https://www.altriorienti.com/dalla-posta-dei-dei-lettori-reimigrazione-una-parola-costruita-male/ Il problema non è politico. È linguistico. “Reimmigrazione” è una parola costruita male, e come tutte le parole costruite male genera pensiero confuso. Ha un suono tecnico, quasi amministrativo, e suggerisce un movimento neutro, simmetrico: qualcuno che torna, qualcuno che viene riportato, un flusso che si riassesta. Non c’è responsabilità, non c’è causa, non c’è effetto. Soprattutto, non c’è colpa. È una parola che non prende posizione. E proprio per questo, in un dibattito già fragile, lo indebolisce ulteriormente. Perché se si parla di persone che hanno commesso un reato — non di flussi, non di numeri, ma di individui — il linguaggio non può restare neutro. Non per una questione ideologica, ma per una questione di struttura logica. Nella tradizione giuridica europea, che discende da Roma più che da Bruxelles, a un reato segue una pena. Sempre. Non è un’opzione narrativa, è un principio ordinativo. E allora il punto è semplice: se il presupposto è un reato, la parola non può essere “reimmigrazione”. Deve essere “espulsione”. “Espulsione” è una parola che chiarisce. Introduce una sequenza: violazione → giudizio → conseguenza. Non lascia spazio a equivoci semantici. Non addolcisce, non confonde, non simula neutralità dove neutralità non c’è. È una parola che riporta il discorso sul terreno giusto: quello della responsabilità individuale. Naturalmente, questo non significa estendere il concetto a chiunque. Ed è qui che il linguaggio deve restare preciso. L’espulsione non riguarda “gli immigrati”, categoria astratta e pericolosa, ma criminali e clandestini. Individui che hanno violato una norma e che, in base a un sistema giuridico, subiscono una conseguenza specifica. Ma proprio per questo la parola conta. Perché evita due derive opposte e ugualmente sterili. Da una parte, la retorica tecnocratica che svuota il problema (“reimmigrazione” come procedura neutra). Dall’altra, la generalizzazione emotiva che trasforma tutto in un conflitto indistinto. “Espulsione” non è una parola più dura. È una parola più onesta. E nel dibattito europeo — dove si tende sempre più a nascondere i problemi sotto formule lessicali eleganti ma opache — la differenza tra una parola onesta e una parola ambigua è già, di per sé, una presa di posizione. Il resto viene dopo. Sempre. Lettera firmata 14 aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/479e8ec8-be45-493f-a2d1-4e6289de798e-300x169.jpg) --- # Moriremo russi? Source: https://www.altriorienti.com/moriremo-russi/ «Pensare di sostituire completamente il gas russo è un errore». Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, [lo dice oggi, senza alzare la voce](https://www.corriere.it/economia/aziende/26_aprile_12/descalzi-eni-sospendere-il-bando-al-gas-russo-nello-scorso-weekend-600-stazioni-di-servizio-senza-gasolio-e201f7ec-0076-4e59-8b35-e546bd6eaxlk.shtml). Non è politica. È struttura. Se il sistema si tende, alcune fonti tornano inevitabili. E tra queste c’è la Russia. Da qui bisogna partire. Non dalla guerra. Dalla frase. Perché quella frase arriva dopo anni passati a dire il contrario. L’Europa ha costruito, pezzo per pezzo, l’uscita dal gas russo. Ha pagato prezzi più alti, ha accettato contratti peggiori, ha riorganizzato rotte, terminali, fornitori. Ha fatto quello che si doveva fare — o quello che sembrava inevitabile. E per un momento ha funzionato. Il sistema si era stabilizzato. Non perfetto, ma funzionante. Il gas arrivava da altrove. Il petrolio trovava altre rotte. Il mercato aveva assorbito lo shock. Poi il Golfo. Non serve esagerare. Basta una cosa: lo Stretto di Hormuz non è un’opinione. È un passaggio fisico. Quando si restringe — anche solo nella percezione — tutto il sistema si muove. E si muove sempre nello stesso modo. Riduce. Taglia. Ritorna. Non ai valori. Alle fonti. Cina, India, Sud-est asiatico. Quella parte del mondo che consuma e cresce non può fermarsi. Se il Golfo diventa meno affidabile, quella domanda cerca altro. Non aspetta. Non discute. Compra. E compra dove può. La Russia è lì. Non è cambiata. L’abbiamo solo messa da parte. Ma il mondo non è noi. E quindi succede una cosa molto semplice: mentre noi pensavamo di essere usciti, gli altri sono entrati. La Russia ha venduto altrove, ha riorganizzato flussi, ha costruito nuove dipendenze. Non è sparita. Si è spostata. Adesso, se il sistema si tende di nuovo, quella capacità torna centrale. Non perché sia giusta. Perché esiste. Qui il punto si chiude. Non esiste un mercato morale dell’energia. Esiste un mercato unico. Se i volumi si restringono da una parte, la pressione aumenta ovunque. Se gli altri comprano di più, noi paghiamo di più. Se i prezzi salgono, le industrie rallentano. Se rallentano, la politica cambia tono. A quel punto le scelte diventano meno ideologiche. Molto più semplici. Quante fonti hai. Quanto costano. Quanto sono continue. Il resto scende. Per questo la frase di Descalzi non è sorprendente. È tardiva. Il sistema non ha mai davvero sostituito la Russia. Ha solo trovato un equilibrio temporaneo. E gli equilibri temporanei, quando vengono stressati, si rompono sempre nello stesso punto: tornano alla base. La Russia è una base. Nel frattempo è successo anche altro. Gli Stati Uniti hanno riempito una parte del vuoto, vendendo LNG. Non per altruismo. Per interesse. E questo ha funzionato finché il sistema era relativamente stabile. Ma se il Golfo si incrina, anche quell’equilibrio diventa fragile. Non perché manchi energia. Perché cambia la distribuzione. E quando cambia la distribuzione, cambiano i rapporti di forza. La Russia non è più quella del 2021. Non ha più bisogno dell’Europa come prima. Se torni, torni dopo aver detto no. E questo si paga. Trump. Non serve giudicarlo. Basta guardare l’effetto. Ha riaperto spazi. Ha allentato vincoli. Ha rimesso in gioco attori che sembravano marginalizzati. Putin, dentro questo schema, non è stato sconfitto. È stato sospeso. E ora riemerge. Non come vincitore. Come fornitore necessario. Meno epico. Più concreto. E quindi la domanda resta. Moriremo russi? No. Non così. Ma nel momento di massima pressione il sistema torna sempre lì dove non voleva tornare. E quello che abbiamo chiamato indipendenza si rivela per ciò che era. Una parentesi. Lo stesso Descalzi, [il 27 febbraio diceva l’opposto](https://www.repubblica.it/economia/2025/02/28/news/descalzi_non_c_e_piu_spazio_per_il_gas_russo_eni_piano-424033673/): per il gas russo non c’era più spazio, il mercato si era adattato, i contratti erano chiusi. Sembra passato un secolo. Poi il sistema si è mosso. E le parole con lui. Il mercato non ha memoria. Ricalcola e basta. 13 aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/1-Balli-tradizionali-russi-Corso-di-russo-Roma-News-300x222.webp) --- # Rawai (Italian & English edition) Source: https://www.altriorienti.com/rawai-italian-english-edition/ Non somigliava alle fotografie di Somerset Maugham. Somigliava al modo in cui Maugham guardava le cose. Non quello ufficiale, composto, da ritratto. Quello che si siede in disparte, in una veranda dell’Asia, e aspetta. Non cerca storie. Non le costruisce. Le lascia venire. Davanti ha un bicchiere. Il ghiaccio si scioglie lentamente. E in quel tempo — che non è mai vuoto — qualcosa prende forma. John aveva quella qualità. Non raccontava per spiegare. Raccontava quando qualcosa, dentro, si era già sistemato. Il terrace bar di Rawai, alle otto del mattino, era sospeso. Non caldo, non fresco. Solo umido. I ventilatori giravano piano, il mare era già lì, perfetto e indifferente. Lui arrivava sempre prima. Completo di lino chiaro, impeccabile senza rigidità. Alto, più della media, ma leggermente curvo, come se gli anni lo avessero spinto in avanti senza riuscire a piegarlo del tutto. Non una postura fragile — una traiettoria. Il bastone — elegante, sottile — non era chiaro se fosse davvero necessario. Lo usava, con leggerezza. Più un segno che una funzione. Portava degli occhiali Persol in acetato havana. Li abbassava appena, senza toglierli. Gli occhi, dietro, erano azzurri, ma stanchi. La pelle era bianca, sottile, consumata più che segnata. E poi c’era un gesto. Quando arrivava il drink, non lo prendeva subito. Avvicinava il bicchiere di qualche centimetro, lo faceva ruotare piano sul tavolo — una mezza rotazione appena — come se dovesse allinearlo a qualcosa che vedeva solo lui. Solo dopo lo sollevava. Sempre nello stesso modo. Il bastone appoggiato alla sedia. Il bicchiere allineato. Di fronte, la sua compagna. Cinese. Stessa età. Una presenza discreta. Fisica, ma come sottratta a sé stessa. Assente nella presenza. Il viso tondo. Gli occhi piccoli, quasi chiusi. Le labbra due fessure sottili. Guardava il mare. Non con interesse. Non con distrazione. Come se il mare non fosse qualcosa da osservare, ma solo da lasciare essere. Fumava con calma una sigaretta. Inspirava. Tratteneva appena. Lasciava uscire il fumo senza seguirlo. Quando finiva, spegneva la sigaretta con precisione. E tornava al suo tè. Sempre nello stesso modo. Sempre nello stesso silenzio. Non dava l’impressione di essere lì per lui. Né altrove. Semplicemente, era. Ci siamo arrivati piano. Non subito. Per giorni. Io arrivavo, lui era già lì. Stesso tavolo. Stesso gesto. Stesso bicchiere. Uno sguardo. Un cenno appena. Niente di più. Il giorno dopo uguale. E quello dopo ancora. Una mattina disse solo: “Hai letto Maugham?” Annuii. “Capiva questa parte del mondo,” disse. “Non le grandi cose. Le piccole.” Non aggiunse altro. Ci vollero altri giorni. Il dialogo non cresceva. Si spostava appena. Una parola in più. Poi di nuovo silenzio. Una mattina, senza preavviso, disse: “Quando sono arrivato a Hong Kong pensavo di restarci poco.” Come se stesse continuando un discorso che non avevamo mai iniziato. Una pausa. “Le cose importanti non si decidono. Si accumulano.” “Era ancora inglese,” disse. Era arrivato giovane. “Doveva essere una tappa.” Pochi anni. Poi tornare. “Non pensi mai che i posti possano trattenerti.” Guardò il mare, ma vedeva altro. “Ricordo una notte.” Pioggia sottile. Neon sull’asfalto. Un vicolo stretto. “Un ragazzo correva. Noi dietro.” “Scivolava, ma non cadeva mai.” Poi: “Alla fine si è fermato.” Un attimo. “Non perché l’abbiamo preso. Perché sapeva.” “All’inizio le ho chiesto se voleva venire via con me.” Lei aveva genitori anziani. Malati. “Non mi ha detto no.” “Non mi ha detto sì.” Poi: “Non ha detto niente.” E lì c’era già tutto. “Mesi.” “Poi anni.” “E a un certo punto non è più una decisione.” Diventa vita. “Ho fatto tutta la mia carriera lì.” “A un certo punto non distingui più tra quello che controlli e quello che ti tiene.” Non c’era orgoglio. Non c’era rimpianto. Solo continuità. “C’erano loro.” Le triadi. “Cominciano dal rito.” Incenso. Parole. Un gesto. “Dopo, appartieni.” “All’inizio aiutano.” “Poi decidono.” “Non sempre capisci quando succede. Te ne accorgi dopo, da quello che non puoi più fare.” Una pausa. “E quando decidono… non torni indietro.” “Ne togli uno, ne arriva un altro.” “Non erano gli uomini.” “Era dentro le cose.” “Noi arrivavamo sempre un passo dopo. Non perché fossimo lenti.” Una pausa. “E a volte… ci servivano.” “Hai mai provato a tornare?” “Sì.” “Non ha funzionato.” “Non ero più inglese.” “Non ero di Hong Kong.” Poi: “Non si resta tra due mondi. Si viene espulsi da entrambi.” Il ghiaccio non era più ghiaccio. John bevve. “Ora è più grande. Più invisibile.” “Ma il rito è rimasto.” “Senza rito non c’è lealtà.” Restammo in silenzio. Il mare continuava a essere perfetto, indifferente. Pensai ancora a Somerset Maugham. Non alle storie. Al modo. John fece un cenno. Il bicchiere era lì. Non lo toccò. Non lo allineò. Restò così. Per un attimo sembrò che avesse dimenticato il gesto. La mattina dopo era di nuovo lì. 11 aprile *He did not resemble the photographs of Somerset Maugham.* *He resembled something else.* *Not the official version, composed for portraits.* *The one who sits aside, on a veranda somewhere in Asia, and waits.* *He does not look for stories.* *Stories come to him.* *In front of him, a glass. The ice melting, slowly.* *And in that time — never empty — something takes shape.* *John had that quality.* *He did not speak to explain.* *He spoke when something inside had already settled.* *The terrace bar in Rawai, at eight in the morning, was suspended. Not hot, not cool. Just humid. The fans turning slowly. The sea already there. Perfect. Indifferent.* *He always arrived first.* *A light linen suit, precise without stiffness. Taller than most, slightly bent forward, as if the years had pushed him ahead without quite breaking him. Not a fragile posture — a direction.* *The cane — elegant, thin — did not quite belong to necessity. He used it lightly. More a sign than a function.* *He wore Persol glasses in havana acetate. He lowered them slightly, never removing them. Behind them, blue eyes. Tired.* *The skin was pale, thin. Worn more than marked.* *And then, a gesture.* *When the drink arrived, he did not take it.* *He drew the glass closer, a few centimeters, turned it slowly on the table — a slight rotation — as if aligning it with something only he could see.* *Only then did he lift it.* *Always in the same way.* *The cane resting against the chair.* *The glass aligned.* *Opposite him, the woman.* *Chinese. Same age.* *A discreet presence, almost withdrawn.* *Physical, yet removed from itself. Absent within presence.* *A round face. Small eyes, almost closed.* *Lips, two thin lines.* *She looked at the sea.* *Not with interest.* *Not with distraction.* *As if the sea was not something to observe, but something to let be.* *She smoked slowly.* *Inhaled.* *Held it briefly.* *Then released the smoke without following it.* *When she finished, she put out the cigarette with precision.* *And returned to her tea.* *Always in the same way.* *Always in the same silence.* *She did not seem to be there for him.* *Nor elsewhere.* *She was.* *That was enough.* *It came slowly.* *Not at once.* *For days.* *I would arrive. He was already there.* *Same table. Same gesture. Same glass.* *A glance.* *A slight nod.* *Nothing more.* *The next day, the same.* *And the one after.* *One morning, he said only:* *“Have you read Maugham?”* *I nodded.* *“He understood this part of the world,” he said. “Not the big things. The small ones.”* *Nothing else.* *More days passed.* *The conversation did not grow.* *It shifted.* *One more word.* *Then silence again.* *One morning, without warning, he said:* *“When I arrived in Hong Kong, I thought I would stay only a short while.”* *As if continuing something we had never begun.* *A pause.* *“The important things are never decided. They accumulate.”* *“It was still British,” he said.* *He had arrived young.* *“It was meant to be temporary.”* *A few years.* *Then back.* *“You never think a place can hold you.”* *He looked at the sea, but he was seeing something else.* *“I remember a night.”* *Light rain. Neon on wet ground. A narrow alley.* *“A boy was running. We were behind him.”* *“He slipped, but never fell.”* *Then:* *“In the end, he stopped.”* *A moment.* *“Not because we caught him. Because he knew.”* *“At the beginning I asked her if she wanted to leave with me.”* *Her parents were old. Ill.* *“She did not say no.”* *“She did not say yes.”* *Then:* *“She said nothing.”* *And that was already everything.* *“Months.”* *“Then years.”* *“At some point, it is no longer a decision.”* *It becomes structure.* *“I spent my entire career there.”* *“At some point, you no longer distinguish what you control from what holds you.”* *There was no pride.* *No regret.* *Only continuity.* *“They were there.”* *The triads.* *“They begin with ritual.”* *Incense. Words. A gesture.* *“Then you belong.”* *“At first, they help.”* *“Then they decide.”* *“You don’t always see when it happens.* *You understand it later — from what you can no longer do.”* *A pause.* *“And once they decide… there is no going back.”* *“You remove one. Another appears.”* *“It was not the men.* *It was already inside things.”* *“We were always one step behind.* *Not because we were slow.”* *A pause.* *“And sometimes… we needed them.”* *“Did you ever try to go back?”* *“Yes.”* *“It did not work.”* *“I was no longer English.”* *“I was not from Hong Kong.”* *Then:* *“You do not remain between two worlds. You are expelled from both.”* *The ice was no longer ice.* *John drank.* *“Now it is larger. More invisible.”* *“But the ritual remains.”* *“Without ritual, there is no loyalty.”* *We remained in silence.* *The sea remained perfect. Indifferent.* *I thought again of Somerset Maugham.* *Not the stories.* *The method.* *John made a small gesture.* *The glass was there.* *He did not touch it.* *He did not align it.* *He stayed like that.* *For a moment, it seemed he had forgotten the gesture.* *The next morning, he was there again.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/Sea-view.7f33aa82-300x300.jpg) --- # Trump’s Risky Business (Oops… I Did It Again) Source: https://www.altriorienti.com/trumpss-risky-business-oops-i-did-it-again/ Le decisioni politiche, soprattutto quelle che riguardano la guerra e la pace, raramente si comprendono nel momento in cui vengono prese. Richiedono distanza. Solo dopo, quando la narrazione si stabilizza, si può osservare con maggiore lucidità la loro natura profonda. Negli anni recenti, la politica estera americana ha mostrato una tendenza sempre più marcata: trasformare l’uscita in un atto di volontà, la ritirata in una forma di controllo. Donald Trump ne è stato l’interprete più coerente. Non il più sofisticato, ma forse il più onesto nel rendere esplicita una logica già presente. La complessità, per Trump, non è un terreno da abitare. È un ostacolo. Non la nega — la riduce. La comprime fino a renderla gestibile dentro una decisione netta. Quando gli Stati Uniti si trovano impantanati in Afghanistan, con una presenza militare lunga, costosa e sempre meno giustificabile sul piano interno, la risposta non è una riformulazione strategica. È una sottrazione. L’accordo di Doha con i talebani segna questo passaggio. Non tanto per il contenuto, quanto per il metodo. Il governo afghano, formalmente alleato, viene progressivamente escluso. Non è più interlocutore, ma contesto. Un elemento tra gli altri. Ciò che emerge è una ridefinizione implicita: la legittimità non scompare. Semplicemente smette di essere necessaria. Si tratta, in fondo, di una resa. Ma di una resa che viene presentata come decisione. Come gesto sovrano. Un’uscita ordinata da una guerra che non si vuole più combattere, né comprendere. Due generazioni afghane avevano costruito — tra molte contraddizioni — una fragile aspettativa di apertura. Istituzioni imperfette, spazi educativi, una certa esposizione ai codici occidentali. Non era un processo lineare, ma esisteva una traiettoria. Quella traiettoria si interrompe non per collasso interno, ma per scelta esterna. E poi Iran. L’uscita unilaterale dall’accordo sul nucleare non rappresenta soltanto una divergenza diplomatica. È un gesto di rottura narrativa. Si rifiuta ciò che non appartiene, ciò che non porta una firma riconoscibile. Nel tempo, la società iraniana si muove. Non una rivoluzione imminente, ma una tensione reale. Una società giovane, stratificata, che vive la contraddizione di un regime austero nella forma e opulento nella pratica. Apparentemente rigoroso, ma attraversato da circuiti di privilegio: viaggi, residenze, educazione all’estero. Una distanza crescente tra retorica e vita, tra miseria e un’inflazione a due cifre che dura da vent’anni. Trump la amplifica, la radicalizza, la porta a un punto di rottura. Ma non la governa. Non la accompagna. Non la struttura. Si limita a esporla. E poi si ritrae. Ancora una volta, la sequenza è riconoscibile. Si suggerisce un cambiamento. Si lascia intendere un esito. Si costruisce un’attesa. Poi si chiude. La realtà non viene trasformata. Viene reinterpretata. Non importa se il regime resta. Se si irrigidisce. Se impara a sopravvivere meglio. Non importa se le aperture si richiudono. Ciò che conta è la possibilità di dichiarare un risultato. C’è una logica quasi pop, una ripetizione che si presenta ogni volta come nuova ma conserva la stessa struttura. Un gesto che si rinnova dichiarandosi inevitabile. *Oops… I did it again.* **Oops, I did it again** Ops, l'ho fatto di nuovo **I played with your heart** Ho giocato con il tuo cuore **Got lost in the game** Mi sono perso nel gioco **Oops, you think I'm in love** Oops, pensi che io sia innamorato **That I'm sent from above** Che sono stato mandato dall'alto **I'm not that innocent** Non sono così innocente Non come ironia, ma come metodo. Afghanistan, Iran: contesti diversi, stessa grammatica. La politica estera diventa un esercizio di rappresentazione. Non più costruzione lenta di equilibri, ma gestione di episodi. Eventi che devono avere un inizio e una fine, possibilmente rapida, comunicabile, comprensibile. Il tempo lungo — quello necessario per incidere davvero — scompare. Trump non è un’anomalia isolata. È una forma semplificata e, proprio per questo, più leggibile di una tendenza più ampia. La trasformazione della politica in un linguaggio immediato, in cui il valore non è nella durata degli effetti, ma nella chiarezza del messaggio. Intercetta una stanchezza diffusa. La fatica delle guerre indefinite, dei risultati incerti, delle responsabilità distribuite. Offre una soluzione semplice: uscire. Ridurre. Chiudere. Ma ogni uscita è anche una selezione. Si decide chi resta esposto. Chi continua a vivere dentro le conseguenze. Chi si trova, improvvisamente, senza la struttura — per quanto imperfetta — che aveva imparato a conoscere. Afghanistan e Iran, in questo senso, non sono eccezioni. Sono variazioni. Due luoghi in cui la realtà viene portata fino a un punto di tensione e poi lasciata lì, sospesa. *Risky business*, allora, non è la guerra. La guerra appartiene da sempre alla sfera del rischio. Il vero rischio è un altro: convincersi che sia possibile entrare e uscire dalla complessità senza pagarne il prezzo. Entrare ed uscire da uno scenario internazionale come fosse un cattivo investimento nei Queens di New York. Tagliare. Dichiarare perdita. Voltare pagina. Come si faceva negli anni Novanta: fallendo con la vodka Trump, le bistecche Trump, le linee aeree Trump. Si fallisce, si chiude, si riparte. Stessa firma, altro progetto, nuova storia. Il problema è che il mondo non è un portafoglio. Non si ristruttura. Afghanistan, Iran — non sono asset da dismettere. Sono luoghi abitati, attraversati da aspettative, illusioni, compromessi. E ogni uscita lascia una traccia. Come se la storia fosse negoziabile. Come se potesse essere chiusa con una dichiarazione. La storia, invece, resta. E accumula. In silenzio, per un po’. Poi torna a chiedere conto. 8 aprile *Political decisions — especially those that concern war and peace — are rarely understood at the moment they are made. They require distance. Only later, when the narrative settles, does their deeper nature begin to emerge with clarity.* *In recent years, American foreign policy has shown an increasingly marked tendency: to turn withdrawal into an act of will, retreat into a form of control. Donald Trump has been its most coherent interpreter. Not the most sophisticated, but perhaps the most honest in making explicit a logic that was already there.* *Complexity, for Trump, is not something to inhabit. It is an obstacle. **He does not deny it — he reduces it. He compresses it until it can fit inside a single, decisive move. When the United States found itself entangled in Afghanistan, with a long, costly military presence that had become increasingly difficult to justify at home, the response was not strategic reformulation. It was subtraction. **The Doha agreement with the Taliban marks that shift. Not so much in its content, but in its method. The Afghan government, formally an ally, is gradually sidelined. No longer an interlocutor, but context. One element among others. What emerges is an implicit redefinition: legitimacy does not disappear. It simply ceases to be necessary. **At its core, it is a surrender. But a surrender presented as a decision. As a sovereign gesture. An orderly exit from a war no longer worth fighting — or understanding. Two Afghan generations had built, amid contradictions, a fragile expectation of openness. Imperfect institutions, educational spaces, a certain exposure to Western codes. It was not linear, but it was a trajectory. **That trajectory ends not through internal collapse, but by external choice.* *And then Iran.* *The unilateral withdrawal from the nuclear deal is not merely a diplomatic divergence. It is a narrative rupture. What does not belong — what does not carry a recognizable signature — is discarded. **Meanwhile, inside Iran, something moves. Not an imminent revolution, but a real tension. A young, stratified society caught in the contradiction of a regime austere in form and opulent in practice. Apparently rigid, yet threaded with privilege: travel, residences, education abroad. A widening gap between rhetoric and life, between everyday hardship and two decades of double-digit inflation. **Trump amplifies that tension. He radicalizes it, pushes it toward a breaking point. But he does not govern it. He does not accompany it. He does not structure it. He merely exposes it. **And then he withdraws. **Once again, the sequence is recognizable. A change is suggested. An outcome is implied. Expectation is built. Then it closes. **Reality is not transformed. It is reinterpreted. **It does not matter if the regime remains. **If it hardens. **If it learns to survive better. **It does not matter if openings close again. What matters is the ability to declare a result. **There is something almost pop in this logic — a repetition that presents itself as new while preserving the same structure. A gesture renewed each time by declaring itself inevitable.* ***Oops… I did it again.*** *Oops, I did it again* *I played with your heart* *Got lost in the game* *Oops, you think I'm in love* *That I'm sent from above* *I'm not that innocent* *Not irony, but method. Afghanistan, Iran: different contexts, the same grammar. Foreign policy becomes an exercise in representation. No longer the slow construction of balances, but the management of episodes. Events that must have a beginning and an end — preferably quick, communicable, understandable.* *The long term — the time required to truly shape outcomes — disappears. **Trump is not an isolated anomaly. He is a simplified form — and for that reason, a more legible one — of a broader tendency. The transformation of politics into an immediate language, where value lies not in the duration of effects, but in the clarity of the message. **It resonates with a widespread fatigue. The exhaustion of endless wars, uncertain outcomes, diffused responsibilities. He offers a simple solution: exit. Reduce. Close. **But every exit is also a selection. **It determines who remains exposed. Who continues to live within the consequences. Who suddenly finds themselves without the — however imperfect — structure they had come to rely on.* *Afghanistan and Iran are not exceptions. They are variations. **Two places where reality is pushed to a point of tension and then left there — suspended. **Risky business, then, is not war itself. War has always belonged to the realm of risk. **The real risk is something else: believing that one can enter and exit complexity without paying the price. **Entering and exiting an international scenario as if it were a bad investment in Queens, New York. **Cut losses. Declare failure. Move on. **As in the 1990s: Trump Vodka, Trump Steaks, Trump Airlines. Fail, close, restart. Same name, new venture, another story. **The problem is that the world is not a portfolio. **It cannot be restructured.* *Afghanistan, Iran — these are not assets to be written off. They are inhabited places, shaped by expectations, illusions, compromises. **And every exit leaves a trace. **As if history were negotiable. As if it could be closed with a statement. **History, instead, remains. And accumulates. **Silently, for a while. Then it comes back to collect.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/ab6761610000517426e59b825251b7df20a7b65e-300x300.jpg) [Oops! I did it again](https://www.youtube.com/watch?v=CduA0TULnow) - Britney Spears - 2000 --- # Una poltrona per due. La dottrina Heritage ft Donald Trump: strategia e mercato Source: https://www.altriorienti.com/una-poltrona-per-due-la-dottrina-heritage-ft-donald-trump-strategia-e-mercato/ *L’inizio non è drammatico. Non ci sono stanze oscure né dossier trafugati. È tutto più semplice: un edificio di mattoni rossi, tre isolati dal Campidoglio, con un’insegna sobria — The Heritage Foundation. È qui che negli ultimi anni ha preso forma la nuova grammatica geopolitica degli Stati Uniti, quella che oggi definisce l’Europa come un continente “in declino”, con una “reale prospettiva di cancellazione della sua civiltà”. **Una frase che ha colpito come un’onda, ma che non nasce per caso. **Non nasce nello Studio Ovale né in un momento d’impeto. Nasce qui.* *Heritage fa da mezzo secolo ciò che in Europa rimane quasi inconcepibile: prefigurare la politica prima che la politica accada. Negli anni di Reagan, il celebre Mandate for Leadership fu adottato come manuale operativo del governo. Oggi quella logica è diventata qualcosa di più grande e più strutturato: Project 2025, un’opera di oltre novecento pagine che non propone visioni astratte, ma istruzioni tecniche — dipartimento per dipartimento, ruolo per ruolo.* *La portata è evidente: costruire un governo conservatore completo, già pronto prima ancora che esista.* *Dietro questa architettura emerge un’idea madre: l’Europa non è più un pilastro dell’Occidente, ma un continente da reinterpretare. Nei documenti interni ricorre un paradigma: un’Europa demograficamente fragile, politicamente volatile, istituzionalmente dispersa. Un luogo che vive di una storia lunga ma di una capacità operativa ridotta.* *Questo pensiero, maturato negli anni, scivola dalla teoria alla prassi. Heritage lo elabora, Project 2025 lo traduce, i funzionari selezionati lo implementano. Quando la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale viene pubblicata il 5 dicembre 2025, quella frase sulla “civiltà europea” non è un fulmine improvviso: è l’ultimo anello della catena. **La firma è dell’amministrazione Trump. **Ma la direzione appartiene ad altri.* *Gli Stati Uniti non si stanno chiudendo. **Si stanno riequilibrando.* *La narrativa interna all’amministrazione — modellata in gran parte nel perimetro Heritage — considera l’Europa non più il fronte decisivo del secolo. L’Atlantico non è più la linea della storia: la storia corre altrove, nel Pacifico, nell’Indo-Pacifico, in America Latina, in Africa. L**’Europa viene riletta non come avversario, né come peso, ma come non priorità. Un continente importante, certo, ma non decisivo; utile, ma non essenziale; vicino, ma non centrale.* *Il nuovo Occidente americano non rompe con l’Europa: la de-gerarchizza. **La sposta dal cuore alla periferia della mappa strategica. **L’Europa non ha un’unica voce e non può averla. **Di fronte al cambio americano, può soltanto vedere, osservare, formulare ipotesi. **Una parte minimizza, attribuendo il nuovo linguaggio alla torsione politica interna USA. **Un’altra invoca la sovranità strategica senza disporre degli strumenti necessari. **Una terza — forse la più lucida — registra lo spostamento e tace, consapevole che ogni accelerazione rischia di ampliare le fratture interne.* *Ma una cosa è certa: l’Europa oggi avverte qualcosa che non provava da decenni. **La sensazione di essere sola. **Non abbandonata: sola. **Una condizione più sottile, più esistenziale. **La solitudine non è una categoria geopolitica: è una categoria psicologica. **Il continente la percepisce come un peso nuovo, come una responsabilità che non si può più delegare — la sicurezza, la narrazione, la struttura del mondo. **Il risultato più profondo del cambio americano non è la distanza. **È l’obbligo di definirsi.* *L’Unione Europea è nata come progetto amministrativo. Ma nessuna civiltà sopravvive come amministrazione: sopravvive quando riesce a raccontarsi, a trovare una postura, ad accettare la propria solitudine come condizione, non come condanna. **Da qui deve ripartire l’Europa: **sapere di essere sola **e quindi diventare qualcosa di diverso. **Il paradosso è evidente: **l’Europa può ritrovare sé stessa proprio ora che non è più al centro dell’Occidente. **Privata della protezione automatica, può ripensare il proprio ruolo. **Liberata dall’idea dell’“Occidente unito”, può costruire una posizione autonoma senza imitarne i modelli.* *Senza l’ossessione della potenza, può coltivare la sua arma più profonda: la densità culturale, giuridica e storica. **Il XXI secolo non sarà governato solo da chi ha la forza, ma da chi saprà proporre forme civili di ordine, regolazione e stabilità. **È una lingua che l’Europa parla ancora bene. **Sotto la retorica sul “declino”, gli Stati Uniti temono una sola cosa: un’Europa capace di limitare il potere delle piattaforme. **Qui nasce il vero attrito, non nelle parole sulla civiltà. **Il resto è contorno: il nervo scoperto è il mercato.* *C’è un dettaglio che l’America non dice, ma lascia intendere: **l’Europa non è solo un alleato, è il più grande mercato del mondo. **Un continente che compra, assorbe, stabilizza. **Eppure nella nuova postura di Washington c’è la tentazione di dare tutto questo per scontato, come se l’Europa fosse un cliente che non può cambiare fornitore. **È un’illusione. **Perché nessuna dipendenza dura per sempre. **E mantenerne una — soprattutto quando vacilla — ha sempre un costo. **Gli Stati Uniti lo scopriranno. **E l’Europa dovrà decidere se restare in una relazione asimmetrica per inerzia o se diventare qualcosa che non dipenda dal riconoscimento di nessuno. **Le dipendenze non durano per sempre. **Nemmeno quelle comode. **C’è anche un’ultima verità: questo nuovo sguardo americano è una proiezione allo specchio. **Gli uomini della Heritage vedono nell’Europa ciò che inquieta anche l’America: denatalità, emigrazione dei talenti, fratture culturali, pulsioni identitarie. **Ma sotto la superficie c’è il vero punto nevralgico:**la volontà europea di limitare il potere delle grandi piattaforme, di regolarle, controllarle, tassarle.* *È qui che nasce il conflitto reale. **Non nella retorica sulla civiltà, ma nello scontro tra Stato e mercato in versione 2025, dove l’Europa gioca da unico regolatore globale credibile. **Il resto è semantica. **Il nervo scoperto è questo.* **Post Scriptum** *Poi succede l’insolito, nella tradizione. **La visione rituale di Una poltrona per due, film del 1983 diretto da John Landis in stato di grazia, con Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis. **Una commedia feroce sull’ordine, sul denaro, sullo scambio. **Le disgrazie di Aykroyd iniziano nel suo club WASP, tra velluti, regole non scritte e appartenenze garantite. **Il nome del club è Heritage.* *Troppo bello per essere un caso. Oggi sembra quasi una premonizione.* 7 aprile     ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/cropped-Heritage-Foundation-Logo-300x205.png) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/pj2nx1zt7d661mm.webp) --- # Da una bancarella. La scoperta dell’Oriente dell’anima Source: https://www.altriorienti.com/da-una-bancarella-la-scoperta-delloriente-dellanima/ *All’inizio non c’era l’Oriente. **C’era una bancarella. **Primi anni Duemila. Un tavolo improvvisato, libri usati ammucchiati senza ordine, carta sottile già vissuta, copertine segnate. In mezzo, un piccolo volume BUR Poesia. Prezzo scritto a matita, di quelli che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca. Lo si compra senza pensarci troppo. Non come si compra un libro importante, ma come si raccoglie qualcosa che chiede di essere portato via.* *Non era una scelta culturale. **Non era un progetto. **Era un gesto.* *Solo dopo si capisce che quello è stato l’inizio di tutto. Non l’inizio di uno studio, né di una specializzazione, ma l’inizio di un modo diverso di guardare. Da lì in poi, “guardare a Oriente” non ha più significato cercare l’esotico, ma guardare dove sorge il sole. Voltarsi verso la luce prima che diventi pieno giorno. Cercare una possibilità, non un altrove.* *Aprendo quel libricino non si entrava in un mondo lontano. Si entrava in un mondo simile. Ed è qui che avviene lo scarto decisivo. Le voci che parlavano da quelle pagine non avevano nulla di arcano. Parlano di amicizia, di vino, di separazione, di luna, di paesaggio, di tempo che passa. Parlano come noi. Eppure, parlano diversamente. **Qui c’è un fratello. **Qui c’è una sorella. **Forse è questa la scoperta più grande dell’Oriente: non l’alterità, ma la parentela.* *La poesia della dinastia T’ang non si presenta come rivelazione di un altro mondo. Non chiede traduzioni concettuali, né venerazione. Si offre come qualcosa che ci somiglia profondamente — e proprio per questo ci costringe a rivedere le nostre abitudini dello sguardo. Il lessico emotivo è il nostro. I temi sono i nostri. La sensibilità è affine. La differenza non sta in ciò che viene detto, ma in come viene detto. **La parentela è stretta, quasi imbarazzante.* *L’Occidente ha costruito la propria tradizione poetica come dramma del soggetto. Anche quando osserva il mondo, lo fa per riflettersi. Anche quando tace, quel silenzio è carico di interiorità. Il paesaggio diventa simbolo, l’esperienza diventa psicologia, il sentimento diventa identità. La poesia tende a fondare: un senso, una verità, un conflitto.* *Nella poesia T’ang accade qualcosa di diverso, con una naturalezza che spiazza: l’io non scompare, ma smette di occupare il centro. Non viene negato, non viene dissolto, ma arretra di mezzo passo. Il poeta non si racconta: si colloca. La sensibilità è acutissima, ma non si organizza in introspezione. Il sentimento non viene spiegato: accade. **Il paesaggio non è sfondo né metafora. È interlocutore. La luna non rappresenta l’anima: è la luna. Il vino non è trasgressione: è compagnia. Il dolore non reclama una giustificazione: viene attraversato. Tutto è sobrio, misurato, essenziale. E proprio per questo profondamente umano. **A questo punto, la somiglianza si spinge più indietro. Leggendo quei testi, riaffiora una sensazione precisa: sembrano lirici greci. Non per influenza, ma per gesto poetico. Come in Saffo, l’emozione non viene spiegata: accade. Come in Anacreonte, il vino è misura e relazione, non eccesso. Come in Alceo, la storia entra nel testo senza diventare epopea.* *La parentela è quasi fisica: brevità, precisione, assenza di psicologismo. L’io è presente, ma non sovrano. Il paesaggio non è simbolo: è evento condiviso. La poesia nasce da una situazione concreta — una notte, una luna, una separazione, un’alba — non da un’idea generale. **La differenza è storica, non emotiva. I lirici greci parlano prima che l’Occidente costruisca il grande edificio del soggetto; i poeti T’ang parlano accanto a una civiltà già pienamente formata, scegliendo consapevolmente la misura. Ma l’effetto è simile: una poesia che non fonda, non confessa, non redime. Una poesia che sta. **La scoperta dell’Oriente, così, non è l’incontro con l’Altro. È l’incontro con un’altra soluzione allo stesso problema umano. Come sentire tutto senza trasformare il sentimento in una narrazione dell’io. Come vivere intensamente senza occupare tutto lo spazio. Come dire il mondo senza possederlo. **La parentela è stretta perché il materiale è lo stesso.* *La differenza è una scelta antica: il posto assegnato all’io. **L’Occidente tende ad accumulare senso. **La poesia T’ang lo distribuisce.* *L’Occidente cerca una verità. **La T’ang pratica un equilibrio. **L’Occidente confessa. **La T’ang accorda.* *Forse è per questo che quel piccolo libro comprato su una bancarella, all’inizio degli anni Duemila, continua a funzionare come un punto d’origine. Non perché abbia aperto all’Oriente come altrove, ma perché ha indicato una direzione antica: quella di una poesia che precede il bisogno di spiegarsi, che sta nel mondo senza volerlo possedere. Una poesia che somiglia ai lirici greci e ai poeti T’ang proprio perché nasce nello stesso punto fragile e luminoso: quando dire poco è già dire tutto.* 3 Aprile ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot_20260403_195011_Chrome-131x300.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/9788817172318_0_0_536_0_75-197x300.jpg) **Nota alle voci** Le poesie che seguono non sono esempi né illustrazioni. Sono presenze. Vanno lette come si riconoscono dei parenti lontani: senza spiegazioni. **Li Po – Bevendo solo sotto la luna** Tra i fiori una brocca di vino, bevo solo, senza compagni. Alzo il calice, invito la luna; con la mia ombra siamo in tre. La luna non sa bere, l’ombra si limita a seguirmi. Eppure, per un momento, faccio amicizia con loro. Canto: la luna indugia. Danzo: l’ombra si disperde. Finché siamo sobri, godiamo insieme; da ubriachi, ognuno per conto suo. Promettiamoci d’incontrarci ancora, oltre le stelle della Via Lattea. **Tu Fu – Notte di primavera** Questa notte a Fuzhou solo la luna pensa a me. Lontano, mia moglie la guarda: le sue lacrime bagnano i capelli. I figli non sanno ancora che cosa sia la separazione. La luce chiara entra nella stanza, fredda come brina. Quando finalmente saremo insieme, la luna illuminerà entrambi: e allora, forse, cesserà il dolore. **Meng Hao-jan – Primavera all’alba** Primavera dormiente, non so l’ora; ovunque canto d’uccelli. Nella notte vento e pioggia: quanti fiori saranno caduti? --- # Win or Lose. The Mystery of Modern War (Italian & English version) Source: https://www.altriorienti.com/chi-vince-e-chi-perde-il-mistero-della-guerra-contemporanea/ *Non è la guerra a essere diventata incomprensibile. È il nostro bisogno di capirla che non funziona più. **L’Occidente aveva costruito una promessa implicita: più informazione, più chiarezza. Più dati, più verità. Satelliti, droni, immagini in tempo reale, analisti distribuiti ovunque—una sorta di onniscienza civile, diffusa, quasi democratica. La guerra, dentro questo sistema, avrebbe dovuto diventare finalmente leggibile.* *È accaduto il contrario. Prendiamo l’Ucraina. Due anni di mappe, frecce, controffensive, ritirate, linee del fronte aggiornate con precisione quasi ossessiva. Eppure, alla domanda più semplice — chi sta vincendo — non esiste risposta condivisa. I russi avanzano, lentamente, pagando un prezzo enorme. Gli ucraini resistono, colpiscono, recuperano, arretrano. Ogni dato è immediatamente interpretato, contestato, riassorbito in una narrazione più ampia. Mille morti al giorno, forse. Numeri che scorrono senza più riuscire a incarnarsi in qualcosa di reale. Non è nebbia di guerra. È qualcosa di più sofisticato: sovraesposizione senza comprensione. **Poi c’è l’altra guerra, quella che ufficialmente non dovrebbe esserci, e che invece occupa ogni nervo del sistema: il confronto tra Stati Uniti e Iran. Una guerra intermittente, non dichiarata, fatta di colpi mirati, basi attaccate, ritorsioni calibrate. Ad oggi, solo tredici morti tra le truppe americane. Un razzo andato a segno iraniano ne ha uccisi sei ed un aereo americano precipitato per cattivo funzionamento sette. Tredici morti. Un numero ridicolo, se confrontato con la scala dei conflitti del passato. Eppure raccontato come se fosse il preludio di una catastrofe globale.* *Qui il paradosso si fa quasi caricatura.* *L’Iran è stato colpito, indebolito, spinto sulla difensiva. Ma allo stesso tempo minaccia — e in parte esercita — un controllo selettivo sullo Stretto di Hormuz, il punto attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Non lo chiude. Non lo apre. Lo modula. Decide, segnala, lascia passare, rallenta, fa pagare un prezzo. Un potere imperfetto, intermittente, ma sufficiente a esistere. Gli Stati Uniti, dal canto loro, mantengono una superiorità militare schiacciante. Possono colpire, distruggere, annichilire. Possono minacciare nodi vitali come Kharg, cuore dell’export iraniano. Eppure non lo fanno fino in fondo. Non stabilmente. Non definitivamente. Distruggono senza controllare. Controllano senza risolvere. Una volta, queste due cose coincidevano. Oggi no.* *La guerra contemporanea ha perso la sua coerenza interna. Non produce più esiti lineari. Non conduce necessariamente a una vittoria, né a una sconfitta. Produce stati intermedi permanenti. Zone grigie che si autoalimentano. L’Ucraina è una guerra grande che non si lascia leggere. L’Iran è una guerra piccola che sembra enorme. Hormuz è aperto e chiuso nello stesso tempo. Kharg è decisivo ma intoccabile. E in questo intreccio, ogni attore riesce — con sorprendente credibilità — a raccontarsi come vincente. Non si tratta più di propaganda nel senso classico. Non è semplicemente menzogna. È qualcosa di più instabile: assenza di un punto di osservazione privilegiato. Non esiste più un luogo — politico, militare, informativo—da cui la realtà possa essere ricomposta in modo definitivo.* *La tecnologia, che avrebbe dovuto chiarire, ha moltiplicato le versioni. Ogni immagine è immediatamente inglobata in sistemi interpretativi concorrenti. Ogni dato è una base di partenza, non un punto d’arrivo. L’Occidente continua a cercare ciò che per secoli ha definito il senso della guerra: una linea, un esito, una conclusione. Chi avanza, chi arretra. Chi controlla, chi perde. Ma quel vocabolario appartiene a un altro tempo. Oggi la guerra non è più uno strumento per risolvere un conflitto. È l’ambiente in cui il conflitto viene mantenuto in equilibrio.* *Abbastanza violenza da essere credibile. Abbastanza ambiguità da non collassare. Abbastanza narrazione da sostenere il consenso. E così si arriva al punto più scomodo. Non è che non sappiamo chi sta vincendo. È che il sistema non ha più bisogno di vincitori. La vittoria, nel senso classico, è diventata un rischio. Implica una chiusura, una ridefinizione degli equilibri, una responsabilità politica che oggi nessuno sembra disposto ad assumersi. Meglio una tensione continua, regolata, reversibile. Una guerra che non finisce è più gestibile di una guerra che finisce male. Si continua a parlare di escalation come di un evento futuro, una soglia da evitare. In realtà, l’escalation è già avvenuta — ma non nella forma che ci aspettavamo. Non è verticale, è orizzontale. Si espande, si diffonde, si normalizza. Diventa sfondo. Routine. Una voce tra le altre nel flusso informativo quotidiano. Tutti vincono abbastanza da poterlo dire. E perdono abbastanza da non poterlo ammettere. È un equilibrio mediocre, ma sorprendentemente stabile. Forse è questo il vero paradosso occidentale: aver costruito un sistema capace di vedere tutto, e proprio per questo incapace di riconoscere ciò che conta davvero. Non perché la verità sia nascosta. Ma perché, ormai, è indistinguibile — e per questo perfettamente inutile.* 1 aprile *Not war has become incomprehensible. **It is our need to understand it that no longer works. **The West had built an implicit promise: more information, more clarity. More data, more truth. Satellites, drones, real-time imagery, analysts everywhere—an almost democratic form of civilian omniscience. Within such a system, war was supposed to become finally legible.* *The opposite has happened.* *Take Ukraine. **Two years of maps, arrows, counteroffensives, retreats, front lines updated with obsessive precision. And yet, to the simplest question—who is winning—there is no shared answer. The Russians advance, slowly, at enormous cost. The Ukrainians resist, strike, recover, retreat. Every piece of data is immediately interpreted, contested, absorbed into a broader narrative. A thousand dead a day, perhaps. Numbers that flow without ever taking on the weight of reality. **This is not the fog of war. It is something more refined: overexposure without comprehension. **Then there is the other war—the one that officially should not exist, and yet occupies every nerve of the system: the confrontation between the United States and Iran. An intermittent, undeclared war, made of calibrated strikes, targeted bases, measured retaliation. As of now, just thirteen American casualties. Six killed by an Iranian strike; seven lost in a malfunctioning aircraft. Thirteen dead. A negligible number by the standards of past conflicts. And yet narrated as if it were the prelude to a global catastrophe.* *Here the paradox turns almost into caricature. **Iran has been hit, weakened, pushed onto the defensive. And yet, at the same time, it threatens—and partly exercises—a selective control over the Strait of Hormuz, the passage through which a decisive share of the world’s oil flows. It does not close it. It does not open it. It modulates it. It signals, delays, lets some pass, slows others, extracts a price. An imperfect, intermittent power—but sufficient to exist. **The United States, for its part, retains overwhelming military superiority. It can strike, destroy, annihilate. It can threaten critical nodes such as Kharg, the heart of Iranian exports. And yet it does not follow through. Not fully. Not consistently. Not definitively. **They destroy without controlling. **They control without resolving. **Once, these two things coincided. **Not anymore.* *Contemporary war has lost its internal coherence. It no longer produces linear outcomes. It does not necessarily lead to victory, nor to defeat. It produces permanent intermediate states—self-sustaining grey zones. **Ukraine is a large war that cannot be read. **Iran is a small war that feels enormous. **Hormuz is open and closed at the same time. **Kharg is decisive and untouchable. **Within this web, every actor manages—with surprising credibility—to present itself as winning. **This is no longer propaganda in the classical sense. It is not simply falsehood. It is something more unstable: the absence of a privileged point of observation. There is no longer a place—political, military, informational—from which reality can be definitively recomposed. **Technology, which was meant to clarify, has multiplied versions. Every image is immediately absorbed into competing interpretative systems. Every datum is a starting point, never an arrival.* *The West continues to search for what, for centuries, defined the meaning of war: a line, an outcome, a conclusion. Who advances, who retreats. Who controls, who loses. But that vocabulary belongs to another time. **Today, war is no longer an instrument to resolve conflict. **It is the environment in which conflict is maintained in equilibrium. **Enough violence to remain credible. **Enough ambiguity to avoid collapse. **Enough narrative to sustain consent.* *And so we arrive at the most uncomfortable point. I**t is not that we do not know who is winning. **It is that the system no longer needs winners. **Victory, in the classical sense, has become a risk. It implies closure, a redefinition of balances, a political responsibility that no one seems willing to assume. Better a continuous, regulated, reversible tension. **A war that does not end is more manageable than a war that ends badly. **Escalation is still spoken of as a future event, a threshold to be avoided. In reality, escalation has already occurred—just not in the form we expected. It is not vertical; it is horizontal. It spreads, diffuses, normalizes. It becomes background. Routine. One more signal in the daily flow of information. **Everyone wins enough to say so. **And loses enough to never admit it. **It is a mediocre equilibrium, yet a surprisingly stable one. **Perhaps this is the true Western paradox: having built a system capable of seeing everything, and precisely for that reason incapable of recognizing what actually matters.* *Not because the truth is hidden. **But because, by now, it is indistinguishable—and therefore perfectly useless.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/04/imagesxx.jpg) --- # Non ci resta che piangere. Il pizzo di Hormuz Source: https://www.altriorienti.com/non-ci-resta-che-piangere-il-pizzo-di-hormuz/ *Non è una notizia. È una confessione.* *L’Iran vuole mettere per legge un dazio sullo Stretto di Hormuz. **Non minaccia più. Fattura.* *Paghi, passi. **Non paghi, rallenti. O peggio ti bombardo ed affondo.* *E il prezzo comincia ad avere un nome preciso: **due milioni di dollari a passaggio e ce lo dice Alaeddin Boroujrdi alla televisione di stata iraniana. **Non una cifra simbolica. **Una tariffa. **Nel Mar Rosso, gli Houthi movement lo fanno già. Senza legge, senza teatro. **Il traffico cala del 60–70%. Basta quello. Il mercato capisce in fretta quando deve abbassare la testa. **Chi parla di geopolitica sta perdendo tempo. **Questo ha un nome semplice:* *pizzo.* *Non tassano le merci. **Tassano il passaggio stesso. L’aria tra un porto e l’altro. **Una petroliera da milioni non è più una ricchezza. **È un bersaglio che si muove lentamente. Il paradosso è perfetto. **Donald Trump, l’uomo dei dazi, davanti a un livello superiore del gioco: **non il confine, ma il collo di bottiglia.* *Non entri → paghi. **Vuoi muoverti → paghi.* *È un dazio esistenziale.“Stati pirata”? No. **I pirati erano più puliti. **Qui siamo allo Stato-canaglia con contabilità e partita doppia. **Violenza più norma. Debito e credito. Rendita. **Una pirateria che si prende sul serio. **Ed è proprio questo che la rende più misera. **Il punto vero è uno solo: **paga. **Ed è proprio questo il problema. **Paga perché è una forma di potere povera, predatoria, senza alcuna ambizione oltre l’estrazione. **Oggi Hormuz. **Domani qualsiasi stretto, porto, cavo, pipeline. **Ovunque ci sia una strettoia e qualcuno armato abbastanza da farla rispettare. * *E allora torna alla mente quella scena. **Non ci resta che piangere. **Massimo Troisi e Roberto Benigni davanti al gabelliere.* *“Chi siete? Cosa portate?* *Un fiorino.”* *Oggi la scena è identica. **Solo aggiornata all’inflazione:* *non più un fiorino. * *Due milioni di dollari.* *Vuol dire sempre la stessa cosa: pagare per passare. **Solo che questa volta **non fa ridere.* 31 marzo > ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/massimo-troisi-e-roberto-benigni-sul-set-di-non-ci-resta-che-piangere-12779_jpg_375x0_crop_q85.webp) --- # Tera Patrick. L’Oriente che non chiede scusa Source: https://www.altriorienti.com/tera-patrick-loriente-che-non-chiede-scusa/ *Linda Ann Hopkins è nata a Great Falls, nel Montana, nel 1976. Suo padre, militare americano, aveva gli occhi chiari del Midwest; sua madre, una bellissima donna thailandese di origini cinesi, veniva da un villaggio dell’Isaan. Una miscela genetica insolita per l’America profonda degli anni Settanta, dove l’ibrido etnico non era ancora motivo di vanto estetico. Linda cresce forte, intelligente, iperconsapevole del proprio corpo, ammirata e isolata allo stesso tempo.* *A otto anni, la madre la riporta brevemente in Thailandia. Poi di nuovo in California, dove la ragazza si fa notare: alta, statuaria, carnale in un modo che i casting delle top model dell’epoca considerano “troppo”. Troppo seno, troppi fianchi, troppa carne per il sogno heroin-chic delle sfilate. Ma anche troppo cervello, forse, per accettare di farsi rifiutare.* *Studia microbiologia e medicina al Boise State, alternando le lezioni universitarie a servizi fotografici glamour per mantenersi. A ventuno anni, mentre alcune coetanee si affacciano timidamente ai tirocini in ospedale, lei decide di cambiare strada. La medicina non è il suo palco. Diventa Tera Patrick.* *Il nome scelto richiama quello delle grandi del porno degli anni Ottanta, ma con un'eleganza più moderna. Entra nel settore per adulti con uno stile professionale e calcolato, partecipando a set selezionati, mai improvvisati. Lo fa da protagonista e da manager di sé stessa, consapevole del mercato, dei contratti, dell’industria. Si muove tra Los Angeles, Miami e Las Vegas. Il suo corpo, in effetti, vale milioni.* *Nei primi anni Duemila diventa una delle pornostar più celebri e riconosciute al mondo. Non solo per la sua bellezza esotica, ma per il carisma, la padronanza, il senso dello spettacolo. È la prima donna asiatica a bucare davvero l’immaginario erotico americano senza essere ridotta a stereotipo. È anche una delle prime a parlare apertamente della sessualità come risorsa personale, non come debito morale.* *Nel 2003 fonda Teravision, una casa di produzione indipendente. Non un dettaglio. Nella storia del porno femminile, le attrici sono quasi sempre comparse. Tera no: produce, scrive, dirige. Assume attrici e attori, negozia distribuzioni, firma contratti con partner esterni, impone standard di sicurezza. È businesswoman, regista e volto. In un’industria maschile e predatoria, lei si costruisce un impero in rosa, ancora prima che la parola empowerment diventasse di moda.* *«Voglio che le ragazze guadagnino quanto meritano. Che non si vergognino di lavorare nel sesso, ma che lo facciano in sicurezza, con consapevolezza», dirà anni dopo in un’intervista. Le sue scelte non sono mai provocazioni, ma calcoli lucidi. Ha un talento raro: quello di non pentirsi.* *Chi l'ha conosciuta bene ricorda che  c’era un momento, sul set, in cui tutto si fermava. Le luci erano accese, le camere pronte, i microfoni in attesa. E lei – Tera – camminava nello spazio con la calma che hanno solo le regine quando sanno di essere guardate. Ogni gesto – la curva di una spalla, il piede nudo appoggiato sul legno, l’attesa prima di voltarsi – diventava scrittura. Non c’era fretta nel suo erotismo, ma gravità. Una lentezza quasi cerimoniale. Era lei a guidare il desiderio, a decidere dove fermarlo, come sospenderlo. Il set diventava un teatro silenzioso, e il suo corpo – non esibito, ma mostrato – uno strumento narrativo. Erotismo come coreografia interiore. E quel che lasciava fuori campo era spesso più potente di ciò che concedeva.* *Pubblica un’autobiografia, [Sinner Takes All](https://www.amazon.it/Sinner-Takes-All-Memoir-Love/dp/1592405223), che sorprende per intelligenza e candore. Parla di libertà, di denaro, di femminismo, senza slogan. Racconta il successo, le pressioni, le illusioni del cinema per adulti. E anche la stanchezza. Verso la fine degli anni 2000, decide di uscire gradualmente di scena.* *E trova la sua scena finale in Italia.* *Roma, città delle attrici e dei travestimenti. È lì che conosce un imprenditore e musicista italiano. Un uomo, come lei dirà, “diverso da tutti quelli del mio passato: calmo, riservato, non spaventato dal mio nome”. Si innamorano senza fretta, senza clamore. Nasce una figlia, Sophia, nel 2012. La regina depone la corona e inizia una nuova forma di regno: domestico, silenzioso, tenero.* *Oggi vive tra la capitale e la campagna laziale. Frequenta amici lontani dallo show business, cucina piatti italiani, legge, accompagna sua figlia a scuola. Non ha mai rinnegato nulla del suo passato. Ma ha saputo lasciarlo andare con grazia. Il corpo è scomparso dalla scena, ma non dal ricordo. E forse proprio in questo suo eclissarsi sta l’ultima lezione: anche il desiderio ha bisogno di un altrove.* *In Thailandia, dove il suo nome non viene mai pronunciato in pubblico, ma resta vivo nella memoria collettiva, Tera Patrick è diventata una figura paradossale e affascinante: metà-thailandese, ma totalmente padrona di sé. Amata in silenzio da molte ragazze luk khrueng, rispettata da chi riconosce nella sua parabola un percorso raro di consapevolezza femminile.* *Un’icona pop silenziosa, una Madonna laica delle nuove forme di autodeterminazione. Non è importante se si è spogliata. È importante come. E con che sguardo, con che controllo, con quale coraggio.* *In un mondo che ancora divide le donne in sante e puttane, Tera Patrick ha scavalcato la linea con grazia. E ci ha insegnato che il vero scandalo, forse, è proprio la libertà.* 28 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/06/desktop-wallpaper-tera-patrick-by-loris-gonfiotti-tera-patrick-thumbnail-225x300.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/06/3003051828_ac68df29b5_z.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/51azNl-s9L._SY466_.jpg) --- # La lingua come sovrastruttura: anatomia di una gerarchia inevitabile Source: https://www.altriorienti.com/la-lingua-come-sovrastruttura-anatomia-di-una-gerarchia-inevitabile/ *Ngũgĩ wa Thiong’o, nell’[ultimo saggio](https://www.internazionale.it/magazine/ngugi-wa-thiong-o/2025/10/23/contro-il-colonialismo-della-lingua) pubblicato sul Guardian e ripreso da Internazionale, ha scritto:* > *“Tutte le lingue, grandi o piccole, hanno molto da offrire alla nostra comune umanità, se liberate dal feudalesimo linguistico.”* *Una frase perfetta, e come tutte le frasi perfette — sospetta.* *Perché non tutte le lingue hanno “molto da offrire”: alcune sono rimaste fuori dalla tecnica, e la tecnica, nel mondo moderno, è la vera grammatica del potere.* *Non un potere politico, ma cognitivo: quello che nasce dalla capacità di scrivere, archiviare, misurare, codificare.* *Ngũgĩ, con la sua grandezza morale e la sua coerenza, vedeva nella lingua il luogo della sottomissione. Ma il linguaggio non è mai stato innocente: è una tecnologia, non un’innocenza.* *L’Africa precoloniale, con la sua profondità orale e la sua memoria mitica, non fu sconfitta dalla violenza inglese, ma dalla scrittura stessa — da quel salto cognitivo che trasforma il racconto in codice, la voce in archivio, il mito in misura.* *È la scrittura, non la spada, a fondare una civiltà.* *Gli arabi lo capirono secoli prima, portando l’alfabeto fino a Zanzibar e oltre: non per convertire, ma per organizzare.* *Dove la parola rimane orale, la conoscenza non si accumula: si dissolve, come l’acqua.* *La tradizione orale è suggestiva, ma sterile; può conservare il fuoco, non costruire il motore. * *E dal resto, il nostro stesso autore deve la conoscenza dei testi e dei concetti a cui fa riferimento alle biblioteche, e dunque a una lingua terza, franca, scritta. Non potrebbe che essere così. Tutta la struttura del pensiero di cui egli stesso si serve è frutto di un mondo che ha sedimentato le proprie idee attraverso la scrittura. Quei testi che cita — da Spenser a Macaulay, da Rodney a Fanon — sono il prodotto di una civiltà che ha potuto tramandare e raffinare il proprio pensiero grazie alla fissazione scritta, non alla voce.* *È qui la vera differenza: non si tratta solo di costruire ponti, ma di tramandare pensiero.* *La lingua non è soltanto comunicazione, ma memoria artificiale, continuità cognitiva, deposito di evoluzione.* *La tradizione orale può trasmettere emozioni, ma non strutture. È una fiamma che riscalda, non una biblioteca che conserva.* *Eppure, oggi, il pensiero postcoloniale preferisce la morale alla meccanica.* *Si parla di “colonialismo della lingua” con il tono di chi recita una messa laica.* *Ci si commuove per il gaelico, per il sami, per il kikuyu — ma sempre in inglese, da un laptop occidentale, citando Decolonising the Mind con font Times New Roman 12.* *"Non nos decipis" - non ci inganni. Piangere le vittime del linguaggio usando la lingua del vincitore. E poi, diciamolo: cominciare il discorso parlando dell’irlandese, una lingua soccombente ma europea, è un colpo di genio retorico. Permette di evocare compassione senza toccare nervi scoperti. Si parla d’Irlanda, ma si pensa all’Africa. È un modo elegante per chiedere indulgenza prima di chiedere attenzione.* *In realtà, le lingue europee non si sono imposte per superiorità poetica, ma per adattabilità tecnica.* *Offrivano un codice scritto, una grammatica trasferibile, un lessico capace di assorbire scienza, diritto, economia.* *Il loro trionfo non è morale, è ingegneristico. **Come il bronzo sul rame, o la stampa sul canto.* *L’inglese, oggi, non è più la lingua dell’impero ma la lingua della connessione.* *Non appartiene a Londra né a Washington: appartiene a chi la usa.* *A Nairobi, Manila, Lagos, Dacca.* *È una lingua bastardizzata, flessibile, continuamente saccheggiata — e proprio per questo, universale.* *La lingua globale non domina più: funziona. **E nel mondo della tecnica, funzionare è l’unica forma di sopravvivenza.* *Ngũgĩ scrive che “le nostre lingue sono fonti legittime di sapere” e che “non dobbiamo emigrare in Europa per raggiungere le stelle”.* *È vero. Ma oggi le stelle si raggiungono con un algoritmo, e l’algoritmo parla in inglese. **Non per colonialismo, ma per convergenza. **Le lingue, come le specie, non si estinguono per cattiveria, ma per adattamento. **Sopravvive quella che sa scrivere il mondo.* *La lingua della tecnica non è il contrario dell’identità: è il suo presupposto.* *Il linguaggio condiviso non cancella le radici, le collega.* *Chi invoca il ritorno alla purezza linguistica sogna un villaggio chiuso, un museo dell’oralità.* *Ma il futuro non ha più dialetti, ha codici comuni.* *La traduzione è la sola lingua universale.* *La colonizzazione della mente, oggi, non passa più dalle parole, ma dai protocolli.* *Il vero potere non è chi parla, ma chi scrive il software.* *E chi rifiuta la lingua del codice, in nome dell’autenticità, finirà per vivere fuori dal mondo — libero, forse, ma inascoltato.* *La verità è che le lingue non muoiono per ingiustizia, ma per inefficacia. **La memoria orale commuove, ma non costruisce. **Il futuro appartiene a chi sa nominare le cose con precisione, non a chi le ricorda per nostalgia.* *Ngũgĩ è stato un profeta, e i profeti hanno sempre ragione nel passato. **Ma il mondo di oggi non è più fatto di tribù e conquiste: è fatto di codici, reti e sintassi condivise.* *E in questo nuovo lessico universale, la lingua non è più dominio, ma sovrastruttura. **Il resto — la retorica della colpa, i seminari in inglese sulla decolonizzazione — è folclore da campus.* *Io, per parte mia, mi ricordo di Leopardi.* *Del Canto notturno del pastore errante dell’Asia, di quella voce che guarda le stelle e interroga il silenzio. **Ma mi ricordo Leopardi, appunto. **Non già i canti, se mai ce ne furono, dei pastori dell’Asia.* *Forse perché Leopardi veniva da un mondo più sviluppato. Se Recanati non è Africa nera n**on posso farmene una colpa.* *Con voi — la pace dei pastori, e quella sconfinata biblioteca della famiglia Leopardi, che è poi la biblioteca dell’Occidente.* Dedicato a Leonardo Falasco, musicista, poeta e filosofo recanatese, a cui dobbiamo la suggestione leopardiana. 25 marzo ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/Ngugi-wa-Thiongo-Border.fw_-253x300.png) *Ngũgĩ wa Thiong’o* --- # Bertrand Russell, il dubbio e la civiltà che rischia di dimenticarsi perché esiste (Italian and English edition) Source: https://www.altriorienti.com/bertrand-russell-il-dubbio-e-la-civilta-che-rischia-di-dimenticarsi-perche-esiste-italian-and-english-edition/ *Alcuni libri non si cercano.* *Si trovano.* *Succede quasi sempre dentro le librerie domestiche, che sono organismi viventi e leggermente ostili all’ordine coniugale. Crescono lentamente, per stratificazione: un volume sopra l’altro, una stagione sopra l’altra, un capriccio sopra l’altro. Finché a un certo punto diventano abbastanza grandi da provocare quella conversazione che molti uomini conoscono bene.* *“Qui non c’è più spazio.”* *Non è un’osservazione tecnica. **È un ultimatum urbanistico.* *Nel mio caso la frase viene pronunciata con una certa regolarità. La casa — mi viene spiegato — dovrebbe contenere anche altre cose oltre ai libri: tavoli, sedie, vestiti, persone, perfino qualche centimetro quadrato libero. **Io ascolto con rispetto. **Annuisco. **Prometto moderazione. **Poi, inevitabilmente, continuo a comprare libri. **Non è un vizio. **È una forma di resistenza.* *Il risultato è che ogni tanto, mentre cerco tutt’altro — una rivista, un appunto, una guida dimenticata — mi capita tra le mani un volume che non ricordavo più di possedere. È quello che è successo qualche giorno fa con History of Western Philosophy di Bertrand Russell. **Il libro era lì, tranquillo, come fanno i libri veri: silenzioso, paziente, con quella dignità un po’ polverosa che hanno le opere scritte prima che il mondo diventasse un flusso continuo di notifiche e di opinioni non richieste.* *L’ho aperto. **L’idea era di sfogliarlo cinque minuti. **È finita che ho passato l’intero pomeriggio a leggerlo. E a scoprire una verità domestica molto semplice: leggere Russell è sorprendentemente più piacevole che discutere di scaffali con la propria moglie.* *Lo dico con affetto. **Ma non senza prove.* *Pubblicato nel 1945, mentre l’Europa usciva stordita dalla guerra, il libro di Russell ha un titolo che potrebbe sembrare trionfale: Storia della filosofia occidentale. **Sembra quasi un monumento. **In realtà Russell fa qualcosa di molto meno celebrativo. **Non racconta la superiorità dell’Occidente — perché mai.* *Racconta il metodo con cui l’Occidente ha imparato a dubitare di sé stesso. **E qui sta il punto. **Per Russell la filosofia non è una collezione di verità. **È una lunga sequenza di errori intelligenti. **Se si dovesse disegnare una piccola mappa della filosofia occidentale — quella che Russell attraversa con ironia molto britannica — gli abitanti sarebbero pochi ma decisivi. * *Socrate inventa il dubbio.* *Platone tenta di rimettere ordine.* *Aristotele classifica il mondo.* *Poi arriva Descartes e decide che l’unico modo serio di pensare è buttare via tutto e ricominciare da zero.* *Hume smonta con calma scozzese gran parte delle nostre certezze.* *Kant prova a salvare la ragione — e nel farlo le mette dei limiti.* *Infine arrivano i demolitori moderni: Nietzsche, che prende a martellate la morale europea, e Marx, che decide che la filosofia ha parlato abbastanza e ora tocca alla storia. **Questa piccola costellazione non produce una verità finale. **Produce qualcosa di più instabile. **Produce una civiltà. **Guardata da lontano, la filosofia occidentale appare come una macchina progettata per sabotare le proprie certezze. **Ogni generazione smonta quella precedente. **Ogni filosofo corregge il filosofo prima. **È una civiltà che vive di autocritica. **Ed è probabilmente per questo che, per lunghi tratti, è stata superiore. **E per altri tratti si è fatta molto male da sola.* *Molte altre tradizioni culturali funzionano in modo diverso. **La verità non è qualcosa da discutere. **È qualcosa da custodire. **Nel mondo islamico, per esempio, il testo sacro possiede uno statuto completamente diverso rispetto a quello che la Bibbia ha avuto nella tradizione europea moderna. **Pensatori straordinari come Averroè o Avicenna hanno tentato di costruire una filosofia razionale dentro l’Islam. **Ma la loro eredità è rimasta marginale. **La teologia ha quasi sempre prevalso sulla filosofia. **Il risultato è una differenza culturale evidente quando queste tradizioni entrano in contatto con l’Europa contemporanea. **Il pensiero europeo vive nel dubbio. **Il pensiero teocratico vive nella certezza. **E le due cose, prima o poi, si guardano male.* *Ed è proprio mentre sfoglio Russell, in uno di quei pomeriggi sottratti alla diplomazia matrimoniale sugli scaffali, che arriva un messaggio.* *Il mittente è Max Ferrari.* *Max ha il talento raro di intercettare notizie che sembrano satire e invece sono vere. Non so bene come faccia. Forse frequenta gli angoli più strani di internet, o forse ha semplicemente capito che oggi il confine tra realtà e caricatura è diventato molto sottile. **Mi manda una foto. **Nella Germania di Kant, Marx e Hegel, apprendiamo che un amministratore verde suggerisce che nelle scuole alcune attività — disegni, musica, danza — potrebbero risultare problematiche perché potenzialmente offensive secondo la legge islamica.* *Guardo la foto. **Ho un moto di stomaco. **È un attimo.* *Ritorno a Russell.* *Qui il problema non è più il pensiero critico. **Il dubbio è una grande invenzione europea. **Ma non era stato concepito come procedura di auto-sabotaggio amministrativo. **C’è una differenza tra essere dialettici e diventare stupidi. **Il pensiero critico consiste nel mettere alla prova le proprie idee. **Non nel dimenticare perché quelle idee esistono. **Nel mondo di Socrate si discuteva con gli dei. **Nel mondo di Russell si discuteva con i sistemi filosofici. **Nel nostro, a volte, sembra che si discuta con il programma delle attività extrascolastiche. **È un downgrade. **E, come tutti i downgrade, viene presentato come progresso. * *Russell scriveva questo libro nel 1945, quando l’Europa usciva da una delle sue crisi più profonde.* *La sua lezione resta sorprendentemente semplice. **La filosofia non serve a trovare certezze. **Serve a renderle meno arroganti. **Russell lo scrisse con una chiarezza quasi brutale:* > *“Il problema del mondo è che gli stupidi sono sicuri di sé, mentre le persone intelligenti sono piene di dubbi.”* *È una frase che meriterebbe di essere incisa sopra l’ingresso di molte università, e forse anche sopra quello di qualche ministero. **O, più semplicemente, letta ogni tanto. * *Chiudo il libro.* *La casa è silenziosa. **La questione degli scaffali — per oggi — sembra sospesa. **Guardo la libreria. **Effettivamente è troppo grande. **Occupa spazio. **Minaccia l’ordine domestico. **Ma possiede una qualità che poche altre cose hanno. **È piena di domande. **E, come sapeva bene Socrate, le domande hanno un difetto straordinario. **Una volta entrate in casa, non se ne vanno più.* *Proprio come i libri che Michele, al Libraccio di Milano, continua con pazienza a mettere nelle mani di lettori incurabili. **I librai, in fondo, sono gli ultimi contrabbandieri di idee. **E per fortuna, almeno loro, non hanno ancora chiesto il permesso.* 23 marzo Some books are not searched for. They are found. It almost always happens within domestic libraries, which are living organisms and, in a quiet way, hostile to marital order. They grow slowly, by sedimentation: one volume over another, one season over another, one impulse over another. Until, at a certain point, they become large enough to provoke a conversation that many men know well. “There is no more space.” This is not a technical observation. It is an urban ultimatum. In my case, the sentence is delivered with a certain regularity. The house — I am told — should contain other things besides books: tables, chairs, clothes, people, even a few square meters of free space. I listen respectfully. I nod. I promise moderation. Then, inevitably, I keep buying books. It is not a vice. It is a form of resistance. The result is that every now and then, while looking for something else — a magazine, a note, a forgotten guide — I come across a volume I no longer remember owning. That is what happened a few days ago with *History of Western Philosophy* by Bertrand Russell. The book was there, as real books are: silent, patient, with that slightly dusty dignity of works written before the world turned into a continuous stream of notifications and unsolicited opinions. I opened it. The idea was to leaf through it for five minutes. I ended up spending the entire afternoon reading it. And discovering a very simple domestic truth: reading Russell is, quite clearly, more enjoyable than discussing shelving arrangements with one’s wife. I say this with affection. But not without evidence. Published in 1945, as Europe emerged stunned from war, Russell’s book carries a title that might sound triumphalist: *The History of Western Philosophy*. It almost feels like a monument. In reality, Russell is doing something far less celebratory. He is not recounting the superiority of the West — why would he. He is describing the method through which the West learned to doubt itself. And that is the point. For Russell, philosophy is not a collection of truths. It is a long sequence of intelligent errors. If one were to sketch a small map of Western philosophy — the one Russell crosses with his distinctly British irony — its inhabitants would be few, but decisive. Socrates invents doubt. Plato attempts to restore order. Aristotle classifies the world. Then Descartes arrives and decides that the only serious way to think is to discard everything and begin again from zero. Hume dismantles, with Scottish calm, most of our certainties. Kant attempts to save reason — and in doing so, sets limits to it. Finally come the modern demolishers: Nietzsche, who takes a hammer to European morality, and Marx, who decides that philosophy has spoken enough, and that history will now take over. This small constellation does not produce a final truth. It produces something more unstable. It produces a civilization. Seen from a distance, Western philosophy appears almost as a machine designed to sabotage its own certainties. Each generation dismantles the previous one. Each philosopher corrects the one before. It is a civilization built on self-critique. And for long stretches, this has been its strength. And at times, its weakness. Many other cultural traditions function differently. Truth is not something to be discussed. It is something to be preserved. In the Islamic world, for instance, the sacred text holds a status fundamentally different from that which the Bible has come to occupy in modern European tradition. Extraordinary thinkers such as Averroes or Avicenna attempted to construct a rational philosophy within Islam. But their legacy remained marginal. Theology almost always prevailed over philosophy. The result is a visible cultural difference when these traditions come into contact with contemporary Europe. European thought lives in doubt. Theocratic thought lives in certainty. And sooner or later, the two begin to look at each other with suspicion. It is precisely while I am leafing through Russell, in one of those afternoons quietly reclaimed from domestic negotiations over shelves, that a message arrives. The sender is Max Ferrari. Max has the rare talent of intercepting stories that appear satirical and turn out to be real. I am not entirely sure how he does it. Perhaps he navigates the more obscure corners of the internet, or perhaps he has simply understood that the boundary between reality and caricature has become remarkably thin. He sends me a photo. In the Germany of Kant, Marx, and Hegel, we learn that a Green administrator suggests that certain school activities — drawings, music, dance — may be problematic, as they could potentially offend Islamic law. I look at the image. There is a brief moment of physical discomfort. It passes quickly. I return to Russell. At this point, the issue is no longer critical thinking. Doubt is a great European invention. But it was never conceived as a form of administrative self-sabotage. There is a difference between being dialectical and becoming foolish. Critical thinking consists in testing one’s ideas. Not in forgetting why those ideas exist. In Socrates’ world, one debated with the gods. In Russell’s world, one debated systems of thought. In ours, at times, it seems we debate extracurricular activities. It is a downgrade. And, like all downgrades, it is presented as progress. Russell wrote this book in 1945, when Europe was emerging from one of its deepest crises. His lesson remains surprisingly simple. Philosophy does not serve to produce certainties. It serves to make them less arrogant. Russell expressed it with almost brutal clarity: > “The problem with the world is that fools are certain, and the intelligent are full of doubt.” It is a sentence that deserves to be carved above the entrance of many universities — and perhaps a few ministries. Or, more simply, read from time to time. I close the book. The house is quiet. The question of shelves — for today — seems suspended. I look at the library. It is, objectively, too large. It occupies space. It threatens domestic order. But it possesses a quality that few things do. It is full of questions. And, as Socrates understood very well, questions have a remarkable defect. Once they enter a house, they do not leave. Much like the books that Michele, at Libraccio in Milan, continues to place — patiently — into the hands of incurable readers. Booksellers, after all, are the last smugglers of ideas. And fortunately, they have not yet asked for permission. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/bxbVuFbBVjvNc-4PCDlYs3L2fWvSWh1AlYMHUEw_iTSVfQ1MggOlSnqRsw4tkInRNl17okPEDc49B07cHhy8AL1LglpC20elDUM525SZKLo-220x300.jpg) Bertrand Russell --- # Ceterum (Italian and English edition) Source: https://www.altriorienti.com/ceterum-italian-and-english-edition/ La storia ama presentarsi come progresso. Ma ogni tanto torna alle sue domande più antiche. Domande elementari, che riguardano la sicurezza delle comunità e la sopravvivenza degli Stati. Una di queste è semplice e terribile: che cosa si fa quando un regime diventa una minaccia permanente per sé stesso e per gli altri? Gli antichi romani avevano una risposta molto chiara. Nel II secolo avanti Cristo Roma e Cartagine avevano già combattuto due guerre devastanti. La seconda, quella di Annibale, aveva portato gli eserciti cartaginesi fino al cuore dell’Italia. Anche dopo la sconfitta definitiva, molti romani continuavano a considerare Cartagine un pericolo latente. Non perché fosse ancora potente, ma perché esisteva. Fra coloro che non avevano alcun dubbio su questo punto c’era uno dei senatori più rispettati della Repubblica, un uomo austero e inflessibile: Catone. Catone concludeva molti dei suoi interventi con una formula diventata celebre: **Ceterum censeo Carthaginem esse delendam.** Per il resto, ritengo che Cartagine debba essere distrutta. Non era una provocazione retorica. Era una diagnosi politica. Catone riteneva che alcune rivalità storiche non potessero essere neutralizzate con trattati o compromessi diplomatici. Finché Cartagine esisteva, Roma non poteva sentirsi completamente al sicuro. Durante una missione diplomatica in Africa rimase colpito dalla vitalità della città cartaginese. Tornato a Roma portò in Senato un fico appena raccolto e lo mostrò ai senatori. Il frutto era ancora fresco. Il messaggio era semplice: Cartagine non era solo ricca. Era anche molto vicina. Nel 146 a.C. quella convinzione diventò azione. Dopo un lungo assedio la città venne distrutta e la sua popolazione dispersa dall’esercito guidato da Scipio Aemilianus. Il mondo moderno guarda a quell’episodio con disagio. La civiltà contemporanea si fonda sull’idea opposta: gli Stati non devono essere eliminati ma integrati in un sistema internazionale regolato dal diritto. Eppure il problema che inquietava Catone non è mai scomparso. La storia moderna ha cercato di domarlo attraverso trattati, istituzioni multilaterali e diplomazia. Ma la questione di fondo — come trattare regimi percepiti come minacce permanenti — continua a riemergere. Nel pensiero strategico contemporaneo questo dilemma è stato affrontato da diversi studiosi di politica internazionale. Tra i più influenti c’è Robert Kagan. Kagan sostiene da anni che l’ordine internazionale liberale non è una condizione naturale della politica mondiale. È un equilibrio fragile, sostenuto dalla potenza e dalla volontà politica delle democrazie. Quando queste smettono di difenderlo, emergono attori che contestano apertamente le regole del sistema. Secondo questa visione il mondo non è entrato in una fase “post-storica” dopo la Guerra fredda. È rimasto un sistema competitivo, in cui alcuni regimi costruiscono la propria legittimità su un antagonismo ideologico verso l’ordine internazionale esistente. In questo quadro l’Iran è diventato uno dei casi più discussi. La Repubblica islamica nata dalla rivoluzione del 1979 rappresenta un sistema politico singolare: una combinazione di istituzioni repubblicane formali e di autorità religiosa suprema. Nel corso degli anni questo assetto ha prodotto una tensione crescente tra la società iraniana e il potere. Movimenti studenteschi, proteste urbane e mobilitazioni femminili hanno mostrato quanto ampia sia ormai la distanza tra la società iraniana e l’ideologia del regime. Le repressioni sono state dure: arresti di massa, processi sommari, esecuzioni. Eppure ogni ciclo di proteste sembra indicare che l’adesione all’ideologia rivoluzionaria si sta progressivamente indebolendo. Fra coloro che osservano questo fenomeno con particolare attenzione c’è Natan Sharansky. Sharansky conosce bene la logica dei regimi ideologici. Dissidente sovietico, arrestato dal KGB nel 1977 e condannato ai gulag, trascorse anni in isolamento prima di  essere liberato nel 1986 in uno scambio di prigionieri a Berlino. La sua analisi parte da un’intuizione semplice: i sistemi ideologici crollano quando la maggioranza della popolazione smette di credere all’ideologia ufficiale ma continua a obbedire solo per paura. Sharansky definisce questa condizione “doppio pensiero”. Quando la distanza tra propaganda e realtà diventa troppo grande, basta un momento di debolezza perché l’intero sistema si dissolva rapidamente. Secondo Sharansky, nella società iraniana stanno emergendo segnali simili. Per questo ha affermato che la caduta del regime potrebbe rappresentare un nuovo “momento Muro di Berlino” per il Medio Oriente. Nel frattempo anche la struttura interna del potere iraniano è cambiata. La generazione rivoluzionaria che costruì la Repubblica islamica nel 1979 non esiste più. Una parte è scomparsa con il passare del tempo, un’altra è stata progressivamente marginalizzata. Negli ultimi anni diverse figure militari e strategiche di primo piano sono state eliminate in operazioni mirate o conflitti regionali. Oggi il sistema sembra governato da una terza linea del regime: uomini che amministrano un potere ereditato ma che raramente possiedono l’autorità politica o morale dei fondatori. Quando i regimi arrivano a questo stadio perdono spesso la loro energia originaria. L’ideologia sopravvive nelle istituzioni, ma non più nella società. La storia insegna che nessun regime appare fragile fino al momento in cui improvvisamente lo diventa. L’Unione Sovietica sembrava eterna pochi anni prima della sua dissoluzione. Il Muro di Berlino era considerato permanente fino alla notte in cui venne aperto. Se qualcosa di simile accadesse in Iran, il Medio Oriente cambierebbe profondamente. Rimane però la domanda che attraversa tutta questa storia. Quando un regime continua a produrre repressione interna e instabilità internazionale, il mondo deve limitarsi a contenerlo oppure può legittimamente sperare nella sua fine? È una domanda antica quanto la politica stessa. Una domanda che, molto tempo fa, veniva formulata con brutale chiarezza nel Senato romano. Catone non aveva dubbi. **Carthago iterum delenda est.** **Post scriptum** Ho fatto leggere questo testo a un amico, un grande latinista. Non ha discusso il contenuto. Si è fermato sulla forma. Mi ha detto solo questo: che il movimento del pezzo gli ricordava quello dei discorsi di Marcus Tullius Cicero. Non una citazione, non un’imitazione. Una somiglianza di struttura. Una domanda all’inizio. Un esempio del passato. Un ritorno al presente. E poi, alla fine, di nuovo la domanda. Come se certi problemi non cambiassero davvero. E cambiassero soltanto i nomi. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/Patrizio_Torlonia-215x300.jpg) *History likes to present itself as progress. Yet every now and then it returns to its oldest questions.* *Questions that are simple, almost elemental — questions about the security of communities and the survival of states.* *One of them is both simple and terrible: what should be done when a regime becomes a permanent threat to itself and to others?* *The ancient Romans had a very clear answer.* *In the second century before Christ, Rome and Carthage had already fought two devastating wars. The second — the war of Hannibal — had brought Carthaginian armies deep into the heart of Italy. Even after the final defeat, many Romans continued to regard Carthage as a latent danger.* *Not because it was still powerful.* *But because it still existed.* *Among those who had no doubts about this was one of the most respected senators of the Republic, an austere and inflexible man: Cato the Elder.* *Cato ended many of his speeches with a phrase that became famous:* ***Ceterum censeo Carthaginem esse delendam.*** *Besides, I am of the opinion that Carthage must be destroyed.* *It was not rhetorical provocation. It was a political diagnosis. Cato believed that some historical rivalries could not be neutralised by treaties or diplomatic compromise. As long as Carthage existed, Rome could never feel completely secure.* *During a diplomatic mission to Africa he was struck by the vitality of the Carthaginian city. When he returned to Rome he brought a freshly picked fig into the Senate and showed it to the assembled senators. The fruit was still fresh.* *The message was simple.* *Carthage was not only prosperous.* *It was also very close.* *In 146 BC that conviction became action.* *After a long siege the city was destroyed and its population scattered by the Roman army commanded by Scipio Aemilianus.* *The modern world looks at that episode with discomfort. Contemporary civilisation rests on the opposite idea: states should not be eliminated but integrated into an international system governed by law.* *And yet the problem that troubled Cato has never truly disappeared.* *Modern history has tried to tame it through treaties, multilateral institutions and diplomacy. But the underlying question — how to deal with regimes perceived as permanent threats — keeps returning.* *In contemporary strategic thought this dilemma has been addressed by several scholars of international politics. Among the most influential is Robert Kagan.* *For years Kagan has argued that the liberal international order is not a natural condition of world politics. It is a fragile equilibrium sustained by the power and political will of democratic states.* *When that will fades, actors emerge who openly challenge the rules of the system.* *From this perspective the world did not enter a post-historical era after the Cold War. It remained a competitive system in which certain regimes build their legitimacy on ideological hostility to the existing international order.* *Within this framework Iran has become one of the most frequently discussed cases.* *The Islamic Republic born from the revolution of 1979 represents a peculiar political system: a combination of formal republican institutions and supreme religious authority.* *Over time this structure has produced a growing tension between Iranian society and the ruling power.* *Student movements, urban protests and women’s mobilisations have repeatedly revealed how wide the gap has become between the aspirations of Iranian society and the ideology of the regime.* *The repression has been severe: mass arrests, summary trials, executions.* *Yet each cycle of protests suggests that adherence to revolutionary ideology is gradually weakening.* *Among those who observe this phenomenon with particular attention is Natan Sharansky.* *Sharansky knows the logic of ideological regimes well. A Soviet dissident, he was arrested by the KGB in 1977 and sentenced to years in the gulag, spending long periods in isolation before being released in 1986 in a prisoner exchange in Berlin.* *His analysis begins with a simple intuition: ideological systems collapse when the majority of the population stops believing the official ideology but continues to obey out of fear.* *Sharansky calls this condition “doublethink.”* *When the distance between propaganda and reality becomes too large, a single moment of weakness can cause the entire system to dissolve rapidly.* *Sharansky believes that similar signals are now emerging within Iranian society.* *For this reason he has suggested that the fall of the regime could represent a new “Berlin Wall moment” for the Middle East.* *Meanwhile the internal structure of power in Iran has also changed.* *The revolutionary generation that created the Islamic Republic in 1979 is largely gone. Some figures have disappeared with time; others have gradually been pushed aside.* *In recent years several high-ranking military and strategic figures have been eliminated in targeted operations or regional conflicts.* *Today the system increasingly appears to be governed by a **third line of the regime**: men who administer an inherited power but rarely possess the authority or charisma of the original founders.* *When regimes reach this stage they often lose their original energy.* *The ideology survives in institutions, but no longer in society.* *History teaches that no regime appears fragile until the moment it suddenly becomes so.* *The Soviet Union seemed eternal only a few years before its dissolution. The Berlin Wall was considered permanent until the night it opened.* *If something similar were to happen in Iran, the Middle East would change profoundly.* *And yet the question that runs through this entire story remains.* *When a regime continues to produce internal repression and international instability, should the world simply contain it — or is it legitimate to hope for its end?* *It is a question as old as politics itself.* *A question that long ago was formulated with brutal clarity in the Roman Senate.* *Cato had no doubts.* ***Carthago iterum delenda est.*** *Postscript* *I showed this piece to a friend of mine, a distinguished Latin scholar. He did not comment on the content. He stopped at the form.* *He said only this: that the movement of the piece reminded him of the speeches of Marcus Tullius Cicero.* *Not a quotation. Not an imitation.* *A resemblance in structure.* *A question at the beginning.* *An example from the past.* *A return to the present.* *And then, at the end, the question again.* *As if certain problems never truly change.* *And only their names do.* --- # Appunti malesi. i Romani impararono a costruire navi a Kuantan Source: https://www.altriorienti.com/appunti-malesi-i-romani-impararono-a-costruire-navi-a-kuantan/ Il *Rakyat Post* lo ha scritto nero su bianco: “[Public University Professor Claims Romans Learned Shipbuilding From Malays](https://www.therakyatpost.com/news/malaysia/2025/11/03/public-university-professor-claims-romans-learned-shipbuilding-from-malays/).” La notizia, rimbalzata in poche ore su tutti i social della Malesia, cita la professoressa Solehah Yaacob della *International Islamic University Malaysia (IIUM)*, immortalata in rete col velo azzurro e un sorriso sereno — la calma di chi non immagina di aver appena riscritto la storia universale in dieci parole. Secondo la docente, gli antichi Romani avrebbero appreso l’arte della costruzione navale dai loro maestri del Sud-est asiatico. Nessuna fonte, nessun reperto, nessun legame documentato tra Ostia e Malacca: solo la certezza interiore, e un proiettore acceso in un’aula di Kuala Lumpur. La scena, raccontano gli studenti, era quasi teatrale: la professoressa disegnava sulla lavagna un Mediterraneo piegato verso l’Oceano Indiano, l’Adriatico che lambiva la costa del Kelantan, e Roma che si affacciava su un mare tropicale immaginario. Per un attimo nessuno ha osato interromperla. Poi qualcuno ha tossito. Qualcun altro ha preso appunti. È sempre così, quando il delirio si traveste da rivelazione: la prima reazione è la buona educazione. Il problema, naturalmente, è che le navi romane e le barche malay non si somigliano neanche per sbaglio. Troppo ghiotta la notizia per non documentarsi per bene.  Le prime erano gusci di legno uniti da mortase e tenoni, costruite “a pelle” prima che esistesse la chiglia moderna; le seconde erano scafi cuciti, legati con fibre di cocco, sorretti da bilancieri. Le triremi di Roma e le *perahu* del Sud-est asiatico sono due mondi separati da seimila miglia e due idee di mare: il controllo e il respiro, la linea e la danza. E quando Traiano attraversava il Danubio, la barca di Pontian — il più antico esemplare “malese” noto — non era ancora nemmeno un tronco nel fango. C’è qualcosa di goffo, in questa voglia di retrodatare la grandezza. Ogni Paese post-coloniale ha la sua leggenda fondativa: gli Egizi erano sudanesi, i Maya discendevano dai giavanesi, i Romani dai Malesi. È il patriottismo dell’orgoglio tardivo, quello che riscrive la storia per non sentirsi più ai margini. Ma la verità è che non serve inventarsi padri illustri. Il mondo austronesiano è già uno dei miracoli dimenticati della civiltà umana: popoli che, con navi cucite e senza bussole, attraversarono mezzo pianeta fino a colonizzare il Pacifico e il Madagascar. Avevano vele che respiravano come polmoni e un senso del mare che Roma non avrebbe mai potuto immaginare. Eppure, nessuno di loro pensò mai di fondare un impero o di scrivere una cronaca in latino. Navigavano, e bastava. La professoressa Yaacob, intanto, parla di “orgoglio malay”, di “radici dimenticate”. Le sue parole scorrono come una recita di fede, dolci e imperiose, ma prive di curiosità. Perché è qui che l’Islam, nel suo lungo inverno intellettuale, ha perso la rotta: da mille anni non produce più nulla di nuovo. Non una rivoluzione scientifica, non una grande invenzione, non un’idea che metta in crisi il mondo.  Un tempo Baghdad fu la capitale della conoscenza, il luogo dove si tradussero i Greci. Ops! I Greci, appunto. Oggi è Kuala Lumpur. È quasi da ridere. L’idea che il passato si possa riscrivere, come una ricetta, per guarire la ferita dell’umiliazione coloniale. Ma la scienza, come il mare, non perdona chi mente. Da Kuala Lumpur è partita un’altra piccola nave di carta verso il mare della comicità globale. Scriviamo la notizia in inchiostro verde, il colore dell'Islam e del Profeta. Per devozione e rispetto ... Ça va sans dire. P.s. Curiosa la vicenda di dare lustro alla storia nautica della Malesia come rivalsa contro l'Occidente ed il suo colonialismo. I malesi non sono nati maomettani, lo sono divenati tardi e la Mecca non è un sobborgo di Giakarta, tuttavia il colonialismo religioso islamico è radicato più di ogni evidenza nella società malese.     21 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/2297-242x300.jpeg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/s200_solehah.yaacob.jpg) La professoressa Yaacob --- # The Enemy Writes on X. A Persian Story (Italian and English edition) Source: https://www.altriorienti.com/the-enemy-writes-on-x-a-persian-story-italian-and-english-edition/ *La guerra si vede nei corpi, nei nomi, nelle gerarchie che saltano.* *Ma si capisce nei dettagli.* *L’eliminazione mirata dei vertici, la decapitazione simbolica del potere, l’esposizione pubblica della vulnerabilità dell’avversario: sono gesti antichi, profondamente romani nella loro logica. Allora era la Persia a umiliare l’Imperatore Valeriano sconfitto ad Edessa ; oggi è l’Occidente a colpire, con una precisione quasi clinica, i nodi del sistema iraniano. Restano vuoti, restano nomi cancellati, uomini che fino al giorno prima sembravano intoccabili.* *Poi il silenzio. E subito dopo la comunicazione.* *C’è un dettaglio che sfugge facilmente, ma che dice molto del nostro tempo. **Il nemico scrive su X. **La Repubblica Islamica annuncia i suoi morti utilizzando una piattaforma americana. Server americani, linguaggio globale, algoritmi addestrati altrove. Non è ironia. È struttura.* *La Repubblica Islamica definisce gli Stati Uniti il Grande Satana, ma utilizza i suoi strumenti per parlare al mondo. Vende petrolio — direttamente o indirettamente — in dollari, la valuta del nemico. Quando i figli dei gerarchi crescono, non li mandi a Qom — li mandi a Londra, a Parigi, a Toronto, dove con i petrodollari comprano case e futuro. Quando si ammalano, non li curi a Teheran — li porti dove la medicina funziona davvero.* *E intanto continua a gridare morte all’America. **È una forma di schizofrenia perfettamente funzionale. **Ricorda la dinamica di una ribellione adolescenziale. **Il figlio contesta il padre, ne rifiuta l’autorità, lo accusa, lo provoca. Sbattendo porte, certo. Ma restando in casa. Usando il suo Wi-Fi. Mangiando dal suo frigorifero. **La ribellione è autentica. Ma non è ancora libertà. **E a volte questa ambivalenza affiora nei dettagli più piccoli, quelli che nessuno dovrebbe notare — e che invece restano impressi.* *Una fotografia: Ali Larijani, volto serio, uomo di sistema, con un paio di Ray-Ban scure sul viso. Perfette. Pulite. Globali. Potrebbero essere a Teheran come a Milano, a New York, a Phuket. **Non è un cedimento. È peggio. **È interiorizzazione. **Il rifiuto che si esprime attraverso ciò che rifiuta. L’identità che si costruisce con materiali altrui. **Come ogni adolescenza, questa fase mescola negazione e imitazione. Rabbia e attrazione. Rottura dichiarata e continuità nascosta. **La differenza è che qui nessuno cresce davvero. **Perché il sistema globale è uno solo. Non ci sono più due case. Non c’è un “fuori” dove trasferirsi. E quando provi a uscire davvero, scopri che stai solo cambiando stanza.* *La guerra continua. **Si colpisce, si elimina, si manda un messaggio. Tutto calibrato, quasi elegante. Ma senza mai arrivare al punto di rottura reale. **Nessuno taglia il cavo. **Perché quel cavo — invisibile, finanziario, tecnologico, culturale — tiene in piedi tutto. Anche chi lo maledice ogni giorno. **E allora la verità è più semplice, e meno eroica. **Non è una guerra contro il padre. **È una ribellione che non può permettersi di vincere.* 19 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/RASZMUWJ5VMKVBCYQXFRU4FU2Y-240x300.avif) *Ali Larijani* War is seen in bodies, in names, in hierarchies collapsing. But it is understood in the details. The targeted elimination of leadership, the symbolic decapitation of power, the public exposure of an adversary’s vulnerability: these are ancient gestures, deeply Roman in their logic. Then it was Persia humiliating the Emperor Valeriano after his defeat at Edessa; today it is the West striking, with almost clinical precision, at the nodes of the Iranian system. What remains are voids, erased names, men who until the day before seemed untouchable. Then silence. And immediately after, communication. There is a detail that is easy to miss, yet says much about our time. The enemy writes on X. The Islamic Republic announces its dead on an American platform. American servers, global language, algorithms trained elsewhere. This is not irony. It is structure. The Islamic Republic calls the United States the Great Satan, yet uses its instruments to speak to the world. It sells oil — directly or indirectly — in dollars, the enemy’s currency. When the sons of the regime’s men grow up, you do not send them to Qom — you send them to London, Paris, Toronto, where with petrodollars they buy houses and a future. When they fall ill, they are not treated in Tehran — they are taken where medicine actually works. And still, the chant remains: death to America. It is a form of perfectly functional schizophrenia. It resembles the logic of adolescent rebellion. The son challenges the father, rejects his authority, accuses him, provokes him. Slamming doors, certainly. But remaining inside the house. Using his Wi-Fi. Eating from his refrigerator. The rebellion is real. But it is not yet freedom. And sometimes this ambivalence emerges in the smallest details — the ones no one is supposed to notice, and yet linger. A photograph: Ali Larijani, a man of the system, wearing a pair of dark Ray-Ban sunglasses. Perfect. Clean. Global. He could be in Tehran, Milan, New York, Phuket — it makes no difference. This is not concession. It is something else. It is internalization. Rejection expressed through what is rejected. Identity built from borrowed materials. Like every adolescence, this phase mixes denial and imitation. Anger and attraction. Declared rupture and hidden continuity. The difference is that here, no one really grows up. Because the global system is one. There is no second house. There is no “outside” to move to. And when you try to leave, you realize you are only changing rooms. And so the war continues. Strikes are made, men are removed, messages are sent. Everything calibrated, almost elegant. But never reaching the point of real rupture. No one cuts the cable. Because that cable — invisible, financial, technological, cultural — sustains everything. Even those who curse it every day. And so the truth is simpler, and less heroic. This is not a war against the father. It is a rebellion that cannot afford to win. --- # Conversazioni sull’Islam (Italian & English version) Source: https://www.altriorienti.com/conversazioni-sullislam/ **Intervista** **Intervistatore:** Partiamo dal centro della questione. Tu dici che il Corano non incita alla violenza, ma allora come spieghi il versetto 9:5? “Uccidete gli idolatri ovunque li troviate.” Non mi pare un passo equivocabile. **Interlocutore:** Hai ragione: letto isolato, sembra una chiamata al massacro. Ma il Corano non è un trattato di teologia astratta; è un testo nato dentro la storia. Il 9:5 venne rivelato dopo che alcune tribù avevano tradito i patti con Maometto. È, in termini moderni, una clausola di guerra contro chi aveva violato un accordo di pace. Lo stesso passo successivo, il 9:6, ordina di proteggere chi chiede asilo, anche se non crede. La durezza è contingente: l’Islam primitivo era una comunità assediata. L’immagine della spada nasce da quel contesto, non da un’ideologia di conquista globale. **Intervistatore:** Ma i versetti non parlano solo di guerra contingente. 8:12, ad esempio: “Colpiteli al collo e alle estremità.” O 47:4: “Quando incontrate i miscredenti, colpiteli.” Non è linguaggio spirituale. È violenza ritualizzata. **Interlocutore:** È linguaggio di battaglia, non di predicazione. In 8:12, il soggetto sono gli angeli — non i credenti — nel racconto della battaglia di Badr. È la trasfigurazione epica di un episodio reale, come accade nell’Antico Testamento. Il 47:4 stabilisce limiti: si combatte in guerra regolare e i prigionieri devono essere liberati per grazia o riscatto. L’Islam codifica la guerra, ma la contiene. Dice: sì, combatti, ma secondo regole precise. **Intervistatore:** Eppure il Corano è pieno di “combattete”: 8:65, 9:123. Se fosse davvero una religione di pace, non avrebbe bisogno di tanta energia bellica. **Interlocutore:** Il Corano è anche un documento politico. La parola *jihād* significa “sforzo”, ma sì, i primi musulmani combatterono per sopravvivere. Ogni religione nata sotto pressione ha dovuto legittimare la difesa. La Bibbia non è meno aspra. Il problema non è il testo, ma come viene letto. **Intervistatore:** E che dire del versetto 3:85? “Chi desidera una religione diversa dall’Islam non sarà accettato da Dio.” È un’esclusione assoluta. **Interlocutore:** È un’esclusione teologica, non politica. Il Corano ragiona in termini di verità ultima. Sul piano umano, però, dice anche: “Non c’è costrizione nella religione”. **Intervistatore:** E il 3:28? “I credenti non prendano i miscredenti come alleati.” **Interlocutore:** *Awliyāʾ* significa protettori, patroni politici. È prudenza, non odio. **Intervistatore:** E il 5:33? “Uccisi o crocifissi, o tagliati mani e piedi…” **Interlocutore:** È legge penale contro il *ḥirāba*: banditismo, terrorismo, violenza sociale. Non riguarda l’infedeltà, ma il crimine. E prevede il pentimento. **Intervistatore:** E il 9:30? “I giudei dicono che Ezra è figlio di Dio… Li annienti Allah!” **Interlocutore:** È polemica profetica. Linguaggio duro, non istruzione militare. Come nei profeti biblici. **Intervistatore:** Dunque ammetti che il Corano è anche un testo violento. **Interlocutore:** È un testo duale. Spada e misericordia convivono, come nella storia umana. L’errore è leggerlo come un manifesto ideologico unico. Ci fu una pausa. Poi spostai il discorso dove sapevo sarebbe diventato più fragile. **Intervistatore:** Quando la teoria incontra la vita, il punto sensibile resta sempre la donna. È lì che la Sharīʿa diventa visibile. **Interlocutore:** Perché la famiglia è il centro dell’ordine sociale. **Intervistatore:** O perché è il luogo dove l’ordine si difende. Sura 4:34 — “Gli uomini sono preposti alle donne.” Sura 4:11 — eredità dimezzata. Sura 2:282 — due testimonianze femminili per una maschile. Qui la differenza diventa norma. **Interlocutore:** Diventa responsabilità. L’uomo sostiene economicamente la famiglia, la donna è protetta da quel peso. La giustizia non è uguaglianza matematica. **Intervistatore:** Ma oggi molte donne sostengono economicamente le famiglie. Il contesto è cambiato. **Interlocutore:** L’interpretazione può adattarsi. Esiste l’*ijtihād*. **Intervistatore:** Può, ma raramente lo fa. Quando si arriva alla donna, l’interpretazione rallenta. Come se lì si difendesse qualcosa di più della legge. **Interlocutore:** La continuità della comunità. Ogni civiltà teme di perdere se stessa. **Intervistatore:** E la donna porta quel peso simbolico. Lui non negò. Rimase in silenzio per un momento. **Intervistatore:** E allora l’Islam è una religione di pace? **Interlocutore:** Dipende da cosa intendi per pace. Non assenza di conflitto, ma ordine giusto. Il Corano non chiede bontà: chiede giustizia. E la giustizia, talvolta, ha un volto duro. **Intervistatore:** E la dottrina dell’abrogazione? Il cosiddetto “versetto della spada”? **Interlocutore:** È una tecnica giuridica, non un dogma. Serve a gestire norme nate in condizioni storiche diverse. Il fondamentalismo l’ha trasformata in ideologia. **Intervistatore:** Chi decide oggi cosa resta valido? **Interlocutore:** Nessuno da solo. Il conflitto non è nel testo, ma tra le sue interpretazioni. Poi, quasi alla fine, ho fatto un’ultima domanda. Una di quelle che sembrano marginali, ma scavano più di tutte le altre. «È vero o non è vero che nel Corano compare la parola *Israele* — e non compare mai la parola *Palestina*?» L’imam rimase in silenzio per qualche secondo. «È vero,» disse. «Israele è un nome spirituale: un patriarca, una stirpe. Palestina non serviva nominarla. Dio non ragiona in confini, ma in obbedienze. La terra appartiene a chi segue la Sua legge.» Poi aggiunse, con una voce più bassa: «Nel libro che doveva unire, Israele esiste. Palestina non è mai nata.» **Epilogo** Il dialogo è avvenuto con un colto imam della comunità islamica lombarda, alla presenza di una mediatrice culturale. Chi conosce l’Islam nella mia regione non ha difficoltà a darne un nome. Io non lo farò. Quanto avete letto è stato registrato. Vi era consenso. È durato poco. Mi ero preparato. Avevo studiato i versetti, le interpretazioni, le obiezioni possibili. Sapevo dove volevo arrivare e, soprattutto, dove non intendevo andare. Non era una conversazione esplorativa, ma un percorso tracciato in anticipo. Non ho mai abbandonato quel sentiero. Non perché mancassero le parole, ma perché non servivano. Il senso di quell’incontro non era convincere né essere convinto, ma misurare una distanza. Non colmarla. Non addolcirla. Non fingere che fosse più corta di quanto sia. Le posizioni erano chiare. Coerenti. Inconciliabili. Non esco da quell’incontro persuaso che l’Islam sia una religione pacifica. Al contrario. È una religione totalizzante, in cui fede e legge coincidono, e in cui la pace non è libertà, ma ordine. Un ordine che discende dall’alto, non si negozia, non ammette dissenso strutturale. Per l’Occidente moderno, la pace nasce dal dubbio, dal conflitto regolato, dall’imperfezione accettata. Qui nasce dalla certezza. Non è una colpa. È distanza. Nel diritto islamico classico, il rapporto con chi non condivide la fede non è fondato sull’idea di pace definitiva (*salām*), ma su quella di tregua (*ḥudna*): un accordo temporaneo, giuridico, rinnovabile, che sospende il conflitto senza risolverlo. Da una parte, l’idea occidentale di convivenza: stabilità costruita sul pluralismo, sulla permanenza del dissenso, sulla legittimità dell’altro. Una concepisce la pace come coesistenza stabile tra differenze permanenti. L’altra come tregua temporanea, fondata sull’attesa. Attesa che il numero diventi massa, che la massa diventi forza, e che la forza produca un mondo esclusivamente islamico. Nel diritto islamico classico: la pace permanente con l’infedeltà organizzata non è l’orizzonte; l’orizzonte è l’ordine giusto (*ʿadl*), non la pace; la ḥudna è strumentale, non morale. Per questo: non si fa la guerra santa contro cristiani o altri soggetti durante la ḥudna; non perché siano riconosciuti come pari, ma perché esiste un accordo giuridico temporaneo. Non pace. Nota bene. Tregua. 16 marzo **Interviewer:** Let us begin at the center of the matter. You say the Qur’an does not incite violence—yet how do you explain verse 9:5? *“Kill the idolaters wherever you find them.”* That does not seem open to interpretation. **Interlocutor:** You are right: read in isolation, it sounds like a call to slaughter. But the Qur’an is not a treatise of abstract theology; it is a text born within history. Verse 9:5 was revealed after certain tribes had betrayed their pacts with Muhammad. In modern terms, it is a wartime clause against those who had violated a peace agreement. The very next verse, 9:6, orders protection for anyone who seeks asylum—even if they do not believe. The harshness is contingent: early Islam was a besieged community. The image of the sword emerges from that context, not from an ideology of global conquest. **Interviewer:** Yet the verses do not speak only of contingent war. 8:12, for instance: *“Strike them upon the necks and strike from them every fingertip.”* Or 47:4: *“When you meet those who disbelieve, strike.”* This is not spiritual language. It is ritualized violence. **Interlocutor:** It is the language of battle, not of preaching. In 8:12, the subject is the angels—not the believers—in the account of the Battle of Badr. It is the epic transfiguration of a real episode, much like in the Old Testament. Verse 47:4 establishes limits: one fights in a formal war, and prisoners must be released either by grace or ransom. Islam codifies war, but it also contains it. It says: yes, fight—but according to precise rules. **Interviewer:** And yet the Qur’an is full of “fight”: 8:65, 9:123. If it were truly a religion of peace, it would not require so much martial energy. **Interlocutor:** The Qur’an is also a political document. The word *jihād* means “struggle,” but yes—the early Muslims fought to survive. Every religion born under pressure has had to legitimize defense. The Bible is no less harsh. The problem is not the text, but how it is read. **Interviewer:** And what of verse 3:85? *“Whoever desires a religion other than Islam—it will never be accepted from him.”* That is absolute exclusion. **Interlocutor:** It is a theological exclusion, not a political one. The Qur’an reasons in terms of ultimate truth. On the human level, however, it also says: *“There is no compulsion in religion.”* **Interviewer:** And 3:28? *“Let not the believers take the disbelievers as allies.”* **Interlocutor:** *Awliyāʾ* means protectors—political patrons. It is prudence, not hatred. **Interviewer:** And 5:33? *“Killed or crucified, or their hands and feet cut off…”* **Interlocutor:** It is penal law against *ḥirāba*: banditry, terrorism, social violence. It does not concern unbelief, but crime. And it allows for repentance. **Interviewer:** And 9:30? *“The Jews say Ezra is the son of God… May Allah destroy them!”* **Interlocutor:** It is prophetic polemic. Harsh language, not military instruction. As with the biblical prophets. **Interviewer:** So you admit that the Qur’an is also a violent text. **Interlocutor:** It is a dual text. Sword and mercy coexist, as in human history. The error is to read it as a single ideological manifesto. There was a pause. Then I moved the conversation where I knew it would become more fragile. **Interviewer:** When theory meets life, the sensitive point is always the same: the woman. That is where Sharīʿa becomes visible. **Interlocutor:** Because the family is the center of the social order. **Interviewer:** Or because it is where order defends itself. Sura 4:34 — *“Men are in charge of women.”* Sura 4:11 — inheritance halved. Sura 2:282 — two female testimonies for one male. Here, difference becomes norm. **Interlocutor:** It becomes responsibility. The man supports the family economically; the woman is protected from that burden. Justice is not mathematical equality. **Interviewer:** But today many women support their families. The context has changed. **Interlocutor:** Interpretation can adapt. There is *ijtihād*. **Interviewer:** It can—but it rarely does. When it comes to women, interpretation slows down. As if something more than law were being defended. **Interlocutor:** The continuity of the community. Every civilization fears losing itself. **Interviewer:** And the woman carries that symbolic weight. He did not deny it. He remained silent for a moment. **Interviewer:** So then—is Islam a religion of peace? **Interlocutor:** It depends on what you mean by peace. Not the absence of conflict, but a just order. The Qur’an does not ask for kindness; it asks for justice. And justice, at times, has a hard face. **Interviewer:** And the doctrine of abrogation? The so-called “sword verse”? **Interlocutor:** It is a legal technique, not a dogma. It serves to manage norms born in different historical conditions. Fundamentalism has turned it into ideology. **Interviewer:** Who decides today what remains valid? **Interlocutor:** No one alone. The conflict is not in the text, but among its interpretations. Toward the end, I asked one final question. One of those that appear marginal, yet cut deeper than all the others. “Is it true—or is it not—that the word *Israel* appears in the Qur’an, while the word *Palestine* never does?” The imam remained silent for a few seconds. “It is true,” he said. “Israel is a spiritual name: a patriarch, a lineage. There was no need to name Palestine. God does not reason in borders, but in obedience. The land belongs to those who follow His law.” Then he added, in a lower voice: “In the book that was meant to unite, Israel exists. Palestine was never born.” ### Epilogue The dialogue took place with a learned imam from the Lombard Islamic community, in the presence of a cultural mediator. Those familiar with Islam in my region would have little difficulty naming him. I will not. What you have read was recorded. There was consent. It did not last long. I had prepared. I had studied the verses, the interpretations, the possible objections. I knew where I wanted to arrive—and, above all, where I had no intention of going. This was not an exploratory conversation, but a path traced in advance. I never left it. Not because words were lacking, but because they were unnecessary. The meaning of that encounter was neither to persuade nor to be persuaded, but to measure a distance. Not to bridge it. Not to soften it. Not to pretend it was shorter than it is. The positions were clear. Coherent. Irreconcilable. I do not leave that encounter persuaded that Islam is a religion of peace. Quite the opposite. It is a totalizing religion, in which faith and law coincide, and in which peace is not freedom, but order. An order that descends from above, is not negotiated, and does not admit structural dissent. For the modern West, peace arises from doubt, from regulated conflict, from accepted imperfection. Here, it arises from certainty. This is not a fault. It is distance. In classical Islamic law, the relationship with those who do not share the faith is not grounded in the idea of definitive peace (*salām*), but in that of truce (*ḥudna*): a temporary, juridical, renewable agreement that suspends conflict without resolving it. On one side, the Western idea of coexistence: stability built on pluralism, on the permanence of dissent, on the legitimacy of the other. One conceives peace as stable coexistence among enduring differences. The other as a temporary truce, founded on expectation. Expectation that numbers become mass, that mass becomes force, and that force produces an exclusively Islamic world. In classical Islamic law: permanent peace with organized unbelief is not the horizon; the horizon is just order (*ʿadl*), not peace; *ḥudna* is instrumental, not moral. For this reason: one does not wage holy war against Christians or others during a *ḥudna*—not because they are recognized as equals, but because a temporary legal agreement exists. Not peace. Note this well. A truce. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/post-215265-390x247-1-300x190.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Sveti_svestenomucenik_Teodor_-_episkop_vrsacki1-245x300.jpg) Il martirio di san[ Teodoro Nestorović](https://en.wikipedia.org/wiki/Theodore_of_Vr%C5%A1ac), vescovo ortodosso serbo 1594 --- # I ragazzi delle coroncine Source: https://www.altriorienti.com/i-ragazzi-delle-coroncine/ *Non capisco molto i giovani di oggi.* *Ne ho avuto una dimostrazione qualche sera fa a Bergamo, in un posto che si chiama Chorus Arena. Ci sono andato per accompagnare mia figlia a vedere una cantante islandese, con ascendenze cinesi: Laufey. Non avevo mai sentito il suo nome prima.* *I biglietti erano esauriti. L’arena è piena da settimane. Dopo qualche giorno riesco a trovarne due in resale. Li compro: non si delude una figlia per una cosa del genere.* *Arriviamo all’arena. Tutto è nuovo, efficiente, quasi troppo perfetto. Parcheggi ordinati, scale mobili che portano alle tribune superiori, ingressi scorrevoli. Per un attimo ho la sensazione di essere finito in un posto che non sembra nemmeno Italia. Troppo pulito, troppo organizzato.* *Poi guardo il pubblico.* *È una popolazione divisa in due specie molto nette.* *Da una parte i genitori — gente come me, con quell’aria leggermente perplessa di chi accompagna qualcuno in un mondo che non è più il suo.* *Dall’altra una folla di ragazzini tra i quattordici e i vent’anni.* *Molti portano coroncine.* *Alcune ragazze sono vestite come personaggi usciti da un manga giapponese. Gonne leggere, nastri, colori pastello. Piccoli abiti teatrali che sembrano pensati per una fiaba.* *Intorno percepisco una competizione gentile: il costume più bello, la corona più carina.* *L’arena è completamente esaurita.* *C’è anche un odore curioso nell’aria. Non saprei definirlo con precisione. Qualcosa tra un deodorante industriale e un disinfettante profumato. Un odore pulito, quasi clinico.* *Non è l’odore dei concerti che ricordavo io.* *I concerti avevano l’odore della birra, del sudore, delle sigarette. Qui invece tutto è ordinato, quasi igienico.* *Poi inizia la musica.* *E lì capisco definitivamente di essere fuori posto.* *Io sono cresciuto con un’idea diversa dei giovani.* *I giovani erano arrabbiati. Urlavano. Volevano cambiare il mondo.* *Ascoltavano rock.* *“I can’t get no satisfaction.”* *Oppure parlavano di rivoluzione, di immaginazione, di libertà.* *Anche vent’anni fa c’era almeno Amy Winehouse: talento enorme, voce struggente, e quella malinconia sporca che sembrava uscire direttamente dalla vita vera.* *Qui invece succede qualcosa di completamente diverso.* *Sul palco arriva una ragazza islandese gentile, educata, con una bella voce. Suona la chitarra, poi si siede al pianoforte. Alle sue spalle c’è un quartetto d’archi.* *Un quartetto d’archi.* *In un’arena piena di adolescenti.* *Le canzoni sono eleganti, ben scritte. Ma sembrano provenire da un’altra epoca.* *A tratti ho la sensazione che quelle musiche potrebbero essere state scritte negli anni Trenta, Quaranta o Cinquanta.* *Doris Day.* *Le commedie musicali di Hollywood.* *Le melodie romantiche di un’America immaginaria.* *Bossa nova.* *E questi ragazzi ascoltano estasiati.* *Applaudono.* *Cantano piano.* *Mi guardo intorno.* *Le coroncine.* *I vestiti da manga.* *L’odore di disinfettante profumato.* *E mi rendo conto che non avrei mai immaginato di assistere a una scena del genere.* *A un certo punto penso di chiedere spiegazioni a mia figlia. Lei appartiene perfettamente a questa generazione.* *Le chiedo:* *— E la ribellione?* *Lei mi guarda come se la domanda fosse un po’ antiquata.* *— Greta.* *Greta Thunberg, naturalmente.* *L’eroina climatica di qualche anno fa, ora dispersa in battaglie sempre più confuse e perdenti.* *Ma in fondo non è nemmeno quello il punto.* *Il concerto finisce. La folla defluisce lentamente verso le uscite.* *Fuori è marzo a Bergamo. L’aria è fredda e i campi sono scuri.* *E all’improvviso mi torna in mente una cosa.* *Non lontano da qui, tra questi paesi e questi prati, anni fa si era consumata la tragedia di Yara Gambirasio.* *Una ragazzina che allora aveva più o meno l’età che ha oggi mia figlia.* *Torniamo verso il parcheggio.* *Mia figlia cammina accanto a me e continua a parlare del concerto. Le è piaciuto moltissimo.* *Io annuisco.* *Non sono sicuro di aver capito davvero quello che ho visto.* *Ma forse non è necessario.* *Perché per loro — per questi ragazzi — quella musica dolce e fragile significa qualcosa che a me sfugge.* *Una specie di rifugio.* *Resto qualche secondo in silenzio.* *Mi chiedo che cosa sia successo nel frattempo.* *Che cosa sia cambiato.* *Forse questi ragazzi non vogliono più gridare.* *Forse non vogliono più distruggere il mondo.* *Forse cercano soltanto qualcosa di dolce, fragile, ordinato.* *Una musica degli anni Cinquanta per sopravvivere agli anni Venti.* 15 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/GLUOYtUWYAEJMCr-243x300.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/GLUOYtWXoAAo1s0-825x1024.jpg)   --- # I compagni che sbagliano, ancora – Breve storia di una giustificazione morale Source: https://www.altriorienti.com/i-compagni-che-sbagliano-ancora-breve-storia-di-una-giustificazione-morale/ *La televisione del bar trasmetteva immagini confuse. **Case bruciate. **Un festival musicale trasformato in un campo di caccia. **Qualcuno al bancone scrollava il telefono. **Qualcun altro discuteva di geopolitica con la sicurezza di chi ha letto tre thread su Twitter. **La cosa più curiosa arrivò qualche ora dopo. **Non le immagini. **Le spiegazioni. * *Negli anni Settanta, in Italia, esisteva una formula che oggi suona quasi comica, se non fosse stata tragica: “i compagni che sbagliano”. **Così una parte della sinistra chiamava i terroristi. **Non assassini. Non nemici. Non criminali. **Compagni.* *Solo che — poveretti — avevano sbagliato metodo.* *Era un anestetico linguistico. Un modo elegante per convivere con un fatto piuttosto imbarazzante: che gli uomini delle Brigate Rosse non erano arrivati da Marte. Erano usciti dalle stesse università, dalle stesse assemblee, dagli stessi cortei dove si parlava di rivoluzione, imperialismo, lotta di classe. **Quando poi rapirono e uccisero Aldo Moro, la formula smise improvvisamente di funzionare. **La realtà era diventata troppo pesante anche per la retorica. **Ma il meccanismo psicologico non scomparve. **Si limitò a trasferirsi altrove. **Negli anni Settanta c’era una scena quasi surreale.* *Ragazzi tedeschi, francesi, italiani — cresciuti tra Marx, Marcuse e qualche canna universitaria — partivano per il Medio Oriente per addestrarsi con guerriglieri palestinesi. **La Red Army Faction, quella di Baader e Ulrike Meinhof, collaborava con il Popular Front for the Liberation of Palestine. **C’era qualcosa di profondamente teatrale in quella stagione. **Studenti europei con la barba di tre giorni e il libretto rosso di Mao in tasca arrivavano nei campi palestinesi con lo zelo dei seminaristi. **I guerriglieri li guardavano con un misto di curiosità e divertimento. **In fondo erano turisti ideologici. **Backpacker della rivoluzione mondiale. **Il punto culminante fu la strage di Monaco. Undici atleti israeliani uccisi alle Olimpiadi.* *Nel mondo normale sarebbe stato un orrore senza discussione. **Ma una parte della galassia rivoluzionaria reagì con una formula familiare: **bisogna capire il contesto. **La violenza, si diceva, nasceva dall’oppressione.* *Era già tutto lì.* *La lezione più brutale arrivò pochi anni dopo. **Nel 1979 la sinistra iraniana decise di fare la rivoluzione insieme al clero sciita guidato da Ruhollah Khomeini durante la Iranian Revolution. **Il nemico comune era lo Scià. **Così marxisti, studenti rivoluzionari e islamisti si ritrovarono nella stessa piazza. **Cantavano slogan diversi, ma contro lo stesso uomo. **Era una di quelle alleanze che funzionano benissimo finché non si vince. **Quando il nuovo regime consolidò il potere, la faccenda cambiò rapidamente tono. **Organizzazioni come i People's Mojahedin Organization of Iran e il Tudeh Party of Iran scoprirono che la rivoluzione islamica non aveva alcuna intenzione di condividere il potere con atei, marxisti o rivoluzionari laici. **Molti finirono in carcere. **Molti furono fucilati.* *Altri — scena che oggi sembra uscita da un film troppo crudele per essere credibile — vennero impiccati ai lampioni delle piazze. **In molte città iraniane i lampioni avevano improvvisamente cambiato funzione. **Non illuminavano più le strade. **Illuminavano la fine di una rivoluzione che aveva divorato i suoi compagni.* *Il 7 ottobre 2023 Hamas ha lanciato il suo attacco contro Israele. **Famiglie massacrate. **Ragazzi uccisi a un festival musicale. **Civili rapiti. **In teoria non dovrebbe esserci molto da discutere. **Eppure, nelle ore e nei giorni successivi, in alcuni ambienti militanti occidentali è tornata una vecchia musica. **Non approvazione aperta. **Troppo imbarazzante. **Piuttosto frasi come: bisogna capire il contesto, è resistenza, è la risposta all’oppressione. **Il vecchio schema oppressi-oppressori funzionava ancora. **Le vittime diventavano una nota a piè di pagina della storia.* *A volte la storia si manifesta nei dettagli. **La moglie del sindaco di New York, Rama Duwaji, è finita nelle polemiche per aver messo decine di “like” a una serie di post che descrivevano l’attacco del 7 ottobre come una forma di resistenza. **Il marito, Zohran Mamdani, ha spiegato che si tratta di opinioni personali.* *Probabilmente è vero. **Ma il fatto interessante non è la signora, che divide il suo tempo tra shopping newyorkese, illustrazioni minimaliste per riviste progressiste e qualche distratto “like” a post dove il massacro di civili diventa un gesto di liberazione. * *Manhattan è una città curiosa. **Puoi comprare un cappuccino da nove dollari, discutere per mezz’ora di colonialismo strutturale, indignarti per Jeffrey Epstein e chiederti ogni giorno chi diavolo fosse davvero coinvolto in quella fogna — e poi, con la stessa distrazione con cui scorri le foto del brunch su Instagram, mettere un like a un post che spiega come un strage del XXI secolo sia, in fondo, una forma di liberazione.* *La Manhattan di Mamdani funziona così. **È una città dove si può essere scandalizzati da tutto **e ciechi davanti all’essenziale. **Qui la scena diventa quasi surreale. **Una parte dell’attivismo occidentale più radicale difende con passione:* - *diritti LGBTQ* - *libertà sessuale* - *femminismo radicale* - *identità fluide* *E contemporaneamente può trovarsi a sostenere movimenti islamisti che, in un regime governato dalla sharia, considererebbero quelle stesse persone criminali. **È una scena che sembra uscita da un sogno politico febbrile. **Bandiera arcobaleno da una parte. **Slogan islamisti dall’altra. **Se qualcuno la descrivesse in un romanzo, l’editor direbbe che è poco credibile. **E invece accade davvero. **La storia non si ripete mai identica. **Ma alcune illusioni sì. **Negli anni Settanta si chiamavano i compagni che sbagliano. **Oggi il linguaggio è più elegante, più accademico, più raffinato. **Ma sotto la vernice resta lo stesso meccanismo.* *Quando la politica diventa religione, anche un massacro può diventare un dettaglio della storia.* 14 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/Screenshot_20260308_210819_Instagram-211x300.jpg) --- # L’invasione asiatica. Cronaca lombarda di bestie perfette, prolifiche e senza passaporto Source: https://www.altriorienti.com/linvasione-asiatica-cronaca-lombarda-di-bestie-perfette-prolifiche-e-senza-passaporto/ *Per un giorno non parliamo dell’invasione dell’Ucraina, né di Gaza o della seconda guerra del Golfo. **Parliamo di casa nostra.* *In Lombardia le invasioni serie non fanno rumore. Non sbarcano, non annunciano, non chiedono permesso. Arrivano attaccate a un pallet, nascoste in una serra ornamentale, infilate dentro un inverno che non punge più come una volta. **Prima una foto sfocata sul telefono. **Poi il vicino che dice: “Ne ho vista una enorme”. **Poi l’entomologo che sospira e capisce che sì, è successo di nuovo.* *È già successo.* *Con la Xylella fastidiosa, che ha trasformato ulivi secolari in scheletri grigi. **Con il Rhynchophorus ferrugineus, che ha svuotato le palme dall’interno con una metodica crudeltà da trivella tropicale. **Con il Procambarus clarkii, il gambero rosso della Louisiana: americano, onnivoro, praticamente indistruttibile. **Adesso tocca alla mantide asiatica. **Grossa. Verde. Prolifica. E — diciamolo con affetto professionale — un po’ bastarda.* *La chiamano Hierodula tenuidentata. A volte è la cugina Hierodula patellifera. Cambia il cognome, non il carattere. **È più grande della nostra vecchia Mantis religiosa. **Più robusta. Più sicura. Meno provinciale. **Sta in alto sui rami, come chi ha già capito il panorama. Testa larga, occhi frontali, zampe anteriori armate di spine che scattano con una precisione quasi meccanica. **Non si agita. Non corre. **Aspetta. **Poi colpisce. **La mantide asiatica non ha bisogno di dichiarazioni di guerra.  E'** matematica. **Un’ooteca può produrre fino a duecento ninfe. Piccole, già affamate, già autonome. E, a differenza di altre specie, si mangiano meno tra loro da giovani. Tradotto: più nate, più sopravvissute, più adulte. **È una fabbrica silenziosa. **Mentre noi discutiamo se sia bella oppure no, lei moltiplica. **Non è schizzinosa. **Mangia cavallette, farfalle, api, altri predatori. Se capita, anche piccoli vertebrati. È un predatore generalista: prende ciò che trova e ringrazia. **La nostra mantide europea è quasi discreta, prudente. **La Hierodula è efficiente.* *In ecologia l’efficienza è tutto. **Il gambero della Louisiana, almeno, ha trovato un suo equilibrio sociale. **Lo trovi nei fossi, nelle rogge, nei Navigli. Scava tane negli argini, altera i fondali, mangia piante, larve, uova di pesci, anfibi. È perfetto nel suo opportunismo. **Eppure ha un nemico naturale non previsto nei manuali.* *Tra Trezzano e Vermezzo, lungo le sponde fangose, c’è il filippino con un retino e un secchio. Paziente, silenzioso, metodico. Li raccoglie e la domenica finiscono sulla griglia, sul luogo stesso di pesca, ancora vivi, tra risate di famiglia e birre fredde. **La natura, a volte, passa per la cucina. **Il gambero invasore diventa pranzo. Si chiude il cerchio. **La mantide asiatica invece non è brutta. **È elegante. **La fotografano. La condividono. La chiamano “spettacolare”. **Nessuno pensa di metterla in padella. **E qui sta il suo vantaggio. **Gli invasori brutti li combattiamo. **Quelli belli li adottiamo.* *Lei resta immobile sul ramo, alta sui nostri giardini lombardi che ormai hanno inverni tiepidi, lampioni sempre accesi, siepi irrigate. Un habitat quasi su misura. **Non distrugge in modo vistoso. **Sostituisce. **E la sostituzione è quasi sempre più efficace della distruzione. **L’entomologo prende nota. Non drammatizza. **Segna coordinate, temperatura, vegetazione. Si ferma a bere un caffè mentre qualcuno la fotografa come fosse una mascotte tropicale. **Dentro sente un’ambiguità sottile. **Perché la bestia è magnifica. **E magnifico non significa innocuo. **L’entomologo chiude il taccuino con un gesto lento, quasi affettuoso.* *Il gambero della Louisiana ha già trovato il suo destino: qualche trappola, un secchio, una griglia improvvisata la domenica lungo il Naviglio. **La mantide asiatica invece no. **Resta lì. Immobile. Elegante. Prolifica e bastarda. **Guarda dall’alto i nostri giardini come se fosse sempre stata qui.* *Fra qualche anno forse la chiameremo semplicemente “la mantide”, senza aggettivi. Come se non fosse mai arrivata da altrove. **Per ora resta una domanda sospesa nell’aria tiepida della pianura: **Chi sarà il filippino della mantide?* *E soprattutto — quando arriverà.* 12 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/35576-1-ev_mantide-a-300x196.jpg) --- # Nulla di nuovo sul fronte orientale. F-35 e martiri Source: https://www.altriorienti.com/nulla-di-nuovo-sul-fronte-orientale-f-35-e-martiri/ *Esiste un equivoco quando si parla di una guerra tra Stati Uniti e Iran. **La si chiama ancora guerra, come se si trattasse di uno scontro tra eserciti comparabili, come se due volontà militari si affrontassero con esiti incerti. **In realtà, se si osserva freddamente la struttura tecnologica del conflitto contemporaneo, la parola guerra diventa quasi impropria.* *Assomiglia piuttosto a ciò che accadde nel 1519 quando Hernán Cortés sbarcò sulle coste del Messico. **Cinque secoli fa un manipolo di uomini — cinquecento spagnoli malnutriti, avventurieri e debitori della Corona — si trovò davanti uno degli imperi più grandi del continente americano. L’impero azteco disponeva di città immense, di eserciti numerosi, di una struttura religiosa e politica millenaria.* *Eppure la partita era già decisa.* *Non perché gli spagnoli fossero più coraggiosi. **Non perché fossero più numerosi. **Ma perché appartenevano a un altro livello tecnologico della storia. **Acciaio contro ossidiana. **Cavalli contro fanteria. **Archibugi contro lance. **E soprattutto un’organizzazione militare e mentale completamente diversa. **La conquista non fu una guerra nel senso classico del termine. Fu uno shock di civiltà militari incompatibili.* *La storia militare offre altri episodi simili. Uno dei più impressionanti avvenne nel 1898, nel Sudan. **Sulle rive del Nilo, vicino a Omdurman, l’esercito britannico comandato da Kitchener affrontò le forze mahdiste. I guerrieri sudanesi erano decine di migliaia, animati da un fervore religioso straordinario. Caricarono con lance e spade, convinti che il coraggio e la fede potessero piegare l’avversario. **Dall’altra parte li aspettavano mitragliatrici Maxim, fucili moderni e artiglieria. **Il risultato fu un massacro quasi irreale: migliaia di morti in poche ore, contro perdite britanniche minime. Winston Churchill, che era presente come ufficiale e giornalista, scrisse che sembrava meno una battaglia che un esperimento di distruzione industriale. **Non mancava il coraggio. Mancava la simmetria. **Se si osserva con lo stesso distacco la distanza tra l’apparato militare americano e quello iraniano, il parallelo non appare del tutto improprio.* *La guerra contemporanea delle grandi potenze non è più fatta di divisioni che avanzano e retrocedono su una mappa. È una combinazione di satelliti, droni, intercettazioni elettroniche, sensori e algoritmi capaci di analizzare enormi quantità di dati. **Prima ancora che un aereo decolli, un sistema di analisi ha già costruito la lista dei bersagli, calcolato la probabilità di successo, previsto le difese e simulato le conseguenze.* *La guerra è diventata un problema di targeting. **Gli uomini sono quasi una conseguenza secondaria. **Questo produce una situazione nuova nella storia militare: la quasi assenza di rischio per una delle parti. Non sempre, naturalmente. Ma nella logica generale sì. **Il soldato che lancia un missile oggi può trovarsi a migliaia di chilometri dal bersaglio. Non vede il nemico, non sente il rumore della battaglia, non respira l’odore della polvere.* *La guerra diventa una forma di ingegneria. **È qui che la parola guerra comincia a perdere significato. **Perché la guerra, nella sua definizione classica, implica reciprocità del rischio. Anche il più forte può perdere. Anche il vincitore paga un prezzo. **Quando questa reciprocità scompare, il conflitto cambia natura. **La parte tecnologicamente superiore combatte una guerra quasi matematica. **La parte inferiore combatte una guerra esistenziale. Q**ui nasce un fenomeno che la storia ha già visto più volte: il martirio collettivo.* *Quando la vittoria diventa impossibile, l’obiettivo cambia. **Non si combatte più per vincere. **Si combatte per testimoniare.* *Lo si vide nella guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, quando adolescenti iraniani venivano mandati sui campi minati con piccole chiavi di plastica al collo, simbolo del paradiso promesso. Lo si vide nei kamikaze giapponesi negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. **Lo si vide, in forma tragica e grottesca, anche nel bunker di Berlino nel 1945. **Quando Hitler capì che la guerra era perduta, la logica non fu salvare la Germania. **Fu trascinare la Germania nella rovina. **La distruzione diventava la prova della purezza della causa. **La storia conosce bene questa trasformazione: quando la vittoria è impossibile, la politica può trasformarsi in teologia della sconfitta. **In quel momento la guerra cambia registro. **Per una parte resta un problema tecnico. **Per l’altra diventa una forma di liturgia. Q**uesto il vero pericolo dei conflitti contemporanei tra potenze tecnologicamente incomparabili. Non la sconfitta militare — quella è spesso prevedibile — ma la mutazione psicologica del conflitto.* *L’Occidente tende a pensare la guerra come un problema strategico: equilibri, deterrenza, costi, vantaggi.* *Ma per alcuni regimi e per alcune culture politiche la guerra può diventare altro: una prova morale, una testimonianza, talvolta persino un sacrificio. **Quando due logiche così diverse si incontrano, la guerra smette di essere strategia e diventa qualcosa di molto più instabile. **Gli spagnoli che arrivarono nel Nuovo Mondo non incontrarono solo eserciti. **Incontrarono un universo religioso.* *Cortés aveva cavalli e archibugi. **Oggi le armi sono gli  F-35 e gli algoritmi.* *Ma la reazione dell’uomo sconfitto non è cambiata in cinque secoli: **se non può vincere, può scegliere di morire.* 10 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/Sir_Winston_Churchill_statesman-236x300.jpg) *Winston Churchill* --- # La lunga ombra della vecchiaia cinese Source: https://www.altriorienti.com/la-lunga-ombra-della-vecchiaia-cinese/ *In Cina, i numeri sono sempre giganteschi, e per questo difficili da immaginare. La spesa sociale complessiva — previdenza, welfare, sanità — vale oggi attorno al 10-13% del prodotto interno lordo, mentre le sole pensioni pubbliche assorbono circa il 7-8% del PIL. È la prova di uno Stato che in pochi decenni ha costruito un sistema di protezione dove prima non c’era nulla, e insieme l’avviso che la tenuta di questo sistema dipende dalla demografia, più che dalla finanza.* *Nel 2024 il Paese ha registrato appena 9,5 milioni di nascite a fronte di 10,9 milioni di decessi: terzo anno consecutivo di calo della popolazione. L’indice di fertilità stimato è attorno a 1,0 figli per donna, ben lontano dalla soglia di sostituzione. Intanto, la quota di ultrasessantenni è salita al 21%: un cinese su cinque è già anziano. Per ogni pensionato, ci sono sempre meno lavoratori, e la forbice si allarga.* *Le province del Nordest — Liaoning, Jilin, Heilongjiang — sono le prime a sentire la morsa. Qui la generazione delle fabbriche di Stato, che negli anni Ottanta aveva animato l’industrializzazione pesante, oggi è in pensione. A Shenyang si vedono code davanti alle filiali della banca ogni metà mese: pensionati che ritirano i 3.000 yuan del sussidio mensile, una cifra sufficiente appena a coprire medicine e spese domestiche. Al contrario, in Zhejiang o Guangdong, dove le fabbriche private hanno attratto milioni di giovani migranti, i conti sono ancora in attivo. È per questo che dal 2022 il governo ha creato il “pooling nazionale”: un meccanismo che ridistribuisce risorse dalle province ricche a quelle in deficit. È la prima volta che la previdenza diventa davvero un sistema cinese, non solo locale.* *Dentro i numeri si annida anche una cicatrice più sottile: il rapporto di genere. Nei primi anni Duemila, il tasso di natalità maschile era arrivato a 120 maschi ogni 100 femmine, frutto degli aborti selettivi durante la stagione della politica del figlio unico. Oggi la sproporzione si è attenuata, ma restano milioni di uomini “in eccesso”: comunità sovraffollate e solitarie, padri senza figlie che possano occuparsi di loro in vecchiaia. Nelle campagne dello Henan non è raro incontrare uomini di cinquanta o sessant’anni che non si sono mai sposati: coltivano piccoli appezzamenti, vivono soli, e quando parlano del futuro sorridono amaro: «Chi si prenderà cura di me?».* *Il Partito ha deciso di intervenire con la leva più diretta: alzare l’età pensionabile. Dal 2025, gradualmente, tre anni in più per tutti. Una riforma quasi invisibile, ma che significa decine di milioni di persone al lavoro più a lungo, contributi aggiuntivi pari a 0,5-1% del PIL ogni anno e pensioni erogate per meno tempo. Una scelta tecnica che però cambia la percezione del tempo: per un’operaia tessile di Wuhan, significa restare alla macchina per altri turni infiniti; per un insegnante di Chengdu, significa un’ultima generazione di studenti da accompagnare.* *Dentro questa massa di bilanci, c’è un attore particolare: l’Esercito Popolare di Liberazione. Non sono solo le portaerei e i missili a pesare, ma anche i veterani. Le pensioni militari non compaiono sempre nei conti ufficiali, spesso sono registrate in capitoli paralleli, ma tutti gli studi concordano che costituiscano una parte consistente della spesa per il personale: decine di miliardi di yuan ogni anno. Nelle città, si vedono ancora gli “uffici per gli affari dei veterani”: sportelli grigi dove ex soldati in giacca verde e berretto spiegazzato chiedono aumenti, arretrati, riconoscimento. È il prezzo della storia, e di un esercito che deve prendersi cura dei suoi anziani tanto quanto armare i suoi giovani.* *Il paradosso è evidente: la Cina, percepita come “fabbrica giovane del mondo”, è già una delle società più vecchie del pianeta. E a differenza del Giappone, non ha avuto mezzo secolo per prepararsi: l’invecchiamento è arrivato a velocità doppia. Così, i numeri previdenziali diventano anche metafore geopolitiche. Una Cina che spende sempre di più per pensioni e sanità sarà una Cina più cauta? O, al contrario, la necessità di garantire stabilità interna la spingerà a cercare all’esterno una legittimazione attraverso la forza?* *Resta l’immagine di una nazione che ha corso per quarant’anni e ora deve imparare a camminare lentamente senza perdere l’equilibrio. Il problema non è solo pagare le pensioni. È decidere che tipo di società sarà la Cina quando la maggioranza dei suoi cittadini vivrà non per produrre, ma per ricordare.* 9 marzo ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/09/China-vecchi-300x200.jpg) --- # Il gatto, l’ayatollah e Penelope Source: https://www.altriorienti.com/il-gatto-layatollah-e-penelope/ Una volta il gatto Perseo mi ha tirato una zampata. Niente di grave. Una di quelle zampate secche, veloci, senza preavviso. Gli passi accanto, pensi che tutto sia tranquillo, e invece zac. Unghia. Carattere. Il gatto grosso, maschio, territoriale. Uno di quei gatti convinti che il mondo esista per irritarli. La cosa interessante non è quella. La cosa interessante è che dall’altra parte della stanza è arrivata Penelope, gatta più piccola. Dolcissima, occhi gialli. Non ha fatto grandi discorsi. Si è avvicinata, ha soffiato al maschio e quello, con l’aria di chi improvvisamente ha altre faccende da sbrigare, se n’è andato. Fine della storia. Gli etologi hanno un nome elegante per queste cose. Third party intervention. Intervento di terza parte. Succede tra i lupi, tra i corvi, tra i primati. A volte l’animale più debole interviene per fermare l’aggressione di uno più forte. Non è moralità. È qualcosa di più antico e più sporco. Una specie di allergia biologica alla violenza gratuita. Ora, prendiamo l’Iran. Trentamila persone ammazzate a gennaio in un week end. Migliaia di giovani accecati. Ragazzine impiccate con la stessa burocrazia con cui si timbrano i moduli in un ufficio postale. Un sistema clericale che funziona come un frigorifero morale: dentro tutto si conserva, soprattutto la crudeltà. E ogni volta qualcuno dice: attenzione, bisogna capire le ragioni geopolitiche. Il petrolio. Le rotte. L’equilibrio regionale. Le solite parole lucide e fredde che piacciono ai think tank, dove uomini molto seri discutono di massacri come se fossero partite a scacchi. Può darsi che abbiano ragione. Ma ogni tanto ho il sospetto che dimentichino una cosa molto più semplice. Gli esseri umani sono animali. Animali vestiti bene, con iPhone, lauree e editoriali sul Financial Times. Ma sotto la camicia stirata resta una creatura che per centinaia di migliaia di anni ha reagito a stimoli molto elementari. Uno di questi è la violenza esibita. Quando diventa troppo visibile, troppo arrogante, troppo teatrale — come i moralisti con il cappio in mano a Teheran — succede qualcosa nel sistema nervoso collettivo. Un riflesso. Non sempre nobile. Non sempre intelligente. Ma reale. Una specie di fastidio biologico. Gli strateghi lo chiamano “intervento umanitario”. Gli editorialisti lo chiamano “responsabilità internazionale”. Io sospetto che spesso sia qualcosa di molto meno elegante. Noi siamo la gatta Penelope che soffia. Perché a un certo punto anche il mondo — che è un posto terribile, lo sappiamo — si stanca di vedere il gatto grosso che tira zampate a tutti. Non solo per il petrolio. Non per la democrazia. Nemmeno per la storia. Si interviene perché, a un certo punto, la violenza diventa intollerabile da guardare. Una questione etologica. Come in salotto. 8 marzo   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/Screenshot_20260307_132528_Google-300x167.jpg) Penelope --- # Grenville Cross alla corte di Pechino Source: https://www.altriorienti.com/grenville-cross-alla-corte-di-pechino/ "Il governo è il nostro possente e onnipresente maestro. Nel bene e nel male, educa l'intero popolo con il suo esempio" - Gore Vidal *L’articolo di Grenville Cross [Jimmy Lai's sentences are severe, rational, and just ](https://www.chinadaily.com.cn/a/202602/11/WS698bbd82a310d6866eb388f4.html) apparso sul China Daily lo scorso 11 febbraio, definisce la pena inflitta all'attivista legittima, non è soltanto una posizione giuridica. È l’espressione di una precisa filosofia dello Stato, raramente dichiarata ma profondamente operativa. Il ragionamento è lineare: la pena deve essere proporzionata, deve dissuadere, deve prevenire. Nulla, in apparenza, che contraddica la tradizione penale classica. Tuttavia, sotto questa grammatica formale si muove una gerarchia implicita: la sicurezza sistemica precede la giustizia individuale. Non viene affermato apertamente, ma costituisce il presupposto logico dell’intero impianto.* *Qui il diritto smette di essere soltanto limite al potere e diventa anche infrastruttura del potere. Non solo protezione del cittadino contro lo Stato, ma protezione dello Stato contro il collasso. In questa prospettiva, la legge diventa la condizione stessa della continuità politica. Se lo Stato sopravvive, sopravvive anche lo spazio in cui il diritto può esistere. È una posizione costruita sull’idea che il vero pericolo per la giustizia non sia l’eccesso di ordine, ma la sua improvvisa dissoluzione.* *In questo quadro emerge la figura del burocrate storico, lontano dalla caricatura del funzionario crudele o corrotto. È il tecnico della continuità. Ragiona in termini di stabilità e destabilizzazione, non di bene e male immediati. La sua ossessione non è la repressione, ma il crollo: il momento in cui le istituzioni smettono di funzionare e la legge perde il suo carattere vincolante. L’ingiustizia, in questa logica, non viene negata. Viene classificata come costo locale necessario a evitare un disordine più ampio.* *Ciò che si perde, progressivamente, è la centralità morale dell’individuo come unità primaria della giustizia. Il singolo diventa variabile all’interno di un sistema che deve restare stabile. Il diritto continua a esistere, ma muta funzione: da limite ontologico al potere diventa strumento di gestione della stabilità. Non si tratta necessariamente di una degenerazione morale individuale. È, più spesso, una trasformazione strutturale del rapporto tra ordine e libertà.* *Le grandi strutture politiche, quando percepiscono una minaccia esistenziale, tendono a ridefinire il diritto come meccanismo di autoprotezione. In questi passaggi emergono figure come il burocrate razionale: uomini che non si percepiscono come nemici della giustizia, ma come custodi delle condizioni che rendono possibile la sua sopravvivenza. Non agiscono per crudeltà o fanatismo, ma per una forma estrema di responsabilità sistemica.* *Il sistema non chiede coscienza. Chiede funzionamento.* *Sotto questa razionalità resta però una zona di attrito umano. Non fatta di crisi spettacolari, ma di sostituzioni lente. Il momento in cui “giusto” smette di riferirsi a qualcuno e comincia a riferirsi a qualcosa: l’ordine, la continuità istituzionale. Non c’è rottura evidente. Solo una trasformazione silenziosa in cui la coscienza cede spazio alla funzione, il dubbio alla procedura, l’etica alla necessità sistemica.* *Le società moderne tendono a rendere invisibile questo passaggio. Lo traducono in linguaggio tecnico, in principi astratti, in formule giuridiche prive di tono emotivo. La repressione esplicita genera opposizione. Quella amministrativa genera normalizzazione. È una dinamica ricorrente nelle fasi in cui lo Stato percepisce di dover difendere la propria esistenza prima di ogni altra cosa.* *Per comprendere fino in fondo questa posizione bisogna uscire dal presente e tornare alla sua radice teorica. Alla fine del percorso emerge Thomas Hobbes. Hobbes parte da un presupposto radicale: senza Stato non esiste diritto reale. Senza un potere capace di imporre l’ordine, i diritti restano aspirazioni morali prive di forza. Lo stato di natura non è libertà, ma insicurezza permanente. La nascita dello Stato non limita la libertà: ne rende possibile una forma minima e concreta. Prima viene la sicurezza, poi tutto il resto.* *Il burocrate della stabilità sistemica è, consapevolmente o meno, un hobbesiano moderno. Non difende necessariamente un governo o un’ideologia. Difende l’idea che senza una struttura coercitiva funzionante la giustizia diventi un concetto teorico. È una posizione che può legittimare abusi, ma nasce da una paura storicamente concreta: che il collasso istituzionale produca ingiustizie infinitamente peggiori di quelle che tenta di prevenire.* *La questione, a questo punto, resta aperta. Meglio uno Stato stabile che produce ingiustizie locali, o il rischio di una giustizia ideale incapace di sopravvivere al caos? Hobbes non offre consolazione. Offre una diagnosi: senza Leviatano la giustizia non muore, semplicemente non nasce. E tutto il resto — morale, libertà, diritti — rimane sospeso tra il desiderio umano di equità e la paura, molto concreta, del vuoto politico. **E Grenville Cross è erede di quel pensiero. Nulla di più e nulla di meno.* 7 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Thomas_Hobbes_by_John_Michael_Wright_colour_3x4_cropped-226x300.jpg) Thomas Hobbes ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/017e.jpg) Grenville Cross a Pechino con una delegazione di Hong Kong a [ Asia Crime Prevention Foundation (ACPF) 8th World Conference in Beijing](https://www.police.gov.hk/offbeat/693/017_e.htm). **Scheda di Grenville Cross creata da AI** La carriera istituzionale: il cuore del sistema giudiziario Cross nasce professionalmente nel sistema britannico e poi si inserisce pienamente in quello di Hong Kong. Ruolo chiave - Director of Public Prosecutions (DPP) di Hong Kong (1997-2009) 👉 cioè il capo dell’accusa pubblica 👉 responsabile della strategia penale dello Stato 👉 figura molto potente nel sistema common law Il fatto che inizi nel 1997, anno dell’handover, è simbolico: è parte della generazione che deve dimostrare che il sistema giudiziario di Hong Kong resta credibile anche sotto sovranità cinese. Dopo il pensionamento: da tecnico del diritto a voce pubblica Qui la figura diventa più controversa. Attività principali - Editorialista e commentatore legale - Scrive molto su: sicurezza nazionale - ordine pubblico - legittimità della National Security Law - limiti tra libertà civili e stabilità dello Stato Spesso interviene su media percepiti come: - pro-establishment - o comunque non ostili a Pechino Come viene percepito A Hong Kong (establishment legale) Molti lo vedono come: - tecnicamente solidissimo - difensore della continuità del common law - uomo “di sistema”, ma coerente Nei circuiti liberal occidentali Spesso è percepito come: - figura che legittima giuridicamente la stretta politica su Hong Kong - esempio di “legalismo di sicurezza nazionale” In Cina continentale / media filogovernativi È spesso presentato come: - esperto straniero che conferma la legittimità del sistema legale cinese-HK - prova che la sicurezza nazionale è compatibile con common law 4️⃣ Il suo approccio giuridico Cross è un legalista puro. Tende a ragionare così: - lo Stato ha diritto a difendersi - la sicurezza nazionale è una funzione primaria - i diritti individuali esistono, ma dentro l’ordine costituzionale È una posizione che: - nel contesto europeo appare “dura” - nel contesto asiatico non è così anomala Perché oggi pesa ancora Nel caso di Jimmy Lai (e simili): - non è un giudice - non è un PM attivo 👉 ma è una voce autorevole che fornisce la narrazione legale “razionale” del sistema In pratica: non fa propaganda esplicita → fa costruzione di legittimità giuridica. --- # La geopolitica del tramezzino (Italian & English version) Source: https://www.altriorienti.com/la-geopolitica-del-tramezzino-italian-english-version/ Il bar gelateria è uno di quei posti milanesi perfettamente ibridi: luci bianche, acciaio lucido, vetrina pulita fino all’ossessione, tavolini piccoli dove si fermano insieme studenti, professionisti e turisti para-olimpici temporanei. Dietro il banco tutto è rapido, preciso, quasi clinico. Si lavora per flussi, non per persone. Nel bar gelateria le bandierine non stanno sulle vaschette. Stanno sul singolo gesto finale: infilate nella crêpe chiusa e nel tramezzino pronto. Piccoli ornamenti, quasi invisibili, che servono solo a rendere la consumazione un oggetto completo. Quel giorno, dietro il banco, c’era un contenitore enorme pieno di bandierine americane. Non esposte. Non eliminate. Solo in attesa. «Se uno la mette su una crêpe o su un tramezzino… oggi c’è sempre qualcuno che guarda storto», mi dice il barista. Non è ideologia. È meteorologia sociale. Più tardi, a Porta Romana, arrivano americani veri. Maglie tecniche, scritta USA sulla schiena. Forse tifosi, forse atleti, forse solo turisti molto convinti. Il barista li vede entrare. Mi guarda. Sorride piano: «Beh… adesso magari riesco a smaltirne un po’.» La geopolitica, a volte, non passa dai ministeri. Passa da un contenitore di plastica pieno di bandierine da decorazione. Non spariscono. Si spostano solo. Dal bancone al magazzino. Aspettando tempi migliori. 6 marzo *The bar-gelateria is one of those perfectly hybrid Milan places: white lights, polished steel, display cases cleaned to obsession level, small tables where students, professionals and temporary para- Olympic tourists all stop at the same time. Behind the counter everything is fast, precise, almost clinical. Work is organized by flow, not by people.* *In the bar-gelateria the little flags don’t go on the display trays. They belong to the final gesture: stuck into a closed crêpe or a ready-made tramezzino. Small ornaments, almost invisible, just there to make the single serving feel complete. That day, behind the counter, there was a huge container full of American flags. Not displayed. Not discarded. Just waiting.* *“If you put one on a crêpe or on a tramezzino… these days there’s always someone who looks at you funny,” the barista tells me. It’s not ideology. It’s social meteorology.* *Later, in Porta Romana, real Americans show up. Technical jackets. USA written across the back. Maybe fans, maybe athletes, maybe just very committed tourists.* *The barista sees them walk in.* *Looks at me.* *Half-smiles.* *“Well… maybe now I can move some of them.”* *Geopolitics, sometimes, doesn’t go through ministries. It goes through a plastic container full of decorative flags.* *They don’t disappear.* *They just move.* *From the counter to the storage room.* *Waiting for better times.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/shopping.webp) --- # Europe, East End Market (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/europe-east-end-market-italian-and-english-version/ *«I raid di Donald sono chirurgici. Ha imparato la lezione dell’Iraq.»* *(Steve Bannon)* *Un’intervista al Corriere della Sera a Steve Bannon, firmata da Viviana Mazza e pubblicata lo scorso 13 gennaio. L’articolo si intitola: «[Per Trump Groenlandia e Canada sono come il Venezuela: sta mandando in frantumi l’ordine mondiale postbellico. Ecco come può far cadere gli ayatollah, in Iran](https://www.corriere.it/esteri/26_gennaio_13/bannon-i-raid-di-donald-sono-chirurgici-ha-imparato-la-lezione-dell-iraq-venezuela-iran-e-cuba-simili-0532590a-a561-4137-9f40-204f0d841xlk.shtml)». Lo commentiamo.* *Come uno che crede, Steve Bannon parla come uno che crede nella storia fino a un certo punto. Ripete concetti edulcorati dal tempo e li riveste con parole nuove, li spaccia per strategia. Non mente: semplifica. È forse peggio. * *Nella sua visione il potere resta ancorato ai luoghi. Groenlandia, Venezuela, Canada. Spazi fisici da presidiare, territori da proteggere, riserve da recuperare. La geopolitica, nel suo racconto, è ancora una questione di mappe, basi, occupazione dello spazio. Il mondo vira verso l’immateriale, ma lui torna ostinatamente al suolo, al sottosuolo, alla presa materiale delle cose. **Dire che contano le terre rare, il gas, gli idrocarburi non è un’intuizione. È una constatazione elementare. Contano, certo. Ma non esauriscono il potere. Sono ciò che rende possibile l’infrastruttura su cui il potere oggi si esercita. Il centro non è il sottosuolo, ma ciò che viene costruito sopra: cloud, capacità di calcolo, chip, modelli predittivi. Le risorse alimentano i sistemi. I sistemi contano più delle risorse.* *La guerra contemporanea nasce nei data center, non nelle trincee. Vince chi riduce l’avversario a un sistema più lento, meno integrato, più isolato. Il territorio serve solo a ospitare server, cavi, satelliti. Il resto è cartografia di supporto. **L’autosufficienza è una favola tossica. Nessuna potenza avanzata è autosufficiente. Nemmeno gli Stati Uniti. Ogni sistema che funziona vive di dipendenze, alleanze, mercati aperti. Chi promette sovranità totale promette una cosa sola: perdere scala. E perdere scala significa uscire dal gioco.* *Qui entra in partita ciò che viene spesso raccontato come amicizia. Forse gli americani non ci hanno mai davvero considerati amici. Ma ci hanno sempre considerati mercato. Un luogo stabile, ricco, affidabile dove vendere merci, modelli, desideri. Dove esportare non solo prodotti, ma lifestyle, forme di consumo, modi di vivere.* *Non è che non abbiano amato Fellini o Truffaut, Wenders o Sergio Leone. Li hanno amati, certo. Come si ama ciò che arricchisce l’immaginario e può essere incorporato senza doversi trasformare. Ma l’Europa non è mai stata davvero un’alterità amica. Piuttosto un Sud dichiarato, elegante, regolato, compatibile. Amico nel linguaggio, subordinato nella funzione.* *L’Unione Europea e l’area atlantica restano così il grande spazio dove tutto può essere venduto, normato, assicurato, consumato. Non un alleato sentimentale, ma il mercato più ricco e affidabile del mondo avanzato. Puoi trattarlo con sufficienza, perfino con disprezzo. Ma non puoi farne a meno.* *Bannon ha trovato risposte altrove. Ha imparato a contare le forze, non le relazioni. Ed è da qui che nasce l’errore. Perché forse non siamo mai stati davvero amici. Ma siamo quelli che contano. Siamo il luogo dove il valore si realizza, dove i modelli diventano mercato, dove tutto ciò che viene prodotto, pensato, immaginato deve prima o poi passare.* *Siamo il primo grande mercato di tutto. **Anche di ciò che ci disprezza.* 4 marzo “Donald’s raids are surgical. He has learned the lesson of Iraq.” *(Steve Bannon)* An interview with Steve Bannon published in *Corriere della Sera* on January 13, by Viviana Mazza. The article is titled: *“For Trump, Greenland and Canada are like Venezuela: he is shattering the postwar world order. Here is how he can bring down the ayatollahs in Iran.”* What follows is a commentary. Like a believer, Steve Bannon speaks as one who believes in history—up to a point. He repeats concepts softened by time, dresses them in new language, and presents them as strategy. He does not lie: he simplifies. Which may be worse. In his vision, power remains anchored to places. Greenland, Venezuela, Canada. Physical spaces to be secured, territories to be defended, reserves to be reclaimed. Geopolitics, in his account, is still a matter of maps, bases, and spatial occupation. While the world turns toward the immaterial, he stubbornly returns to the ground, to the subsoil, to the tangible grip on things. To say that rare earths, gas, and hydrocarbons matter is not an insight. It is an elementary observation. They do matter, of course. But they do not exhaust power. They merely enable the infrastructure upon which power is now exercised. The centre is not the subsoil, but what is built above it: cloud systems, computing capacity, chips, predictive models. Resources feed systems. Systems matter more than resources. Contemporary war is born in data centres, not in trenches. Victory belongs to whoever reduces the adversary to a slower, less integrated, more isolated system. Territory serves only to host servers, cables, satellites. The rest is supporting cartography. Self-sufficiency is a toxic fairy tale. No advanced power is self-sufficient—not even the United States. Every functioning system lives on dependencies, alliances, open markets. Those who promise total sovereignty promise only one thing: the loss of scale. And losing scale means exiting the game. Here enters what is often described as friendship. Perhaps the Americans never truly regarded us as friends. But they have always regarded us as a market. A stable, wealthy, reliable place in which to sell goods, models, desires. A place to export not only products, but lifestyles, forms of consumption, ways of living. It is not that they did not love Fellini or Truffaut, Wenders or Sergio Leone. They did, of course. As one loves what enriches the imagination and can be absorbed without requiring transformation. But Europe was never truly a friendly other. Rather, a declared South—elegant, regulated, compatible. A friend in language, subordinate in function. The European Union and the Atlantic area thus remain the great space where everything can be sold, regulated, insured, consumed. Not a sentimental ally, but the richest and most reliable market in the advanced world. You may treat it with condescension, even with contempt. But you cannot do without it. Bannon has sought answers elsewhere. He has learned to count forces, not relationships. And it is from here that the error arises. Because perhaps we were never truly friends. But we are the ones who matter. We are the place where value is realised, where models become markets, where everything that is produced, conceived, imagined must sooner or later pass. We are the first great market for everything. Even for that which despises us. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-17-gen-2026-15_49_00-200x300.jpg) --- # Il nuovo Marchese del Grillo a Cornaredo Source: https://www.altriorienti.com/il-nuovo-marchese-del-grillo-a-cornaredo/ *Abbiamo raccontato la Cina come il grande Paese della copia. Non la copia fatta male — quella è un pregiudizio occidentale — ma la copia come sistema industriale, quasi come forma di pensiero. Nello Zhejiang, nei laboratori di provincia dove l’aria sapeva di solventi e colla, sembrava possibile replicare qualsiasi cosa: borse, scarpe, zip, etichette, profumi, persino il modo in cui il commesso ti porgeva il sacchetto. All’inizio erano le pelletterie. Il lusso europeo trasformato in una catena di montaggio parallela. Poi arrivarono gli occhiali, gli orologi, i componenti elettronici. A un certo punto la leggenda occidentale era semplice: se esiste, i cinesi lo copiano. Dentro quel racconto c’era anche una piccola autoassoluzione occidentale. Copiavano loro, creavamo noi. Una divisione morale più che economica. Perfetta per i talk show. E per le coscienze. La giustificazione culturale era pronta: Confucio, l’apprendimento per imitazione, il rispetto per il maestro, la trasmissione del sapere. Copiare non come furto ma come studio. Una teoria elegante, anche un po’ comoda, soprattutto per chi non voleva entrare troppo nei dettagli di supply chain, dumping, proprietà intellettuale e capitalismo globale.* *Poi il gioco ha iniziato a cambiare.* *Dalle cuciture delle borse siamo passati ai brevetti. Dalle fabbriche senza nome ai centri di ricerca con campus grandi come città europee. Centinaia di migliaia di studenti STEM mandati a imparare nei templi dell’Occidente tecnologico. Boston, Stanford, Londra, Zurigo. Non studenti qualsiasi: i migliori. Qualcuno li ha chiamati scambi culturali. Qualcun altro trasferimento di conoscenza. I più cinici: outsourcing del futuro. Oggi guardi certi progetti tecnologici cinesi e il vecchio schema mentale scricchiola. Caccia stealth, reti 5G, AI applicata alla logistica, alla sorveglianza, alla medicina. Non è più la copia di un oggetto. È la replica di un ecosistema industriale completo. Con una differenza: la scala. L’onda cresce. Silenziosa, metodica.* *E poi, arriva quella notizia minuscola. Quasi poetica. Un cinese di 42 anni prova a cambiare 19 chili di monete da 50 centesimi. False. Diciannove chili. Non una transazione digitale sofisticata. Non un attacco cyber. Non un deepfake finanziario. Diciannove chili di metallo falso in un centro commerciale di Cornaredo. L’immagine è irresistibile. Sacchetti pesanti. Il tintinnio. Il sospetto crescente del cassiere. La lentezza inevitabile del disastro. Un moderno Marchese del Grillo. L’imbroglio perfetto: farla franca con una moneta e sparire con il resto. Non serviva tecnologia, solo teatro, faccia tosta e una certa fiducia nell’ingenuità umana.* *Le 19 chili di monetine false stanno lì, nello stesso museo mentale. Non è la grande frode algoritmica. È l’imbroglio fisico, quasi settecentesco. Peso, rumore, metallo, gesto. AI generativa, semiconduttori a 3 nanometri e guerra tecnologica globale, tutto vero. Qualcuno però tenta ancora il colpo con il metodo medievale della monetina. Noi restiamo affezionati all’immagine del laboratorio polveroso dello Zhejiang, con la borsa di lusso cucita sotto un neon tremolante.* *Forse perché è rassicurante.* 3 marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Il-Marchese-del-Grillo-1437-def-202x300.jpg) --- # Bill Bensley, il giardiniere architetto dei mondi impossibili Source: https://www.altriorienti.com/bill-bensley-il-giardiniere-architetto-dei-mondi-impossibili/ *"Luxury should not be about gold taps and marble floors. It should be about rare experiences that connect you with the earth."* *(Bill Bensley)* *Un volo sulla giungla-* *Si comincia volando. **La zip-line non è un’attrazione da parco, ma una soglia iniziatica: sospesi a 35 metri d’altezza, si attraversa la giungla come un’ombra leggera, tra rami, ruscelli e vertigini verdi. **L’atterraggio non è meno surreale: si plana direttamente sul tetto del Landing Zone Bar, accolti da un cocktail infuso con erbe selvatiche.* *Le tende sono solo quindici, disposte lungo il fiume Tmor Rung, ognuna diversa: letti vestiti di lino grezzo, arredi disegnati a mano, terrazze affacciate sulla giungla e bagni all’aperto dove le libellule prendono il posto delle piastrelle. **Non c’è hall, né strada battuta. Solo un'imbragatura, una zip-line che si perde tra il verde, e quel breve, irripetibile momento in cui ci si stacca dalla terra. **Il lusso era un letto vestito di cotone grezzo, il profumo delle orchidee notturne, una pioggia lenta sulle foglie. **Non era una fuga dal mondo: era un ritorno a una parte dimenticata di esso. **In quella notte cambogiana vidi l'opera di Bill Bensley: architetto, sognatore, ambientalista, esteta ribelle. **Un uomo che non costruisce hotel, ma ipotesi di futuro.* *Bill Bensley nasce in California, ma trova in Asia il suo laboratorio inesauribile.* *In un'intervista a Sustainability Leaders (2021), racconta che l’amore per la natura gli scorre nelle vene sin dall’infanzia:* *“Sono cresciuto in una piccola fattoria dove coltivavamo tutte le nostre verdure, frutta, uova, quaglie, conigli, anatre e polli. A parte l'elettricità, eravamo autosufficienti.” (Bill Bensley, Sustainability Leaders Interview, 2021)* *Da Bangkok, dove ha creato uno studio-giardino che sembra uscito da un romanzo surreale, dirige il Bensley Design Studios, con oltre 150 collaboratori, da cui sono usciti più di 200 progetti in 50 paesi. **Ma Bill Bensley è più di un architetto: è un visionario del possibile, un costruttore di realtà poetiche, un narratore in forma di spazio. **Odia la ripetizione, rifugge il convenzionale, aborre il marmo. Preferisce l’imprevedibile, il giocoso, il vivo. Ogni suo progetto è un messaggio.* *“Volevo che gli ospiti provassero cosa significa essere esploratori moderni — non per conquistare, ma per preservare.” (Bill Bensley, intervista su Shinta Mani Wild)* *Ha creato luoghi dove l’immaginazione salva, dove il lusso è silenzio, luce naturale, prossimità con la terra. Dove gli insetti sembrano meno spaventosi e il tempo rallenta. **La collezione Shinta Mani Hotels nasce dall'incontro di due visioni:* - *quella di Sokoun Chanpreda, imprenditore cambogiano convinto che l’ospitalità dovesse servire la comunità,* - *e quella di Bensley, che tradusse quell’ideale in luoghi vivi, vibranti, autentici.* *Shinta Mani Wild, nella giungla dei Monti Cardamomo, è un campo tendato immerso in 400 ettari di foresta minacciata. **Con i proventi delle sue opere d’arte, Bensley finanzia 14 ranger che pattugliano l’area notte e giorno.* *“Abbiamo circa 900 acri di terra, ma abbiamo costruito solo 15 piccole tende. Meno dell'1%. Ma è abbastanza per proteggere tutto il resto.”* *(Bensley, Sustainability Leaders, 2021)* *La Shinta Mani Foundation sostiene scuole, microimprese, formazione professionale e programmi ambientali. È lusso che lascia qualcosa. È costruire con un fine. **Il tempo a Shinta Mani Wild non si misura in ore, ma in sussurri della foresta.* *Durante il giorno:* - *escursioni con guide cambogiane,* - *kayak tra gli alberi,* - *partecipazione alle pattuglie anti-bracconaggio,* - *raccolta di erbe medicinali con donne locali.* *La cucina celebra l’essenziale: ingredienti freschissimi, preparazioni sobrie, tavoli nascosti nella natura. **Il centro benessere Khmer Tonics rigenera con tecniche tradizionali e oli della foresta. **Un ranger ci raccontò come la presenza di Shinta Mani Wild avesse salvato chilometri di giungla. **Non era turismo: era ascolto. **Era partecipazione. **Era, forse, una forma gentile di militanza.* *Ripensando a tutto questo, il pensiero corre a The Place, il progetto immaginato con Paolo e Nicola per le coste dello Sri Lanka. **The Place sarebbe stato diverso: **non un eco-resort, ma un giardino epicureo contemporaneo, un laboratorio silenzioso di incontri, arti, pensiero vivo. **Eppure — se mai avessimo dovuto scegliere un architetto — Bill Bensley sarebbe stato il nostro compagno ideale. **Non per replicare uno stile, **ma per aiutarci a creare un luogo nuovo: radicato, lieve, ospitale. **In un tempo che ci vuole cinici, Bill Bensley continua a ricordarci una cosa semplice e sovversiva:* *“We have a duty to build a better planet, and imagination is our greatest tool.”* *(Bill Bensley, 2021)* *La fantasia, se nutrita dal rispetto, può salvare ciò che la forza distrugge. **E se il nostro sguardo sa ancora volare oltre la rassegnazione, **forse possiamo ancora credere che **i giardini impossibili non siano soltanto sogni. **Forse sono promesse. Promesse che aspettano mani gentili per essere mantenute.*   ***Chi è Bill Bensley*** *Bill Bensley (1959) è architetto, paesaggista e designer. Dopo Harvard si trasferisce in Asia e fonda il suo studio a Bangkok.* *Con oltre 200 progetti in 50 paesi, è noto per hotel come Capella Ubud, Four Seasons Golden Triangle, Shinta Mani Wild e Shinta Mani Mustang.* *Dal suo laboratorio vegetale chiamato Baan Botanica, immagina spazi che sono più racconti che edifici.* *Odia l’ostentazione, ama la natura, disegna tutto a mano e vive con sei Jack Russell e centinaia di piante.* *Ha ricevuto premi internazionali, ma è più facile trovarlo tra le mangrovie che su un palco.* > *“Ha convinto perfino gli insetti a comportarsi meglio,” ha detto un ospite dopo una notte a Shinta Mani Wild.* 2 Marzo ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/03/Screenshot_20260302_003901_Chrome-291x300.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/480e49f630d540ec3c2de554e45177ae.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/459-shintamaniwildelisehassey20190295s_1596210232-300x200.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/459-shinta-mani-wild-tents-35s_1596612589-300x200.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/imagessss.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Senza-titoloewew.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Shinta-Mani-Wild-07-1024x683.jpg)           --- # Rubiconem transiit Trump (Italian & English version) Source: https://www.altriorienti.com/rubiconem-transiit-trump-italian-english-version/ Non è il Rubicone. Il Rubicone almeno era un fiume reale. Qui il confine è più sfumato: una conferenza stampa, due portaerei, qualche frase pronunciata con la leggerezza di chi cambia canale alla televisione. E poi, all’improvviso, le bombe. Donald Trump — l’uomo che prometteva di chiudere le guerre infinite — apre un nuovo capitolo con una semplicità quasi amministrativa: *major combat operations*. La formula suona come un aggiornamento software. Nessuno dice guerra. La guerra è una parola vecchia, ingombrante. Oggi si preferiscono termini leggeri, senza responsabilità morale. Eppure i missili cadono lo stesso. Trump non è Cesare perché non cerca Roma. Trump è Cesare perché decide di non chiedere il permesso. Il Congresso può attendere. L’ONU pure. Il diritto internazionale — tanto caro ai professori universitari — resta sullo sfondo, come un manuale lasciato aperto su una scrivania vuota. L’emergenza è la nuova costituzione non scritta. L’emergenza giustifica i dazi. L’emergenza giustifica le eccezioni. L’emergenza giustifica le bombe. Lo devo fare, quindi lo faccio. Un verbo solitario, coniugato alla prima persona. Il paradosso è quasi elegante. Il presidente che sognava il Nobel per la pace ora bombarda in nome della pace futura. Non c’è nemmeno ipocrisia: solo pragmatismo spinto all’estremo. La questione non è il regime iraniano. Lo conosciamo da quarant’anni. La questione è capire chi diventa Trump quando smette di essere personaggio e diventa funzione. Non più isolazionista. Non più populista anti-sistema. Solo decisione. L’alea è stata lanciata. Non c’è più il fiume, non c’è più il Senato, non c’è più il dubbio. Solo la decisione che precede la domanda. Forse il vero cesarismo moderno è questo: non conquistare il mondo, ma convincerlo che non esista alternativa. E mentre le bombe cadono, qualcuno ancora discute di regole. Come se la storia chiedesse ancora il permesso. 28 febbraio *It is not the Rubicon.* *The Rubicon, at least, was a real river.* *Here the boundary is more blurred: a press conference, two aircraft carriers, a few sentences delivered with the casual ease of someone changing channels on television. And then, suddenly, the bombs.* *Donald Trump — the man who promised to end endless wars — opens a new chapter with almost administrative simplicity: major combat operations. The phrase sounds like a software update. No one says war. War is an old, cumbersome word. Today lighter terms are preferred, stripped of moral weight.* *And yet the missiles fall all the same.* *Trump is not Caesar because he seeks Rome. Trump is Caesar because he chooses not to ask permission.* *Congress can wait. The UN as well. International law — so dear to university professors — remains in the background, like a manual left open on an empty desk. Emergency is the new unwritten constitution. Emergency justifies tariffs. Emergency justifies exceptions. Emergency justifies bombs.* *I have to do it, so I do it.* *A solitary verb, conjugated in the first person.* *The paradox is almost elegant. The president who dreamed of a Nobel Peace Prize now bombs in the name of future peace. There is not even hypocrisy — only pragmatism pushed to its extreme. The question is not the Iranian regime. We have known it for forty years.* *The real question is what Trump becomes when he stops being a character and turns into a function. No longer an isolationist. No longer an anti-system populist. Only decision.* *The die has been cast. **There is no river anymore, no Senate, no doubt. Only the decision that comes before the question.* *Perhaps this is modern Caesarism: not to conquer the world, but to convince it there is no alternative. And while the bombs fall, someone is still debating rules — as if history were still asking for permission.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/statua-giulio-cesare-up-905x1024-1-265x300.jpg) Giulio Cesare --- # Il divano di Freud, il caso Trump (Italian & English version) Source: https://www.altriorienti.com/il-divano-di-freud-il-caso-trump/ **Conversazione con il Prof. Aaron L.C. sull’enigma Trump** Luogo: Milano, una via del centro storico Data: febbraio 2026 Intervistatori: Erwin S., semiologo Luigi P., medico specializzando in psichiatra Psicoanalista intervistato: Prof. Aaron L.C., psicoanalista americano, già figura di riferimento di un’importante istituzione psicoanalitica newyorchese **Premessa editoriale** Ci è stata recapitata — non diremo come, né da chi — una trascrizione completa di un colloquio privato avvenuto a Milano, presso l’abitazione italiana del Dottor Luigi P. Questa conversazione era destinata a rimanere riservata. Ci è sembrato invece doveroso, in quanto osservatori liberi e pensanti, renderla pubblica. Non per esibizionismo, né per compiacimento. Ma per un principio: la verità, anche quando è disturbante, ha diritto di comparire. Abbiamo modificato alcuni dettagli secondari per ragioni di sicurezza e leggibilità. Non abbiamo cambiato nulla della sostanza ed abbiamo avuto l'autorizzazione dei partecipanti Il documento che segue è, a nostro giudizio, un’autopsia in diretta dello spirito del tempo, condotta con precisione clinica da un maestro della psicoanalisi e accompagnata dalla voce lucida di due giovani studiosi europei. Pubblicarlo non è un gesto politico. È un gesto igienico. **Conversazione** **Erwin S.** Professore, cominciamo con la domanda che tutti le pongono da anni. Trump è pazzo? **Prof. Aaron L.C.** Trump non è pazzo. È condiviso. Quando una patologia diventa maggioranza, smette di sembrare una patologia. **Luigi P.** Eppure, Professore, da clinico, non posso non notare la quantità di sintomi evidenti. Compulsività, rabbia, deliri di onnipotenza. Non bastano per una diagnosi? **Prof. Aaron L.C.** È un narcisista classico. Nulla di originale. L’originalità è il mezzo: non si specchia, si trasmette. Lo specchio non basta più. **Erwin S.** Quindi non è un caso clinico, ma un caso culturale? **Prof. Aaron L.C.** Non è un caso clinico. È la clinica. Il paziente non è lui: è il contesto. **Luigi P.** Mi colpisce quanto sia terapeuticamente impermeabile. Non sembra nemmeno in grado di immaginare un altrove, una possibilità di cambiamento. **Prof. Aaron L.C.** Il narcisista non cambia. Cambiare implica perdita. Trump non cambia: si replica. È più economico. **Erwin S.** E la democrazia? **Prof. Aaron L.C**. La democrazia non è morta. Ha solo smesso di curarsi. E ora pretende di stare meglio. **Luigi P.** Questo narcisismo è una patologia individuale o un sintomo sistemico? **Prof. Aaron L.C.** Entrambe. È l’individuo che diventa ambiente. L’egolatria che si insegna a scuola. **Erwin S.** Com’è possibile che un intero paese segua un uomo che tratta la realtà come un format? **Prof. Aaron L.C.** Perché la realtà non funziona più come promessa. Funziona come intrattenimento. Trump non spiega: afferma. È rilassante. **Erwin S.** Che fine ha fatto la verità? **Prof. Aaron L.C.** La verità non offende più. Intrattiene meno. È stata licenziata. **Erwin S.** Lei citava Lacan. Cosa direbbe oggi? **Prof. Aaron L.C.** Abbiamo cambiato grammatica. Ora l’inconscio parla per slogan. In Comic Sans. **Erwin S.** Clinicamente, cosa rappresenta Trump? **Prof. Aaron L.C.** Un uomo che non ha mai creduto a nulla, diventato guida di chi non crede più a niente. Coerente, in fondo. **Erwin S.** È il trionfo dell’Es? **Prof. Aaron L.C.** No. L’Es è innocente. Lui è un adulto che parla come un bambino per non rispondere mai. **Erwin S.** Ride sempre. **Prof. Aaron L.C.** Ride per non ascoltare. Funziona benissimo. **Erwin S.** È una patologia della solitudine? **Prof. Aaron L.C.** No. È impossibile da immaginare da solo. Senza pubblico, evapora. **Erwin S.** Allora ci resta solo il teatro? **Prof. Aaron L.C.** Il teatro resta. Ma senza catarsi. Solo repliche. **Erwin S.** Trump è un inedito assoluto o ha precedenti? **Prof. Aaron L.C.** Non ha avuto un padre. Ha avuto un fratello maggiore. Si chiamava Silvio Berlusconi. L’alpha test. **Erwin S.** Un Berlusconi globalizzato? **Prof. Aaron L.C.** Berlusconi vendeva sogni. Trump vende riflessi. È un passo avanti. O indietro. **Erwin S.** È la fine della politica? **Prof. Aaron L.C.** No. È la politica come disturbo cognitivo. Persistente. **Erwin S.** La diagnosi finale? **Prof. Aaron L.C.** Paziente cosciente. Non orientato. Rifiuta la cura. Vuole essere fotografato. **Appendice finale** **Dialogo sul desiderio – Trump e Putin, il padrone immaginario** **Erwin S.** Possiamo parlare di Putin? Cosa rappresenta per Trump? **Prof. Aaron L.C.** Putin non è un alleato. È un oggetto del desiderio. **Luigi P.** Quindi un modello? **Prof. Aaron L.C.** No. Vuole essere riconosciuto da lui. È peggio. **Erwin S.** È erotico? **Prof. Aaron L.C.** Pornografia geopolitica. Senza reciprocità. **Luigi P.** Trump ride sempre. **Prof. Aaron L.C.** Sì. Ma quando c’è Putin, chiede. **Erwin S.** E Putin? **Prof. Aaron L.C.** Putin ha già vinto. Non perché ha conquistato Trump. Perché non ne ha bisogno. **Postilla di aggiornamento ** Nota congiunta del Prof. Aaron L.C. e del Dott. Luigi P. “Siamo di fronte a una psiche che ha rimosso ogni funzione regolativa. Non è più soltanto disturbo narcisistico: è disinibizione frontale mascherata da strategia.” *(Luigi P.)* “Trump oggi non finge più. Interpreta il ruolo di predatore dell’etica, ridendo. Perché la risata è l’ultimo anestetico dell’Occidente.” *(Aaron L.C.)* **Conclusione:** la diagnosi permane e si aggrava. Il paziente è lucido, funzionale, e perfettamente in grado di diffondere il proprio delirio come visione del mondo. 26 febbraio **Conversation with Prof. Aaron L.C. — On the Trump Enigma** **Milan, historic centre** **February 2026** **Interviewers** Erwin S., semiotician Luigi P., psychiatry resident **Interviewee** Prof. Aaron L.C., American psychoanalyst, formerly a leading figure in a major New York psychoanalytic institution **Editorial Note** A complete transcript of a private conversation held in Milan, at the Italian residence of Dr. Luigi P., reached us — we will not say how, nor through whom. The discussion was never meant for publication. Yet we felt compelled to release it. Not for spectacle, nor for self-importance, but for a simple reason: truth, even when unsettling, deserves exposure. Some secondary details have been adjusted for clarity and security. Nothing essential has been altered, and publication has been authorized by the participants. What follows reads less like an interview than an ongoing autopsy of the spirit of the age: a clinical voice, two younger European interlocutors, and the uneasy calm of diagnosis. Publishing it is not a political gesture. It is a hygienic one. **Conversation** **Erwin S.** Professor, let us begin with the question everyone has been asking for years. Is Trump insane? **Prof. Aaron L.C.** Trump is not insane. He is shared. When a pathology becomes majority behaviour, it stops looking pathological. **Luigi P.** And yet, clinically speaking, the symptoms seem obvious: compulsivity, rage, grandiosity. Isn’t that enough for a diagnosis? **Prof. Aaron L.C.** He is a classical narcissist. Nothing new there. The novelty lies elsewhere: he doesn’t mirror himself — he broadcasts himself. The mirror is no longer sufficient. **Erwin S.** So not a clinical case, but a cultural one? **Prof. Aaron L.C.** Not a clinical case. The clinic itself. The patient is not him. The patient is the environment. **Luigi P.** What strikes me most is how impermeable he is to change. He seems unable even to imagine an alternative version of himself. **Prof. Aaron L.C.** Narcissists do not change. Change implies loss. Trump does not change — he replicates. It is cheaper. **Erwin S.** And democracy? **Prof. Aaron L.C.** Democracy isn’t dead. It has simply stopped taking care of itself. And now expects to feel better anyway. **Luigi P.** Is this narcissism individual or systemic? **Prof. Aaron L.C.** Both. The individual becomes the environment. Egolatry taught as common sense. **Erwin S.** How does an entire country follow a man who treats reality as a format? **Prof. Aaron L.C.** Because reality no longer works as promise. It works as entertainment. Trump doesn’t explain — he asserts. People find that relaxing. **Erwin S.** And truth? **Prof. Aaron L.C.** Truth no longer offends. It entertains less. So it was dismissed. **Erwin S.** You mentioned Lacan. What would he say today? **Prof. Aaron L.C.** The grammar changed. The unconscious now speaks in slogans. In Comic Sans. **Erwin S.** Clinically, what does Trump represent? **Prof. Aaron L.C.** A man who never believed in anything becoming leader of those who no longer believe in anything. A certain coherence there. **Erwin S.** The triumph of the Id? **Prof. Aaron L.C.** No. The Id is innocent. He is an adult speaking like a child so he never has to answer. **Erwin S.** He laughs a lot. **Prof. Aaron L.C.** He laughs so he doesn’t have to listen. It works remarkably well. **Erwin S.** A pathology of loneliness? **Prof. Aaron L.C.** No. He is unimaginable alone. Without an audience, he evaporates. **Erwin S.** So all we have left is theatre? **Prof. Aaron L.C.** The theatre remains. Without catharsis. Only repetition. **Erwin S.** Is Trump unprecedented, or does he have predecessors? **Prof. Aaron L.C.** He didn’t have a father. He had an older brother. His name was Silvio Berlusconi. The alpha test. **Erwin S.** A globalised Berlusconi? **Prof. Aaron L.C.** Berlusconi sold dreams. Trump sells reflections. One step forward. Or backward. **Erwin S.** Is this the end of politics? **Prof. Aaron L.C.** No. Politics as cognitive disturbance. Persistent. **Erwin S.** Final diagnosis? **Prof. Aaron L.C.** Patient conscious. Disoriented. Refuses treatment. Wants to be photographed. **Appendix** **Dialogue on Desire — Trump and Putin, the Imaginary Master** **Erwin S.** Can we speak about Putin? What does he represent for Trump? **Prof. Aaron L.C.** Not an ally. An object of desire. **Luigi P.** A model, then? **Prof. Aaron L.C.** No. He wants recognition from him. That is worse. **Erwin S.** Something erotic? **Prof. Aaron L.C.** Geopolitical pornography. Without reciprocity. **Luigi P.** Trump laughs constantly. **Prof. Aaron L.C.** Yes. But in Putin’s presence, he asks. **Erwin S.** And Putin? **Prof. Aaron L.C.** Putin has already won. Not because he conquered Trump. Because he doesn’t need him. **Postscript** *Joint note by Prof. Aaron L.C. and Dr. Luigi P.* > “We are looking at a psyche that has removed all regulatory function. No longer merely narcissistic disorder — frontal disinhibition disguised as strategy.” > — Luigi P. > “Trump no longer pretends. He plays the predator of ethics, laughing. Laughter has become the West’s last anaesthetic.” > — Aaron L.C. ### Conclusion The diagnosis stands — and deepens. The patient remains lucid, functional, and fully capable of diffusing his delusion as a worldview. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Screenshot_20260224_101618_Chrome-202x300.jpg)     --- # Schumpeter a Shenzhen – Il capitalismo senza libertà Source: https://www.altriorienti.com/schumpeter-a-shenzen-il-capitalismo-senza-liberta/ *Il Premio Nobel per l’Economia, assegnato oggi a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, celebra l’idea più antica e rivoluzionaria della modernità: che il progresso nasce dal disordine, che ogni innovazione è anche una forma di distruzione, e che la crescita, per essere reale, deve rinnovarsi continuamente. * *È, in fondo, il ritorno all’intuizione di Joseph Schumpeter, il teorico più inquieto e profetico del capitalismo, che aveva previsto che “ogni struttura economica si disfa dall’interno, quando la sua stessa vitalità la supera”.* *E proprio oggi, guardando verso la Cina, il pensiero di Schumpeter sembra più attuale e più contraddittorio che mai. * *In meno di quarant’anni, la Cina ha compiuto la più rapida trasformazione economica della storia. **Dalla povertà rurale degli anni Ottanta — quando il reddito pro capite era inferiore a quello del Sudan — è diventata la seconda potenza del mondo: una super-fabbrica, un sistema urbano che cresce come un organismo, dove l’aria e l’acciaio si fondono in una visione quasi futurista. **Milioni di persone sono uscite dalla miseria, e un’intera generazione ha imparato a maneggiare codice, capitale, algoritmi e ambizioni.* *Schumpeter avrebbe osservato tutto questo con una meraviglia teorica: “Ecco la mia teoria, incarnata in scala continentale.” **La Cina è un caso di distruzione creatrice pianificata: un’economia che si demolisce e si ricostruisce, ma non per iniziativa individuale — bensì per decisione collettiva, o meglio, per decisione di un Partito. **Un capitalismo di Stato dove lo “spirito imprenditoriale” non è un impulso personale ma una strategia nazionale.* *Per Schumpeter, la figura dell’imprenditore era l’eroe del cambiamento: colui che rompe la routine, introduce qualcosa di nuovo e spinge il mondo in avanti. **In Cina, quell’eroe esiste — ma si muove sotto sorveglianza. **Jack Ma, Ren Zhengfei, Pony Ma: visionari, sì, ma anche funzionari di un’idea superiore, quella dell’interesse collettivo. **Quando lo slancio diventa eccessivo, il potere interviene, richiama all’ordine e ricorda chi comanda.* *Schumpeter avrebbe trovato qui un paradosso: un capitalismo senza anarchia.* *Un’economia che crea senza libertà, che accumula ricchezza senza pluralismo, e che permette la competizione solo entro limiti tracciati da un’autorità politica centrale. **È un esperimento che capovolge la storia occidentale del capitalismo, dove la libertà individuale fu la condizione — e il prezzo — del progresso.* *La prima Cina industriale è stata imitativa: ha copiato, adattato, migliorato. **È così che si costruisce un capitale tecnico: imparando. **Ma oggi il Paese produce conoscenza propria — nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nella mobilità elettrica, nei nuovi materiali — e in molti campi guida la transizione tecnologica globale. **Schumpeter, osservando i dati di Shenzhen o Hangzhou, avrebbe parlato di una “fase endogena” dell’invenzione: quella in cui il cambiamento nasce da dentro, non da fuori.* *Tuttavia, c’è un limite che egli avrebbe considerato fatale. **L’innovazione, per lui, non era solo un fatto economico ma un atto psicologico: la volontà di rompere schemi, di rischiare, di sognare. **E nessuna pianificazione centrale può sostituire quel rischio, perché il rischio è l’essenza stessa della libertà. **La Cina inventa, ma lo fa in apnea. E ogni tanto, come nel caso Alibaba, deve tornare a respirare al ritmo del Partito.* *Schumpeter aveva previsto che il capitalismo sarebbe morto del proprio trionfo: che una volta raggiunto il benessere, le società avrebbero cercato sicurezza, protezione, stabilità — e così avrebbero spento il fuoco dell’invenzione. **La Cina rischia un destino analogo, ma per via opposta. **Dalla disciplina è nata la prosperità; ora, la prosperità genera nuove domande: diritti, welfare, riconoscimento, voce. **È la stessa forza creativa che, una volta liberata, non può più essere tenuta a freno.* *L’ordine che ha reso possibile la crescita potrebbe diventare la sua gabbia. **Le giovani generazioni urbane, istruite e globali, non si accontentano più della sola ascesa materiale. **E nel lungo periodo — direbbe Schumpeter — nessuna economia può mantenere alta la produttività se reprime la curiosità. * *Se Schumpeter potesse scrivere oggi, forse direbbe questo:* > *“La Cina è il mio esperimento più perfetto e più impossibile. Ha dimostrato che il capitalismo può esistere senza libertà, ma non per sempre. La distruzione creatrice è come un fuoco: puoi usarlo, ma non addomesticarlo. Prima o poi, brucia la mano che lo tiene.”* *C’è, infine, un’altra lezione — più silenziosa ma forse la più utile per noi. **La Cina, pur con tutti i suoi limiti autoritari, ha costruito delle istituzioni della creazione: università, centri di ricerca, piani industriali, finanza pubblica orientata alla tecnologia, una burocrazia che premia — o almeno riconosce — la capacità di produrre. **È in questo terreno, non nel genio individuale, che germoglia la crescita.* *Noi, in Italia e in buona parte d’Europa, abbiamo perso proprio questo terreno. **Abbiamo mantenuto il mito dell’imprenditore eroico, ma non l’ecosistema che lo sostiene: l’università e l’impresa parlano lingue diverse, la finanza non rischia, la politica non pianifica, e la cultura tende a sospettare chi tenta di innovare. **Schumpeter, che pure esaltava l’individuo visionario, sapeva che il creatore non può operare nel vuoto. **Serve un contesto, una cornice, una rete di fiducia: un’istituzione della creatività, prima ancora che del capitale.* *Come direbbe il nostro amico Rocco Ronza, molti dei laboratori di startup europei ricordano “una via di mezzo tra una scuola calcio dell’Inter in Senegal e un laboratorio scientifico della NASA”. **E questa via di mezzo, per quanto simpatica, non regge la competizione con la contemporaneità cinese: un Paese che dispone di mezzi, risorse, intelligenze e soprattutto una direzione. **Basti pensare che la quota del PIL italiano destinata a ricerca e sviluppo è poco più dell’1,5%, contro oltre il 2,4% della Cina, e il 3 o 4% delle economie leader dell’innovazione.* *Non si tratta di idealizzare Pechino, ma di comprendere che la crescita è un fatto istituzionale, non solo individuale. **Il coraggio del singolo non basta, se manca il terreno che lo sostiene.* **Postilla** *Il Nobel di quest’anno, premiando Mokyr, Aghion e Howitt, riconosce proprio questo paradosso: che la crescita economica non è una linea ascendente, ma una sequenza di scosse, un equilibrio instabile tra innovazione e potere, rischio e controllo. **È la stessa tensione che si vede oggi nella Cina post-industriale, dove l’ingegno umano ha vinto la povertà ma non ancora la paura. **Schumpeter l’avrebbe chiamato “il punto di ritorno”: il momento in cui ogni civiltà deve decidere se lasciare che la sua creatività la trasformi — o tentare, invano, di conservarla com’è.* 24 febbraio ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/raf360x360075tfafafa_ca443f4786.u1.jpg) Joseph Schumpeter --- # Appunti malesi. Così fan tutte – Opera buffa in corpo di donna con due mariti Source: https://www.altriorienti.com/appunti-malesi-cosi-fan-tutti-opera-buffa-in-corpo-di-donna-con-due-mariti/ *La storia arriva dalla frontiera sud, come spesso accade alle storie imbarazzanti. * *Una donna malese, un matrimonio celebrato in segreto a Songkhla, due uomini, due case, una vita apparentemente divisa con precisione quasi amministrativa. La notizia corre veloce: una donna con due mariti. In Malesia, dove l’Islam è religione ufficiale e il diritto familiare è questione seria, lo scandalo è immediato.* *I social si infiammano, la famiglia denuncia, i media rilanciano. Il copione è chiaro: bigamia, violazione della legge islamica, disordine morale. Le autorità religiose vengono chiamate in causa, i ministri parlano di tutela dei figli, di valori, di rispetto delle regole. Per qualche giorno il caso sembra perfetto: semplice, leggibile, moralmente spendibile.* *Poi, come spesso accade, entra in scena la burocrazia.* *Le autorità verificano i documenti. Ascoltano le parti. Controllano date, firme, registri. E scoprono che l’intreccio, così limpido nella narrazione pubblica, non regge sul piano formale. Il primo matrimonio era già stato sciolto anni prima. Il divorzio non era stato correttamente registrato, ma era valido. Il matrimonio thailandese non era simultaneo, ma successivo.* *Risultato: nessuna bigamia.* *Il caso si sgonfia. Nessun reato, nessuna violazione sostanziale. Tutti salvi. La donna, i due uomini, l’ordinamento. Sipario rapido, senza applausi.* *Eppure qualcosa resta.* *Perché in Malesia la bigamia maschile è una questione regolabile, amministrabile, talvolta tollerata entro certi limiti. La bigamia femminile, invece, non è una trasgressione: è un corto circuito simbolico. Non è prevista, non è pensata, non è narrabile. È scandalo puro, perché rompe l’asimmetria su cui si regge l’intero edificio morale.* *Per questo la reazione è stata così violenta, e la soluzione così rapida. Non si è cercata la verità morale, ma un’uscita ordinata. Un modo per dire: nulla da vedere, il sistema funziona, l’eccezione non esiste.* *E così l’opera buffa si chiude come devono chiudersi le opere buffe moderne: **non con una morale, **ma con una nota a piè di registro.* *Tutti salvi.* *L’ordine ripristinato.* *E lo scandalo — quello vero — accuratamente rimosso.* 23 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/155735120-1eb281a1-4d88-4a7b-aff4-413d3b87ffd0-300x170.jpg) Immagine tratta dall'opera "Così fan tutte" di Wolfang Amedeus Mozart, nella produzione diretta da Giorgio Strehler. Ultima incompiuta regia d'opera del maestro, concepita per l'inaugurazione del nuovo Teatro Strehler di Milano nel 1998. Con le scene di Ezio Frigerio e la direzione di Ion Marin. --- # Appunti malesi. l’omosessualità non esiste Source: https://www.altriorienti.com/appunti-malesi-lomosessualita-non-esiste/ *In Malesia un [ministro islamico ha spiegato](https://www.bangkokpost.com/world/3186750/?fbclid=IwdGRjcAPpsAljbGNrA-mwAmV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHoi08qFlgUkfY53YwrYWzFFtsFMZYnZqhAZ4p_BxonmGQ7U4PRGbnKWHH22f_aem_TzvQe-R3kUmPH_L6B1gBgg) che lo stress da lavoro può rendere gay.* *Come il caldo e l’umidità Kuala Lampur renda la vita insopportabile. **La frase in questione è stata pronunciata in Parlamento e riportata da tutti i quotidiani del sud est asiatico. **Lo sappiamo: la condizione dei gay in Malesia è semplice: **non esistono, ma se esistono è colpa loro. O meglio: ora sappiamo che è colpa del lavoro. * *Una teoria elegante. **Se sei gay non sei peccatore, sei stressato. Se sei stressato sei moralmente instabile. **E se sei moralmente instabile, qualcuno deve correggerti subito. Prima che sia troppo tardi e per il tuo bene, diversamente puoi diventare frocio.* *Tutto torna.* *In questo schema la religione divenuta governo vigila, e il corpo — come sempre — paga il conto. * *La teoria è raffinata. Il ministro islamico in un paese dove esiste la sharia, parla a una società in cui l’omosessualità è illegale, stigmatizzata, repressa. **Ma invece di dire “è sbagliato”, dice “è causato”.* *È un salto di qualità: **dalla colpa al malfunzionamento. **Dal peccato al burnout. **Il gay non è un nemico, è un lavoratore stressato.* *Seguendo la logica, serviranno contromisure e nuovi leggi:* *– meno straordinari* *– più preghiera * *– permessi obbligatori e retribuiti quando qualcuno inizia a sospettare di sé stesso o vede una strana luce negli occhi del collega. * *È abbastanza.  Non andiamo oltre.* * Veniamo a noi. Tu che leggi. Tu che sei omossessuale. O che ci stai facendo un pensierino. Tu non sei davvero così.* *Sei solo troppo stanco.* 22 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/YB_Senator_Dr_Zulkifli_Hasan-241x300.jpg) --- # Mahamood Mamdani & son (Italian & English version) Source: https://www.altriorienti.com/mahamood-mamdani-son/ Forse sarebbe più divertente parlare della madre. Perché di solito, quando si discute di questi grandi pensatori postcoloniali — Mamdani, Said, i sacerdoti della colpa occidentale — si finisce sempre per parlare del padre: l’analisi, la geopolitica, il peccato originale dell’Occidente. Ma la madre, quella sì, sarebbe interessante. Regista cinematografica nata a Dehli, master ad Harvard e premi internazionali a Cannes e Venezia. Acquisisce la green card Usa sposando un Epstein. Non Jeffrey. Poco importa. Mira Nair ha una figura con le sue trecce indiane, un’eco di *Kamasutra*, un’idea di sensualità che l’Occidente ha consumato in mille versioni: nei film, nei profumi, nei salotti e negli aerei per Delhi. Lei è l’Oriente che piace — morbido, enigmatico, esteticamente gestibile. La madre che si lascia guardare e offre, con ironia sottile, l’unica forma di pace possibile: l’oblio. Tuttavia [Kamasutra](https://it.wikipedia.org/wiki/Kamasutra_(film)) di Mira Nair rimane un soft core per un pubblico annoiato. Il padre invece no. Il padre spiega, giustifica, teorizza. Mahmood Mamdani è un padre perfetto: solenne, coerente, incapsulato nel linguaggio accademico. Scrive per dire che la colpa del sangue versato nel mondo musulmano è dell’Occidente, della Guerra Fredda, dell’imperialismo, del solito schema. È la voce del risentimento colto, che sa tutto, conosce le mappe e gli archivi,  ma continua a ruotare attorno allo stesso centro: l’Occidente come origine di ogni male e misura di ogni ferita. Eppure lui, come Said, ci vive dentro: nelle università americane, nei circuiti editoriali, nei premi. Più cerca di negarlo, più ne diventa creatura. Io, a questo punto, lo confesso: trovo più vera la madre. Perché almeno lei non pretende di spiegare niente. È tutta forma, profumo, superficie — la parte che sopravvive alle teorie. E se proprio devo scegliere, preferisco la leggerezza dell’inganno alla serietà del risentimento. Dall’Oriente non mi aspetto nulla. E forse è proprio in questo disincanto che comincia una forma nuova di lucidità: ognuno a casa sua, e basta con la nostalgia delle colpe altrui. E poi c’è lui, il terzo: Naipaul, pure lui indiano ma fatto d'altra pasta. Non è né padre né madre, ma resta in piedi dopo tutti. Scrive come chi misura il mondo con disgusto e tenerezza insieme — l’India, i musulmani dell’Africa orientale, le colonie inglesi ancora rivolte verso Londra come verso un dio distratto. Non denuncia, non consola, non predica: guarda. E quando guarda, le cose muoiono di realtà. Naipaul non chiede scuse all’Occidente, perché sa che l’Occidente non ne deve. E non difende l’Oriente, perché sa che l’Oriente non ne merita. È il primo ad accettare l’idea che la civiltà non si eredita: si costruisce. E se non la costruisci, nessuno te la regala. Per questo Naipaul irrita: perché non giustifica, e non perdona. È un ex-coloniale che ha fatto della lucidità la propria vendetta. Eppure è proprio lui a capire davvero Mamdani e Said. Li riconosce, prima ancora di giudicarli: sa che la loro rabbia è autentica, ma anche sterile. Ogni tentativo di spiegare l’ingiustizia, prima o poi, diventa un genere letterario. Ogni rivoluzione, un corso universitario. E ogni idea, un’etichetta da appendere alla porta del proprio dipartimento. E infine arriva lui, il figlio. Zohran Mamdani, deputato a New York, erede di tanto padre e della sua grammatica morale. La parabola è perfetta: un figlio che ripete i temi del padre — l’identità, la giustizia, l’eredità coloniale — ma senza il peso della storia né il dubbio del pensatore. Il padre cercava un senso; il figlio un seggio. È il destino delle dinastie: passare dall’intelligenza alla replica, dal pensiero alla formula. Ogni civiltà invecchia così: producendo i suoi figli protetti, quelli che confondono il privilegio con la vocazione, la visibilità con la verità. La critica diventa marketing, la complessità diventa slogan, la ribellione si eredita per cognome ed infine si giura sul Corano. È la nuova merda d’artista: sterilizzata, confezionata, perfettamente vendibile. Non più provocazione, ma certificazione. Non più rischio, ma design. Come nei barattoli di Piero Manzoni, dentro non importa cosa ci sia: conta la firma, l’etichetta, la promessa di autenticità. Così oggi il pensiero si conserva sottovuoto, venduto al prezzo dell’oro, e il vuoto brilla come distillato di verità. Insomma, Mahmood Mamdani & son mi ricordano un po’ un prodotto inscatolato: venduto all’uso degli sciocchi, ma che funziona benissimo. Troppo severo? Non credo. La prima anti-crociata di Zohran - dopo aver giurato sul Corano il giorno dell'insediamento - sarà contro un[ monumento dedicato a Cristoforo Colombo](https://www.genteditalia.org/2025/07/08/il-candidato-sindaco-socialista-comunista-di-new-york-ce-lha-con-gli-italoamericani/). Avete in mente la formidabile *Merda d’artista* di Piero Manzoni, del 1961? 20 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/25226ff3-e79f-45ac-a21a-63ded1ed7bfc-200x300.png) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/ChatGPT-Image-7-nov-2025-01_32_32-200x300.jpg) **Mahmood Mamdani – *Good Muslim, Bad Muslim. America, the Cold War, and the Roots of Terror*** **Pantheon Books, New York, 2004** Ci sono libri che nascono per capire il mondo e libri che nascono per processarlo. Quello di Mahmood Mamdani appartiene alla seconda categoria: un atto d’accusa di trecento pagine contro l’Occidente, scritto da uno che all’Occidente deve tutto — dalla borsa di studio al contratto editoriale. Mamdani, ugandese d’origine indiana, formatosi a Harvard, oggi professore alla Columbia, spiega che il terrorismo non è figlio dell’islam ma dell’America. Che i cattivi non sono i musulmani, ma i loro fabbricanti. Che l’Occidente, dopo la Guerra Fredda, ha inventato una nuova grammatica morale: “buoni musulmani” da premiare e “cattivi musulmani” da bombardare. È un’idea semplice, irresistibile, adatta a ogni talk show e a ogni seminario sulla colpa. Il mondo come tribunale, l’Occidente come imputato. E lui, naturalmente, come testimone d’accusa. **La tesi** Secondo Mamdani, la radice del terrore non è religiosa ma politica. È l’Occidente ad aver seminato la violenza, armando i mujaheddin afghani contro l’URSS, poi chiamandola “islamismo radicale” quando i conti non tornavano più. Una teoria elegante: storica quanto basta, morale il giusto, perfettamente compatibile con il clima accademico newyorchese. Il problema è che in questa narrazione non resta spazio per nessuno che non sia vittima o carnefice. L’islam politico non è una realtà complessa, ma un effetto collaterale della CIA. Il Sud globale non agisce: reagisce. Il mondo si divide in colpevoli e risentiti, e la storia si riduce a un inventario di torti. **Il tono** Mamdani scrive come un prete laico: grave, fermo, immune al dubbio. Ogni pagina suona come una sentenza, ogni nota come una benedizione. È la teologia morale del postcoloniale, con meno fede e più bibliografia. Il suo nemico è l’Occidente, ma il suo habitat è perfettamente occidentale: università d’élite, editoria liberal, festival internazionali. C’è qualcosa di profondamente comodo in tutto questo. L’idea che la colpa sia sempre altrove è la religione più redditizia del nostro tempo. E *Good Muslim, Bad Muslim* ne è il vangelo universitario: brillante, ben scritto, inoffensivo per chiunque conti davvero. **Lettura critica** A distanza di vent’anni, il libro resta interessante non per ciò che dice, ma per ciò che mostra: come una parte del pensiero del Sud del mondo sia diventata la caricatura morale del Nord che accusa. È l’internazionalismo del risentimento, travestito da analisi geopolitica. Ogni ingiustizia diventa un capitale simbolico, ogni trauma una cattedra. Mamdani è sincero, ma perfettamente allineato: un radicale senza rischio, un dissidente stipendiato. Predica la decolonizzazione in inglese impeccabile, sotto il riscaldamento centralizzato di New York. E se oggi *Good Muslim, Bad Muslim* continua a vendere, è perché offre la cosa più desiderata da entrambi i mondi: all’Occidente, una buona dose di auto-odio etico; al Sud globale, una giustificazione elegante per non cambiare mai. **In sintesi** Un classico della morale contemporanea: il libro che spiega tutto, purché tu non chieda soluzioni. La geopolitica come psicoterapia, la colpa come status simbol. Un pamphlet lucido, a tratti geniale, ma che si guarda troppo allo specchio per vedere davvero il mondo. **Nota finale** Lo abbiamo comprato usato su eBay a 10,50 €, spedizione inclusa, nell’edizione italiana con in copertina l’immagine di un povero nero — a ricordarci chi sono i cattivi. Paradossale, però, se si pensa che furono proprio i neri ugandesi a scacciare dall’Africa la famiglia indiana di Mamdani. La storia, come sempre, è più sfuggente delle teorie che cercano di spiegarla. Mahmood Mamdani: grande mestiere, zero rischio. Sferra anatemi da cattedra, con la sicurezza di chi ha già il posto fisso nella morale. Predica la decolonizzazione in inglese perfetto, al caldo di New York. È la forma più evoluta del privilegio: il vittimismo con vista su Columbia University. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/71fcaHwNXFL._AC_UF10001000_QL80_-200x300.jpg) *Perhaps it would be more entertaining to talk about the mother.* *Because when people discuss these great postcolonial thinkers — Mamdani, Said, the priests of Western guilt — they always end up talking about the father: analysis, geopolitics, the original sin of the West.* *But the mother, now that would be interesting. A film director born in Delhi, Harvard-trained, decorated at Cannes and Venice. She obtained her U.S. green card by marrying an Epstein. Not Jeffrey. Hardly matters.* *Mira Nair carries herself with those Indian braids, an echo of Kamasutra, an idea of sensuality the West has consumed in endless forms: in films, perfumes, drawing rooms and long flights to Delhi. She is the kind of East the West likes — soft, enigmatic, aesthetically manageable. The mother who allows herself to be watched and offers, with subtle irony, the only possible form of peace: oblivion. And yet Kamasutra, her film, remains little more than softcore for a bored audience.* *The father is different. The father explains, justifies, theorizes.* *Mahmood Mamdani is the perfect father: solemn, coherent, wrapped in academic language. He writes to explain that the blood spilled across the Muslim world is the fault of the West — the Cold War, imperialism, the usual script. He speaks with the cultivated resentment of someone who knows everything, who reads maps and archives, yet keeps revolving around the same center: the West as the origin of every evil and the measure of every wound. And yet, like Said, he lives inside it: American universities, publishing circuits, literary prizes. The more he tries to deny it, the more he becomes its creature.* *At this point, I admit it: I find the mother more truthful. At least she doesn’t pretend to explain anything. She is all form, perfume, surface — the part that survives theories. And if I must choose, I prefer the lightness of illusion to the solemnity of resentment. I expect nothing from the East. Perhaps it is in this disillusionment that a new kind of clarity begins: everyone at home, and enough with the nostalgia of inherited guilt.* *And then there is the third figure: Naipaul — Indian too, but made of different matter. Neither father nor mother, yet the one still standing at the end. He writes like someone measuring the world with disgust and tenderness at once — India, the Muslims of East Africa, former British colonies still looking to London like a distracted god. He does not denounce, console, or preach: he observes. And when he observes, things die of reality.* *Naipaul does not ask the West for apologies, because he knows the West owes none. Nor does he defend the East, because he knows the East deserves none. He is the first to accept that civilization is not inherited — it is built. And if you do not build it, no one will hand it to you. That is why Naipaul irritates: he neither justifies nor forgives.* *An ex-colonial who turned lucidity into revenge. And yet he understands Mamdani and Said better than anyone. He recognizes them before judging them: their anger is real, but sterile. Every attempt to explain injustice eventually becomes a literary genre. Every revolution, a university course. Every idea, a label on an academic office door.* *And finally, the son arrives.* *Zohran Mamdani, New York politician, heir to a great father and to his moral grammar. The parabola is perfect: a son repeating the father’s themes — identity, justice, colonial inheritance — but without the weight of history or the doubt of the thinker. The father sought meaning; the son seeks a seat. It is the destiny of dynasties: intelligence turning into repetition, thought into formula. Civilizations age this way, producing protected children who mistake privilege for vocation, visibility for truth. Critique becomes marketing, complexity turns into slogans, rebellion is inherited by surname — and eventually sworn upon the Qur’an.* *It is the new Artist’s Shit: sterilized, packaged, perfectly marketable. No longer provocation, but certification. No longer risk, but design. Like Piero Manzoni’s cans, what matters is not what is inside, but the signature, the label, the promise of authenticity. Thought itself is vacuum-sealed, sold at the price of gold, emptiness shining as distilled truth.* *In short, Mahmood Mamdani & Son remind me of a canned product: made for the consumption of fools — and selling remarkably well.* *Too harsh? I don’t think so. The first anti-crusade of Zohran — after swearing on the Qur’an at his inauguration — will likely be against a monument to Christopher Columbus.* *Remember Piero Manzoni’s famous Artist’s Shit, from 1961?* **Mahmood Mamdani — Good Muslim, Bad Muslim: America, the Cold War, and the Roots of Terror** **Pantheon Books, New York, 2004** *Some books are written to understand the world; others to put it on trial.* *Mahmood Mamdani’s belongs to the latter category: a three-hundred-page indictment of the West, written by someone who owes the West everything — from scholarships to publishing contracts.* *Mamdani, Ugandan of Indian origin, Harvard-trained and now a professor at Columbia, argues that terrorism is not the child of Islam but of America. That the real villains are not Muslims, but those who manufactured them. That after the Cold War, the West invented a new moral grammar: “good Muslims” to be rewarded and “bad Muslims” to be bombed.* *It is a simple, irresistible idea — perfect for talk shows and academic seminars on guilt. The world as tribunal, the West as defendant. And him, naturally, as witness for the prosecution.* **The Thesis** *According to Mamdani, the roots of terror are not religious but political. The West sowed violence by arming the Afghan mujahideen against the USSR, only to rename the result “radical Islam” when the الحساب no longer balanced. An elegant theory: historical enough, moral enough, perfectly aligned with the New York academic climate.* *The problem is that this narrative leaves room for no one who is not either victim or perpetrator. Political Islam is reduced to a side effect of the CIA. The Global South does not act; it reacts. The world divides neatly into guilty and resentful, history reduced to a catalogue of grievances.* **The Tone** *Mamdani writes like a secular priest: solemn, certain, immune to doubt. Every page reads like a sentence, every footnote like a blessing. It is the moral theology of postcolonial thought — less faith, more bibliography. His enemy is the West, yet his habitat is thoroughly Western: elite universities, liberal publishing houses, international festivals.* *There is something deeply comfortable about all this. The idea that guilt always lies elsewhere has become one of our era’s most profitable religions. And Good Muslim, Bad Muslim is its academic gospel: brilliant, well written, and harmless to anyone who truly holds power.* **Critical Reading** *Twenty years later, the book remains interesting not so much for what it says, but for what it reveals: how a segment of Global South thinking turned into the moral caricature of the North it accuses. International resentment disguised as geopolitical analysis. Every injustice becomes symbolic capital, every trauma a chair at the university.* *Mamdani is sincere, but perfectly aligned: a radical without risk, a dissident on salary. He preaches decolonization in flawless English, comfortably warm in New York. And if Good Muslim, Bad Muslim still sells, it is because it offers something deeply desired by both worlds: to the West, a generous dose of ethical self-hatred; to the South, an elegant excuse never to change.* **In Summary** *A classic of contemporary moral thought: a book that explains everything — provided you do not ask for solutions. Geopolitics as psychotherapy, guilt as status symbol. A lucid, at times brilliant pamphlet that stares so long into the mirror it forgets to look at the world.* **Final Note** *We bought our copy second-hand on eBay for €10.50, shipping included — the Italian edition featuring, on the cover, the image of a poor Black man, just to remind us who the villains are supposed to be. Paradoxically, it was Black Ugandans who expelled Mamdani’s Indian family from Africa. History, as always, slips away from the theories meant to explain it.* *Mahmood Mamdani: great craft, zero risk. He delivers academic anathemas with the confidence of someone whose moral tenure is secure. He preaches decolonization in perfect English, comfortably warm in New York. The most evolved form of privilege: victimhood with a view over Columbia University.* --- # Cina. La nuova stagione dell’insicurezza e del risparmio Source: https://www.altriorienti.com/cina-la-nuova-stagione-dellinsicurezza-e-del-risparmio/ *Per anni, l’immobiliare cinese è stato molto più di un settore economico. Era un lessico familiare, una promessa, un talismano. Ogni appartamento acquistato non era semplicemente un bene: era un argine contro l’imprevedibilità, un modo per dire al mondo — e a sé stessi — che il futuro avrebbe avuto una forma, una struttura, qualcosa di simile a una continuità.* *Poi, quattro anni fa, Evergrande crollò come un palazzo costruito sul pulviscolo. Si parlò subito di “momento Lehman”, con l’entusiasmo un po’ meccanico che gli osservatori riservano alle analogie americane. Ma in Cina le crisi non esplodono: si sedimentano. Evergrande scivolò nel limbo, e con lei Country Garden, Vanke, Sunac. Nessuna esplosione, nessun boato. Solo una lenta, implacabile perdita di pressione.* *Oggi, la retorica ufficiale racconta che il rischio sistemico “si sta allentando”. Forse è vero. Ma c’è una crepa più profonda che continua ad allargarsi: quella psicologica.* *Gli appartamenti invenduti riempiono i paesaggi urbani con la stessa inquietudine delle nuove montagne di carbone a Ordos: cumuli di un passato che non trova più compratori. Gli economisti parlano di domanda debole, di investimenti frenati, di crescita amputata di qualche decimale fino al 2030. Ma la storia non è nei numeri: è nei silenzi, nelle rinunce, nei gesti trattenuti delle famiglie che non sanno più se fidarsi.* *La verità è che la Cina ha rotto il suo idolo. **Volontariamente, ideologicamente.* *Xi Jinping ha deciso che la casa non dovesse più arricchire, che il mattone dovesse abbandonare la dimensione speculativa e ritornare a quella sociale. È un’operazione di ingegneria morale prima ancora che economica: una lotta alla degenerazione dei costumi, alla corsa sfrenata al profitto, alle città dove un salario intero non basta nemmeno a pagare un balcone.* *Il risultato, però, è un paradosso perfetto: **per liberare il consumo, si è colpito il suo fondamento emotivo.* *In Cina la casa non è un investimento. **È la dote, la pensione, l’assicurazione sanitaria dei genitori, il biglietto d’ingresso al matrimonio, il simbolo di rispettabilità, il rifugio contro le crisi. **È, soprattutto, una forma di quiete interiore. **Quando i prezzi scendono, la quiete evapora.* *E il governo, che vorrebbe spingere i risparmi verso la Borsa, scopre che la Borsa è percepita come un mercato dove i piccoli vengono macinati da decisioni prese altrove, senza preavviso, senza appello. La casa dava stabilità. Le azioni danno ansia. Non è un trasferimento possibile.* *In questo paesaggio di crepe sottili, il fisco locale — che viveva vendendo terreni come un vecchio signore di campagna sopravvive vendendo parcelle dell’ovile — è ormai in ginocchio. I governi municipali tagliano stipendi, dilazionano pagamenti, riducono i servizi. Tutto ciò che doveva sostenere la nuova fiducia dei consumatori perde lucidità, consistenza.* *La Cina entra in una fase nuova, fatta di cautela e di risparmio, di un benessere percepito che non aumenta più. Nel Paese che ha costruito città intere per inseguire il futuro, ora il futuro sembra improvvisamente più leggero, più fragile, come un edificio dall’intonaco sottile.* *Non è una crisi finanziaria: è una crisi di psicologia collettiva. **E come tutte le crisi interiori, non ha date precise né soluzioni rapide. **La Cina sopravviverà, naturalmente. Sopravvive sempre. **Ma lo farà in un modo diverso: senza il mito del mattone, senza la fede incrollabile nella crescita perenne, e con un nuovo sentimento, inedito per la sua modernità accelerata. **Un sentimento che somiglia molto all’incertezza. **E che, forse per la prima volta, il Partito non sa come amministrare.* 18 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/china_flag_cracked-300x200.jpeg) --- # La nuova indulgenza plenaria del rock: essere stronzi, ma bravi Source: https://www.altriorienti.com/la-nuova-indulgenza-plenaria-del-rock-essere-stronzi-ma-bravi/ *C’è una cosa che non dovrei dire, ma la dico lo stesso: Internazionale mi arriva addosso ogni settimana come un amico lasciato fuori di casa dalla fidanzata, ma che continua a dormirmi sul divano perché non ho la forza di cacciarlo. **È una dipendenza scema, lo so. **Una mutilazione lenta dell’intelligenza: paghi l’abbonamento e ti entra in casa un mondo che non ti appartiene, ma che continui a tollerare per stanchezza, per inerzia, per quello strano bisogno di sentirti “informato” anche quando non ci credi più.* *Il PDF si apre da solo, come uno di quei messaggi notturni che non vuoi leggere ma che ti trovano lo stesso. **E noi leggiamo. **Piketty che pesa come un pomeriggio di pioggia a novembre. **Žižek che ti morde la caviglia e intanto ti parla di Lacan. **E poi Di Mauro. **Ah, Di Mauro. **Il direttore a morte. **Non nel senso tragico: nel senso burocratico. **Da sempre e per sempre. **Come Kim, come Assad, come quelle figure che non si dimettono mai perché non c’è più nessuno disposto a ricordare chi c’era prima. **È un caso di sopravvivenza avanzata al declino cognitivo dell’editoria italiana.* *Sta lì.* *Immobile.* *Eterno.* *Un direttore fossile.* *Un monolite della continuità editoriale.* *Non brilla, non cade, non respira.* *Resta.* *Il problema, però, non è nemmeno lui.* *Il problema è quando inciampi in pezzi come quello di Giovanni Ansaldo: **“[La musica dei Radiohead va oltre le loro contraddizioni](https://www.internazionale.it/notizie/giovanni-ansaldo/2025/11/15/radiohead-concerto-bologna)”. **Un titolo che sembra innocuo, quasi tenero, come un filo di luce in una stanza dove qualcuno sta già fumando da ore.* *Poi lo leggi. **E capisci che sei finito nella solita trappola morale: **la cultura come sacrestia, la musica come sacramento, il pubblico come gregge da rassicurare.* *Lì dentro scorre la catechesi contemporanea: **“la Palestina ha diritto alla resistenza”, **“l’arte non può essere neutrale”, **“ogni boicottaggio è legittimo”, **che tradotto significa: **se sei bravo, ti perdoniamo. Se sei bravissimo, ti assolviamo.* *E infatti il pezzo sta tutto su due righe non scritte:* > *hanno taciuto, hanno deluso, hanno girato la testa… però la musica è troppo bella.* *È questo “però” che fa schifo. **È una resa morale mascherata da illuminismo da supermercato.* *Yorke ha taciuto? **Greenwood ha collaborato con un israeliano? **La band non ha fatto il gesto giusto al momento giusto? **Non importa.* *Siamo gente che colleziona emozioni, non responsabilità. **Se la musica è bella, la coscienza si adatta.* *Il vero problema non è il moralismo: **è la confusione delle cose.* *L’idea assurda che si possa parlare di Gaza dentro una recensione dei Radiohead come si parla di una pioggia estiva sopra il palco.* *L’idea che tutto si equivalga: sofferenza reale e melodie, morti e accordi minori, geopolitica e falsetti.* *Vuoi parlare di Gaza, fallo. **Ma anche del **7 ottobre. **Non con metafore, ma con materia. * *Dì ostaggi.* *Dì famiglie bruciate vive.* *Dì corpi trascinati come prede.* *Dì sangue, non simboli.* *E dì dei ragazzi del Supernova —* *gli stessi che vedi ai concerti dei Radiohead o del Bataclan,* *belli, stupidi, vivi, pieni di speranze cretine e magnifiche.* *Ragazzi che volevano ballare nel deserto e invece sono stati macellati.* *Non per un’idea.* *Per barbarie.* *E c’è un dettaglio che nessuno vuole affrontare: **i terroristi hanno un’ossessione quasi erotica per i giovani alle feste.* *Una costante.* *Una firma.* *Colpiscono la gioia.* *Colpiscono il futuro.* *Colpiscono la musica perché la musica, per un attimo, fa sentire immortali.* *Supernova come Bataclan.* *Stessa scena, diverso livello di indifferenza.* *E se vuoi parlare dei Radiohead, allora parla dei Radiohead.* *Parla della loro musica che entra nelle ossa come un cantiere aperto,* *di Yorke che non è un profeta e non vuole salvarci,* *del loro suono che pare un’Europa che si spegne lentamente.* *Parla della bellezza quando è solo bellezza.* *Il pezzo di Internazionale, invece, non parla di nulla.* *Vuole tenere insieme etica e concerto, Gaza e chitarre, Hamas e falsetti.* *E mentre tenta di incrociare l’impossibile, produce il mostro.* *Alla fine resta questo: ci siamo abituati al massacro.* *Lo guardiamo senza tremare. **I ragazzi muoiono mentre ballano. **Sempre gli stessi. **Sempre per mano degli stessi.* *E noi qui, a capire, a scusare, a lucidare parole.* *La verità?* *Quando l’orrore non ti scuote più, sei già morto.* *E non si salva nessuno.* *Nemmeno noi.* 16 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/unnamed212222.jpg) --- # Una notte al Galaxy pods di Singapore Source: https://www.altriorienti.com/una-notte-al-galaxy-pods-di-singapore/ *In redazione riceviamo spesso lettere di viaggiatori che, zaino in spalla o valigia leggera, cercano l’Asia a basso costo. Oggi vogliamo condividere con voi il racconto di Massimo Laterza, un lettore di lungo corso che finalmente ha trovato il coraggio di scriverci. La sua lettera non è solo una cartolina di viaggio, ma una piccola esplorazione: dettagli, incontri e qualche riflessione che va oltre la superficie.* *Noi abbiamo cercato qualche fotografia ed un video che completano il racconto.* **Massimo Laterza racconta:** “Singapore mi è apparsa come un teatro perfettamente illuminato, ma senza attori. Le strade lisce come marmo, i parchi verticali come giardini di Babilonia, e poi – all’improvviso – le capsule hotel, minuscoli bozzoli incastonati tra i templi di Chinatown e i grattacieli di Marina Bay. Ho scelto il [Galaxy Pods a Boat Quay](https://galaxypods.com.sg/) più per curiosità che per risparmio. Mi attiravano quelle capsule lucide, con luci LED che sembrano accarezzarti gli occhi. Dentro è come stare in un’astronave: il letto stretto come un baco, il soffitto a pochi centimetri, eppure un ordine rassicurante. La notte ho dormito poco: ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo il respiro dell’altro lato, un respiro collettivo, come in una colonia di monaci digitali. Mi sono svegliato con la luce di un neon blu che filtrava dalla tenda: mi sembrava di sognare, e invece ero lì, in un alveare di viaggiatori. A colazione, un taiwanese con la voce pacata come un monaco mi ha raccontato la sua arte preferita: riparare le crepe dell’anima con oro liquido, come nel kintsugi. Poi ho incontrato un architetto spagnolo, lì per lavoro ma stanco della geometria perfetta di Singapore: ‘Questa città è come un’equazione ben risolta,’ mi ha detto, ‘ma io preferisco l’errore.’ Ho speso poco più di 30 euro a notte, mentre un albergo economico qui parte da 50 o 60 euro – e spesso offre un letto sfondato e lenzuola grigie di polvere. Qui, invece, ho trovato un letto che profuma di detersivo nuovo, un neon blu che ti accoglie come in un film di fantascienza, e bagni lindi e perfetti, come se fossero la promessa di una città che non tollera sbavature. Ma il bello non è la pulizia chirurgica, quanto la varietà di volti. Ho conosciuto una ragazza di Jakarta che vive di social media e un francese che traduce poeti cinesi. Una sera, nella stanza comune, un anziano giapponese mi ha mostrato come piegare la carta in una gru. E così ho capito che le capsule hotel non sono solo alloggi economici: sono stazioni di scambio tra vite che, in apparenza, non hanno nulla da dirsi. L’umanità che ho trovato qui è diversa da quella dei nostri ostelli in Europa, dove a volte si parla solo di viaggi passati e di birre future. Qui si parla poco e si ascolta di più: come se i muri sottili delle capsule ti imponessero un rispetto, un’attenzione nuova. Singapore rimane cara – anche se un pasto al food court può costarti 5-6 euro – ma forse è proprio questa ricchezza a creare un contrasto: mentre la città luccica come un set cinematografico, le capsule raccontano storie di giovani in cerca di un angolo di mondo e di un po’ di pace. E in questa pace condivisa, anche un letto largo poco più di un metro può diventare un porto sicuro.” Forse è proprio questo il cuore segreto delle capsule hotel: non solo un luogo per risparmiare qualche euro, ma un alveare dove questa nuova umanità – più povera e connessa, più mobile e inquieta – si raccoglie come un nido temporaneo. Qui si intrecciano storie minime e incontri fugaci, vite sospese tra un volo low-cost e un sogno di libertà che ha perso la sua carica utopica. E così, nelle luci soffuse e nei bagni lindi di questi bozzoli moderni, ci scopriamo insetti della globalizzazione: capaci di vivere negli interstizi della modernità, senza più la pretesa di cambiare il mondo, ma sempre con la voglia di attraversarlo. Le capsule di Singapore – come alveari e nidi insieme – sono il rifugio provvisorio di questa umanità in cerca di un po’ di silenzio e di una storia da ascoltare prima di ripartire. 14 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolommm.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolobbbb.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/05/db335ecb-7c5c-4c59-ad51-bc652e389a4f.avif) https://www.youtube.com/watch?v=3Zrg35lh0hw --- --- # Ernesto Calindri, fondatore onorario dell’ufficio propaganda del Partito Comunista Cinese Source: https://www.altriorienti.com/ernesto-calindri-fondatore-onorario-dellufficio-propaganda-del-partito-comunista-cinese/ L’uomo del Cynar è seduto in mezzo al traffico. Ernesto Calindri nello spot. Motorini, fumo, fretta, gente che cambia direzione ogni tre minuti. E lui lì. Sedia di ferro. Bicchiere basso. Ghiaccio lento. Cynar. Con la y. Come le cose che nascono per errore e poi diventano permanenti. Il tabloid del Partito Comunista Cinese è quell’uomo lì. [Leggo l’articolo: brillanti relazioni tra Cina e Unione Sovietica](https://www.chinadaily.com.cn/a/202602/05/WS6983cd83a310d6866eb3785a.html) — ops, Russia — e continuo miglioramento delle relazioni globali. Relazioni bilaterali. Multilaterali. Sovralaterali. Sottolaterali. Qualsiasi-laterali servano a tenere in piedi il comunicato. Il testo potrebbe essere stato scritto ieri, oggi o trent’anni fa. Potrebbe sopravvivere a crisi finanziarie, guerre regionali, cambi di ordine mondiale. La frase resta. Non è propaganda aggressiva. È architettura narrativa. È climatizzazione ideologica: temperatura costante, stagione irrilevante. Come entrare in una stanza dove qualcuno ha fumato per quarant’anni. Cambiano le tende. Cambiano i governi. Cambiano le ideologie. L’odore resta nei muri, nei vestiti, nei polmoni di chi ci vive. Il mondo accelera, cambia lessico, cambia morale, cambia nemici e alleati con una frequenza ormai quasi isterica. Loro no. Scrivono come se la storia fosse una pratica amministrativa. Serve solo mettere il timbro. Non è vero. Ma è utile che qualcuno continui a fingere che lo sia. Ernesto Calindri beve l'amaro Cynar. Il tabloid scrive. E sotto tutto questo rumore resta una verità semplice, quasi offensiva: Il potere non è prevedere il futuro. Non è controllare il presente. È non dover mai ammettere che la frase di ieri era sbagliata. È poterla ristampare domani. Identica. Con un’altra data. 12 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Senza-titolowwweee.jpg) --- # Jimmy Lai and the last days of Hong Kong (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/jimmy-lai-and-the-last-days-of-hong-kong/ **“Justice may be delayed, but it will never be absent.”** *Le parole arrivano da Pechino con quella compostezza solenne che appartiene alle frasi destinate a diventare architettura politica. Non gridano. Non accusano. Non spiegano. Stabiliscono. **E in quella stabilità c’è già tutto.* *Hong Kong, per decenni, è stata l’opposto: un luogo dove nulla era mai definitivamente stabilito, dove la legge conviveva con l’eccezione, dove l’ordine non eliminava il disordine ma lo conteneva, lo amministrava, lo rendeva produttivo. * *Jimmy Lai nasce dentro quella contraddizione. **Capitalista radicale e cattolico disciplinato. Anticomunista viscerale e perfetto prodotto della mobilità sociale asiatica. Non era un eroe lineare, e proprio per questo apparteneva profondamente alla città che lo ha reso possibile.* *Hong Kong non premiava la purezza. **Premiava l’energia. **Permetteva di sbagliare, fallire, ricominciare. Permetteva persino di essere scomodi, purché si restasse dentro il perimetro del funzionamento generale. **Era una città costruita sulla tolleranza pragmatica delle deviazioni. **I giorni perduti non iniziano con una legge o con un processo. **Iniziano quando una città smette di percepirsi come eccezione storica e accetta di diventare modello. **Quando la finanza perde il suo lato predatorio e creativo insieme. **Quando la stampa perde il gusto del rischio. **Quando la stabilità diventa il valore assoluto.* *Apple Daily non era solo un giornale. **Era una forma di rumore organizzato: popolare, aggressivo, a tratti sgradevole, ma profondamente libero nella sua imperfezione. **Incompatibile con qualsiasi sistema che richieda armonia narrativa. **Vent’anni di carcere, per un uomo di quell’età, sono una sottrazione dal tempo più che una punizione. **Una rimozione silenziosa. **Un modo ordinato di chiudere una stagione. **La giustizia, nella definizione contemporanea, non scompare. **Si trasforma in stabilità. **In prevedibilità. **In eliminazione del margine. **Hong Kong, invece, era il margine. **La memoria reale della città non è fatta solo di skyline e indici finanziari. **È fatta di suoni, odori, movimenti sociali improvvisi.* *Scale antincendio che vibrano.* *Ristoranti senza insegna sopra negozi di elettronica.* *Broker che urlano e poi vanno a pregare.* *Traiettorie sociali che cambiano in una notte.* *E dall’altra parte del porto, Kowloon custodiva la versione più onesta della città.* *Palazzi anonimi. Neon instabili. Corridoi stretti.* *E luoghi come il Kristal.* *Il Kristal era sesso. * *Diretto, commerciale, urbano. Non romantico, non clandestino nel senso occidentale. Parte della fisiologia economica della città.* *Reception lucida, moquette consumata, aria condizionata troppo fredda.* *Donne al lavoro con disciplina industriale.* *Clienti che entravano con la stessa normalità con cui si entra in un ufficio.* *Central vendeva futuro.* *Kowloon vendeva presente.* *Non era glamour.* *Non era degrado.* *Era economia del corpo dentro l’economia della città.* *Ed era tollerato perché tutti comprendevano il confine invisibile.* *Non era anarchia.* *Era gestione intelligente del disordine.* *Il Kristal, Apple Daily, i mercati notturni, il denaro che cambiava natura tra notte e mattina: erano manifestazioni dello stesso codice urbano.* *Una città che permetteva deviazioni senza perdere coerenza.* *Politiche.* *Morali.* *Economiche.* *Personali.* *E soprattutto permetteva la cosa più destabilizzante di tutte: la possibilità di ricominciare.* *Jimmy Lai è ciò che resta visibile di quel sistema.* *Un tempo in cui si poteva fallire e poi dominare il mercato. **Insultare il potere e poi negoziare con esso. **Cadere e tornare. **Oggi il sistema funziona ancora.* *Ma non prevede più ritorni spontanei. **La trasformazione più profonda non è la repressione. **È la normalizzazione.* *I mercati funzionano.* *Gli hotel sono pieni.* *Il capitale continua a fluire.* *La prosperità può convivere con la compressione delle libertà per periodi molto lunghi. La storia lo dimostra con una freddezza quasi matematica.* *Le città non muoiono quando smettono di produrre ricchezza. **Muoiono quando smettono di produrre possibilità.* *Hong Kong continuerà a prosperare.* *Jimmy Lai probabilmente morirà in carcere.* *La tragedia contemporanea non è il conflitto aperto. **È la coesistenza pacifica tra successo economico e perdita dell’anima civica. **Abbastanza lunga da diventare normalità. **Abbastanza stabile da sembrare inevitabile. **Un giorno qualcuno dirà che era necessario. **Che era il prezzo della stabilità. **Che era la direzione naturale della storia. **Chi ha conosciuto Hong Kong nei suoi anni imperfetti — quelli veri — ricorderà altro.* *Non era morale.* *Non era ordinata.* *Non era coerente.* *Era viva.* *E le città vive, prima o poi, diventano insopportabili per qualcuno.* ***“Justice may be delayed, but it will never be absent.”*** *The words arrive from Beijing with the solemn composure of sentences meant to become political architecture. They do not shout. They do not accuse. They do not explain. They establish. And within that stability, everything is already contained.* *For decades, Hong Kong was the opposite: a place where nothing was ever fully settled, where law coexisted with exception, where order did not eliminate disorder but contained it, administered it, made it productive.* *Jimmy Lai was born inside that contradiction.* *A radical capitalist and a disciplined Catholic. A visceral anti-communist and a perfect product of Asian social mobility. He was never a linear hero, and precisely for that reason he belonged deeply to the city that made him possible.* *Hong Kong did not reward purity.* *It rewarded energy.* *It allowed people to err, to fail, to start again. It even allowed people to be inconvenient, provided they remained within the broader perimeter of functionality. It was a city built on the pragmatic tolerance of deviation.* *The lost days do not begin with a law or with a trial.* *They begin when a city stops perceiving itself as a historical exception and agrees to become a model.* *When finance loses its predatory and creative edge at the same time.* *When the press loses its taste for risk.* *When stability becomes the absolute value.* *Apple Daily was not just a newspaper.* *It was a form of organised noise: popular, aggressive, at times unpleasant, yet profoundly free in its imperfection.* *It was incompatible with any system that requires narrative harmony.* *Twenty years in prison, for a man of that age, is less a punishment than a subtraction from time.* *A quiet removal.* *An orderly way of closing a historical season.* *Justice, in its contemporary definition, does not disappear.* *It mutates into stability.* *Into predictability.* *Into the elimination of margins.* *Hong Kong, instead, was the margin.* *The real memory of the city is not made only of skylines and financial indices.* *It is made of sounds, smells, sudden social movements.* *Fire escapes vibrating.* *Unlicensed restaurants above electronics shops.* *Brokers shouting and then going to pray.* *Social trajectories changing overnight.* *And across the harbour, Kowloon held the city’s most honest version.* *Anonymous buildings. Unstable neon. Narrow corridors.* *And places like the Kristal.* *The Kristal was sex.* *Direct, commercial, urban. Not romantic. Not clandestine in the Western cinematic sense. Part of the city’s economic physiology.* *Polished reception desks. Worn carpets. Air conditioning turned too cold.* *Women working with industrial discipline.* *Clients walking in with the same normality with which one enters an office.* *Central sold the future.* *Kowloon sold the present.* *It was not glamour.* *It was not decay.* *It was the economy of the body within the economy of the city.* *And it was tolerated because everyone understood the invisible boundary.* *It was not anarchy.* *It was intelligent management of disorder.* *The Kristal, Apple Daily, night markets, money changing nature between night and morning — they were all expressions of the same urban code.* *A city that allowed deviations without losing coherence.* *Political.* *Moral.* *Economic.* *Personal.* *And above all, it allowed the most destabilising thing of all: the possibility of starting again.* *Jimmy Lai is what remains visible of that system.* *A time when one could fail and then dominate the market.* *Insult power and then negotiate with it.* *Fall and return.* *The system still works today.* *But it no longer allows spontaneous returns.* *The deepest transformation is not repression.* *It is normalisation.* *Markets function.* *Hotels are full.* *Capital continues to flow.* *Prosperity can coexist with the compression of freedoms for very long periods. History demonstrates this with almost mathematical coldness.* *Cities do not die when they stop producing wealth.* *They die when they stop producing possibility.* *Hong Kong will likely continue to prosper.* *Jimmy Lai will likely die in prison.* *The contemporary tragedy is not open conflict.* *It is the peaceful coexistence between economic success and the loss of civic soul.* *Long enough to become normal.* *Stable enough to appear inevitable.* *One day, someone will say it was necessary.* *That it was the price of stability.* *That it was the natural direction of history.* *Those who knew Hong Kong in its imperfect years — the real ones — will remember something else.* *It was not moral.* *It was not orderly.* *It was not coherent.* *It was alive.* *And living cities, sooner or later, become unbearable to someone.* 10 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/jimmy-_lai_1746710336-300x300.png) --- # L’uomo invisibile ed il cactus Source: https://www.altriorienti.com/luomo-invisibile-ed-il-cactus/ *L’intuizione dell’uomo invisibile è politicamente impeccabile.* *Un corpo che scompare nello sfondo, l’individuo che rinuncia a distinguersi, una società del controllo che non ha più bisogno di reprimere perché ha insegnato a non emergere. Liu Bolin è figlio di questo mondo: una Cina che non punisce il dissenso quando riesce a renderlo inutile. L’uomo invisibile non viene censurato, non viene colpito, non viene arrestato. Ha imparato qualcosa di più efficace: a rendere superflua la ribellione. **L’idea funziona. **Funziona subito. **Funziona ovunque. **Vi è poi altro. **Nel lavoro di Liu Bolin la metafora non evolve, non si incrina, non mette mai in discussione sé stessa. Si replica. Cambiano i muri, le città, i monumenti; l’idea resta intatta. È una metafora vincente perché non produce attrito.* *Tra poco l’uomo invisibile tornerà a sparire anche in Italia ad fine aprile, a L'Aquila che è capitale italiana della cultura nel 2026 e a Santo Stefano di Sessanio, mirabile borgo sulle pendici del Gran Sasso, recuperato da ciò che restava da un’utopia privata e visionaria di Daniele Kihlgren. Un amico perso di vista negli anni, ma di cui ho ancora il numero sull’agenda, come si tengono i numeri delle vite che hanno avuto un senso.* *È difficile immaginare scenografia migliore: pietra antica, ricostruzione, memoria, silenzio. Luoghi che portano già impressa l’idea di sopravvivenza e di adattamento. L’uomo invisibile qui non disturba: si integra perfettamente. * *L’equivoco è interessante. **Letta dall’Occidente, l’invisibilità appare come una critica al potere. **Letta dal suo contesto d’origine, è quasi un manuale di comportamento. **In una società della sorveglianza come quella cinese, l’invisibilità non è una tragedia: è una strategia. Non emergere, non distinguersi, non lasciare tracce. Essere invisibili significa vivere tranquilli. L’opera funziona per tutti: per l’autorità, che non viene disturbata; per il dissenso, che non si espone; per il mercato, che non prende posizione.* *L’uomo invisibile non si oppone. **Si adatta.* *È una metafora della prigione, certo, ma di una prigione elegante, interiorizzata, perfino desiderabile. Una prigione senza sbarre, perché non chiede mai di essere messa in discussione.* *A questo punto però bisogna andare oltre la metafora e dirlo senza giri di parole: qui l’arte difetta. **Il concetto, da solo, non basta. **Senza tecnica, senza lavoro sulla forma, senza rischio linguistico, il concetto resta illustrazione. La tecnica non è un ornamento: è il luogo in cui il pensiero prende corpo, inciampa, fallisce, devia. È ciò che costringe l’idea a misurarsi con la realtà. Qui invece la tecnica è ancillare, puramente esecutiva. Serve a rendere visibile – o invisibile – qualcosa che è già deciso.* *Il sistema dell’arte funziona così: premia le idee che non richiedono tecnica, perché la tecnica, a differenza dei concetti, può ancora fallire. **Il risultato è un’arte che non trasforma nulla. **Mostra. **Conferma. **Rassicura. **Funziona come un cartello ben progettato, non come un’opera. Capisci subito, annuisci, passi oltre. Nessuna resistenza, nessuna ambiguità, nessuna permanenza. E'** qui che vale la pena ricordare l’altra storia. **Quella del cactus.* *Un cactus chiuso in una gabbia per uccelli. **Nessuna performance, nessuna iconografia immediata. Solo tempo. Il cactus cresce lentamente, urta le sbarre, le supera, ma resta radicato dentro la prigione. Non si mimetizza, non scompare, occupa spazio. **Anche questa è una metafora della non-libertà. **Ma è una metafora che costa qualcosa. **Perché non è ripetibile, non è esportabile, non diventa un format. Non promette successo. Non garantisce nulla. È lenta, ostinata, scomoda. E infatti non viene premiata.* *L’autore di quell’intuizione non ha fatto carriera. Ha fatto il cameriere al San Filippo Neri, in viale Monza, a Milano. Mi dicono sia un'insegnante per nulla di ruolo. Un destino perfettamente coerente: quell’opera non poteva essere integrata, solo tollerata. **Il confronto è chiaro. **Non tra libertà e non-libertà – perché in nessuno dei due casi la libertà esiste – **ma tra due forme di prigionia. * *L’uomo invisibile è prigioniero del consenso. **Il cactus è prigioniero della materia. **Il primo vince perché non disturba. **Il secondo perde perché insiste. **Il sistema, artistico e politico insieme, ha scelto da tempo quale delle due prigioni preferisce: quella che non si vede, quella che non chiede tecnica, quella che non rischia nulla. **Il problema, allora, non è l’intuizione dell’uomo invisibile. **È che funziona troppo bene.* *Il cactus no. **Il cactus cresce male. P**er questo che non serve a niente. **Ma almeno, mentre cresce, non finge di essere libero.* 8 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/liu_bolin_duomo_milano-300x300.jpeg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/Senza-titololll.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/Senza-titolo2212.jpg) --- # Lettera a un apostata occidentale Source: https://www.altriorienti.com/lettera-a-un-apostata-occidentale/ *La tragedia, quelle vere, non arrivano quasi mai con il fragore della storia ufficiale.* *Non entrano sfondando porte.* *Si siedono a tavola. Chiedono il sale. Parlano con voce calma.* *E tu capisci, lentamente, con una lentezza chirurgica, che il male non ha più bisogno di mostrarsi brutto.* *Ha imparato a usare parole come diritti, giustizia, resistenza.* *E mentre lo fa, seleziona silenziosamente chi merita di vivere e chi può essere discusso come un paragrafo opzionale.* *La cosa più tragica non è scoprire che il male esiste.* *La storia europea è una dimostrazione pratica del fatto che esiste eccome.* *La cosa tragica è scoprire che può tornare travestito da virtù civile.* *E che chi lo porta in giro non si sente mostro.* *Si sente migliore.* *Moralmente.* *Intellettualmente.* *Storicamente inevitabile.* *È sempre così.* *Solo che ogni generazione pensa di essere quella che non cadrà nello stesso tranello.* *E ogni generazione ci cade con una creatività sorprendente.* *Il nuovo totalitarismo non ha bisogno di manganelli.* *Gli bastano le semplificazioni morali.* *Non dice più: eliminare.* *Dice: contestualizzare l’esistenza.* *Non dice: odiare.* *Dice: decostruire il privilegio storico dell’esistere.* *Una versione aggiornata, elegante, esportabile del vecchio orrore.* *Compatibile con università, aperitivi bio e manifestazioni con grafiche molto curate.* *E dentro questo scenario succede la cosa più tragicamente banale:* *il virus morale non entra nelle masse.* *Entra nelle persone che ami.* *Persone con cui hai condiviso codici morali impliciti:* *non perseguitare minoranze,* *non giustificare massacri,* *non trasformare la sofferenza in strumento retorico.* *L’antisemitismo del XXI secolo raramente si presenta come antisemitismo.* *Sarebbe troppo facile.* *Si presenta come analisi geopolitica.* *Come empatia selettiva.* *Come indignazione.* *Non nega apertamente il diritto di esistere.* *Lo rimette “nel contesto”.* *È la stessa idea di sempre:* *alcuni popoli devono giustificare la propria esistenza più di altri.* *Solo che oggi lo si dice con bibliografia.* *La parte più amara — da obitorio — è l’orgoglio.* *“I nostri figli vanno alle manifestazioni.”* *Detto come una volta si diceva:* *Studiano.* *Pensano con la loro testa.* *Saranno migliori di noi.* *E forse lo saranno.* *Più istruiti.* *Più globali.* *Più capaci di spiegarti perché alcuni massacri sono tragedie e altri diventano contesto.* *Un progresso notevole, se si ha una visione molto elastica della parola progresso.* *C’è poi la frase comoda.* *“Sono di sinistra, quindi sto con…”* *L’equazione morale.* *Etichetta politica + causa del momento = assoluzione preventiva.* *L’equazione che evita la fatica di distinguere popolo e potere, sofferenza e propaganda, giustizia e uso politico della giustizia.* *E soprattutto l’equazione che non funziona.* *Se la tua bussola è la libertà, non puoi assolvere chi la libertà la nega.* *Se la tua bandiera è l’emancipazione, non puoi romanticizzare apparati che la chiamano peccato.* *Se il tuo riflesso è stare con gli oppressi, devi vedere quando l’oppressione è anche interna, religiosa, armata.* *Altrimenti non è solidarietà.* *È tifo.* *Un tifo che si crede morale.* *L’equazione infatti fallisce subito.* *Funziona solo in una direzione.* *Chi si commuove a comando davanti a tragedie “giuste” resta muto — o infastidito — davanti agli studenti iraniani che muoiono per togliersi il velo, per ballare, per vivere.* *Lì l’empatia si spegne.* *Lì il contesto diventa sacro.* *Lì non si scende in piazza.* *Perché quelle vittime non servono alla narrazione.* *Non servono a nessuna identità politica occidentale.* *Non permettono di dire noi contro loro.* *E allora scompaiono.* *Come scompaiono sempre le vittime che non tornano buone a nessuna equazione morale.* *Nel 2010, il giudice arabo-israeliano George Karra contribuì alla condanna dell’ex presidente israeliano Moshe Katsav per stupro — perché in uno Stato di diritto la legge non ha religione.* *I giovani persiani invece muoiono chiedendo di vivere.* *Ed è proprio questo che disturba.* *Non diventano simbolo.* *Non diventano slogan.* *E allora il mondo li guarda, annuisce, e passa oltre.* *E poi resta quella striscia di terra.* *Polvere.* *Cemento rotto.* *Propaganda.* *Funerali ripetuti in loop.* *Non il centro del mondo.* *Il centro di una tragedia che il mondo usa quando ha bisogno di sentirsi buono.* *Una striscia sequestrata prima ancora che bombardata.* *Sequestrata da poteri che hanno capito una cosa semplice:* *un popolo educato alla morte è più facile da governare di un popolo educato alla libertà.* *Generazioni cresciute nel mito del sacrificio.* *Nell’idea che morire possa valere più che vivere.* *Non tutti.* *Ma abbastanza da rendere normale l’anormale.* *E dentro quella realtà esiste ciò che molti evitano di nominare.* *La libertà individuale non è un dato.* *È una concessione fragile.* *Per molte donne significa negoziare ogni spazio reale di vita tra religione, famiglia, pressione sociale e potere armato.* *Per chi è apertamente omosessuale significa spesso vivere nascosti.* *Cancellarsi.* *Sopravvivere solo se invisibili.* *Non è teoria.* *È la struttura di sistemi in cui l’individuo non è il valore centrale.* *Dove la comunità viene prima della persona.* *Dove l’onore può venire prima della libertà.* *Dove la fede, quando diventa potere, diventa controllo.* *E la parte più scomoda non è che questo esista.* *È che molti, fuori, fingono di non vederlo.* *Perché difendere la libertà individuale ovunque distruggerebbe le equazioni facili.* *Costringerebbe ad ammettere che una vittima può anche opprimere.* *Che la sofferenza non rende automaticamente giusti.* *La parte più sporca resta la romantizzazione a distanza.* *Studenti europei.* *Commentatori occidentali.* *Coscienze morali da salotto che trasformano sistemi autoritari in poster da manifestazione.* *Persone che difendono modelli politici che, applicati davvero nel loro quartiere, durerebbero una settimana prima che qualcuno chieda asilo politico a se stesso.* *La tragedia finale è semplice:* *Il potere fanatico non ha bisogno che tu lo ami.* *Gli basta che tu lo giustifichi.* *Gli basta che tu dica:* *È complicato.* *Bisogna capire il contesto.* *Non possiamo giudicare con i nostri valori.* *La frase che ogni sistema oppressivo ha sempre sognato di sentirsi dire.* *La verità brutale è questa:* *Quando una società educa i suoi figli all’eroismo della morte invece che alla banalità della vita, quella società è già stata sconfitta — anche se continua a combattere.* *E quando il resto del mondo applaude per ideologia o per bisogno di sentirsi giusto, la sconfitta diventa esportabile.* *E alla fine restano i bambini.* *Non quelli dei poster.* *Non quelli delle narrazioni.* *Quelli veri.* *Quelli che non hanno scelto dove nascere.* *Non hanno scelto bandiera.* *Non hanno scelto religione.* *Non hanno scelto guerra.* *Quelli che pagano sempre.* *Prima.* *Durante.* *Dopo.* *Ogni epoca crede di aver capito chi sono i buoni e i cattivi.* *E ogni epoca scopre troppo tardi che la realtà non funziona così.* *Alla fine resta una consapevolezza fredda.* *La civiltà è più sottile di quanto vogliamo credere.* *E basta pochissimo perché chi si crede culmine morale della storia inizi a usare le stesse categorie mentali di chi, a parole, disprezza.* *La tragedia vera non è il ritorno dell’odio dichiarato.* *Quello si riconosce.* *La tragedia vera è il ritorno dell’odio convinto di essere giustizia.* *Con lessico aggiornato.* *Con coscienza pulita.* *Con curriculum impeccabile.* *Con la serenità devastante di chi è certo di stare dalla parte giusta.* *Sempre.* *Che, storicamente, è la frase che precede quasi ogni disastro umano.* *Non ti incazzi più.* *Non provi più a convincere.* *Prendi atto.* *La civiltà non è una linea retta.* *La morale non è ereditaria.* *L’intelligenza non è un vaccino.* *La storia non garantisce di stare dalla parte giusta.* *Garantisce solo di rivelare, prima o poi, da che parte stavi davvero.* *Qui qualcosa si è rotto.* *E non sono io.* 7 febbraio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/child_soldiers_hezbolah-300x211.jpg) Giovani gazawi ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/02/Schermata-2019-12-03-alle-13.06.27-1024x465.png) La cacciata degli ebrei dai paesi arabi  è ampiamente [documentata](https://moked.it/blog/2019/12/03/ebrei-fuggiti-dai-paesi-arabi-onu-li-riconosca-rifugiati/) al pari della condizione di "dhimmi". La fuga troverà riparo in Europa, Stati Uniti ed America meridionale e principalmente in Israele. --- # La scomparsa dei cigni in Gran Bretagna Source: https://www.altriorienti.com/la-scomparsa-dei-cigni-in-gran-bretagna/ *C’erano una volta le lucciole, scrisse Pasolini.* *E con loro sparì un mondo: la civiltà contadina, la notte vera, il silenzio, la lentezza, la fame che aveva ancora un senso.* *Oggi, spariscono i cigni.* *Non nelle paludi o nei fiumi, ma nei parchi pubblici, sotto gli occhi dei bambini. Il cigno era un animale regale, non solo per la corona britannica, ma per tutti noi: rappresentava l’ultima forma vivente del mito. La sua presenza nei parchi — tra i laghi artificiali, i ponti di ghisa, le panchine verniciate di verde — era un segno di continuità tra la natura e la civiltà, tra l’infanzia e la memoria.* *Ora anche questo simbolo scompare. In Gran Bretagna, raccontano i giornali, i cigni vengono uccisi e cucinati da migranti islamici. “Per fame”, dicono. Ma la fame è solo la superficie: dietro c’è la cancellazione del valore simbolico del vivente. È la fame di un mondo che non riconosce più la sacralità di nulla, nemmeno del parco.* *I nuovi barbari non sono i poveri, né gli stranieri, ma coloro che non distinguono più: che non vedono la differenza tra un gesto sacro e uno triviale, tra l’anima e la carne. Nella morte del cigno c’è la stessa catastrofe morale che Pasolini vide nelle lucciole: la fine del pudore, del limite, della grazia. Non c’è più un’idea condivisa di ciò che va preservato. La bellezza, oggi, è una casualità amministrativa.* *Il parco — che era il luogo della tregua — diventa campo di caccia. I laghetti si svuotano, le panchine restano deserte, e i bambini imparano che nulla è più inviolabile. È un nuovo medioevo che avanza in silenzio: non fatto di castelli e carestie, ma di indifferenza, di luce artificiale, di perdita del simbolo.* *Le lucciole sparirono con l’arrivo dell’elettricità, e fu l’inizio dell’industrializzazione, della televisione, della cultura di massa. I cigni scompaiono ora, nell’epoca del digitale e del controllo, quando tutto è visibile e nulla è più guardato. La loro assenza non annuncia il progresso, ma la fine della civiltà dei parchi, della civiltà della misura.* *Quando sparisce il cigno, sparisce anche l’idea di una pace possibile. E con essa, l’ultimo riflesso della grazia.* **Appendice. Dialogo con il Venerabile Anurak** *L’incontro con il monaco avvenne in una casa privata, in una via tranquilla di Milano, tra il suono dei tram e il profumo del riso che arrivava dalla cucina.* *La casa apparteneva a una signora thailandese, gentile e sorridente, che ogni tanto apriva le porte ai membri della piccola comunità del suo paese.* *Quel pomeriggio ospitava il Venerabile Anurak, un monaco venuto in Italia per alcuni incontri interreligiosi, dedicati al dialogo tra le fedi.* *Ci sedemmo in cerchio, bevendo tè al gelsomino.* *Si parlò di molte cose: del silenzio, della compassione, del mondo che cambia. Poi, quasi per caso, la conversazione scivolò sugli animali.* *Qualcuno ricordò i cervi di Nara, un altro i pavoni birmani, e infine venne nominato il cigno. **Il monaco sorrise e disse piano:* *— “Ah, il cigno… In Asia non è solo un animale. È uno spirito.”* *In India, raccontò, il cigno è l’haṃsa, l’uccello che accompagna Sarasvatī, la dea della conoscenza e della musica. È colui che sa separare l’acqua dal latte, il puro dall’impuro. **In Thailandia si chiama hongsa: un uccello regale, celeste, che scende sulla terra solo quando l’acqua è limpida e gli uomini vivono in pace.* *In Cina, invece, è fratello della gru: simbolo di grazia e longevità.* *— “Quando i cigni scompaiono,” disse infine, “significa che il mondo non è più in pace.”* *Ci fu un silenzio. **Le sue parole restarono sospese come una verità semplice e inconfutabile.* *Fu allora che pensai alle lucciole di Pasolini.* *Forse, oggi, è davvero la volta dei cigni.* 5 febbraio ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/61hjCc6B5VL-300x300.jpg) --- # La maturità politica dell’Europa: oltre la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo Source: https://www.altriorienti.com/la-maturita-politica-delleuropa-oltre-la-convenzione-europea-dei-diritti-delluomo/ *Il caso di [Shamima Begum](https://supremecourt.uk/news/pta-decision-shamima-begum), — la giovane britannica che nel 2015 lasciò il Regno Unito per unirsi allo Stato Islamico in Siria — ha finito per assumere un valore che travalica la dimensione giudiziaria individuale. È diventato, piuttosto, un prisma attraverso cui osservare una tensione più profonda, che riguarda l’idea stessa di cittadinanza nelle democrazie europee contemporanee.* *Quando, nel 2019, il governo britannico decise di revocarle la cittadinanza per motivi di sicurezza nazionale, la vicenda entrò immediatamente in una dimensione giuridica complessa, segnata dal confronto con il sistema europeo di tutela dei diritti fondamentali. Le questioni relative alla sua età al momento della partenza, alla possibile vulnerabilità personale, alla natura della sua responsabilità individuale, sono divenute oggetto di un lungo contenzioso. **Eppure, al di là delle specificità del caso, la domanda che emerge è di ordine politico e filosofico prima ancora che giuridico: la cittadinanza è uno status irrevocabile oppure un legame politico fondato su diritti e doveri reciproci?* *La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nasce in un’Europa che aveva conosciuto la degenerazione estrema del potere statale. **Il suo scopo era, in modo esplicito, quello di impedire che lo Stato potesse nuovamente trasformarsi in uno strumento di oppressione sistemica. **In quel contesto storico, limitare il potere statale era una priorità morale assoluta. **Oggi, tuttavia, l’Europa si trova davanti a una configurazione del rischio profondamente diversa. **Il pericolo non è più rappresentato da Stati totalitari interni al continente, ma da un sistema internazionale instabile, da fenomeni migratori strutturali e da minacce asimmetriche che mettono alla prova la capacità degli Stati democratici di esercitare un’autorità efficace.* *Il diritto europeo, evolvendosi, ha progressivamente affinato strumenti di tutela sofisticati, costruiti attorno all’idea del bilanciamento tra diritti individuali e interessi collettivi. **Il rischio, tuttavia, è che l’accumulo di livelli di garanzia produca un effetto inatteso: la difficoltà crescente di assumere decisioni tempestive nei contesti in cui il tempo stesso diventa fattore politico. **Il confronto con altre democrazie avanzate rivela approcci meno segnati da questa esitazione. **In Svizzera, così come in Canada o in Australia, la cittadinanza acquisita può, in circostanze eccezionali e rigorosamente definite, essere revocata qualora emergano comportamenti radicalmente incompatibili con l’ordine costituzionale o con la sicurezza nazionale. **Questi sistemi non nascono da una logica punitiva, ma da una concezione sostanziale dell’appartenenza politica. **La cittadinanza non è soltanto un insieme di diritti garantiti, ma un rapporto fiduciario di lungo periodo tra individuo e comunità. **La semplice esistenza di tali strumenti in sistemi democratici stabili suggerisce una riflessione inevitabile: la fermezza giuridica non è necessariamente antitetica alla libertà politica.* *Singapore rappresenta, sotto questo profilo, un laboratorio interessante. **Non tanto come modello da imitare, quanto come esempio di relazione tra prevedibilità normativa, stabilità istituzionale e sviluppo economico. **Il sistema giuridico e amministrativo di Singapore si fonda su un principio essenziale: la norma deve essere comprensibile, applicabile e prevedibile. **In materia di immigrazione e permanenza, la violazione grave o reiterata delle regole comporta la perdita del diritto a restare sul territorio. **La logica non è ideologica, ma funzionale. **La prevedibilità della sanzione diventa uno degli elementi che alimentano la fiducia sistemica nelle istituzioni.* *Nel dibattito europeo, questa impostazione viene spesso interpretata come eccessivamente severa. **Nel contesto asiatico e in molte economie avanzate extraeuropee, è considerata una precondizione della stabilità di lungo periodo. **Uno degli elementi più problematici del dibattito europeo contemporaneo è la tendenza a contrapporre diritti individuali e sicurezza collettiva come categorie necessariamente incompatibili. **L’esperienza comparata suggerisce invece che la relazione sia più complessa. **Le società caratterizzate da elevata prevedibilità normativa mostrano generalmente livelli più alti di fiducia nelle istituzioni e minori livelli di corruzione percepita. **Il problema, quindi, non è stabilire se i diritti debbano essere protetti — questione ormai acquisita — ma comprendere come tale protezione possa convivere con la capacità dello Stato di agire in modo tempestivo ed efficace. * *Nelle democrazie avanzate si osserva una tendenza crescente a considerare la permanenza sul territorio non solo come uno status giuridico, ma come una relazione civica progressiva. **L’integrazione non è più letta esclusivamente come responsabilità dello Stato, ma come processo reciproco. **In questo quadro, non si tratta di inasprire il diritto penale, quanto di ridurre la tolleranza verso l’erosione progressiva delle regole civili di base. **Il rischio sistemico per l’Europa potrebbe non essere una deriva autoritaria, ma una forma di progressiva paralisi decisionale. **Quando misure di espulsione, revoca o esclusione richiedono anni di contenziosi multilivello, l’efficacia deterrente delle norme si riduce e la credibilità dell’azione pubblica si indebolisce. **Nel lungo periodo, questo produce una distanza crescente tra l’architettura giuridica formale e la percezione sociale della giustizia.* *Il caso Begum, in ultima analisi, pone una domanda che l’Europa non può eludere: è possibile preservare un sistema avanzato di tutela dei diritti e, al tempo stesso, mantenere una capacità sovrana credibile di applicazione delle norme? **Ignorare la questione non la elimina. **La rinvia, rendendola più complessa. **Il dibattito sul futuro dell’architettura dei diritti europei è destinato ad intensificarsi. **Non perché le società europee stiano abbandonando i principi liberali, ma perché il contesto storico e geopolitico è mutato radicalmente rispetto al secondo dopoguerra. **La sfida consisterà nel riequilibrare protezione individuale, capacità decisionale dello Stato e controllo giurisdizionale, evitando tanto la tentazione autoritaria quanto la paralisi istituzionale.* *La tenuta del modello europeo potrebbe dipendere meno dall’espansione teorica dei diritti e più dalla capacità di renderli compatibili con un sistema decisionale efficace. **Uno Stato incapace di far rispettare le proprie regole perde credibilità. **Uno Stato che rinuncia ai diritti perde legittimità. **Il futuro dell’Europa dipenderà dalla capacità di tenere insieme entrambe queste esigenze.* 4 febbraio ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/e5137aa5c8494c8e93d4878abd187f9f-0-300x200.webp) --- # Piccole cronache da Chouk Chey. Provincia di Preăh Vihéar, Cambogia Source: https://www.altriorienti.com/piccole-cronache-da-chouk-chey/ Riceviamo e pubblichiamo una piccola testimonianza di un amico italiano che vive in Indocina. Non ha voluto che il suo nome fosse reso noto. *[Siamo dalla parte cambogiana del confine](https://www.mindat.org/feature-11481916.html). **Lo si capisce dal modo in cui la strada finisce. **Non perché sia distrutta. **Perché qualcuno ha deciso che oltre non si passa. **Filo spinato nuovo, container d’acciaio impilati senza ordine, un cartello che vieta l’ingresso. Sopra, una bandiera thailandese. Il villaggio è oltre, ma non si vede. Chouk Chey non è in rovina: è stato escluso.* *La terra intorno è piatta, aperta. Campi di riso già tagliati, canna da zucchero che perde colore. Stiamo entrando lentamente nella stagione secca. Non c’è ancora polvere vera, ma il terreno indurisce, l’erba scolorisce, l’aria si ferma. **È una terra che smette di crescere. **E comincia a resistere. **La guerra è durata poco. Ha lasciato segni visibili, ma non è stata lei a cambiare davvero le cose. Il cambiamento è arrivato dopo.* **Sopheap** *Sopheap è seduta sul bordo della strada, all’ombra scarsa di un albero che ha già iniziato a perdere foglie. Tiene le mani in grembo. Ogni tanto le strofina, come se avesse ancora della terra addosso. **Indica dietro i container. «Lì c’era casa mia». **Poi corregge: «C’è ancora, credo». **Dice che la porta dava a est. Al mattino entrava il sole. Dice che il marito vive dall’altra parte del confine, in Thailandia. I figli anche. Prima tornavano spesso. «Portavano dolci strani e diversi», dice. Non parla della separazione. Parla di quello che arrivava. **Quando si alza per andare via, raccoglie una bottiglia vuota. Dice che con il caldo che arriva, tutto può servire.* **Rithy** *Pen Rithy cammina avanti e indietro lungo la barriera. Conta i passi, senza accorgersene. Era il capo del villaggio. Ora conosce il terreno come si conosce una stagione. **Indica dietro i container. «Lì c’era la scuola». **Poi: «Lì la casa di mio fratello». **La sua la nomina per ultima. **Dice che ogni giorno sente lavorare una macchina. All’inizio pensava stessero sistemando la strada. **«Poi ho capito dal rumore», dice. **Con l’aria più secca, i suoni arrivano più lontano.* **La casa** *È un uomo anziano a invitarci a entrare. Non dice molto. Fa un gesto con la mano, come se fosse naturale. **Il pavimento è di terra battuta. Camminandoci sopra si solleva una polvere sottile. Le pareti sono di legno scuro, levigato dal tempo. Il bagno è una specie di turca scavata in un angolo, senza che sia chiaro dove vada a finire. **Non sembra una casa povera. **Sembra una casa vecchia. **L’uomo apre una scatola di latta. Dentro ci sono fotografie. Le maneggia con attenzione. Sono ingiallite, alcune piegate. Ce le mostra una a una. Dice i nomi. Dice chi è chi. Dice dove sono state scattate. **In una foto c’è un matrimonio. In un’altra, una festa di villaggio. In molte, persone che stanno a cavallo di due mondi. Volti cambogiani, cognomi thailandesi. Lingue che si scambiano senza pensarci. Parla in khmer, poi passa al thai, poi torna indietro. Lo fa senza accorgersene. **Dice che qui è sempre stato così. Un po’ di qua, un po’ di là. La terra non chiedeva documenti. Le famiglie nemmeno. **Rimette le foto nella scatola. La chiude. Dice che ora non sa più dove metterla.* *Fuori, la luce è più dura. **La stagione secca avanza.* **Dara** *Dara arriva senza presentarsi. Dice che scrive per un giornale locale. Vive qui da sempre. **Guarda la barriera, poi la casa. **«They call it salami slicing», dice in inglese. **«One slice at a time». **Dice che qui lo capiscono tutti. Dice che non è una guerra rumorosa. Dice che funziona perché la gente di mezzo non ha un posto chiaro dove stare. Dice che quando una terra è di mezzo, è sempre la prima a sparire. **Noi lo ascoltiamo. Non avevamo mai sentito quell’espressione detta così. Forse perché non siamo giornalisti di guerra. Non ci occupiamo di confini, né di mappe. **Siamo testimoni di un mondo che avanza e di un altro che arretra.* *In mezzo, la gente.* **Srey Nich** *Nella pagoda, tra le tende azzurre, Puch Srey Nich cerca di far dormire il figlio più piccolo. Il caldo lo rende inquieto. Gli canta piano. **Dice che la casa l’avevano costruita lentamente. Dice che aveva lasciato dentro una foto, appesa storta. Non sa se esiste ancora. **Chiede se sappiamo qualcosa. **Non cosa fare. **Solo se sappiamo qualcosa. * *Stiamo ancora parlando quando arrivano i soldati. **Sono in due. Non corrono. Non alzano la voce. **Chiedono chi siamo, cosa facciamo. Ascoltano senza interrompere. **Poi dicono che non possiamo restare. L’area è sensibile. **È meglio andare via. **Non è una minaccia. **È una constatazione.* *Torniamo indietro lungo la stessa strada. La terra sotto i piedi è già più dura. Nella casa dell’anziano la luce si spegne. Le foto restano nella scatola. **Dietro i container, la macchina riprende a lavorare. **A fette. **Una terra di mezzo non resiste a lungo.* 2 febbraio   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/chouk-chey-1767405914-17674059-1573-9329-1767406089.webp) --- # Lucio Caracciolo, la caduta Source: https://www.altriorienti.com/lucio-caracciolo-la-caduta/ *La notizia non è che alcuni collaboratori se ne vadano da Limes.* *Le redazioni si svuotano da sempre. La notizia è perché se ne vanno. Dichiarano di non voler essere scambiati per collaborazionisti di un racconto che, sotto la maschera del realismo, ha finito per assumere una fisionomia precisa: filo-russa, indulgente, giustificazionista.* *Lucio Caracciolo si difende. Dice che Limes non è militante, che non fa propaganda, che offre strumenti. È una frase rassicurante, di quelle che funzionano sempre: non accusa nessuno, non scontenta nessuno, non chiarisce nulla. Il lessico ideale per chi, da trent’anni, fa dell’equilibrio una professione.* *Che Caracciolo sia filo-russo non è vero, o non è il punto. C’è dell’altro. C’è il momento in cui spiegare il punto di vista dell’aggressore smette di essere analisi e comincia a sembrare assuefazione morale. Il vecchio tic caraccioliano — il “sì, ma…” — oggi suona come un alibi. Non per il potere in astratto, ma per un potere preciso, ripetuto, normalizzato, reso comprensibile fino a risultare accettabile.* *Caracciolo è sempre stato l’uomo delle interviste impossibili. Se fosse nato in un altro tempo, avrebbe probabilmente intervistato Hitler per “capirne le ragioni”, cercato la logica di Pol Pot, spiegato il contesto. Avrebbe chiesto a Nerone il nuovo piano regolatore dell’Urbe, a Leopoldo del Belgio le giustificazioni economiche ai suoi crimini in Congo, a Maometto della sposa bambina. Forse è vero. Ma oggi quella postura non appare più come coraggio intellettuale. Appare come fascinazione per il punto di vista del carnefice, travestita da metodo. Capire tutto, sempre, anche quando capire diventa un modo elegante per non dire mai basta.* *C’è in Caracciolo una tentazione costante: stare dalla parte di chi ha torto, non per adesione ma per distinzione. È una posa intellettuale: scegliere il lato peggiore del tavolo per apparire più lucidi, più profondi, più adulti degli altri. Oggi questa postura prende la forma di un realismo che guarda con comprensione chi aggredisce, chi reprime, chi distrugge, come se l’evidenza del torto fosse una trappola per ingenui. Non è filorusso per convinzione ideologica: lo è per stile. Perché spiegare il peggio dà sempre l’illusione di capirlo meglio.* *Caracciolo è stato un funambolo di talento. Lo si deve riconoscere. Ha camminato sul filo della geopolitica italiana senza mai cadere, oscillando con eleganza tra potenze, alleanze, declini e ritorni di fiamma. Sempre nel punto giusto dell’inquadratura, anche quando il mondo cambiava scena. Un’arte rara, affinata presto.* *Da giovane era orgogliosamente comunista, quando esserlo non comportava particolari rischi. Quando i comunisti erano, per definizione, quelli buoni. Un comunismo culturale, ambientale, quasi di contesto. Non una colpa, certo, ma il segno precoce di un istinto sicuro per la posizione corretta: quella che non isola, non espone, non compromette.* *Poi è arrivata Limes. Rivista intelligente, curata, piena di mappe colorate che sembravano spiegare il mondo meglio del mondo stesso. Geopolitica come disciplina adulta, finalmente liberata dal tifo. O almeno così appariva. Perché a ben guardare, Limes non ha mai messo davvero nessuno con le spalle al muro. Ha spiegato, contestualizzato, relativizzato. Ha fatto ciò che sa fare meglio: rendere tutto comprensibile e quindi gestibile.* *Il momento rivelatore, però, arriva tardi. Quando trovi Limes all’Esselunga. Tra il detersivo in offerta e le scatolette di tonno. Non è snobismo: è semiotica. In quell’istante capisci che la geopolitica è diventata un prodotto da scaffale. Solido, ben confezionato, a lunga conservazione. Apri, leggi, annuisci, richiudi.* *Gli addii di questi giorni non sono un colpo di scena. Sono una diserzione silenziosa. Non una polemica redazionale, ma un rifiuto morale: non essere confusi con chi spiega il potere fino a diventarne parte dell’arredo. In tempi normali è una postura. In tempi di guerra è una scelta. E qualcuno ha deciso di non farla.* *Quando Caracciolo dice «non siamo militanti», probabilmente dice il vero. Ma omette l’altra metà della frase: siamo compatibili. Sempre. Con tutti. Francia o Spagna.* *Il funambolo ha fatto ciò che fa chi conosce bene il sistema: è sceso prima che qualcuno lo spingesse. Con ordine, con misura, spiegando che l’equilibrio era la lezione. Forse lo è stata, per molto tempo. Oggi no. Restare perfettamente al centro non è più una virtù: è una posizione amministrativa, in modalità sopravvivenza. Ricorda Vichy.* *Limes resta.* *Utile, compatibile, innocua.* *Come il potere che ha sempre saputo spiegare.* 31 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/lucio_caracciolo_schizzo_firmato_Leone_Balosso-200x300.jpg) --- # Oltre il portone di via Conservatorio Source: https://www.altriorienti.com/oltre-il-portone-di-via-conservatorio/ *Siamo seduti lì, vicino a via Conservatorio, a due passi da Scienze Politiche.* *Lui insegna ancora lì.* *Io no.* *E questa è tutta la differenza che conta.* *Terzo spritz a stomaco vuoto.* *E lo stomaco vuoto conta più delle idee.* *Lui ha una cattedra.* *Io ho attraversato troppe stanze senza chiedere permesso.* *Lui spiega.* *Io assorbo.* *La cameriera arriva.* *È giovane. È bella.* *Lui sorride e la chiama CARA.* *Dice che frequenta i suoi corsi in facoltà* *e che arrotonda al bar dell’angolo.* *La guardo di traverso.* *Gli facciamo pena.* *Lo leggo dalla grammatica del corpo,* *che si impara dopo tanta vita.* *Non compassione.* *Giudizio. Pena.* *Quella che si riserva ai sopravvissuti.* *Io faccio finta di nulla.* *Lui continua a sorridere.* *Ancora.* *Con i tempi che viviamo, dentro il portone della facoltà verrebbe fatto a pezzi.* *Cento metri più in là, qui fuori, può ancora permettersi il ruolo.* *Un ruolo minimo, quasi educato, fuori tempo massimo.* *Gli voglio bene da sempre.* *Beviamo male, nel modo giusto per far deragliare i pensieri. Dice Donald Trump come si dice una sostanza già testata sul corpo umano: sappiamo che fa danni, ma è tardi per ritirarla dal mercato. Trump è rumore, packaging, un uomo che riesce persino a farsi prendere a botte — lente, metodiche — da Arnold Schwarzenegger su YouTube. Schwarzenegger tornato Terminator: nessuna nostalgia, nessuna pietà. Trump trattato come un androide economico, plastica morbida, firmware instabile.* *Poi scivola.* *Quattro anni di guerra.* *Un milione di morti, più o meno.* *Un Paese ridotto a tessuto morto.* *Fuori dai sistemi di pagamento, mezzo mondo contro, l’altra metà che compra materie prime come si compra merce contaminata, facendo finta di non sapere.* *Vladimir Putin, dice, ha scambiato la Storia per un videogioco violento. Ha spinto troppo, ha creduto troppo, ha perso il controllo. E alla fine non è riuscito nemmeno a portare Zelensky in manette. Troppa morte per così poco risultato.* *Trump invece — Trump! — senza epopea, senza ideologia, senza neanche la fatica del sacrificio, si sarebbe preso un Paese intero. Comprando. Corrompendo. Neutralizzando Nicolás Maduro come si ritira una carta scaduta. Le più grandi riserve di petrolio del mondo. Sì, petrolio pessimo, bituminoso, denso. Ma lavorabile. La tecnica vince sempre, dice. Chevron lo sa fare. Gli imperi nuovi non odorano di sangue: odorano di solventi.* *La cameriera passa di nuovo.* *Bella davvero, questa volta.* *Uno di quei passaggi che interrompono i ragionamenti, come un errore di sistema.* *Lui la guarda un secondo di troppo, poi torna serio.* *Dice Chevron, come se stesse parlando di un vecchio trucco che funziona solo se ci credi fino in fondo.* *Tecnologia, raffinazione, petrolio difficile. Certo. Tutto vero.* *Poi si ferma. Ride.* *Dice: ma sei sicuro che non sia una bidonata anche questa?* *Lo dice piano, come si dicono le cose che non si possono verificare subito.* *Come se Donald Trump, quello che sembra aver vinto senza sparare un colpo, non avesse semplicemente comprato un problema più grande.* *Come se avesse preso anche lui il suo pezzo di Orinoco, pesante, bituminoso, ingestibile.* *Una vittoria che funziona solo se il mondo va peggio.* *Fa una pausa.* *Poi aggiunge, quasi distratto:* *del resto quel petrolio venezuelano fa schifo  e si paga trenta, quaranta dollari … quando va bene. E il prezzo è oltre sessanta. R**ide**.* *La frase resta lì, sospesa, come un conto fatto male sul tovagliolino.* *Una vittoria che funziona solo se qualcuno continua a pagarla più di quanto vale.* *Fa spallucce.* *Dice che Vladimir Putin ha creduto alla Storia e si è trovato con la carne.* *Trump magari ha creduto alla tecnica* *e si troverà con il fango.* *Beviamo.* *Lo spritz ormai è solo ghiaccio che si scioglie.* *E per un attimo, giuro, nessuno dei due è più così sicuro* *di chi abbia davvero fregato chi.* *Io lo guardo mentre parla.* *Lui è rimasto lì, a insegnare come funziona il potere.* *Io me ne sono andato prima di doverlo spiegare agli altri.* *Lui conta.* *Io no.* *E forse è per questo che posso permettermi il terzo spritz a stomaco vuoto, il sorriso fuori tempo massimo e quel pensiero che arriva sempre alla fine, quando il bicchiere è quasi vuoto:* *non è più una questione di giusto o sbagliato.* *È solo una questione di resistenza.* *Gli voglio bene da sempre.* *Solo a lui.* *Quando bevo mi capita di voler bene a quasi tutti.* *No, non a tutti.* *A quasi tutti.* 29 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/Select_Spritz-225x300.jpg) --- # Bangkok – Dentro l’industria della transizione del sesso Source: https://www.altriorienti.com/bangkok-dentro-lindustria-della-transizione-del-sesso/ In una strada secondaria di Lat Phrao, a Bangkok, accanto a un 7-Eleven e a un piccolo tempio con garuda sbiaditi, c’è una clinica bianca, silenziosa, che non attira l’attenzione. Nessuna insegna appariscente. Solo un cancello grigio e una reception profumata d’incenso. Dentro, una giovane donna con gli occhi orientali e l'accento francese attende il suo appuntamento con il destino. Qui, in luoghi simili e sparsi per il paese, si compie un rito moderno: quello della riassegnazione di genere. Non è più, da tempo, un fatto eccezionale. È una specializzazione. Un’eccellenza chirurgica. Un’arte, se si vuole. Una chirurgia che non aggiusta ciò che è rotto, ma che modella ciò che è sentito. La Thailandia è oggi uno dei centri mondiali più avanzati per gli interventi di *gender-affirming surgery*. Per tecniche, risultati estetici, costi accessibili. Ma anche, e forse soprattutto, per quella cultura della delicatezza che avvolge ogni passaggio del processo. Le mani dei chirurghi tailandesi sono famose da anni: leggere, rispettose, quasi invisibili. La tradizione del massaggio, della microchirurgia estetica, dell’attenzione rituale al corpo ha qui trovato una sua declinazione contemporanea e profonda. C’è un mondo che arriva ogni anno in Thailandia. Sono centinaia, migliaia. Vengono da Francia, Brasile, Canada, Corea, India. Alcuni sono ragazzi trans. Altre, giovani donne in attesa di diventarlo del tutto. Ci sono anche adulti che hanno aspettato decenni. Si presentano con dossier medici, lettere di raccomandazione psicologiche, sogni lucidi e paura composta. Al Bumrungrad Hospital – la clinica privata più celebre di Bangkok – una stanza d’angolo con aria condizionata e lenzuola morbide costa come una notte in un buon hotel. Ma in una settimana cambia una vita. Il team è spesso composto da chirurghi donne, psicologhe, infermiere. Il protocollo è preciso. L’aspetto umano, costante. I pazienti vengono seguiti, ascoltati, accolti. Anche quando non parlano la lingua. A Chiang Mai, la clinica di Preecha Tiewtranon – considerato il pioniere della *gender surgery* in Asia – è diventata un luogo quasi mitologico. Il dottor Preecha ha formato intere generazioni di chirurghi e il suo nome circola nei forum internazionali con rispetto e gratitudine. Alcuni lo chiamano, semplicemente, “il maestro”. In Occidente, la transizione di genere è spesso narrata come una lotta. In Thailandia, somiglia più a un cammino. I pazienti parlano del loro processo come di un attraversamento. La chirurgia non è un atto traumatico, ma un momento solenne, a volte addirittura benedetto. Molte cliniche, prima dell’operazione, accendono bastoncini d’incenso davanti a piccole statue del Buddha. Non è folclore: è parte di un rispetto implicito verso il corpo e verso la trasformazione che lo attende. Questo contesto culturale rende l’esperienza meno clinica, meno medicalizzata, più umana. Ma l’efficienza resta altissima. I costi – ed è qui che il dato concreto si fa racconto – sono parte della ragione per cui la Thailandia è divenuta un hub mondiale. I nomi più noti – *Bumrungrad International*, *Preecha Aesthetic Institute*, *Kamol Cosmetic Hospital*, *Yanin Aesthetic*. Chi arriva, spesso ha già letto ogni riga possibile su forum e blog, ha sognato per mesi, ha attraversato paure e fantasmi. Ma trova qualcosa che non era nei prospetti: un clima di rispetto quasi devoto per la decisione che si è presa. Nessuno qui ti chiede perché. Ti chiedono quando. I chirurghi tailandesi, in questo campo, non sono semplicemente capaci: sono artisti del bisturi. La precisione tecnica si unisce a una cultura del corpo che in Thailandia ha radici profonde: massaggi, manipolazioni, gesti rituali, maquillage. In questo contesto, la chirurgia diventa una coreografia. La transizione, un processo che si svolge in silenzio, ma non in solitudine. Spesso le cliniche offrono pacchetti completi che includono: – accoglienza in aeroporto, – interprete privato, – alloggio post-operatorio in residence riservati, – lettere ufficiali per l’immigrazione, – assistenza 24 ore su 24. Il tutto in un clima che non è mai patinato, ma profondamente umano. Lo dice una frase trovata su un muro della reception del Kamol Hospital: **“Here you are not wrong. You are just becoming.”** Il Dottor Arun P. ci riceve al diciassettesimo piano di una clinica internazionale nella zona di Phrom Phong, a Bangkok. Lo studio è ordinato, sobrio, senza ostentazioni. Alle pareti non ci sono diplomi, ma stampe botaniche giapponesi. Sul tavolo, accanto al laptop, una tazza di tè tiepida e una minuscola statua di Avalokiteśvara. Il dottore ci accoglie con voce bassa e un sorriso appena accennato. Endocrinologo, lavora da oltre vent’anni nei percorsi di affermazione di genere. Non si definisce attivista. Solo un medico che “ascolta con attenzione e agisce con precisione”. **“La chirurgia è la fine del viaggio,”** dice. **“Ma nessuno dovrebbe arrivarci senza aver attraversato le tappe interne. Il corpo deve essere pronto, certo. Ma prima ancora, deve esserlo la mente.”** Gli chiediamo di raccontarci il protocollo. #### La fase ormonale: dialogo lento Prima dell’intervento, chi intraprende la transizione segue una **terapia ormonale sostitutiva** per almeno 12 mesi. In alcuni casi, anche 24. È il corpo che detta i tempi. - Per le persone **MTF (male-to-female)**, il trattamento prevede: **estrogeni** per favorire la femminilizzazione; - **anti-androgeni** per sopprimere il testosterone. I risultati? Riduzione della massa muscolare, ridistribuzione del grasso, sviluppo del seno, ammorbidimento della pelle. Ma la voce, precisa Arun, **non cambia con gli ormoni**. Per quella, servono terapia vocale o chirurgia dedicata. - Per le persone **FTM (female-to-male)**: **testosterone** iniettato regolarmente (ogni 2 o 3 settimane). I cambiamenti sono più rapidi: voce più profonda, aumento della massa muscolare, crescita dei peli, alterazioni dell’umore. La mestruazione si interrompe nei primi mesi. **“Ma gli ormoni non sono solo chimica,”** aggiunge. **“Sono linguaggio. Il corpo inizia a dirti chi sei.”** #### La chirurgia: precisione e pazienza Quando arriva il momento dell’operazione, tutto è già stato pianificato. Ogni clinica ha una propria équipe, con anestesisti, chirurghi plastici, infermieri dedicati. Gli standard igienici sono elevati. I risultati, spesso superiori a quelli di centri occidentali. - La **vaginoplastica** dura 6–7 ore, con degenza di 5–7 giorni. - La **falloplastica**, più complessa, può richiedere 2 o 3 interventi successivi. **“Il nostro obiettivo non è solo ‘creare’ un organo. Ma creare qualcosa che sia coerente con il vissuto della persona. Funzionale. Esteticamente armonico. Silenziosamente giusto.”** #### Visti, permanenza, legalità Molti pazienti stranieri arrivano con un **visto turistico da 60 giorni**, che può essere esteso per motivi medici. Le cliniche, ci spiega Arun, **collaborano direttamente con l’Ufficio Immigrazione**: rilasciano lettere ufficiali, prenotano gli appuntamenti, assistono nella documentazione. In certi casi, accompagnano fisicamente il paziente allo sportello. **“Non è solo burocrazia. È protezione. Chi attraversa una transizione deve essere sollevato da ogni complicazione esterna. Deve occuparsi solo di sé.”** #### Domande a cuore aperto – Etica, dharma e compassione Prima di congedarci, gli chiediamo qualcosa che non è nel protocollo. **Cosa pensa, da uomo tailandese, da buddhista, di questo atto di trasformazione così radicale?** Non come medico. Ma come persona che vive tra scienza e cultura. Sorride, quasi sapesse che la domanda sarebbe arrivata. **D: Dottor Arun, pensa che cambiare sesso sia un “atto contro natura”?** **R:** *"La natura cambia continuamente. Un fiore non è lo stesso fiore il giorno dopo. Anche il corpo cambia, la mente cambia, e cambiare non significa tradire ciò che si è. Significa a volte ritornarci. La domanda giusta non è 'contro natura', ma: 'questo cambiamento porta sofferenza o la allevia?'"* **D: Il buddhismo Theravāda, però, parla del *terzo sesso* come di un esito karmico sfavorevole. Come si concilia questa idea con ciò che fate qui ogni giorno?** **R:** *"È vero: nel canone Pali il pandaka o il ubhatobyanjanaka sono descritti come esseri che portano con sé un karma incompleto. Ma il Buddha insegnava anche che il karma si può trasformare. Anzi: ogni azione consapevole è già un atto di trasformazione karmica. Aiutare qualcuno a trovare la pace con se stesso è un buon karma, in ogni lingua."* **D: Ha mai avuto dubbi etici sul suo lavoro?** **R:** *"No. Ma ho avuto dubbi di altro tipo: su come spiegare ai genitori, su come proteggere i pazienti giovani, su come parlare senza ferire. Fare bene il mio lavoro significa anche sapere quando dire ‘aspetta’. Non sempre l’intervento è giusto. Ma quando lo è, lo capisci dal silenzio che viene dopo. È come quando un monaco smette di parlare, e tutto si allinea."* Alla fine, anche la trasformazione più intima ha un suo prezzo. Un costo economico, ma anche temporale, logistico, organizzativo. La Thailandia, in questo, si distingue non solo per la qualità degli interventi, ma per la **chiarezza**. Niente tariffe nascoste, pochi tempi morti. E soprattutto: grande attenzione al vissuto complessivo della persona. --- #### Fase 1 – Terapia ormonale preliminare - **Durata:** 12–24 mesi - **Visite mediche e analisi ormonali:** 500–800 USD - **Farmaci e controllo mensile:** 150–300 USD/mese - **Totale stimato (1–2 anni):** **1.800 – 7.200 USD** --- #### Fase 2 – Intervento chirurgico **MTF (male-to-female)** - **Vaginoplastica classica (inversione peniena):** 8.000 – 10.000 USD - **Tecnica con innesto intestinale (sigmoide):** fino a 13.000 – 14.000 USD - **Durata dell’intervento:** 6–7 ore - **Degenza ospedaliera:** 5–7 giorni - **Permanenza post-operatoria raccomandata:** 3–4 settimane **FTM (female-to-male)** - **Mastectomia (top surgery):** 3.000 – 5.000 USD - **Metoidioplastica:** 6.000 – 9.000 USD - **Falloplastica (multi-step):** fino a 20.000 – 25.000 USD - **Permanenza post-operatoria:** 4–6 settimane (a seconda delle fasi) --- #### Fase 3 – Logistica, visto, supporto - **Alloggio post-operatorio (3–4 settimane):** 700 – 1.200 USD - **Spese quotidiane (trasporti, pasti, medicine):** 300 – 500 USD - **Visto turistico 60 giorni + estensione medica:** 50 – 100 USD - **Supporto legale e documentale (lettere per l’immigrazione):** incluso nei pacchetti clinici --- ### Totali stimati (indicativi): - **Transizione MTF completa (ormoni + chirurgia + soggiorno):** ➤ **10.000 – 16.000 USD** - **Transizione FTM con falloplastica:** ➤ **18.000 – 30.000 USD** --- > *"Qui il bisturi non fa rumore. Ma taglia via la distanza tra ciò che sei e ciò che sei sempre stato."* > — Anonimo, appunto lasciato in una stanza della Kamol Hospital ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/07/Kathoey-1.png) --- # Sukhumvit soi 13, orinatoio (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/sukhumvit-soi-13-orinatoio-italian-and-english-version/ *Sono un po’ brillo. Non abbastanza da perdere equilibrio, abbastanza da perdere gerarchie.* *Davanti a me un orinatoio bianco, anonimo, leggermente scrostato. Se fossi a New York potrei pensare a Marcel Duchamp. Qui, a Bangkok, l’idea arriva dopo, come un riflesso tardivo. **Mentre urino, qualcuno alle mie spalle mi appoggia le mani sulla schiena. **Non è sesso. Non è minaccia. È un massaggio breve, competente, quasi gentile. * *Sono nel momento più indifeso che esista — eppure non sento pericolo.* *Mi giro. **Lui sorride. Un sorriso professionale, leggero. Vuole una mancia. Gliela darò.* *In quel frammento tutto coincide senza attrito: **l’orinatoio, l’arte, Duchamp, l’uomo che massaggia, il denaro, il mio corpo esposto, la città che osserva senza giudicare. Nessun elemento pretende centralità. Nessuno chiede di essere spiegato. **E capisco perché mi è venuto in mente Duchamp qui, e non in un museo. **Perché la Thailandia non dissacra nulla: non ha bisogno di sacro. **Qui l’oggetto è già cosa, il gesto è già funzione, il corpo è già lavoro, cura, transazione, presenza. **L’arte occidentale ha dovuto inventarsi l’orinatoio per scendere dal piedistallo. **Bangkok ci vive dentro da sempre.* *Finisco. **Mi lavo le mani. **Pago. **Esco.* *La città respira, indifferente e perfetta, come se nulla fosse accaduto. **E infatti, probabilmente, non era accaduto nulla.* 25 gennaio I’m a little tipsy. Not enough to lose my balance, just enough to lose hierarchies. In front of me, a white urinal—anonymous, slightly chipped. If I were in New York, I might think of Marcel Duchamp. Here, in Bangkok, the thought comes later, like a delayed reflex. While I’m urinating, someone places their hands on my back. It isn’t sex. It isn’t a threat. It’s a brief, competent massage, almost gentle. I’m in the most defenseless moment there is—and yet I feel no danger. I turn around. He smiles. A professional, light smile. He wants a tip. I’ll give it to him. In that fragment everything aligns without friction: the urinal, art, Duchamp, the man giving the massage, money, my exposed body, the city watching without judgment. No element claims centrality. Nothing asks to be explained. And I understand why Duchamp comes to mind here, and not in a museum. Because Thailand doesn’t desacralize anything: it has no need for the sacred. Here the object is already a thing, the gesture already a function, the body already labor, care, transaction, presence. Western art had to invent the urinal to step down from the pedestal. Bangkok has always lived inside it. I finish. I wash my hands. I pay. I leave. The city breathes on, indifferent and perfect, as if nothing had happened. And indeed, probably, nothing had happened. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/464766-300x272.jpg) --- # Business is business. After the West (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/business-is-business-after-the-west-italian-and-english-version/ *Per anni la politica estera è stata raccontata come un lessico di valori: alleanze, responsabilità, ordine liberale, regole condivise. Un linguaggio stanco, ma utile. Oggi non serve più. Oggi basta una formula più corta, più onesta, più definitiva: business is business.* *Non è uno slogan. È un criterio operativo.* *Donald Trump non ha inventato il caos. Ha tolto il velo. Ha preso ciò che l’Occidente fingeva di non essere — un sistema fondato su rapporti di forza, ricatti economici, protezioni a pagamento — e lo ha riportato alla sua nudità contabile. Senza morale. Senza scuse. Senza metafisica. **La novità non è Trump. La novità è che non esiste più un “dopo Trump” a cui aggrapparsi. **Il segnale non arriva dai giornali militanti. Arriva quando i quotidiani moderati smettono di anestetizzare la realtà. Quando il lessico cambia senza proclami. Quando le parole diventano fredde, funzionali, difensive.* *Il cambio di tono del Corriere della Sera è, in questo senso, un indicatore perfetto. Definire Trump agente del caos o pirata non è una caduta di stile. È la resa di un linguaggio che non riesce più a coprire il vuoto. Il Corriere non attacca: certifica. Certifica che la vecchia grammatica atlantista — l’America come garante, come centro morale, come adulto nella stanza — non funziona più nemmeno come finzione educata. **Non è anti-americanismo. È sfiducia borghese. Ed è molto più corrosiva. **Altrove il movimento è identico, ma più esplicito. Il Financial Times non moralizza, non invettiva, non si indigna. Fa ciò che i mercati sanno fare meglio: riclassifica. Trump non è più un political risk gestibile. È un systemic risk. Traduzione: non è un’anomalia da prezzare, è una variabile che cambia le regole del gioco.* *In Francia, Germania, Spagna, Nord Europa, il linguaggio converge senza coordinarsi. Non c’è un manifesto comune. C’è una constatazione condivisa: l’America non è più una certezza operativa. Non perché sia “cattiva”, ma perché è diventata imprevedibile per scelta. E l’imprevedibilità, per chi vive di stabilità, è già una condanna. **Trump non parla di alleanze. Parla di scambi. **Non parla di sicurezza collettiva. Parla di costi. **Non parla di valori. Parla di tariffe. **Non sta distruggendo l’ordine occidentale: lo sta fatturando.* *La Groenlandia, i dazi, la NATO, il commercio, la moneta: tutto rientra in una stessa logica elementare. Se serve, si paga. Se non si paga, si perde. Non è cinismo: è coerenza interna. Una coerenza che mette a nudo l’inconsistenza morale di ciò che chiamavamo Occidente. **“Dopo” non significa contro. Non significa oltre. Significa quando il racconto non regge più. **L’Occidente è stato una narrazione che si auto-sosteneva: democrazia, mercato, alleanze, progresso. Funzionava perché tutti fingevano di crederci abbastanza. Oggi quella finzione non è più conveniente. Né economicamente, né politicamente, né simbolicamente.* *La stampa moderata lo ha capito prima di dirlo apertamente. Ha smesso di promettere ritorni alla normalità. Ha smesso di parlare di parentesi. Scrive come se non ci fosse un centro a cui tornare, solo una gestione del danno in corso. **Non siamo davanti a una svolta. Siamo davanti a un’esposizione. **Quando anche i giornali che vivono di equilibrio smettono di rassicurare, non lo fanno per coraggio. Lo fanno perché non hanno più nulla da rassicurare. Il mondo continua a funzionare, certo. Ma per inerzia. Come una macchina che va avanti anche quando il senso del viaggio è stato cancellato. **Business is business non è una provocazione. **È l’epitaffio sobrio di un’epoca che non riesce più a mentire bene.* *E dopo l’Occidente, non resta un’alternativa. **Resta il conto.* **Appendice:** *Il mutamento del linguaggio della stampa moderata europea dall'11 gennaio 2026* *El País* *Europe on high alert in the face of Trump’s strategic onslaught* *Prima formulazione esplicita dello stato di allerta europeo.* *Trump non è più trattato come interlocutore problematico, ma come fattore strategico ostile.* **16–17 gennaio 2026** *Reuters* *EU warns of downward spiral after Trump threatens tariffs over Greenland* *Linguaggio istituzionale, ma durissimo: emerge l’idea di spirale irreversibile nei rapporti UE–USA.* **17 gennaio 2026** *Associated Press* *Europe warns of dangerous spiral after Trump tariff threats* *La nozione di dangerous spiral entra nel circuito mainstream.* *Non più crisi gestibile, ma dinamica fuori controllo.* **17–18 gennaio 2026** *Financial Times* *France urges EU to use most potent trade weapon in response to Trump threats* *Passaggio chiave: il commercio viene trattato apertamente come arma geopolitica.* *Trump viene implicitamente riclassificato da political risk a systemic risk.* **18 gennaio 2026** *Le Monde* *Trump escalates trade war with Europe in bid to acquire Greenland* *Il termine trade war viene normalizzato nel rapporto tra alleati storici.* *La Groenlandia diventa simbolo della rottura di fiducia.* **18–19 gennaio 2026** *Le Figaro* *Editoriali e analisi su instabilité durable* *Entra nel lessico moderato l’idea di instabilità strutturale, non temporanea.* **19 gennaio 2026** *Corriere della Sera* *Trump, agente del caos: l’Europa stavolta risponderà al pirata americano* *Sdoganamento italiano del nuovo frame: coercizione, pirateria, risposta europea.* *Il lessico atlantista classico viene abbandonato senza dichiararlo.* **Gennaio 2026 (continuativo)** *Frankfurter Allgemeine Zeitung* *Analisi su affidabilità degli Stati Uniti* *Compare con insistenza il termine Unzuverlässigkeit (inaffidabilità).* *Nel linguaggio tedesco, è una condanna tecnica.* **Nota conclusiva ** *La sequenza temporale mostra una convergenza spontanea, non coordinata, della stampa moderata europea. In meno di dieci giorni, il linguaggio passa dalla gestione diplomatica del partner americano alla descrizione di un rischio strutturale. Non una rottura dichiarata, ma una presa d’atto cumulativa.* 24 gennaio For years, foreign policy was described through a language of values: alliances, responsibility, the liberal order, shared rules. A tired language, perhaps, but a useful one. Today it no longer serves. Today a shorter, more honest, more definitive formula suffices: business is business. This is not a slogan. It is an operating principle. Donald Trump did not invent chaos. He lifted the veil. He took what the West pretended not to be—a system founded on power relations, economic pressure, paid-for protection—and restored it to its bare accounting reality. Without morality. Without excuses. Without metaphysics. The novelty is not Trump. The novelty is that there is no longer a “post-Trump” to cling to. The signal does not come from militant newspapers. It arrives when moderate dailies stop anaesthetising reality. When the lexicon shifts without proclamations. When words grow cold, functional, defensive. In this sense, the change in tone at *Corriere della Sera* is a perfect indicator. To describe Trump as an agent of chaos or a pirate is not a lapse of style. It is the surrender of a language no longer capable of covering the void. *Corriere* does not attack; it certifies. It certifies that the old Atlanticist grammar—America as guarantor, as moral centre, as the adult in the room—no longer works, not even as a polite fiction. This is not anti-Americanism. It is bourgeois distrust. And it is far more corrosive. Elsewhere the movement is the same, but more explicit. The *Financial Times* does not moralise, does not inveigh, does not express indignation. It does what markets do best: it reclassifies. Trump is no longer a manageable political risk. He is a systemic risk. In other words: not an anomaly to be priced in, but a variable that changes the rules of the game. Across France, Germany, Spain, and Northern Europe, the language converges without coordination. There is no common manifesto. There is a shared recognition: America is no longer an operational certainty. Not because it is “bad,” but because it has chosen unpredictability. And unpredictability, for those who live by stability, is already a sentence. Trump does not speak of alliances. He speaks of transactions. He does not speak of collective security. He speaks of costs. He does not speak of values. He speaks of tariffs. He is not dismantling the Western order; he is invoicing it. Greenland, tariffs, NATO, trade, currency: everything falls under the same elementary logic. If it is needed, it must be paid for. If it is not paid for, it is lost. This is not cynicism; it is internal coherence—a coherence that lays bare the moral inconsistency of what we once called the West. “After” does not mean against. It does not mean beyond. It means when the narrative no longer holds. The West was a self-sustaining story: democracy, markets, alliances, progress. It worked because everyone pretended to believe in it enough. Today that pretence is no longer convenient—economically, politically, or symbolically. The moderate press understood this before stating it openly. It stopped promising returns to normality. It stopped speaking of parentheses. It writes as though there were no centre to return to, only an ongoing management of damage. This is not a turning point. It is an exposure. When even the newspapers that live by balance stop reassuring, they do so not out of courage, but because there is nothing left to reassure. The world continues to function, certainly—but by inertia, like a machine that keeps moving even after the meaning of the journey has been erased. Business is business is not a provocation. It is the sober epitaph of an era that can no longer lie convincingly. And after the West, there is no alternative left. There is only the bill. **Appendix** **The shift in the language of Europe’s moderate press** **11 January 2026** **El País** *Europe on high alert in the face of Trump’s strategic onslaught* First explicit formulation of a European state of alert. Trump is no longer treated as a difficult interlocutor, but as a hostile strategic factor. **16–17 January 2026** **Reuters** *EU warns of downward spiral after Trump threatens tariffs over Greenland* Institutional language, but unusually severe: the idea of an irreversible spiral in EU–US relations emerges. **17 January 2026** **Associated Press** *Europe warns of dangerous spiral after Trump tariff threats* The notion of a *dangerous spiral* enters the mainstream. No longer a manageable crisis, but an uncontrolled dynamic. **17–18 January 2026** **Financial Times** *France urges EU to use most potent trade weapon in response to Trump threats* A key moment: trade is openly treated as a geopolitical weapon. Trump is implicitly reclassified from political risk to systemic risk. **18 January 2026** **Le Monde** *Trump escalates trade war with Europe in bid to acquire Greenland* The term *trade war* is normalised in relations between historic allies. Greenland becomes a symbol of broken trust. **18–19 January 2026** **Le Figaro** Editorials and analyses on *instabilité durable* The idea of structural, not temporary, instability enters the moderate lexicon. **19 January 2026** **Corriere della Sera** *Trump, agent of chaos: Europe prepares to respond to the American pirate* Italian legitimisation of the new frame: coercion, piracy, European response. The classic Atlanticist lexicon is abandoned without being declared so. **January 2026 (ongoing)** **Frankfurter Allgemeine Zeitung** Analyses on US reliability The term *Unzuverlässigkeit* (unreliability) appears repeatedly. In German political language, it is a technical condemnation. **Concluding note** The timeline reveals a spontaneous, uncoordinated convergence across Europe’s moderate press. In less than ten days, the language shifts from diplomatic management of an American partner to the description of a structural risk. Not a declared rupture, but a cumulative acknowledgment. ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/Business_is_Business_light-300x111.jpg) --- # Cina – Dal figlio unico al figlio reliquia Source: https://www.altriorienti.com/cina-dal-figlio-unico-al-figlio-reliquia/ *In Cina il ciuccio non è soltanto un oggetto di gomma da infilare in bocca a un neonato irrequieto: è un segnale, un manifesto domestico, un piccolo vessillo sociale. Nei parchi, nei centri commerciali, sulle metropolitane stipate, capita di vedere bambini di tre o quattro anni ancora col ciuccio ben piantato tra i denti, mentre la madre gli sistema il cappellino o il padre lo solleva per farlo sedere meglio. Da noi sarebbe motivo di rimprovero (“ormai sei grande”), là è un gesto innocuo, quasi tenero.* *Dietro questo dettaglio apparentemente marginale si nasconde una dinamica collettiva. La Cina urbana è ossessionata dai nuovi nati: l’infanzia è diventata il terreno di proiezione di ansie, desideri e capitali familiari. Ogni figlio è prezioso, spesso unico, e dunque va protetto, coccolato, prolungato nel suo essere bambino. Il ciuccio diventa così un simbolo materiale di questa protezione ad oltranza: l’infanzia che non deve finire troppo presto, la dolcezza che resiste al tempo.* *Un caro amico mi raccontò della propria moglie cinese. Durante una vacanza in Thailandia si era letteralmente barricata per due settimane in un albergo a cinque stelle, rifiutandosi di uscire, nel terrore che il figlio potesse essere rapito. "Dubai è l’unico posto al mondo sicuro per un bambino", insisteva, "Perché lì la sorveglianza è sovrana". È un’ossessione che dice molto: l’infanzia come bene assoluto, difeso a colpi di paranoia, recintato da telecamere e guardie private, custodito meglio di un conto in banca.* *Eppure, appena qualche secolo fa, i missionari cattolici restavano inorriditi nel vedere che in alcune province cinesi le neonate venivano abbandonate nei fiumi o gettate tra i rifiuti. La pratica era così diffusa da avere un nome preciso: 溺女 (nì nǚ), “annegare le bambine”. Documentata dai gesuiti a partire dal XVII secolo, era motivata dalla povertà e dalla preferenza per i figli maschi. Un’ombra nera che oggi rende ancora più paradossale l’infanzia blindata e sorvegliata dei bambini cinesi contemporanei, trasformati da vite sacrificabili in reliquie di famiglia, da proteggere fino all’ultimo ciuccio.* *Il paradosso è che questa smania protettiva nasce in un Paese che fino a pochi anni fa costringeva le famiglie a limitarsi a un solo figlio, e che ha fatto ricorso a centinaia di milioni di aborti selettivi per regolare la propria demografia. I bambini venivano “sacrificati” al calcolo dello Stato, e ora gli stessi bambini sono venerati come reliquie. È un salto storico impressionante: da carne da statistica a piccoli imperatori della casa, protetti fino all’ultimo ciuccio.* *Non basta più il ciuccio qualunque: occorre quello tedesco, giapponese o coreano, con silicone “ultra-sicuro”, quello di design, quello importato. Non è un oggetto neutro: è status, segno di cura, di investimento, persino di potere d’acquisto. Nei feed social si moltiplicano le foto dei bambini con il ciuccio, condivise come immagini di innocenza collettiva: un like non al figlio, ma all’idea stessa di protezione ostinata.* *Dietro tutto questo, naturalmente, resta la dimensione ironica e inquieta: un Paese che produce tecnologia spaziale, che digitalizza le città e che progetta la più grande macchina di sorveglianza del pianeta, continua a immaginare sé stesso come un immenso asilo. Una società-bambina che succhia il suo ciuccio, convinta che la protezione dell’infanzia sia l’antidoto a un mondo troppo feroce.* *Forse il punto è questo: l’Occidente spinge i figli a crescere presto, a imparare lingue e pianoforte, la Cina preferisce ritardare il distacco. Il ciuccio non è un gesto dell’infanzia: è la metafora di un Paese che ha paura di crescere, ma che allo stesso tempo non vuole più rischiare di perdere i propri figli.* 22 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/08/Falsi-miti-sul-ciuccio-La-parola-al-pediatra-300x200.jpg) --- # Il presidente Trump è un uomo ricattabile? Source: https://www.altriorienti.com/il-presidente-trump-e-un-uomo-ricattabile/ **Prefazione** Avevo questo articolo nel cassetto da mesi. Non sapevo quando pubblicarlo, né se pubblicarlo davvero. Era una di quelle riflessioni sospese: troppo scomode per essere dette, troppo necessarie per essere dimenticate. Poi, il 26 novembre 2025, ho letto sul *Corriere della Sera* l’intervista di Niall Ferguson, intitolata:  «[Sul piano di pace per l’Ucraina Trump si sta assumendo dei rischi. L’Europa vive in un mondo illusorio](https://www.corriere.it/esteri/25_novembre_26/lo-storico-niall-ferguson-sul-piano-di-pace-per-l-ucraina-trump-si-sta-assumendo-dei-rischi-l-europa-vive-in-un-mondo-illusorio-1b725835-2222-42ea-afbc-3ad3b547axlk.shtml)». Non è stato un dettaglio, ma una frattura. Ferguson non parlava di complotti né di vizi privati. Parlava di qualcosa di più grave: la possibilità che la gestione di Donald J. Trump sia ormai corrotta nella struttura, fragile al punto da prendere forma non da forza, ma da urgenze opache. l suo piano per l’Ucraina — aggressivo nei contenuti e improvvisamente remissivo nei presupposti — non sembrava nascere da una reale strategia, ma da un bisogno. Da un rischio non controllato. Il sottotesto era evidente: Trump potrebbe non essere più padrone delle sue scelte. In quel momento ho capito che questo pezzo — quello che rimandavo da troppo tempo — non poteva più aspettare. Lo pubblico nei primi giorni del 2026 integrandalo con le ultimi pensieri, azioni ed affermazioni.  *Ci sono domande che non si possono eludere. Non per ossessione cospirativa, né per gusto del torbido. Ma perché certe ombre, se restano troppo a lungo ai margini della visione, finiscono per distorcerla. E allora chiediamolo, sottovoce, tra amici che non hanno fretta: è possibile che Donald J. Trump sia, o possa essere, ricattabile?* *Non c’è una risposta. Solo un sentiero di indizi, omissioni, mezze verità.* *La sua storia imprenditoriale è segnata da contiguità con la criminalità organizzata: prima i Gambino, poi ambienti russi dall’origine incerta e dal denaro abbondante. Non è fantasia: è letteratura giudiziaria. Poi c’è Epstein. Non un semplice scandalo, ma una rete in cui sesso, potere e controllo si confondono. Trump lo ha conosciuto, frequentato, poi ripudiato. Ma restano i vuoti. Restano i file. Restano le domande. Perfino una parte dell’elettorato MAGA chiede che vengano resi pubblici: perché non lo fa? Di chi ha paura? O chi teme lui? Il sospetto, da solo, basta a incrinare. Perché se un presidente può essere ricattato, non è più libero. E se non è libero, cosa orienta davvero le sue scelte? Non tutto, certo, si spiega con il ricatto. Ci sono il calcolo, l’opportunismo, la fame di denaro, il gusto per la menzogna pronunciata con leggerezza. * *Eppure alcune decisioni sfuggono anche a queste logiche. Venezuela, Cuba e Groenlandia? [Dottrina Monroe](https://it.wikipedia.org/wiki/Dottrina_Monroe#cite_note-3) nell'anno 2026 a due secoli dalla sua formulazione? Ed ancora, quando Trump afferma che Russia e Ucraina “sono in fondo la stessa cosa”, quando minaccia la NATO e poi la blandisce, quando invoca guerra e subito dopo pace, il problema non è la coerenza: è la possibilità che non sia lui a decidere del tutto. Quella che sembra incostanza potrebbe essere pressione. Una pressione continua, silenziosa, sistemica. Non un singolo episodio, ma l’intersezione di segreti, affari, debolezze, nomi.* *Ed è allora lecito chiedersi:* *Quanto è stabile una nazione guidata da un uomo che forse non può dire tutto? Quanto è credibile una dottrina estera fondata su scelte che non possono essere spiegate? Quanto potere ha un Presidente se, altrove, qualcuno possiede ciò che lui teme? Che cosa rende fragile un leader? L’ideologia? I nemici? Le gaffe? O l’ombra dei propri segreti? Cosa accade quando il potere visibile è attraversato da fili invisibili, quando dietro ogni scelta si avverte qualcosa che non può essere nominato?* *E soprattutto: **una democrazia può sopravvivere al dubbio che il suo leader sia ricattabile? * **Postfazione per i lettori colti – Apologia della domanda** *Nel tempo della visibilità totale e della parola inflazionata, la domanda è l’ultimo gesto sovrano. Non serve a ottenere una risposta: serve a spostare il fuoco, a incrinare ciò che sembrava solido.* *Socrate non cercava verità positive. Cercava l’inadeguatezza delle certezze comuni. La sua era un’epistemologia negativa: un’arte del vuoto che costringeva a riconoscere ciò che non si sa. Per questo fu condannato: non per ciò che diceva, ma per il modo in cui costringeva gli altri a pensare. **Oggi come allora, ciò che disturba non è l’opinione, ma il dubbio. Non la denuncia esplicita, ma la domanda che rode i margini del discorso. **Chiedersi se un leader sia ricattabile non è un’accusa: è un dispositivo critico. Serve a guardare non l’uomo, ma il meccanismo del potere. Perché il potere, come sapeva Foucault, vive soprattutto di ciò che tace.* *La parrēsia greca — il dire il vero di fronte al potere — non è un diritto, ma un rischio. Un’esposizione. Per questo le domande autentiche nascono nei silenzi fra amici, nella veglia inquieta, nella sospensione della complicità.* *> “Il vero scandalo non è ciò che accade, ma ciò che si accetta di non vedere.”* *(Arendt, parafrasata)* *Le democrazie reggono finché qualcuno insiste a domandare ciò che non è previsto. Quando il potere diventa opaco, indecidibile, quando dietro le scelte si avverte un’altra volontà, non chiedere più chi tiene la mano sul volante significa abdicare. **E se, come scrive Agamben, la politica è ciò che resta in sospeso, allora la domanda è la sua forma più alta di vigilanza. **Perché ciò che non si può domandare è già fuori dalla democrazia.* 20 gennaio   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/07/russian-mafia-90s-crime-bosses-reket-bandits-russia-bratki_443830-8716-300x168.avif) Foto d'archivio. La mafia russa a New York   --- # Pornografia e Stato etico digitale: Foucault, Capozzi, Pannella, Jeremy & Hefner Source: https://www.altriorienti.com/pornografia-e-stato-etico-digitale-foucault-capozzi-pannella-jeremy-hefner/ **Nota della redazione** *Pubblichiamo questo testo a tre anni dalla morte di Michele Capozzi, non come esercizio commemorativo, ma come atto di continuità. Alcune riflessioni non appartengono a un tempo preciso: tornano quando il tempo le rende necessarie. E oggi, in un’epoca che parla ossessivamente di tutela, protezione e responsabilità collettiva, il pensiero libertario di Capozzi torna a farsi attuale.* *Michele non era un teorico della libertà in senso accademico. Per lui la libertà non era una parola da difendere, ma una condizione da abitare: libertà di guardare, di desiderare, di sbagliare; libertà di non spiegarsi sempre; libertà di essere, prima ancora che di avere un’opinione.* *Chi lo ha conosciuto sa che diffidava degli Stati che parlano troppo di bene, di tutela, di protezione. Non per spirito di contraddizione, ma perché sapeva — per istinto prima che per teoria — che ogni potere che pretende di educare l’intimità finisce, prima o poi, per amministrarla. È da quella diffidenza lucida, da quella risata breve davanti alle nuove forme di moralismo, da quell’idea semplice e radicale secondo cui il problema non è mai ciò che fai, ma chi pretende di registrarlo, che questo testo prende forma.* *Per questo, prima di parlare di pornografia, di Stato, di controllo e di tecnologia, era necessario partire da lì. Non da una tesi, ma da un modo di stare al mondo. Non da un’ideologia, ma da una pratica della libertà che non ha mai avuto bisogno di diventare bandiera.* *Questo testo non nasce come omaggio, ma come prosecuzione. Non per spiegare Michele Capozzi, ma per verificare, nel presente, la tenuta di quello sguardo di fronte allo Stato etico digitale, al controllo tecnologico, alla normalizzazione del comportamento. Se lo pubblichiamo oggi, è perché quel pensiero non appartiene al passato. È ancora una lente valida per leggere ciò che sta accadendo.* *Un grazie a tutti i capozziani.* *Nel 2025, mentre in Europa si discute di intelligenza artificiale, identità digitale e tutela dei minori, un dettaglio apparentemente marginale scivola sotto la superficie delle cose: la pornografia online viene regolata come un oggetto di ordine pubblico.* *Non si dice così, naturalmente. Si parla di protezione, di sicurezza, di responsabilità collettiva. Si usa la parola “minori” come una carta magica, capace di spegnere sul nascere ogni obiezione. Eppure la sensazione — leggera ma inquietante — è che sia iniziato qualcos’altro. Un lento avvicinamento tra democrazie occidentali e poteri autoritari: non nelle parole, ma negli strumenti. Non nei valori proclamati, ma nei meccanismi pratici che li rendono possibili. La Cina ha il Great Firewall. L’Occidente ha il pretesto. E il pretesto, quando diventa sistema, smette di essere innocuo.* *Nessuno ha mai costruito un regime partendo dalla pornografia. Ma spesso si comincia da lì per capire fin dove la società è disposta ad accettare l’intrusione. È un test perfetto: abbastanza “scandaloso” da far passare un po’ di moralismo; abbastanza imbarazzante da scoraggiare chi vorrebbe protestare; facile da aggirare per chiunque. È uno strumento che sembra debole, ma che in realtà crea un precedente enorme. Così, nel giro di pochi mesi, l’Europa scopre di avere gli stessi dilemmi della Malesia conservatrice, le stesse ansie della Singapore paternalistica, gli stessi automatismi della Cina. Cambiano le parole, non la sostanza. Là si parla di “ordine morale”, qui di “responsabilità sociale”. Ma il risultato è lo stesso: collegare in modo stabile l’identità digitale a un comportamento privato. Una volta accettata questa idea, il resto viene da sé.* *Non c’entra molto con i minori. C’entra invece la possibilità — tecnica, silenziosa, accumulativa — di costruire una specie di “mappa” delle persone: una cartografia del desiderio, un censimento dei comportamenti. Non per punirli. Non subito, almeno. Ma per poterli vedere, controllare, consultare.* *Il nuovo filtro digitale sulla pornografia non è solo una misura di sicurezza: è un modo per mettere le mani su una parte della vita privata, direbbe Foucault. Un meccanismo che collega l’identità al desiderio. Non importa davvero il contenuto: importa il fatto che venga registrato. È così che funziona la biopolitica: non colpisce il singolo gesto, ma osserva le abitudini; non chiede “cosa hai fatto”, chiede “chi sei mentre lo fai”.* *L’Italia — e con lei l’Europa — entra silenziosamente nello stesso territorio della Cina: non per ciò che viene censurato, ma per l’idea di base secondo cui un comportamento privato deve poter essere tracciato. In Cina lo chiamano “armonia sociale”. In Italia lo chiamiamo “tutela dei minori”. Ma la logica è identica: lo Stato si mette tra te e il tuo schermo.* *Qui arriva una notizia dall’altra parte del mondo, perfettamente coerente con questo clima. L’Australia decide di vietare l’accesso ai social ai minori di sedici anni. Una misura presentata come necessaria, coraggiosa, protettiva. Come se fosse davvero possibile. Come se non esistessero VPN gratuite, identità fittizie, browser anonimi, server off-shore, e soprattutto la capacità istintiva — quasi naturale — dei ragazzi di aggirare qualsiasi barriera tecnologica costruita dagli adulti. Il premier Anthony Albanese rivendica la scelta e dice che altri Paesi stanno chiedendo informazioni, che l’Australia sta diventando un modello. Un modello di cosa, esattamente? Del vecchio proibizionismo travestito da modernità? Del tentativo, sempre frustrante, di vietare ciò che non si può davvero vietare? È la stessa ingenuità che animò la crociata contro l’alcol negli Stati Uniti: tante regole, poca realtà. **In questo, i governi occidentali assomigliano più ai loro cittadini di quanto credano: sottovalutano i giovani. Li immaginano fragili, ingenui, bisognosi di essere guidati. Non vedono ciò che è sotto gli occhi di tutti: i ragazzi sono più veloci, più adattivi, spesso più competenti dei legislatori che pretendono di disciplinarli.* *Marco Pannella avrebbe chiamato la misura per quello che è: proibizionismo d’accatto, paternalismo di Stato, una forma di infantilizzazione collettiva che confonde la protezione con il controllo e la libertà con la sorveglianza. Normare il consenso non significa solo “fare attenzione”: significa trasformare il desiderio in una questione legale. Significa prendere qualcosa di intimo e renderlo regolabile, verificabile, discutibile in tribunale. Significa — e qui Foucault sorriderebbe — trattare il sesso come un tema di diritto pubblico. E il punto non è “moralismo”: è capire cosa stiamo facendo. Perché quando lo Stato definisce, codifica, struttura e organizza il consenso sessuale, non controlla più soltanto quello che accade: controlla quello che viene ricordato — e il ricordo è la cosa più mutevole che abbiamo.* *È biopotere puro: regolare il rapporto tra esperienza e racconto. E questo — senza bisogno di evocare Tiananmen o WeChat — è esattamente il tipo di controllo che l’Occidente rimprovera alla Cina, solo che lo veste meglio, con parole più raffinate.* *Lo Stato, secondo Hegel, si crede razionale e giusto, ma la sua convinzione di poter regolare ogni angolo della vita privata è la sua più grande presunzione. Pensa di incarnare la ragione, ma in realtà sta esercitando un potere che si nutre della sua stessa idea di infallibilità. Lo Stato non solo si sente legittimato a dirci cosa fare, ma anche cosa pensare, cosa desiderare. Il paradosso è che lo Stato si crede razionale, ma in realtà è il primo a negare la libertà, quella di decidere autonomamente.* *E questa è la vera pretesa: non solo governare i comportamenti, ma definire ciò che è giusto e razionale per ogni singolo individuo. Lo Stato si pensa infallibile, e mentre ti dice che ti protegge, ti sta imponendo le sue regole, il suo ordine.* *Ron Jeremy è un simbolo perfetto, suo malgrado. Un uomo che Michele Capozzi — il nostro maestro — aveva conosciuto come persona prima che come personaggio: uno che dormiva sui divani alle feste — più vicino alla comicità che alla predazione. Oggi è travolto da accuse riemerse dopo venti o trent’anni. Non dico che siano vere o false; non posso. Sappiamo solo che soffre di demenza e che quel poco che rimane di lui non sarà giudicato in un processo. Dico che il meccanismo parla da sé: il passato è diventato qualcosa che si può riscrivere, un archivio da cui si tirano fuori verità a posteriori. Questo è il potere moderno nella sua forma più sottile: non punire solo l’atto, ma la lettura dell’atto; non controllare solo il corpo, ma la memoria del corpo. In Cina lo chiamano “correzione politica retroattiva”. In Occidente lo chiamiamo “finalmente ascoltare le vittime”. Le parole cambiano. Il meccanismo no.* *Michele, aveva discusso del tema con Hefner eletto filosofo della libertà, l’aveva intuito prima di tutti, dedicandoci le prime immagini di Pornology New York. «Il problema non è cosa guardi» avrebbe detto «Il problema è che se ti chiedono di dichiararlo, hanno già vinto». È esattamente questo il punto foucaultiano: il potere non è sempre dove sembra. Il potere è anche nell’obbligo di parlare. Nell’obbligo di dire ad alta voce ciò che vorresti tenere privato. La pornografia è quasi un dettaglio. Il desiderio è un pretesto. Quello che interessa allo Stato etico digitale è l’atto di riconoscimento: dimmi chi sei, prima di desiderare. Era questo che faceva ridere, amaramente, Michele: una risata breve e tagliente, come a dire: «È tutto già visto».* *Eccoci al focus finale, inevitabile: stiamo adottando la grammatica del controllo cinese, ma con l’estetica del liberalismo europeo. Loro sorvegliano per disciplina. Noi per protezione. Loro filtrano per ordine. Noi per bene. Loro riscrivono la storia per ideologia. Noi per giustizia. Ma sempre riscrittura è. Sempre filtro è. Sempre controllo è. La differenza è nel tono, non negli strumenti. Lo Stato etico digitale non ha bisogno di imporre la moralità: la gestisce. La distribuisce. La regola. La certifica. **E tutto questo — proprio tutto — ricomincia dal sesso. Perché il sesso è il punto dove siamo più vulnerabili, più sinceri, più esposti. Il luogo ideale dove il potere può entrare senza trovare resistenza. Foucault l’aveva previsto. La Cina l’ha applicato. L’Occidente l’ha raffinato. E noi — senza accorgercene — ci siamo perduti. * 18 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/scene-ron-jeremy-life-after-the-buffet-7e464-300x169.webp) Ron --- # Playground game – Manifestare contro di noi, perchè non funziona più Source: https://www.altriorienti.com/playground-game-manifestare-contro-di-noi-perche-non-funziona-piu/ *C’è un riflesso occidentale che Mattia Feltri ha più volte registrato con una certa perplessità dalle pagine de La Stampa: si scende in piazza contro i propri. Contro l’America, contro l’Occidente, contro l’Italia ed i loro governi. Mai contro i nemici. Mai contro chi non ascolta. **La spiegazione è nota: si protesta dove c’è interlocuzione. Gli altri non contano, non rispondono, non arrossiscono. Fine del discorso. **Peccato che quel discorso funzioni solo in un mondo che non esiste più. **Funzionava quando il conflitto era esterno, quando i barbari stavano fuori dalle mura. Quando l’Occidente poteva permettersi il lusso di processare sé stesso senza che qualcun altro incassasse il verdetto.* *Oggi no.* *Oggi il nemico non è lontano, è mescolato. Vive nelle stesse città, usa le stesse libertà, parla il linguaggio dei diritti senza crederci. E soprattutto: non protesta mai contro sé stesso. **Continuare a colpire solo i nostri, in questo contesto, non è più autocritica. È asimmetria morale. È combattere a mani nude contro chi non ha mai deposto le armi. **Non perché l’Occidente sia innocente. **Ma perché non è più solo. **La vecchia retorica della piazza — noi siamo migliori perché ci accusiamo — presupponeva che gli altri aspirassero a diventarlo. Oggi molti aspirano solo a entrare, occupare, usare. I**l mondo si è mischiato. Le mura sono cadute. E una protesta che continua a fingere il contrario non è più nobile: è cieca. **Questo non è un invito al silenzio. **È un invito a smettere di protestare da soli.* *Perché quando l’altro è già dentro, la piazza che accusa solo sé stessa non è coscienza critica. È territorio libero. **Nelle piazze iraniane si muore davvero. Ragazze uccise per un velo, uomini per il pane. Morti veri, non certificati da quel curioso ministero della sanità che Hamas, l’organizzazione terroristica, chiama “pubblico”.* *Non fanno notizia. Non fanno piazza. Non sono spendibili. Non aiutano a sentirsi dalla parte giusta senza rischiare nulla. **La piazza occidentale è selettiva: piange solo dove l’indignazione è a costo zero. Protesta contro chi può ascoltare, si inginocchia davanti a chi non lo farà mai. Con Maduro ieri, con l’Ayatollah oggi: stesso gesto, stesso inchino, stesso silenzio sui morti sbagliati. **È un criterio. Una regola morale: alcune vittime valgono un corteo, altre no. La protesta smette di essere politica e diventa costume. Una forma di devozione laica in cui non si chiede giustizia, ma assoluzione.* *Qualcuno muore davvero. **Noi continuiamo a manifestare contro noi stessi. * *E'** comodo e **non fa male.* 16 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-15-gen-2026-10_16_46-200x300.jpg) --- # Guardare vecchi film (e chiedersi cosa sia andato storto) Source: https://www.altriorienti.com/guardare-vecchi-film-e-chiedersi-cosa-sia-andato-storto/ *Ho guardato Holiday di George Cukor film datato 1938 — uscito in Italia come Incantesimo — in una copia restaurata su Raiplay. Era uno di quei momenti di sospensione, tipici delle vacanze, in cui si accendono i film senza un’idea precisa, quasi per compagnia. Dopo pochi minuti mi sono accorto di una cosa semplice e rara: ero felice. Felice alla visione. Non per nostalgia, non per conforto, ma per una forma di intelligenza che tornava a circolare con naturalezza, senza sforzo.* *A un certo punto c’è una battuta, detta quasi di passaggio. La pronuncia Katharine Hepburn, parlando con la sorella. Sono entrambe ricchissime, figlie di un magnate; il denaro non è un problema, è lo sfondo. Più o meno dice questo: con tutto il denaro che abbiamo, a cosa serve davvero, se poi non siamo in grado di scegliere un buon marito? Non è la frase in sé a colpire, ma l’assunto che la regge. Il denaro non come fine, né come garanzia di felicità, ma come condizione di possibilità. Non compra l’amore, non lo sostituisce, ma ti mette nella posizione di poter scegliere. Di non dover accettare. Di non essere costretta. È una battuta leggera, detta senza enfasi, e proprio per questo di una modernità disarmante.* *Dentro quella frase c’è molto di ciò che rendeva quel cinema così sofisticato. La capacità di parlare di classi sociali, desiderio, matrimonio, libertà, senza trasformare nulla in una tesi. Senza spiegare. Con una fiducia assoluta nello spettatore. Quel cinema non ti diceva come vivere. Ti mostrava come si può pensare, e ti chiedeva solo di stargli dietro.* *È forse da qui che nasce la sensazione, oggi così netta, di mancanza. Si guardano le commedie americane degli anni Trenta e Quaranta — quelle che chiamiamo screwball comedy — e la domanda arriva quasi subito, brutale e solo in apparenza ingenua: dove sono finiti i dialoghi? Dove sono il garbo, l’intelligenza, il ritmo? Dove si è persa la fiducia nello spettatore?* *Quei film non erano affatto ingenui. Erano sofisticati come un’acqua fredda bevuta tutta d’un fiato dopo ore di cammino. E soprattutto avevano qualità. Non c’era una scena che non vibrasse di attrito. Il cinema di Howard Hawks, Frank Capra, George Cukor, Preston Sturges partiva da mondi diversi ma condivideva un’idea netta: il cinema come luogo del confronto brillante, del rischio linguistico, dell’intelligenza messa alla prova.* *La screwball comedy nasce in un mondo in crisi. America post-1929: disoccupazione, mobilità forzata, classi sociali che si toccano senza riconoscersi. Il desiderio — sessuale, economico, esistenziale — è ovunque, ma non può essere mostrato. Il Codice Hays lo vieta. E allora il cinema fa una cosa geniale: sposta il desiderio nel linguaggio. Le coppie non fanno l’amore, litigano. Non si baciano, si interrompono. Non si concedono, si inseguono verbalmente. Andrew Sarris le definì sex comedies without the sex; Enrico Giacovelli parlò più giustamente di commedie del desiderio. Non raccontano storie d’amore: raccontano la fatica di stare insieme, di reggere la prossimità, di restare nella stessa stanza.* *Quel cinema non spiegava, non semplificava, non rallentava per farsi capire. I dialoghi erano mitragliate, le battute si sovrapponevano, le allusioni correvano più veloci della comprensione immediata. Se perdevi una frase, eri tu in difetto, non il film. Era un cinema che diceva allo spettatore: stai attento, perché qui non ti aspettiamo. E questa fiducia — oggi quasi impensabile — generava una tensione continua. Ti teneva legato alla visione non per suspense narrativa, ma per sforzo cognitivo. Guardare era partecipare.* *La celebre “guerra dei sessi” della screwball non era una guerra ideologica. Era un’alleanza mascherata. Uomo e donna sono avversari solo in superficie; in realtà sono gli unici due personaggi all’altezza l’uno dell’altra. Il mondo intorno è stupido, rigido, ipocrita. Loro no. Loro giocano, si pungono, si sabotano perché parlano la stessa lingua. La parità non è proclamata, è messa alla prova. Ed è qui che questo cinema diventa antropologia: la coppia screwball è una micro-società provvisoria, un laboratorio in cui si sperimenta se due individui possano coesistere senza dominarsi (!).* *Poi qualcosa si è spezzato. Non all’improvviso, non per colpa di un solo fattore, ma lentamente. Il desiderio è diventato esplicito e quindi non più narrativamente necessario; il pubblico è stato considerato fragile e dunque rassicurato; il conflitto è diventato psicologico, non più linguistico; l’amore è stato trasformato in un percorso di guarigione, non in uno scontro tra pari. Il cinema romantico ha smesso di essere un campo di battaglia e si è fatto ambulatorio sanitario. E con questo ha perso ritmo, intelligenza, rischio.* *Forse è per questo che oggi fa male guardare quei film. Perché non parlano solo di amore. Parlano di un mondo che ti voleva all’altezza. Un mondo che ti chiedeva attenzione, velocità, ironia. Un mondo in cui il linguaggio era erotico, non decorativo, e la tensione tra le persone era considerata vitale, non tossica. Non li guardiamo con nostalgia. Li guardiamo con una forma più sottile di dolore: la consapevolezza di una perdita di fiducia.* *A questo punto resta da riconoscere un’altra cosa. Se quelle commedie sofisticate americane ci hanno formati — nel ritmo, nell’idea di relazione, nella fiducia nel linguaggio — è anche vero che i nostri Orienti, attraversati più tardi e più lentamente, ci hanno insegnato un’altra alfabetizzazione dei sentimenti. Lì pensieri ed emozioni non si coniugano allo stesso modo. Non cercano lo scontro, non puntano alla battuta giusta, non accelerano per arrivare primi. Si trattengono, si sottraggono, si lasciano decantare.* *Nel cinema di Wong Kar-wai, che arriva quando l’urgenza storica è già stata consumata, il desiderio non diventa mai duello: resta disallineamento, tempo fuori fase, promessa che non pretende di compiersi. Con Yasujirō Ozu il gesto è ancora più radicale: l’estetica della sottrazione diventa una forma morale. Nulla esplode, nulla si risolve davvero. I sentimenti passano di lato, spesso fuori campo. L’intelligenza non è nella risposta rapida, ma nella capacità di restare dentro un tempo che non si piega allo spettacolo. E poi c’è l’Indocina più colta e silenziosa, quella che abbiamo imparato a frequentare quasi in punta di piedi, dove il desiderio non viene represso né sublimato, ma disperso nel paesaggio, nei rituali, nelle pause. Un cinema che non chiede di essere brillante, ma giusto, e che rinuncia alla tensione per non tradire l’equilibrio.* *Forse è anche per questo che, tornando alle screwball americane, proviamo insieme gratitudine e spaesamento. Quelle commedie ci hanno insegnato a stare all’altezza del linguaggio, a reggere l’urto dell’altro, a pensare l’amore come una forma di intelligenza condivisa. I nostri Orienti ci hanno insegnato il contrario: che non tutto deve essere risolto, che non ogni tensione va messa in scena, che a volte la lucidità sta nel non forzare la forma.* *Non è una contraddizione. **È una biforcazione silenziosa. O**ggi, davanti a quei vecchi film natalizi in bianco e nero, ciò che davvero ci tocca non è solo ciò che abbiamo perso, ma il fatto di sapere che altrove — da sempre — si è imparato a perdere in un altro modo. Senza battute. Senza duelli. Con una grazia più opaca, ma non meno profonda.* 13 gennaio *![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/Screenshot_20251227_220807_Photos-273x300.jpg)* *Kate & Cary* --- # Laborit e Watson. Le intelligenze e le culture non sono uguali Source: https://www.altriorienti.com/laborit-e-watson-le-intelligenze-e-le-culture-non-sono-uguali/ *Henri Laborit lo abbiamo conosciuto di riflesso, in un film che vinse l’Oscar per il miglior film in lingua straniera nel 1990: Mediterraneo di Gabriele Salvatores. **C’era quella frase iniziale che tutti hanno ripetuto senza capire davvero:* > *“In tempi come questi, la fuga è l’unico mezzo per restare vivi e continuare a sognare.”* *Laborit era un biologo, ma anche uno sceneggiatore. Parlava di sinapsi come altri parlano d’amore. **Diceva che l’uomo è il risultato dell’interazione tra tre fattori: l’ambiente, i geni e l’educazione. **Era la sua formula dell’equilibrio, un modo elegante per dire che nessuno è colpevole e nessuno è innocente: siamo, semplicemente, il prodotto di un sistema.* *Mentre muore James D. Watson, l’altro grande nome del DNA, ci ritroviamo di nuovo davanti alla stessa equazione. **Watson fu l’uomo che guardò dentro la doppia elica e ne fece il simbolo di tutta la conoscenza moderna. **Poi, negli ultimi anni, divenne un paria: per aver detto che le razze non sono tutte uguali. **Lo cacciarono dai laboratori, lo spogliarono dei titoli, come se avesse bestemmiato nel tempio della ragione.* *Eppure, tolta la brutalità della forma, resta una questione da non eludere. **Watson sbagliava nel motivo, non nell’osservazione. **Le differenze tra popoli esistono, ma non perché inscritte nel genoma. **Sono il riflesso — l’epifenomeno, direbbe Laborit — di condizioni, storie, educazioni, climi, ferite, sopravvivenze. **Un popolo vive ciò che ha imparato a sopportare. **Il cervello si plasma su quell’esperienza, come un corpo sull’ambiente che lo nutre.* *Dunque sì: la diversità esiste. Ma non è un valore né un difetto. **È un dato qualitativo, neuroprogrammatico, come direbbe un biologo con un linguaggio da poeta. **La mente umana si costruisce sulle circostanze, e le circostanze non sono mai uguali per tutti. **L’uguaglianza è un ideale politico, non una condizione biologica.* *Laborit avrebbe sorriso, forse, davanti alla condanna di Watson. **Avrebbe detto che l’errore non è vedere la differenza, ma non capirne l’origine. **Che l’uomo moderno ha paura di tutto ciò che divide, anche quando è solo constatazione del reale. **E che, quando un sistema non accetta la complessità, l’unica possibilità che resta è la fuga.* *Nel triangolo isoscele della modernità, Occidente e Asia occupano i vertici superiori: due culture che, pur diverse, condividono l’educazione, la razionalità, la capacità cognitiva. **Alla base, il mondo islamico — numeroso, giovane, ma privo di un modello educativo competitivo — spinge verso l’Occidente. **Forse per conquista, ma soprattutto per sopravvivenza. **Per la Cina — che ragiona in termini di efficienza evolutiva — questa staticità è una malattia mentale: un difetto sistemico dell’intelligenza collettiva.* *La Cina tiene a distanza l’Islam perché ne teme l’inefficienza più che la capacità eversiva. **Noi occidentali, invece, sottovalutiamo l’orda, credendo di  addomesticare il reietto: **un reietto che non ha nulla in cui credere se non nella propria superstizione, **per sostenersi nella modernità come in una lunga febbre. **Così l’orda preme. **Ed incalza e noi lo sottovalutiamo come fossimo dei coglioni.* *Ed è qui che sta la vera distinzione: non tra gli uomini, ma tra le culture. **L’uomo è uguale ovunque, ma non tutte le culture lo sono. **Ve ne sono di migliori e di peggiori. **Le peggiori non lasciano pensare, non educano alla libertà, non formano l’intelligenza — ma la zoppia intellettuale. **E così producono, inevitabilmente, uomini meno capaci di capire, di scegliere, di cambiare.* *Pasolini lo aveva intuito mezzo secolo fa:* > *“Poiché la libertà è incompatibile con l’uomo* > *e l’uomo in realtà non la vuole,* > *intuendo che non è per lui.”* *Forse i soli che ancora tentano di coniugare libertà e senno — **di rendere la libertà praticabile senza smarrire la ragione — **siamo noi, gli occidentali. **E forse è questo, più di ogni altra cosa, che ci distingue: **voler essere liberi da una barbarie che si vuole chiamare civiltà, **che impone la sottomissione alla coscienza.* ***Questo articolo è dedicato ai morti delle piazze iraniane.*** 12 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/Henri_Laborit-225x300.webp) Henri Laborit --- # Snooker Under a Blue Light (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/snooker-under-a-blue-light-italian-and-english-version/ C’è un bar a Rawai nell'isola di Phuket, nascosto tra una lavanderia self-service e un’agenzia immobiliare, dove ogni sera due uomini giocano a snooker sotto una lampada azzurra. Il bar si chiama Pleasure Dome e chi lo gestisce è la signora Pla - che il thai vuol dire pesce - la mama san del locale. Controlla tutto. Sa tutto. E' simpatica il necessario perchè conosce il mestiere. E' lei che mi dice che chi gioca a snooker sono un russo e un ucraino. Uno si chiama Sergei, viene da Rostov ed è biondo. L’altro è Andriy, è cresciuto a Dnipro ed è pure biondo. Sembrano figli della stessa madre, ma forse a casa loro si sarebbero sparati. Qui si sfidano per una birretta Chang e ridono. Parlano in russo, si capiscono bene. Nessuna tensione, solo un’intesa senza spiegazioni. Poi vanno a bere in un karaoke sgangherato di Chalong, con qualche ragazza thai a buon mercato e i ventilatori che tossiscono polvere. La guerra è lontana. Come un sogno sbiadito, o un debito che non si sa se si dovrà pagare. Non sono i soli. Sono decine di migliaia, ormai, i russi e gli ucraini sparsi per la Thailandia. A Phuket, a Pattaya, a Koh Samui, persino a Chiang Mai. Gente che ha deciso di non combattere. O di non aspettare. Per i russi, le strade sono poche: – La Turchia, certo, ma è stanca e affollata. – Il Golfo Persico, ma è roba da milionari. – La Thailandia, invece, è ancora un buon affare: visto turistico da rinnovare, qualche aggancio, e una comunità di connazionali già presente da anni. Ci sono parrucchieri russi a Kamala. Estetiste a Kata. Scuole di yoga “slav style” a Koh Phangan. Agenti immobiliari a Bangkok. Tutti espatriati con una ferita aperta, ma senza più voglia di parlarne. Non è diserzione. È esilio. Silenzioso, tropicale, operativo. Avere un passaporto russo oggi non è facile. Niente carte di credito che funzionano. Visti complicati. Sospetti. Frontiere che si chiudono lentamente. E allora si resta qui. In Thailandia. Dove non chiedono nulla. Dove il clima è buono, il cibo costa poco e nessuno fa domande sulla tua posizione rispetto alla guerra. Gli ucraini, certo, avrebbero più strade: Europa, Canada, aiuti, progetti. Ma anche loro restano. Perché qui si vive con meno. Perché qui c’è pace. Una pace impastata di zanzare, noodle e alcol, ma pur sempre una pace. E allora succede questo: che le persone che si sparrerebbero nelle trincee del Donetsk, si ritrovano a bere ed a giocare a snooker tra le puttane di Rawai. Non si odiano. Perchè mai? Non discutono di politica. Vogliono solo vivere. In una casa in affitto ed un condizionatore che funziona. Con un’amica thai che cucina, ride, magari ti ama un po’ finchè hai abbastanza soldi da pagare per il suo tempo. La guerra c’è. Ma è in pausa, almeno qui. E loro non combattono. La competizione è solo per una birra. E, ogni sera, uno paga. Li guardo giocare. Li osservo da due giorni. E una sera, con pudore, mi avvicino. Offro una birra — mi sorridono, Sergei mi fa cenno di sedermi. Ci mettiamo a parlare. Non molto, solo accenni. Dico che sono italiano, che conosco un po’ l’Est, che la guerra mi sembra lontana da qui. Loro annuiscono, con uno di quei sorrisi un po’ stanchi, come se volessero dire: “sì, anche per noi”. Dopo un po’, quasi senza accorgermene, chiedo qualcosa che non si dovrebbe chiedere. Non è una domanda diretta. È più un’increspatura nella voce. Una frase come: > “È strano pensare che altrove… tutto questo sarebbe impensabile. Che lì ci si uccide. E qui… si beve, si ride. Si vive.” Silenzio. Ma non imbarazzo. Poi Andriy prende la parola. Mi parla con una tristezza che non è rancore. Con la malinconia di chi ha perso qualcosa che forse non si potrà più ritrovare. > “Non è una guerra tra noi,” dice piano. > “È come una grande tempesta. Una cosa che succede. Come un’alluvione. Come un terremoto.” Mi colpisce. Non c’è odio, né volontà di spiegare. Solo accettazione, come davanti a un disastro naturale. Come se la colpa fosse ovunque e in nessuno. Poi Sergei, il russo, guarda il bicchiere e aggiunge: > “La mia famiglia è mista. Il nonno era ucraino. Non c’è bisogno di dirlo. Tanto lo sai già.” > “In fondo… siamo tutti madre Russia. Anche quelli che non lo vogliono più. E allora… cosa vuoi che sia? Una guerra civile? Non lo è nemmeno. È… è una guerra dei padroni. Degli uomini che comandano le bandiere.” Resta in silenzio un attimo. Poi scuote la testa, come per allontanare un pensiero troppo denso. Ma a me, in quel momento, tutto diventa chiaro. La parola che mi torna in mente è: "terre miste". Non è un’espressione mia. L’ho letta da qualche parte, forse in Claudio Magris, triestino come il mio amico Nicola Pecchiari, gente di confine e per questo più saggi o in un vecchio testo sulla Galizia. Zone in cui nessuno è completamente uno, e tutti sono un po’ dell’altro. Dove le guerre arrivano sempre da fuori, come ordini secchi gridati da lontano. È lì che nascono i più grandi dolori. Perché sono terre senza bordi netti, lingue che si intrecciano, volti che assomigliano a entrambi i fronti. Sergei mi dice che il nonno era ucraino, Andriy racconta di un bisnonno deportato in Siberia, e nessuno dei due riesce più a dire con chiarezza cosa significhi "noi". E io penso a Vasilij Grossman, che nella sua *Vita e destino* cercava la verità in mezzo al fango delle case distrutte, tra i nomi di chi era nato in un Paese e morto in un altro — senza mai muoversi da casa. Queste sono le vere terre miste: dove le frontiere cambiano, ma la terra resta la stessa, e gli uomini si somigliano più di quanto vogliano ammettere. E allora le guerre non sono battaglie tra opposti, ma fratture nell’identità, negli affetti, nelle genealogie. Nessuno vince. Nessuno perde. Si perde solo qualcosa che non ha un nome. Bevo con loro. Li ascolto. Una partita finisce, ne comincia un’altra. Una delle ragazze ride a una battuta che non ho capito. Il ventilatore cigola. Il ghiaccio si scioglie nei bicchieri. Fuori passa uno scooter con tre persone a bordo. E penso che non so se quello che ho visto è giusto, sbagliato, vigliacco o coraggioso. So solo che è umano. Che qui, a Rawai, due uomini che si sarebbero sparati a distanza di cento metri, si offrono da bere. Che parlano con rispetto, con lentezza, come se ogni frase fosse un vetro sottile. Che non vogliono più tornare indietro, non perché abbiano scelto un lato, ma perché non credono più nella logica dei lati. E allora penso che forse questo è il vero esilio: non essere più da nessuna parte, eppure trovare una quiete nel vivere altrove, lontani da chi decide, da chi comanda, da chi divide. E io, in quel bar con tavoli da snooker e puttane annoiate, non provo pena, né ammirazione. Solo un dolore piccolo, rotondo. Come una nostalgia per qualcosa che non ho vissuto, ma che capisco benissimo. Forse perché anche io, nel mio piccolo, sto cercando un altrove dove restare in silenzio. Forse la forma più discreta e profonda della pace. 7 gennaio *There’s a bar in Rawai, tucked between a self-service laundromat and a real estate agency, where every evening two men play snooker beneath a soft blue light. The bar is called Pleasure Dome, and it’s run by Mrs. Pla – which, in Thai, means fish – the mama-san of the place.* *She controls everything. She knows everything. She’s as friendly as necessary because she understands the craft. It’s she who tells me that the men playing snooker are a Russian and a Ukrainian. One is named Sergei, from Rostov, and he’s blonde. The other is Andriy, from Dnipro, and he’s also blonde. They look like brothers, but perhaps, back home, they would have shot each other. Here, they challenge each other over a Chang beer and laugh.* *They speak in Russian, they understand each other well. There’s no tension, just an unspoken understanding. Then, they head to a shabby karaoke joint in Chalong, with a few Thai girls on the cheap and fans coughing up dust. The war seems far away. Like a faded dream, or a debt that may or may not have to be paid.* *They’re not the only ones. By now, there are tens of thousands of Russians and Ukrainians scattered across Thailand. In Phuket, Pattaya, Koh Samui, even Chiang Mai.* *People who’ve decided not to fight. Or not to wait.* *For Russians, the roads are few:* *– Turkey, of course, but it’s tired and crowded.* *– The Persian Gulf, but that’s for millionaires.* *– Thailand, though, is still a good deal: a visa to renew, a few connections, and a community of fellow countrymen already established. There are Russian hairdressers in Kamala. Estheticians in Kata. "Slav-style" yoga schools in Koh Phangan. Real estate agents in Bangkok. All expatriates with an open wound, but no longer willing to talk about it. It’s not desertion. It’s exile. Silent, tropical, operational.* *Having a Russian passport today isn’t easy. No working credit cards. Complicated visas. Suspicion. Borders slowly closing. So, they stay here. In Thailand. Where they ask nothing. Where the weather’s good, food is cheap, and no one asks about your stance on the war.* *The Ukrainians, of course, have more options: Europe, Canada, aid, projects. But they stay, too. Because life is cheaper here. Because here there is peace. A peace made of mosquitoes, noodles, and alcohol, but still, peace.* *And so this happens: the people who would shoot each other in the trenches of Donetsk find themselves drinking and playing snooker among the prostitutes of Rawai. They don’t hate each other. Why would they? They don’t talk politics. They just want to live. In a rented house with a functioning air conditioner. With a Thai friend who cooks, laughs, maybe loves you a little as long as you have enough money to pay for her time. The war exists. But it’s on pause, at least here. And they’re not fighting. The competition is only for a beer. And every evening, one of them pays. I watch them play. I observe them for two days. And one evening, with a bit of hesitation, I approach them. I offer a beer — they smile at me, Sergei gestures for me to sit. We start talking. Not much, just a few hints. I say I’m Italian, that I know a little about the East, that the war feels distant from here. They nod, with one of those tired smiles, as if they want to say: “Yes, it’s distant for us, too.”* *After a while, almost without realizing it, I ask something that shouldn’t be asked. It’s not a direct question. It’s more like a ripple in my voice.* *A phrase like:* *"It’s strange to think that elsewhere… all this would be unthinkable. That there, people kill each other. And here… we drink, we laugh. We live."* *Silence. But no embarrassment. Then Andriy speaks. He talks to me with a sadness that isn’t resentment. With the melancholy of someone who has lost something that perhaps cannot be found again.* *“It’s not a war between us,” he says quietly.* *“It’s like a great storm. Something that happens. Like a flood. Like an earthquake.”* *It strikes me. There’s no hatred, no will to explain. Just acceptance, as if faced with a natural disaster. As if the blame is everywhere and in no one.* *Then Sergei, the Russian, looks at his glass and adds:* *“My family is mixed. My grandfather was Ukrainian. No need to say it. You already know.”* *“After all… we’re all Mother Russia. Even those who no longer want it. So… what is it? A civil war? It’s not even that. It’s… it’s a war of the masters. Of the men who command the flags.”* *He falls silent for a moment. Then he shakes his head, as if to dispel a thought too heavy. But for me, at that moment, everything becomes clear.* *The word that comes to mind is: "mixed lands." It’s not my expression. I read it somewhere, maybe in Claudio Magris, like my friend Nicola Pecchiari, a man of the border and therefore wiser, or in an old text about Galicia. Places where no one is completely one, and everyone is a little of the other. Where wars always come from the outside, like orders shouted from afar. It’s there that the greatest pains are born. Because they’re lands without clear borders, languages that intertwine, faces that look like both fronts. Sergei tells me his grandfather was Ukrainian, Andriy speaks of a great-grandfather deported to Siberia, and neither of them can clearly say what “we” means anymore. And I think of Vasilij Grossman, who, in his Life and Fate, searched for the truth amid the mud of destroyed houses, between the names of those born in one country and died in another — never moving from home.* *These are the real mixed lands: where borders change, but the land stays the same, and men resemble each other more than they want to admit.* *And so, wars aren’t battles between opposites, but fractures in identity, in affection, in genealogies.* *No one wins. No one loses. You only lose something that has no name.* *I drink with them. I listen.* *A match ends, another begins. One of the girls laughs at a joke I didn’t understand. The fan creaks. The ice melts in the glasses.* *Outside, a scooter passes with three people on it. And I think I don’t know whether what I’ve seen is right, wrong, cowardly, or brave. I just know that it’s human.* *Here, in Rawai, two men who would have shot each other a hundred meters apart offer each other a drink.* *They speak with respect, slowly, as if every sentence were a thin glass. They don’t want to go back, not because they’ve chosen a side, but because they no longer believe in the logic of sides.* *And so I think that perhaps this is the true exile: not being anywhere anymore, and yet finding peace in living elsewhere, away from those who decide, from those who command, from those who divide. And I, in that bar with snooker tables and bored prostitutes, don’t feel pity, nor admiration. Just a small, round pain. Like a nostalgia for something I haven’t lived, but I understand perfectly.* *Maybe because, in my small way, I, too, am looking for an elsewhere where I can stay in silence. **Maybe that’s the most discreet and profound form of peace.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/06/photo0jpg-300x224.jpg) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/06/pleasure-dome-bar-rawai.jpg) --- # La guerra al formaggio. Il nuovo fronte dei dazi di Pechino Source: https://www.altriorienti.com/la-guerra-al-formaggio-il-nuovo-fronte-dei-dazi-di-pechino/ *Per anni abbiamo raccontato che in Cina il formaggio non esiste.* *Lo dicevamo con la calma di chi non teme smentite. Non lo mangiano. Non lo digeriscono. È biologico, culturale, definitivo. Come se un miliardo e mezzo di persone condividesse lo stesso intestino. Noi facciamo il formaggio, loro no. Fine.* *Era una scorciatoia comoda. Serviva a non entrare davvero in Asia. Bastava tirare in ballo il lattosio per evitare domande peggiori: su come cambiano i gusti, su cosa diventa simbolo, su come le merci viaggiano meglio delle idee. Se non lo digeriscono, il problema è loro. Noi restiamo intatti. **Poi Pechino ha deciso di mettere dazi fino al 42,7 per cento sui prodotti lattiero-caseari europei. **E il formaggio ha improvvisamente acquisito realtà. **Non nei piatti. Nei documenti. Nelle dogane. Nelle percentuali. Un piccolo capolavoro di ironia politica: una cosa può non servire a mangiare e servire benissimo a colpire. Il frigorifero come arsenale.* *L’Europa ha reagito come reagisce sempre quando viene toccata senza essere considerata pericolosa. Comunicati, consorzi, tavoli tecnici. Indignazione composta. L’aria offesa di chi non capisce se è stato insultato o semplicemente ignorato. **La Cina non ha spiegato nulla. Non ha alzato la voce. Ha scelto un prodotto che per lei vale poco e per noi vale moltissimo. Un gesto pulito. Non ti colpisco dove sei forte, ti colpisco dove ti racconti. Dove confondi identità e mercato.* *Perché il formaggio europeo non è una merce. È un feticcio. Territorio, denominazione, memoria, retorica. Lo difendiamo non perché renda, ma perché ci rassicura. Ed è per questo che fa male. Non abbastanza da far saltare un settore. Abbastanza da scoprire una crepa. **Il vecchio luogo comune torna utile: i cinesi non mangiano formaggio. Proprio per questo lo si può colpire. Non tocca il piatto quotidiano, non crea proteste, non ha costo sociale. È roba da hotel, ristoranti occidentali, brunch urbani. Colpisce chi può lamentarsi, non reagire.* *Per anni abbiamo spiegato l’Asia con l’intolleranza al lattosio. **Ora scopriamo che l’intolleranza vera è un’altra.* 7 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/imageszzazazaz.jpg) --- # I nuovi criminali d’Europa e l’autocensura dell’informazione Source: https://www.altriorienti.com/i-nuovi-criminali-deuropa-e-lautocensura-dellinformazione/ *[Operazione Grimm](https://www.europol.europa.eu/media-press/newsroom/news/operational-taskforce-grimm-193-arrests-in-6-months-tackling-violence-service-networks), come se bastasse il nome a mettere ordine nel male.* *Centonovantatré arresti. Undici Paesi europei. Minorenni reclutati come si reclutano rider: online ed a distanza. La violenza come servizio. **È una fiaba nuova, ma senza morale. **I mandanti non si vedono. Sappiamo solo che non sono qui, che operano da una lista di Paesi, sempre la stessa: sono MENAPT acronimo di un ritornello che suona medio oriente, nord Africa, Pakistan e Turchia. * *I ragazzi che sparano, invece, li conosciamo. Quindici anni. Sedici. Diciassette. Dicono sono v**ulnerabili. **Ma non possiamo sapere da dove vengono, chi sono davvero, da che famiglie. **Non si può dire. **Non si deve dire. * *E questa è la vera novità. **Una volta era diverso. Della mafia italoamericana sapevamo tutto: i cognomi, le famiglie, le strade di New York. Dei cartelli messicani conoscevamo i villaggi, i santi, i corridos. Della Triade avevamo simboli, rituali, gerarchie, cinema. Abbiamo trasformato il crimine in epopea. Lo abbiamo narrato per capirlo. E narrandolo, da Puzo a Saviano, lo abbiamo anche contenuto.* *Oggi no.* *Oggi il crimine è senza racconto, e quindi senza mappa. Non ha identità dichiarabile, non ha lingua, non ha volto. Ha solo piattaforme ed intermediari. **E soprattutto ha un nuovo alleato: il non detto. **Ci viene spiegato che nominare è pericoloso. Che descrivere è discriminatorio. Che distinguere è sospetto. Che saremmo razzisti a voler dare nome e respiro alle storie. **Così restano solo formule neutre: “reti transnazionali”, “criminalità globale”, “fenomeni complessi”. **Parole che non avvertono nessuno. Parole che non proteggono nessuno. **Perché una società che non sa più raccontare il male è una società che non sa più difendersi. **Non sa di chi diffidare.* *Qualche volta riaffiora un dato che le sentenze hanno già fissato: che alcuni dei responsabili della strage del Bataclan erano criminali comuni di Molenbeek, divenuti terroristi islamici, e che il passaggio da una forma di violenza all’altra è spesso una porta girevole. Dirlo non è falso. È sconveniente. **Dover tacere è opportuno. **L’Operazione Grimm è questo: non apre un momento di riflessione, ma di omertà istituzionale. **Niente nomi. **Niente clan. **Niente volti. **Una fiaba nera dove il lupo non si vede, e Cappuccetto Rosso impara a sparare prima ancora di sapere chi è. I**l vero segreto non è il crimine. È il fatto che noi lo sappiamo, ma non possiamo raccontarlo, diventiamo razzisti.* 6 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/pistola-beretta-92-f-9mm-parabello-232x300.jpg) --- # Thailandia: la guerra sciocca. Una corrispondenza Source: https://www.altriorienti.com/thailandia-la-guerra-sciocca/ Riceviamo e pubblichiamo una piccola testimonianza di un amico italiano che vive in Thailandia. Non ha voluto che il suo nome fosse reso noto. *Il confine, da queste parti, non assomiglia a un confine.* *Non ci sono cancelli, né cartelli solenni. Solo una strada che diventa sterrata senza avvisare, una pompa di benzina spesso vuota, un tempio basso con il tetto che ha visto stagioni peggiori. I monaci spazzano il cortile all’alba come ogni giorno. In lontananza, a volte, arrivano colpi sordi, irregolari, difficili da localizzare. Nessuno si ferma a guardarli. La guerra la guardiamo da questo lato. **Dal lato tailandese, perché dall’altra parte semplicemente non ci siamo. Qui non c’è nulla da conquistare.* *Niente città, niente industrie, niente snodi strategici. Solo risaie a fine stagione, gialle e piegate. A dicembre il riso non cresce più: si taglia. Non a mano. Costa troppo. Arriva una macchina, una sola, che passa campo dopo campo. I contadini aspettano il loro turno, in fila. Ottocentocinquanta baht al rai. Un rai sono milleseicento metri quadrati. Tre rai fanno più o meno un campo da calcio, per capirci noi occidentali. È così che passa il tempo, qui. Non con le bandiere, ma con i conti. La fine di dicembre, nel Sud-Est asiatico, è un mese ingannevole. **L’aria è più secca, il cielo più alto, la luce buona. È il mese in cui tutto sembra più semplice. Anche al confine l’impressione è quella di una calma solida, quasi definitiva. Le notizie arrivano male, a pezzi: una radio accesa in un negozio di noodles, uno schermo senza volume, un telefono che vibra troppo spesso. La guerra entra così, senza irrompere, come un disturbo che si preferirebbe ignorare.* *Si potrebbe provare a spiegarla, questa guerra Oppure, più onestamente, elencare le ipotesi, senza sceglierne una, come si fa con gli oggetti smarriti dopo un incidente. Forse è nazionalismo, usato come una coperta corta, tirata su in fretta quando il freddo arriva all’improvviso. Forse è inerzia militare: un incidente, una risposta automatica, una catena di comando che non sa più fermarsi. Forse è un confine poroso, governato sulle mappe e perso sul terreno. Forse sono simboli caricati oltre misura: una collina, un tempio, una linea tracciata male. Forse è competizione silenziosa, il bisogno di contare qualcosa in una regione che cambia rapidamente. Forse è la diplomazia che non funziona più, lenta, stanca, sempre in ritardo. Forse è semplicemente l’epoca: un tempo in cui l’uso limitato della forza è tornato normale. O forse non c’è nulla da spiegare, solo errori, orgoglio, incapacità di fare marcia indietro senza perdere la faccia.* *La gente del posto non parla di geopolitica. Parla del raccolto, dei prezzi, di un figlio a Bangkok. Quando parla della guerra usa parole piccole: rumore, notte, soldati giovani. Nessuno dice patria. Nessuno dice onore. I confini sono un affare per chi vive lontano. **Nei campi, intanto, la macchina arriva. Taglia, raccoglie, passa oltre. Il riso viene contato, caricato, la stagione si chiude. È questo che conta davvero: finire in tempo, rientrare delle spese, non perdere il raccolto. La guerra resta sullo sfondo, come un suono che non riesce a diventare linguaggio.* *La guerra esiste, fa male, uccide. Eppure non riesce a imporsi come evento. Non promette nulla, non apre un futuro, non risolve un passato. Consuma senza trasformare. **Forse è questo che la rende davvero sciocca. Una guerra inutile, senza epica e senza necessità, arrivata quando il lavoro vero — quello che tiene in piedi le cose — è già stato fatto. Come molte guerre così, finirà probabilmente senza essere risolta. Lascerà dietro di sé un altro strato di silenzio, pronto a essere riattivato. Ma nei campi, intanto, la stagione è chiusa. E da queste parti, questo conta più di tutto il resto.* *Adesso abbiamo una fragile tregua. Nessuno si fa illusioni.* 3 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2026/01/cambogia_4-300x187.avif)   --- # 2026 & la finanza – la grande scommessa Source: https://www.altriorienti.com/2026-la-finanza-la-grande-scommessa/ *Il pub di Porta Romana a Milano è uno di quelli con le luci basse, esattamente come piacciono a Patrick: abbastanza scure da non vedere i dettagli, abbastanza chiare da riconoscere chi entra e chi esce. Poche persone e si riesce a parlare. **Arrivo qualche minuto prima. * *Patrick Bateman, il broker, arriva puntuale, in un completo troppo perfetto per quel posto.* *Ordina una birra chiara, “per iniziare”, dice.* *È ancora lucido. È il momento buono.* *«Mi chiedi dei tuoi risparmi» dice, senza preamboli.* *«Se devi vendere oggi a questi prezzi e cerchi risposte»* *Poi si ferma, inclina il bicchiere e continua:* *«Sai qual è la cosa che funziona?»* *Mi guarda come se fosse interessato, e forse lo è davvero, per quei primi dieci minuti in cui la sua mente è una lama.* *«**Non vendo apocalissi. **Non faccio il profeta. **Ti spiego la struttura. **La struttura, capisci?»* *Beve un sorso, si asciuga il labbro con una precisione che fa quasi ridere.* *«La gente parla di crisi come se fossero eventi meteorologici. **Io invece parlo di architettura. **Il 2026 è un test, non un destino.»* *Poi appoggia la birra — ancora piena a metà — e la sua voce cambia appena:* *«Glass–Steagall. **Quello è il cuore di tutto. **Una separazione che teneva in piedi un mondo intero. **L’hanno tolta perché sembrava vecchia. **Le cose vecchie a volte reggono meglio delle nuove. **Ma nessuno vuole ammetterlo.»* *Annuisce piano, come se stesse giudicando un quadro molto costoso e molto fragile.* *«Sì. **La sincronia è il vero pericolo. **Quando tutti sono la stessa cosa, tutti cadono insieme. **È quasi poetico, se non fosse disgustoso.»* *La seconda birra arriva. La terza. **È ancora lucido, ma sta entrando in quella fase pericolosa in cui dice la verità senza accorgersene.* *Sorride.* *«Ed è anche vero che quando tutti possono fare tutto, nessuno risponde di niente. **È così da vent’anni. **È così adesso.»* *La quarta birra lo scalda.* *La quinta lo rende indulgente.* *Alla sesta — lo sappiamo entrambi — Patrick non è più Patrick: diventa un’ombra lucida, un fantasma con un debole per l’alcol, un professionista che ha dimenticato la sua etica ma ricorda ancora il suo nome.* *Prima che arrivi a quel livello, mi guarda ancora una volta e conclude:* *Si alza, paga, aggiusta il colletto. **È ancora impeccabile, ma gli occhi sono già più morbidi.* *«Nel 2026 non bisogna indovinare — bisogna essere preparati. **Ci siamo capiti, no? **Buona notte.»* *E se ne va. **La settima birra rimane sul tavolo. **La mattina dopo non ricorderà niente.* *Ha ragione. * *Il 2026 è una scommessa. Una scommessa collettiva, forse inconsapevole. **E qui il punto: non è una scommessa sul mercato, ma sulla struttura stessa del sistema finanziario. Su come è fatto, su dove si spezza quando le cose vanno male, su chi porta il rischio e chi la responsabilità. **Il nostro problema non è la crisi. Il nostro problema è la simultaneità della crisi. **Non viviamo più in un mondo di compartimenti stagni, ma in un mondo sincrono. Questa sincronicità — affascinante, tecnologica, ultramoderna — è anche il suo tallone d’Achille. **Per capire perché il 2026 è un anno di rischio, bisogna tornare al 1933. **In quell’anno, gli Stati Uniti approvarono il Glass–Steagall Act.* *Una legge semplice: **le banche commerciali fanno le banche commerciali; le banche d’investimento fanno le banche d’investimento. Niente commistioni.* *Una filosofia limpida:* - *chi custodisce i risparmi non può fare trading* - *chi colloca titoli non può prendere depositi* - *chi presta non può speculare* - *chi produce rischio non può venderlo come se fosse sicurezza* *Questa semplicità ha sorretto 70 anni di stabilità, dal dopoguerra fino agli anni Ottanta. **La crisi del 1929 non si ripeté. Le banche non fallivano per capricci speculativi. Il sistema funzionava perché non tutti potevano fare tutto. **Poi, lentamente, quella parete è stata demolita. Pressioni politiche, retorica sulla modernizzazione, entusiasmo per i mercati “efficienti”. **Nel 1999, Glass–Steagall fu abolito. **Fu come dire: “Tranquilli, ora è più moderno.” **Da allora, il nostro sistema è diventato un organismo unico: nervi collegati, reazioni simultanee, prodotti finanziari che saltano da un contenitore all’altro come corrente ad alta tensione. Il risultato è affascinante, ma pericoloso. **Le banche fanno credito e trading. **I fondi fanno credito come le banche, ma senza vincoli. **Le  assicurazioni fanno gestione del risparmio. **Le Big Tech fanno credito, pagamenti, scoring. **Le fintech fanno tutto senza essere regolamentazioni. **Il confine non esiste più. **Esiste una sola, grande creatura interconnessa.* *È questo che rende il 2026 un test vero: **se qualcosa si rompe, si rompe tutto insieme. **Non si tratta di prevedere una crisi. **Si tratta di capire se la scommessa regge: se un sistema in cui tutti fanno tutto può sopravvivere a una scossa seria. **La crisi dei subprime nel 2008 non è stata una “tempesta perfetta”.* *Non era vero: non era perfetta, era strutturale. **Era la prima prova generale del mondo post Glass–Steagall. **E tutto crollò in sincrono, come un unico organismo. **La verità è che quella lezione non è stata interiorizzata. **Il sistema oggi è più grande, più levereggiato, più complesso, più digitale. E quindi, inevitabilmente, più fragile.* *Nel 2008, un paese non fu toccato: il Canada. **Non perché migliore, ma perché aveva mantenuto una separazione chiara dei compiti. **Nessuno faceva tutto. Nessuno poteva fare tutto. Quel sistema ha retto. Ed è per questo che, oggi, i canadesi parlano con calma di rischio sistemico, mentre noi siamo nel panico.* *Il 2026 sarà semplicemente un esame.* *Un anno in cui tutte le tensioni latenti (debito, tassi, valutazioni, geopolitica, leve nascoste, prodotti ibridi) verranno misurate contro una domanda fondamentale: **È sostenibile un mondo in cui non esistono più ruoli distinti? **Una domanda semplice, ma decisiva. **Se la risposta è sì, allora il 2026 passerà come un anno di nervosismo e nulla più. **Se la risposta è no, avremo la prova che senza separazione non c’è stabilità.* *Non sappiamo se nel 2026 ci sarà una grande crisi. **Non siamo profeti, e nemmeno ci interessa esserlo. **Ma sappiamo questo:* - *il sistema è più fragile del 2008* - *più interconnesso del 1999* - *più complesso del 1987* - *più indebitato del 1933* - *e privo della separazione funzionale che lo ha reso solido per 70 anni* *E sappiamo anche che, quando tutti possono fare tutto, non c’è più nessuno che porta davvero la responsabilità di niente. **È in questa mancanza di ruoli che la scommessa del 2026 si gioca. **Non è catastrofismo. **È struttura. **È architettura. **È buon senso. **E, soprattutto, è la lezione più antica del mondo: **i sistemi reggono quando hanno muri portanti. **Quando li togli, tutto sembra più elegante. **Ma basta una vibrazione — una sola — per capire quanto quel fascino sia fragile.* 1 gennaio ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/imagesbbbuuuu.jpg) --- # Macbeth a Mosca – la versione di Ivan Il’ič Source: https://www.altriorienti.com/macbeth-a-mosca-la-versione-di-ivan-ilic/ *La notte in cui la nostra storia comincia, Lady Macbeth si è interrotta.* *Il maestro Riccardo Chailly ha avuto un malore sul podio, e l’opera è stata sospesa dopo il secondo atto, come se qualcosa — nella musica o nel mondo — avesse deciso che quella tragedia non dovesse compiersi fino in fondo. **Un’ambulanza alla Scala, il pubblico che attende per trenta minuti, la comunicazione: **l’esecuzione si ferma “per rispetto del maestro”, “vista la complessità della partitura”. **E nella sala resta un silenzio strano, vibrante, come il vuoto che precede un destino. **Chailly verrà portato al Monzino in codice giallo. **La moglie dirà che i valori sono buoni. **Ma ciò che resta davvero di quella notte non è il dato clinico: **è l’intuizione che una tragedia possa abortire, che la sua voce si spezzi proprio quando sta per scendere nel cuore del dolore. **È in quella fenditura — in quella serata interrotta — **che incontriamo lui: un giovane studente magistrale russo. **Non alla prima, che non è affar nostro, **ma in una replica di turno, più sincera, più umana, più vulnerabile. **E da lì, dal vuoto lasciato da un’opera spezzata, **comincia il nostro dialogo **e la nostra discesa nell’anima russa.* *Lo incontriamo fuori dal teatro.* *Niente velluti, niente primi ranghi: solo la penombra metallica di Lady Macbeth del distretto di Mcensk, che sale dalla buca orchestrale come un odore ferroso. Gli amici ce lo presentano come “uno che legge troppo”. Lo si capisce dal modo in cui tiene il programma, piegato come un foglio d’archivio.* *È russo, ma già altrove. S**tudente magistrale di economia e storia in Italia: non la storia dei regni, ma la storia dei destini. **Parla piano, come chi misura ogni parola. **Della Russia contemporanea non dice nulla. **Non la considera degna.* > *“È un episodio minore,” mormora.* *Uscendo sulla via Manzoni, con prudenza,  gli chiediamo cosa pensi della guerra. **Lui ci guarda come si guarda un enigma superfluo.* > *“Le incoerenze,” dice, “sono più istruttive dei fatti.”* *Poi pronuncia, con un disprezzo elegante, una parola che stona nel suo modo affilato di parlare:* > *“È come un recita delle parti … un buddy movie direbbero gli americani.”* *La dice come si direbbe una cosa volgare, non abbastanza tragica per un impero che da secoli si pensa come mito. **Eppure — aggiunge — è proprio questa la chiave: un gioco da poliziotti stanchi per una storia da tragedia imperiale.* > *“Per capire questa guerra,” dice, **“non basta guardare la Russia. **Bisogna ascoltare il gioco degli altri.”* *E allora lo disegna, il gioco delle parti, senza pathos. **Gli Stati Uniti fanno il poliziotto buono: **contengono la Russia, la frenano dal baratro, non la lasciano crollare. **Non per clemenza: per convenienza strategica. **L’Europa fa il poliziotto cattivo: **punisce, ammonisce, proclama. **Ha bisogno di esser dura per non confessare la propria fragilità. **E la Russia è il convitato tragico, **troppo colpevole per essere assolto, **troppo pericoloso per essere abbattuto.* > *“Un gioco piccolo,” dice, **“per una tragedia grande.”* *La tragedia non è dell’Occidente. **È russa. **Parla come un cantore antico, uno di quelli che conoscono la fine dei cicli.* > *“La Russia non cade. **Si assottiglia.”* *E allora elenca i segni del logoramento con la lente di un'economista:* - *tassi d’interesse al 16–17%, febbre che non passa mai;* - *spesa militare al 8–10% del PIL, peso da assedio permanente;* - *inflazione reale oltre il 10%, non quella dei report ma quella che si vede negli scontrini, nei salari che si sbriciolano come pane troppo vecchio, nei risparmi che evaporano negli occhi degli anziani;* - *industria rattoppata, ferrivecchi nordcoreani, pezzi africani, resti sovietici;* - *i giovani semplicemente se ne vanno.* *E poi l’oro. **L’oro sacro. **L’oro che un tempo garantiva immortalità. **L’oro che ora la Russia vende.* > *“Uno Stato che vende l’oro,” dice, **“è come un vecchio che porta al banco dei pegni il medaglione della madre. **Non per vivere: per non confessare la miseria.”* *È la scena che Dostoevskij avrebbe scritto senza cambiare una virgola. **Non nomina mai Putin. **Non è necessario.* > *“Gli imperi,” sussurra, “alla fine non scelgono un genio. **Scelgono un accidente.”* *E allora compare, come un’ombra: **l’uomo nato nei cortili bassi dell’URSS, **cresciuto nella malinconia operaia, **salito al potere non per grandezza, ma per combinazione, paura, vuoto. Che ha scelto la guerra credendo di vincerla senza combatterla. Che i cittadini di Kyev e di Odessa lanciassero fiori e non granate ai soldati. Che ha creduto ad una corte che ha mentito per compiacerlo. Che ha creduto di conoscere l'anima dei bianchi d'Ucraina. **Un contadino-Macbeth di Mosca, **che non ha mai chiesto la corona **e non può più deporla. **Regna con la mentalità della steppa: **accumula, sospetta, trattiene. **Brucia riserve, vende oro, **chiama guerra come si chiama una bestia domestica perché non morda il padrone. **È l’accidente della storia che si ritrova a governare un impero che non sa più che farsene di sé stesso.* *Poi tace. **Quando riprende, la sua voce è la voce della Russia profonda, **quella delle byliny, **che narrano la sconfitta come destino, **non come errore.* > *“Ogni impero lascia un canto,” dice. **“Il nostro è fatto di numeri. Numeri che non si possono piangere.”* *E li recita a rosario e spine — non come cifre, ma come morti senza nome:* - *un milione di uomini e donne tra morti, feriti, storpi e seriamente traumatizzati;* - *un milione sottratto ai villaggi, alle fabbriche, alle vite silenziose;* - *un milione disperso nelle nebbie della mente, nei letti vuoti, nelle stanze dove la luce rimane accesa per pietà.* *Questi numeri non parlano. Piangono**. **Sono il requiem dell’impero, **la ballata funebre del contadino-Macbeth **che dissangua la sua stessa terra per ritardare il silenzio. Ci** dice, con dolcezza spaventosa:* > *“La Russia non serve sconfitta, non deve vincere, deve dissanguare.”* *La guerra non è un conflitto. **È un rito di consunzione. **Un modo per ritardare l’istante in cui la Russia dovrà ascoltare la propria voce spegnersi.* *Alla fermata del tram stringe il programma sgualcito come un talismano inutile.* > *“Gli imperi,” dice piano, **“non finiscono. **Perdono il fiato. **Continuano a muovere le labbra quando il mondo non li ascolta più.”* *E se ne va nella notte, con il passo lento di chi respira già a un’altra epoca.* *Resto lì, e capisco che Macbeth a Mosca non è un titolo: **è una bylina moderna, **il canto epico di un impero che scende in cantina, **apre lo scrigno, **prende l’oro della madre **e lo vende al peso del giorno. **Un contadino-Zar che custodisce un falò troppo grande. **Un popolo che conosce la sconfitta meglio della vittoria **e canta la rovina come si canta un matrimonio. **Il resto è recita. **Il fiato è breve. **E la storia — quella vera — **ha già voltato pagina.* *Ripenso a Tolstoj **e alla neve di Sebastopoli e dei suoi racconti, **quella neve che non inghiotte il sangue **ma lo fa risplendere come un’accusa. **Lì la Russia rivela il suo volto: **un uomo allo stato puro, **un uomo più uomo degli altri, **capace di ferire e di comprendere, **di cadere e di pensare. **Tolstoj l’aveva visto: **la crudeltà e la pietà che abitano la stessa carne, **la violenza e la coscienza fuse nello stesso respiro. **Sangue e neve: **la sua condanna, **la sua grandezza. **Sempre corpo, **sempre lucidità, **sempre in bilico fra l’abisso e la grazia.* *La Russia vede più lontano, **cade più in basso. **E nel rosso sulla neve — **come nelle pagine di Tolstoj — **compie da secoli **il proprio destino.* 29 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/234_0h3a1355-ph-brescia-e-amisano-teatro-alla-scala-300x239.jpg) Lady Macbeth ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/71ZcCM46y8L._SL1500_-183x300.jpg) **Nota – Bylina** *Le byliny sono i canti ancestrali della Russia, sospesi tra storia e visione.* *Non spiegano: evocano. **Sono la voce che narra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere, **il respiro degli eroi e dei perduti.* *Quando un impero si consuma, **la Russia non piange. **Canta una bylina.* --- # The Party Is Over – La BBC e la notte di Bangkok Source: https://www.altriorienti.com/the-party-is-over-la-bbc-e-la-notte-di-bangkok/ *C’è sempre un ritardo nei racconti occidentali sull’Asia. Non un ritardo cronologico, ma esistenziale.[ La BBC spedisce troupe e conduttrice in Thailandia nel 2025 per girare The Dark Side of Paradise](https://thethaiger.com/news/bangkok/bbc-crew-nearly-arrested-while-filming-thailand-documentary?utm_source=chatgpt.com). Un titolo già di per sé stanco, che suona come la copia carbone di decine di reportage precedenti. La narrazione è quella di sempre: paradiso tropicale sopra, inferno di vizi sotto. Peccato che il peccato non abiti più qui da un pezzo.* *La notte thailandese che la televisione britannica cerca di catturare non esiste. Quella dei tempi mitici, degli anni ’80 e ’90, dei corridoi infiniti a Patpong e Nana, del caos disordinato e improvvisato. Oggi resta una notte in uniforme: un concerto per voci bianche, con hostess educate come educande. Non più trasgressione, ma protocollo. Non più rischio, ma spettacolo confezionato.* *Eppure la troupe arriva. Telecamere in spalla, permessi stampati, convinzione di avere la missione di “svelare” al pubblico inglese la doppia faccia di Bangkok. Entrano nei bar come in una riserva indiana, con lo sguardo antropologico e coloniale del tardo impero: osservare, classificare, filmare. Ma non trovano il selvaggio, trovano il manager. Non la giungla, ma la procedura. Alla prima inquadratura di troppo, scatta il conflitto: i baristi chiamano la polizia, i poliziotti non gradiscono, e un posacenere vola verso la troupe. Più che la “dark side”, sembra la scenetta di un villaggio turistico che difende la propria tranquillità.* *In Occidente, la Thailandia sopravvive come mito del peccato tropicale. Una cartolina che resiste nella memoria collettiva: il sesso facile, le strade pullulanti, lo street food che accompagna le notti infinite. Ma la realtà è che il party è finito. Bangkok ha smantellato lo street food storico – la celebre Sukhumvit 38, con i suoi carretti, le sue famiglie, le sue zuppe notturne, oggi è un parcheggio triste. Al loro posto sono arrivati i food court climatizzati dei mall.* *La stessa sorte tocca alla notte. Patpong è un museo di sé stesso, Nana Plaza uno zoo umano (un freak show per nostalgici a cui abbiamo dedicato un articolo che pubblicheremo presto). I quartieri rossi sono diventati scenografie standardizzate, parchi a tema erotici per turisti distratti. Come lo street food, anche la notte è stata “igienizzata”.* *La verità che la BBC non sa, o non vuole vedere, è che la Thailandia non ha più bisogno di mostrarsi scandalosa. È diventata industria del consenso globale: centri commerciali, turismo di massa, festival sponsorizzati. La trasgressione è stata messa in scatola, la spontaneità abolita, il peccato sostituito da un marketing professionale.* *Così la BBC gira un documentario che arriva tardi, con il tono grave del missionario che denuncia. Ma la denuncia non coglie più nulla. Non è più trasgressione, ma addestramento: ragazze che sorridono, ragazzi che servono cocktail, manager che proteggono i propri margini di profitto. Una società che ha imparato a incassare sorridendo, e a vietare filmando.* *E in questa distanza si misura l’irrilevanza dell’Occidente. Loro credono ancora che esista un “dark side” da raccontare, mentre la Thailandia ha già superato quella fase. È diventata un set globale, pronto a cambiare scenografia secondo la domanda: oggi turismo sessuale, domani benessere, dopodomani digital nomads. Non è più paradiso perduto, ma paradiso modulare.* *Il posacenere lanciato contro la troupe non è un dettaglio folklorico: è un segnale. Non serve più che arrivino telecamere straniere a raccontare il lato oscuro. Quel lato oscuro appartiene ormai agli archivi, alle memorie, alle narrazioni degli anni ’90. Non alla Thailandia di oggi, che vive in un presente pragmatico, spietato e molto più ordinario.* *La BBC arriverà sugli schermi con il suo documentario, e il pubblico britannico lo guarderà con il solito misto di curiosità e pregiudizio. Ma sarà un documentario falso, anche se non mente: falso perché parla di un mondo che non c’è più. La notte thailandese è ormai educata, regolata, replicabile. Il vero “dark side” non è nei bar di Patpong, ma nella capacità di un Paese di trasformare ogni mito in business, ogni scandalo in franchising, ogni corpo in protocollo.* *E così, ancora una volta, l’Occidente arriva in ritardo. Il party è finito, il palco smontato, e la BBC continua a raccontare il circo quando le luci sono spente.* 28 dicembre ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/09/0_531404TITLEThailand-the-Dark-Side-of-Paradise-300x225.webp) --- # Memorie d’acqua, di loto ed Oriente. Appunti mantovani di Giuseppina Arda Source: https://www.altriorienti.com/memorie-dacqua-di-loto-ed-oriente-appunti-mantovani-di-giuseppina-arda/ **Nota del Redattore** *Riceviamo, e abbiamo il piacere di pubblicare, un testo inviatoci con garbo e misura dalla signora Giuseppina Arda, di Morcote in Canton Ticino, lettrice affezionata che, pur superati gli ottant’anni, conserva intatto il lume della curiosità e dell’eleganza di pensiero.* *Nel corso della sua vita lavorativa, la signora Arda ha curato con dedizione un importante legato bibliotecario, esperienza che le ha affinato il gusto per i libri rari e per le memorie preziose.* *Con sommessa gentilezza, ella si chiedeva se fosse opportuno, nella nostra pagina, dare spazio al racconto di un fiore orientale, così lontano eppure così stranamente familiare alle nostre terre.* *Accogliamo il suo contributo non solo con gratitudine, ma con autentico piacere, riconoscendo in queste righe un piccolo atto d'amore verso il paesaggio, la storia e la bellezza.* **Memorie d'acqua, di loto ed Oriente. Appunti mantovani** Vi è lungo il corso tranquillo del Mincio una leggenda di quelle che si narrano senza necessità di credere o di dubitare. Si racconta di una ninfa, Ninfea, che si sarebbe tramutata in fiore per sfuggire a un amore proibito, ornando in eterno le acque del fiume. È una leggenda gentile, eppure non può vantare antiche radici: ché i fiori che oggi tappezzano il basso Mincio sono una presenza recente, meno che centenaria, figlia di mani umane più che di antichi sortilegi. **Mattino sul Mincio** Alle prime luci, quando il cielo si leva ancora incerto tra il perla e il grigio, il Mincio si mostra nella sua forma più pura. Un velo di nebbia sottile galleggia appena sopra le acque ferme; sulle rive, i pioppi emergono come colonne scolpite nella foschia. I pescatori, avvolti in giacche di tela cerata, scivolano silenziosi su barche basse, spingendo i remi con gesti antichi. Di tanto in tanto, il canto nitido dei gruccioni — piccoli uccelli color smeraldo e rame — fende l’aria, riportando per un istante il paesaggio alla sua dimensione più terrena. Tra le foglie del loto, ancora intirizzite dalla rugiada notturna, si formano piccole sfere d’acqua, perfette, in bilico sulla loro superficie idrofoba, come perle offerte agli dei invisibili di questo Oriente padano. Fu all’inizio del secolo scorso, in un'epoca già dominata dall’industria e dalla ragione, che Ada Gavazzi Artoni, naturalista mantovana di fine cultura, introdusse nelle acque locali i semi del Nelumbo nucifera, il loto sacro d'Asia. Il gesto, che avrebbe potuto restare confinato in un modesto esperimento botanico, diede invece origine a uno spettacolo naturale che non ha eguali in Europa: vaste distese di foglie tondeggianti e fiori emergenti, ordinati in geometrie spontanee che ricordano, più che i laghi occidentali, le lagune del Siam o i giardini sommersi di Hangzhou. In certi pomeriggi estivi, risalendo il Mincio fra Grazie di Curtatone e Rivalta, il viaggiatore viene avvolto da un silenzio luminoso: un orizzonte interrotto solo dalle ombre lente dei cavalieri d’Italia o dal volo radente di un airone. Le foglie di loto, grandi come scudi antichi, si dispongono con una regolarità che parrebbe pensata da un architetto. L’acqua, intrappolata nei loro cerchi, riflette una luce opaca, smorzata, come attraverso veli. Fu in tale cornice che incontrai Enea Torri, botanico milanese di temperamento pratico, alieno dalle fantasticherie. Torri, seduto sul bordo di una piccola chiatta, spiegò con sobrietà: "Non si tratta di vere ninfee, come talvolta si scrive con leggerezza. Le ninfee, le *Nymphaeaceae*, hanno foglie galleggianti e fiori appiattiti. Qui invece domina il loto, famiglia delle *Nelumbonaceae*, con fusti che emergono sopra il livello dell'acqua, fiori eretti, semi racchiusi in capsule robuste, e un apparato radicale capace di penetrare il fango fino a mezzo metro di profondità." Dal punto di vista botanico, aggiungeva, il loto del Mincio rappresenta un caso di acclimatazione spontanea particolarmente raro: il clima continentale padano, pur segnato da gelate invernali, non ha impedito alla pianta, originaria delle pianure monsoniche asiatiche, di prosperare e riprodursi su vasta scala. I semi possono sopravvivere a temperature di congelamento; la foglia, coperta da uno strato ceroso noto come "effetto loto", impedisce l'accumulo di impurità e funghi; la fioritura si prolunga da giugno a settembre, con picchi di massimo splendore nelle giornate torride. Mantova, su cui l'acqua posa da secoli una carezza lenta, accoglie questi fiori venuti da lontano con la naturalezza di chi ha fatto dell'incontro una propria vocazione. È città di geometrie severe e dolcezze inaspettate: i palazzi dei Gonzaga, affacciati su piazze ampie e quasi deserte nelle ore calde; i soffitti del Mantegna, dove gli dei sbirciano tra le nuvole finte; il Rio, che scorre lento e ombroso come un canale veneziano dimenticato. Sotto la luce inclinata del tramonto, Mantova non è solo città d'arte, ma porta d'Oriente: non per conquista o commercio, ma per quella sottile consonanza di spiriti che accomuna chi vive fra l’acqua, il tempo e il silenzio. Così il loto fiorisce sul Mincio: senza alterare l’anima del luogo, ma sussurrando che ogni viaggio, anche quello di un seme, può diventare destino. **Postilla fluviale. Quando il loto prende troppo spazio** *Dopo che le avevamo scritto, con una breve nota via mail, per comunicarle che il suo testo sarebbe stato pubblicato, la signora Giuseppina Arda ci ha richiamato al telefono.* *La sua voce era ferma, educata, vagamente commossa. Ci ringraziava — non tanto per la pubblicazione in sé, quanto per la cura con cui era stata accolta una memoria che per lei, ci ha detto, “non era letteratura, ma paesaggio vissuto”.* *In quella stessa telefonata, con lo stesso tono riservato e preciso con cui si segnala un refuso in una vecchia edizione, la signora Arda ha anche confidato un pensiero che nel testo iniziale aveva lasciato sullo sfondo: una sottile preoccupazione per il futuro del loto stesso.* > *“È bello, lo so”, ci ha detto,* > *“e anch’io ho sempre amato quelle fioriture, quando da ragazza pedalavo lungo le rive.* > *Ma da bibliotecaria so anche che la bellezza non basta.* > *Bisogna sapere dove porta.”* *Il fiore di loto, introdotto a Mantova nel 1921, ha trovato nelle acque lente del Mincio un habitat talmente favorevole da prosperare senza freni.* *Nel tempo, la sua presenza si è estesa ben oltre le aspettative iniziali, trasformando porzioni intere del Lago Superiore in tappeti vegetali densi e ombreggianti.* *Le immagini aeree, affascinanti quanto inquietanti, mostrano specchi d’acqua quasi interamente coperti da foglie, come se la palude avesse ritrovato un ordine tropicale.* *Ma la natura, lo sappiamo, raramente tollera l’eccesso, nemmeno se benigno.* *Recenti studi del Parco del Mincio e dell’Università di Parma hanno evidenziato che questa fioritura straordinaria sta generando effetti collaterali inattesi:* - *Accumulo di biomassa: le grandi foglie e i rizomi, decomposti, si depositano sul fondale, accelerando l’interramento del lago e alterando l’idromorfologia naturale.* - *Ombreggiamento delle specie autoctone: il loto, molto fitto in superficie, riduce la luce che raggiunge le piante acquatiche originarie, come la ninfea bianca, il nannufaro o la millefoglie d'acqua.* - *Diminuzione dell’ossigeno: durante i mesi estivi, la decomposizione della vegetazione aumenta il consumo di ossigeno disciolto, danneggiando la fauna ittica e gli equilibri microbiologici dell’ecosistema.* *In altre parole: la meraviglia si è fatta squilibrio, seppur silenzioso.* *Non per colpa di un errore, ma per la forza della persistenza vegetale, che non sempre rispetta i confini estetici o simbolici che gli umani assegnano alle piante.* > *“Il loto non è invadente,”* > *ha concluso la signora Arda,* > *“è solo generoso. Troppo.* > *Come certi ospiti a cui nessuno aveva dato un tempo per andarsene.”* *Parole che non giudicano, ma osservano.* *E che, come tutte le osservazioni sagge, valgono più di mille relazioni scientifiche.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/mantova_loto-700x350-2.webp) ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/04/ChatGPT-Image-27-apr-2025-17_12_06-200x300.jpg) Incisione botanica colorata a mano, raffigurante il Nelumbo nucifera (loto sacro), tratta da una raccolta naturalistica di metà XIX secolo. Acquerello e china su carta pergamenata. **Nota botanica** (*Compilata sul campo, presso le rive del basso Mincio, luglio 20XX*) - **Specie dominante**: *Nelumbo nucifera* (loto sacro) - **Famiglia**: Nelumbonaceae - **Foglie**: emergenti, peltate, diametro medio 40-60 cm, superficie idrofoba. - **Fiori**: eretti sopra il livello dell’acqua; diametro 15-25 cm; colore: rosa tenue con variabilità verso il bianco. - **Fruttificazione**: infruttescenza a forma di doccia rovesciata, contenente 20-30 semi. - **Periodo di fioritura osservato**: fine giugno – inizio settembre. - **Temperatura minima tollerata**: -5 °C (sopravvivenza rizomatica). - **Modalità di propagazione**: per rizoma (dominante), per seme (rara in condizioni naturali). - **Note**: Pianta a forte impatto paesaggistico, autoctonizzazione spontanea osservata senza necessità di gestione intensiva. - Effetto invasivo documentato sulle specie palustri native in loco.     --- # Il Rinoceronte dell’Indocina Source: https://www.altriorienti.com/il-rinoceronte-dellindocina/ *Tutto comincia da una teca del Museo di Storia Naturale di Milano. Dentro, dietro il vetro, c’è il quagga, mezzo cavallo e mezza zebra, il cui ultimo respiro appartiene al 1883 in uno zoo di Amsterdam. Non c’è bisogno di spiegare molto a mia figlia Francesca: basta guardarlo. È lì, con le strisce che sfumano nel marrone, come un animale incompiuto, eppure bellissimo.* *«Papà, perché non c’è più?»* *La risposta si aggroviglia. Non c’è più perché l’uomo l’ha voluto così.* *Poi arriva la tigre della Tasmania. Di lei non resta un corpo imbalsamato a Milano, ma filmati sgranati degli anni ’30: una gabbia nello zoo di Hobart, il passo nervoso avanti e indietro, le mascelle che si aprono a mostrare denti da predatore. L’ultimo esemplare morì nel 1936. Da allora sopravvive in un immaginario collettivo sospeso tra scienza e leggenda: qualcuno giura di averla vista di nuovo, come succede con i fantasmi.* *«E in Asia?» domanda Francesca.* *Ed ecco che compare, dal buio della memoria, il rinoceronte dell’Indocina.* *Nelle foreste fitte che scendono verso il Mekong, e nelle montagne umide che separano Laos, Cambogia e Thailandia, viveva un rinoceronte particolare. Non grande come quello africano, né imponente come quello indiano. Era più piccolo, con due corna sottili e una peluria rossastra sul corpo. Non era un animale da savana, ma da giungla.* *Gli studiosi occidentali del XIX secolo faticarono a capirne la classificazione. Si parlò di Dicerorhinus sumatrensis lasiotis, una sottospecie del rinoceronte di Sumatra che aveva colonizzato l’Indocina. Nei racconti dei villaggi, però, era semplicemente “il signore della foresta”: invisibile, solitario, notturno. Lo si conosceva dai segni che lasciava: un tronco piegato, un solco nel fango, un cumulo di sterco fresco.* *Negli anni ’70 e ’80 si stimava che qualche decina di esemplari resistesse lungo i confini thailandesi. Ricercatori di Oxford e ranger locali organizzarono spedizioni. Trovarono impronte, tracce, ma quasi mai l’animale stesso. Era già raro, già in ritirata.* *Nel 1992 un rapporto dell’IUCN lo menzionava ancora nel Laos e in Cambogia. Alcuni parlavano di dieci individui superstiti. Poi le tracce si fecero sempre più sottili.* *Alla fine degli anni ’90 il verdetto era chiaro: estinzione regionale. Nessun rinoceronte in Thailandia. Nessuno in Laos. Nessuno in Cambogia.* *Restava solo il sospetto che piccoli nuclei potessero sopravvivere inosservati nelle foreste più impenetrabili. Ma le pattuglie antibracconaggio non trovarono più nulla. Restavano solo corna sequestrate nei mercati di Bangkok o Saigon, vendute a prezzi astronomici per la medicina tradizionale.* *Negli ultimi anni, alcuni biologi hanno recuperato resti ossei e DNA antico da musei e collezioni. Scoprirono che i rinoceronti dell’Indocina non erano una specie a sé stante, ma una popolazione distinta del rinoceronte di Sumatra. Una ramificazione geografica, isolata, che non ha retto all’urto del secolo XX.* *Questa scoperta non li rende meno misteriosi: anzi, li avvicina di più a noi. Sono parenti strettissimi di un animale che ancora oggi, con meno di cento esemplari, sopravvive a Sumatra e nel Borneo. La differenza è che in Indocina il filo si è spezzato.* *Il quagga, la tigre della Tasmania, il rinoceronte dell’Indocina. Tre storie che non appartengono ai tempi geologici, ma a noi contemporanei.* *Il quagga scompare a fine Ottocento, quando già c’erano le locomotive.* *La tigre della Tasmania muore negli anni ’30, quando già volavano gli aerei.* *Il rinoceronte dell’Indocina sparisce negli anni ’90, quando già avevamo internet.* *Sono estinzioni che portano una colpa precisa: non è stato il tempo, è stata la mano dell’uomo. E raccontarle a una bambina significa insegnarle che il mondo che ci circonda non è fisso, ma fragile. Che un animale reale può diventare leggenda in una sola generazione.* *Oggi, nelle zone dove un tempo viveva, restano i racconti degli anziani. Alcuni dicono di averne sentito i richiami, simili a trombe nasali. Altri parlano di incontri al crepuscolo. Ma nessuna fotografia, nessuna prova.* *Il rinoceronte dell’Indocina è ormai un’ombra, un ricordo.* *E quando tua figlia chiede «Ma tornerà mai?», l’unica risposta possibile è questa:* *torna nei libri, nei racconti, nella memoria. È qui, adesso, nelle nostre parole.* 21 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/08/OIPbbb-300x300.jpg) Ps non cercate il quagga al Museo di Scienze naturali di Milano. Una colonia di muffe aveva aggredito l'animale impagliato. Un gruppo di tassonomisti è al lavoro per sanare le piaghe del tempo. --- # Altriorienti in vacanza nel Mediterraneo Source: https://www.altriorienti.com/altriorienti-in-vacanza-nel-mediterraneo/ *Gli ucraini colpiscono una petroliera russa nel Mediterraneo. **Bandiera dell’Oman. **Scoppia il caso.* *Insorgono i neo ambientalisti putinisti: * *gli ucraini — si dice — vogliono inquinare il Mediterraneo. La novità: in guerra si controlla il carico prima di colpire.* *Si pesa l’impatto ambientale. Si compila una VAS, una cosa seria e complicata solo a pronunciarla.* *Poi emerge il dettaglio fastidioso. **La nave tornava dall’India. **Il petrolio russo era già stato scaricato. **Vuota. **Quasi innocente. **Quasi morale.* *A questo punto il corto circuito è completo. **Resistere all’invasore russo diventa idealismo compatibile, purché la nave sia ecologicamente presentabile.* *La guerra sì, ma a basso impatto ambientale* *Nascono così nuove categorie tassonomiche:* *– pacifisti armati* *– ecologisti selettivi* *– neutralisti con preferenze* *– neo ambientalisti putinisti* *Il Mediterraneo, intanto, resta lì.* *Usato come argomento.* *Resistere all’invasore diventa così un problema di certificazione.* *La guerra sì, ma a basso impatto.* *Il mondo continua.* *Vladimir Putin minaccia di andare in tribunale.* *Lui.* *L’invasore dell’Ucraina.* *L’uomo che tiene il mondo sotto ricatto con cinquemila testate nucleari.* *Vuole difendere i soldi.* *Denari sequestrati dai tribunali europei, parcheggiati in Belgio, nei caveau di Euroclear. **Missili sì. **Deportazioni sì. Le fosse comuni di Bucha. I bimbi ucraini rapiti. **Ma i dividendi no. **Per quelli vale improvvisamente lo Stato di diritto.* *Possiamo avere paura di un uomo così? Ai lettori la risposta.* *Qui, intanto, si sciopera.* *Sempre di venerdì.* *Gli autoferrotranvieri italiani — categoria metafisica — bloccano il Paese quando il Paese stava già pensando al weekend.* *Non le merci: le persone. È uno sciopero esistenziale, non logistico ed allunga il loro riposo. Sei ore al giorno e 36 la settimana.* *E poi ci sono loro. Oggi a Torino.* *Gli antagonisti. **Askatasuna e il Leoncavallo in trasferta a Torino che pare il Milan.* *Sempre gli stessi.* *Quelli che vogliono cambiare il mondo, ma di sabato.* *Forse durante la settimana lavorano o chissà.* *O forse la rivoluzione, come molte cose serie, apre solo nei giorni festivi.* *È tutto coerente, alla fine.* *La guerra con VAS allegata.* *L’invasore che cita in giudizio.* *La protesta di sabato.* *Un Altro Oriente in vacanza nel Mediterraneo.* *E noi, come sempre, a fare da contesto.* 20 dicembre   ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/altro_oriente_mediterraneo-300x200.jpeg) --- # Perché i giovani del Sud-est asiatico non si sposano più Source: https://www.altriorienti.com/perche-i-giovani-del-sud-est-asiatico-non-si-sposano-piu/ A Ho Chi Minh City le cene si fanno in piedi, con riso e tofu in vaschetta. A Bangkok il caffè costa più di un pasto. A Kuala Lumpur i venticinquenni sognano un mutuo come altri una vincita alla lotteria. E intanto, milioni di giovani asiatici – alfabetizzati, laboriosi, produttivi – rinunciano a sposarsi, a fare figli, a pensare al futuro. Non per sfiducia nell’amore. Ma per impossibilità materiale. In Vietnam, il 73% dei lavoratori single ha dichiarato che non può permettersi di costruire una famiglia. Non che non voglia. Semplicemente, non riesce. Gli stipendi – in media 318 dollari al mese – coprono a malapena le spese base: affitto, cibo, trasporti, piccoli imprevisti. I figli sono un’ipotesi lussuosa. Le nozze, un rito sospeso. Il tempo libero, una forma di privilegio. A nord del mercato Ben Thanh, una sarta mi ha detto: > *"Prima si risparmiava per il corredo. Ora si risparmia per l’endoscopia."* Non è un destino solo vietnamita. Anche in Thailandia e in Malesia il modello del “figlio unico adulto, urbanizzato, schiacciato tra due generazioni” sta collassando. A Bangkok, il tasso di natalità è crollato a meno di un figlio per donna. In una società che si reggeva su estese famiglie rurali, il cambiamento è devastante. Il patto morale su cui si fondava la comunità – che i figli avrebbero "pagato il latte materno" ai genitori anziani – non può più reggere. La formula thailandese *“ตอบแทนน้ำนมแม่”* (tòp-thaen-nám-nom-mâe) è più di un proverbio: è un principio costitutivo di un’intera civiltà dove non esiste welfare, le pensioni sono risibili, e i figli rappresentano la sola garanzia di sopravvivenza nella vecchiaia. Ma oggi quei figli vivono in monolocali affittati a tempo, guadagnano troppo poco per sé stessi, figurarsi per mantenere chi li ha cresciuti. Le madri aspettano un bonifico che non arriva. Gli anziani coltivano un piccolo orto, o si affidano ai templi. La modernità urbana non ha generato libertà, ma un’inflazione dell’esistenza: tutto è diventato troppo costoso, anche l’affetto. A Kuala Lumpur, invece, la gabbia è più elegante: la pressione a “fare tutto bene” – casa, auto, nozze, carriera – paralizza chiunque. Giovani professionisti con lauree inglesi e scarpe italiane, ma senza un conto risparmi. Le donne lavorano, ma non possono permettersi di restare a casa per crescere un figlio. Gli uomini si spostano tra tre app di consegne e un secondo impiego in nero. La religione prescrive famiglia, ma il mercato vieta la stabilità. Nel Sud-est asiatico urbano, il futuro è diventato troppo caro. Troppo caro da sposare. Troppo caro da partorire. Troppo caro da immaginare. Le cifre parlano chiaro: - In Vietnam, l’8% dei lavoratori deve fare un secondo lavoro per sopravvivere. - In Thailandia, il 44% dei giovani non riesce ad assistere i genitori anziani. - In Malesia, il 30% delle donne tra i 30 e i 40 anni rimane single per motivi economici. Le famiglie si riducono. Le città si allargano. E le persone vivono vite senza eredi. Un tempo si diceva che il Sud-est asiatico era il nuovo motore demografico del mondo. Ora è un motore in folle, rumoroso e immobile. Le istituzioni internazionali – ILO, Asian Development Bank – chiedono salari minimi più alti, leggi più giuste, e un nuovo contratto sociale. Alcuni governi propongono sussidi, altri restano fermi. Ma ciò che manca davvero è una parola nuova per dire “domani” senza vergogna. Nel frattempo, in un karaoke di Thonburi, una ragazza canta una ballata d’amore anni ’90. Ha ventisette anni, lavora sei giorni a settimana, manda ogni mese 2.000 baht alla madre a Nakhon Sawan. > “*Vorrei sposarmi,*” mi dice. “*Ma ho paura di essere povera in due.*” E poi sorride. Nel sorriso non c’è rassegnazione. C’è solo il conto, da dividere per uno. 19 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/07/img_1150-300x200.webp) --- # Rama IX, 40 mq e un equivoco culturale (Italian and English version) Source: https://www.altriorienti.com/rama-ix-40-mq-e-un-equivoco-culturale-italian-and-english-version/ *Gli dissi che pensavo a uno studio di circa quaranta metri a Rama  IX. Non cercavo molto: una stanza luminosa, un tavolo dove scrivere, una libreria, un letto che non fosse incastrato contro il muro. Un luogo modesto, ma sufficiente per vivere Bangkok senza sentirla addosso come un peso.* *Lui sorrise, e quel sorriso diceva più delle parole. «Quaranta metri? Qui è una reggia. Oggi bisogna pensare diverso».* *Dietro di lui, attraverso la finestra, filtrava il rumore continuo di Rama IX: clacson, motorini, il brusio di una città che non si ferma mai. Sul tavolo c’era un modellino in scala: una scatola bianca, un letto rialzato, una finestra grande.* *«Guarda cosa succede a Rama IX», continuò. «Le nuove torri vendono diciotto metri con piscina sul tetto, lounge panoramica, palestra, concierge. Dentro la stanza hai solo l’essenziale. Ma tutto il resto lo vivi fuori, negli spazi comuni. È il nuovo modo di abitare: mini come estetica, mini come stile di vita».* *Io rimasi perplesso. «A me diciotto metri sembrano una cella», dissi. «Quaranta mi paiono corretti: abbastanza per respirare, non troppi da sprecare. Una misura che non ti costringe a vivere da contorsionista».* *Scosse la testa. «È il pensiero europeo. Qui la New Asia non cerca spazio privato, cerca accesso. Piscine, coworking, sale yoga, roof bar: i metri personali possono ridursi, perché la vita si sposta fuori dalla porta. Non è miseria, è un’estetica. E funziona».* *Lo ascoltavo e mi sembrava un dialogo sbilenco. Io parlavo di misura, lui di immagine. Io di vita quotidiana, lui di concept.* *Poi si allargò: «Guarda Hong Kong. Dal prossimo anno il minimo legale sarà otto metri quadrati, bagno separato e finestra obbligatoria. È il confine tra la sopravvivenza e la dignità. A Manila invece lo spazio si conta in materassi, a Ho Chi Minh City dieci metri in un vicolo sono già una conquista. A Jakarta sei metri a persona nei kampung. E a Singapore, al contrario, i venticinque metri diventano status symbol, venduti come lusso. È tutto il contesto che cambia, non la misura».* *Annuii, ma dentro restava l’impressione di un equivoco. Io continuavo a vedere i miei quaranta metri come il minimo per sentirmi a casa. Lui, invece, insisteva sul mini di lusso: «Questa è la nuova Asia», ripeté, «non più grandi appartamenti familiari, ma piccole unità con tutti i servizi. Minimalismo che diventa aspirazione».* *La connessione saltò per un istante, lo schermo si fece nero e poi tornò con il suo volto sfocato. Disse che aveva un altro cliente, salutò in fretta e chiuse la call.* *Rimasi a guardare lo schermo vuoto. Non avevamo parlato davvero di architettura, ma di un malinteso culturale: io difendevo lo spazio come misura del vivere, lui proponeva il mini come estetica del vendere. E in mezzo, Bangkok: torri di vetro con monolocali da quindici metri e, accanto, vecchie shop-house dove quattro persone dividono venti metri e cucinano sul balcone.* *Forse la città non offre risposte, ma solo specchi. Io cercavo una casa, lui un concetto. E in questo dialogo assurdo restava sospesa una domanda semplice: quanti metri servono, davvero, per contenere una vita?* 17 dicembre ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/ideo-new-rama9158-300x200.jpg) ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/550953944-300x200.jpg) **Ratchadapisek, Forty Square Metres and a Cultural Misunderstanding** ***I told him I was thinking of buying a studio of around forty square metres in Ratchadapisek. I wasn’t looking for much: a bright room, a table to write at, a bookshelf, a bed that didn’t have to be wedged against the wall. A modest place, but enough to live in Bangkok without feeling crushed by it.*** ***He smiled, and that smile said more than words.*** ***“Forty square metres? That’s a mansion here. Today, you have to think differently.”*** ***Behind him, through the window, the constant murmur of Rama IX filtered in: horns, motorbikes, the low, uninterrupted hum of a city that never quite stops. On the table lay a scale model: a white box, a raised bed, a large window.*** ***“Look at what’s happening in Ratchadapisek,” he went on. “The new towers sell twenty-five square metres with rooftop pools, panoramic lounges, gyms, concierge services. Inside the unit you have only the essentials. But you live everything else outside, in the shared spaces. This is the new way of inhabiting the city: mini as an aesthetic, mini as a lifestyle.”*** ***I hesitated. “To me, twenty-five square metres feels like a cell,” I said. “Forty seems reasonable: enough to breathe, not so much that it’s wasted. A size that doesn’t force you to live like a contortionist.”*** ***He shook his head. “That’s a European way of thinking. The New Asia isn’t looking for private space; it’s looking for access. Pools, coworking areas, yoga rooms, rooftop bars. Personal space can shrink because life moves beyond the front door. It isn’t poverty — it’s an aesthetic. And it works.”*** ***Listening to him, the conversation felt oddly unbalanced. I was talking about proportion; he was talking about image. I was thinking about daily life; he was selling a concept.*** ***Then he widened the frame. “Look at Hong Kong. From next year, the legal minimum will be eight square metres, with a separate bathroom and a window. That’s the line between survival and dignity. In Manila, space is measured in mattresses. In Ho Chi Minh City, ten square metres in a back alley is already an achievement. In Jakarta, six square metres per person in the kampung. And in Singapore, by contrast, twenty-five square metres becomes a status symbol, sold as luxury. It’s the context that changes, not the number.”*** ***I nodded, but the sense of misunderstanding lingered. I still saw my forty square metres as the minimum required to feel at home. He, on the other hand, kept returning to the luxury mini-unit.*** ***“This is the new Asia,” he repeated. “No more large family apartments, just small units with full services. Minimalism as aspiration.”*** ***The connection faltered for a moment; the screen went black, then returned with his face slightly blurred. He said he had another client to meet, offered a quick goodbye, and ended the call.*** ***I sat staring at the empty screen. We hadn’t really been talking about architecture, but about a cultural misunderstanding. I was defending space as a measure of living; he was proposing the mini-unit as a measure of selling. And in between stood Bangkok: glass towers with fifteen-square-metre studios, and, just next door, old shophouses where four people share twenty square metres and cook on the balcony.*** ***Perhaps the city offers no answers, only mirrors. I was looking for a home; he was offering a concept. And suspended in that slightly absurd dialogue remained a simple question: how many square metres does a life really need?*** --- # Sydney ed altri esperimenti di anestesia narrativa Source: https://www.altriorienti.com/sydney-ed-altri-esperimenti-di-anestesia-narrativa/ *Viviamo nel racconto contemporaneo, dividendo il mondo in buoni e cattivi secondo criteri identitari, cromatici, culturali. È tentazione infantile, ma potentissima. Serve a semplificare, a rassicurare, catalogando si rende l’orrore digeribile. Cinema, cronaca e retorica civile ne sono saturi.* *Schindler è il nazista buono. Ma non nel senso consolatorio del termine. Non è un giusto naturale, non è un’anima pura capitata per errore nel male. È un uomo che sta perfettamente dentro il sistema nazista: ne parla la lingua, ne condivide i riti, ne sfrutta i privilegi. Beve con i carnefici, fa affari con loro, ne frequenta i salotti. La sua eccezionalità non è esterna al male: è un’anomalia interna. Schindler non combatte il sistema, lo piega. Usa il cinismo dell’economia, l’opportunismo del capitale, la corruzione quotidiana per produrre salvezza. Non smette mai davvero di essere un nazista: a un certo punto, semplicemente, smette di obbedire fino in fondo.* *In Django Unchained Tarantino introduce un cortocircuito ancora più feroce. Il personaggio davvero disturbante non è Django, il nero liberato che si vendica, ma Stephen, il maggiordomo negro [negro non è un refuso], interpretato da Samuel L. Jackson. Stephen è razzista più del padrone. È il custode dell’ordine schiavista, il suo ideologo domestico, il suo funzionario più zelante. Non subisce il sistema: lo incarna. Non ha potere formale, ma esercita quello più profondo: la sorveglianza morale. È l’oppresso che diventa sacerdote dell’oppressione, il subordinato che vigila affinché nessuno scambi il teatro per realtà.* *Schindler e Stephen sono due figure speculari. Schindler tradisce il proprio mondo dall’interno; Stephen difende fino all’ultimo un mondo che non è il suo. Schindler sfrutta le crepe del sistema per salvare vite; Stephen le cementa una a una. Insieme smontano l’illusione più comoda del nostro tempo: che il bene e il male si distribuiscano per appartenenza. Qui non conta il colore, l’origine, la divisa. Contano le adesioni, le scelte, il grado di obbedienza.* *Forse è per questo che il cinema, a volte, ci aiuta a comprendere il reale proprio perché il reale, quando è ridotto a “vero” e assunto a immagine, smette di essere pensabile.* *Ed è proprio questo che scompare nel racconto contemporaneo della cronaca.* *Poi arriva Ahmed. Il fruttivendolo arabo, musulmano, che disarma un terrorista della sua stessa fede. Ed ecco il coro: vedete? Non sono tutti cattivi. Frase vera, ovvia, incontestabile — eppure profondamente sbagliata nel modo in cui viene usata.* *Perché quella frase non serve a capire il crimine. Serve a tranquillizzare chi guarda.* *La distorsione non sta nell’eroismo di Ahmed, che è reale e meritorio. Sta nel fatto che il racconto si sposta immediatamente da Sydney — dalla strage, dal gesto atroce, dal sangue, dalla violenza politica — a una sorta di bilanciamento morale. Come se ogni male avesse bisogno di un “contro-male buono” per essere digeribile. Come se l’orrore dovesse essere compensato da una figura positiva della stessa categoria identitaria del colpevole, affinché il sistema narrativo resti in equilibrio.* *È una contabilità morale, non un’etica.* *Ahmed non viene celebrato come individuo, ma come prova. Non come uomo che ha agito, ma come argomento retorico. Diventa il “nero buono”, l’“arabo buono”, il “musulmano giusto” — e così facendo viene imprigionato nello stesso schema che si pretende di combattere. Il suo gesto non libera il discorso: lo chiude.* *Il paradosso è questo: nel tentativo di dimostrare che il mondo non è diviso in buoni e cattivi per appartenenza, si continua a raccontarlo esattamente così. Solo alternando i segni.* *E intanto il crimine, quello vero, resta sullo sfondo. Neutralizzato dal bisogno collettivo di sentirsi rassicurati, ordinati, moralmente a posto.* *Non è empatia.* *È anestesia narrativa.* 15 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/CITTNUOVAPAMOM_20251215100256241_c82b350d9ff9f7f9f37230728febd846-scaled-1-300x200.jpg) --- # Gentile Altriorienti, ci dica: siete scritti da AI? Lettera di un lettore sospettoso e risposta inconsueta della redazione Source: https://www.altriorienti.com/gentile-altriorienti-ci-dica-lei-siete-scritti-da-ai-lettera-di-un-lettore-sospettoso-e-risposta-inconsueta-della-redazione/ *Caro Altriorienti,* *mi tolgo un dubbio:* *non è che siete scritti dall’intelligenza artificiale?* *State pubblicando troppo.* *Troppo spesso, troppo a lungo, troppo bene.* *E nessuno scrive così, a meno che non sia una macchina.* *Firmato,* *Un lettore sospettoso* **La risposta della redazione** Caro Lettore, il sospetto è una virtù. In Asia lo chiamerebbero realismo, a Milano diffidenza, in letteratura semplice prudenza. Perciò la sua lettera è benvenuta. Oggi il mondo è pieno di blog “cotti” dall’algoritmo: editoriali sintetizzati in tre secondi da un software che non ha mai preso un treno notturno in Isaan, né discusso con un amico di Paolo Sarpi di una retata della polizia a Chinatown. Perciò, invece di giustificarci, abbiamo fatto una cosa più divertente: abbiamo chiesto all’intelligenza artificiale stessa di dirci se siamo scritti da intelligenza artificiale. Riportiamo la risposta testuale, perché è più onesta e più comica di qualsiasi autoassoluzione umana. **La risposta dell’AI:** «No, Altriorienti non è scritto da AI. Lo stile è troppo personale. Le imperfezioni sono troppo intelligenti. I riferimenti sono troppo specifici. Non ci sono errori di factuality dovuti a hallucination. Vi sono contenuti che non possiamo produrre o approvare perchè incompatibili con la nostra policy. C’è una visione. Le IA imitano gli stili, ma non producono una visione del mondo.» Sorprendentemente, questa volta siamo d’accordo. La visione — nel senso più umano del termine — non si addestra. Si vive. **Come utilizziamo davvero l’AI** Qui però conviene essere chiari: la usiamo. Sarebbe stupido non farlo. L’AI ci aiuta ad accelerare l’analisi preliminare, ma soprattutto: - trovare rapidamente le fonti, che poi verifichiamo - correggere le bozze ed editing L’AI è un assistente. Un segretario veloce. Una specie di primo lettore. Ma non è mai — davvero mai — l’autore. Scrivere è esperienza. E' memoria, non automatismo. È scegliere cosa tacere. È accettare le imperfezioni come parte del ritmo. **La questione della produzione ** Veniamo al punto che più le preme: come è possibile pubblicare così tanti articoli? È vero: pubblichiamo anche tre pezzi alla settimana. Ma negli anni in cui non vi erano protesi artificiali ne pubblicavamo due. È un ritmo folle, a tratti persino incivile. Ma ognuno ha il suo periodo “White Album”, e questo — evidentemente — è il nostro. I Beatles, in pochi anni, produssero tanto e bene. Noi, più modestamente, produciamo molto e come possiamo. E sì: siamo prolifici. La spiegazione, però, è meno mistica di quanto sembri: - c’è una persona (a volte due, raramente tre) - c’è una disciplina ferrea - c’è un’urgenza narrativa che non si può evitare - c’è un metodo di lavoro nomade, che permette di scrivere ovunque - c’è l’AI che accelera ciò che non richiede creatività Il risultato è quello che vede: una produzione ricca, continua, sorprendente perfino per noi — ma sempre, profondamente, umanissima e scorretta che mai sarebbe sdoganata da una AI. **Il punto finale: l’anonimato (che confonde molti ma libera noi)** E ora, finalmente, la verità che non farà piacere ai curiosi. A noi dell’identità non importa niente. Letteralmente niente. Vogliamo essere anonimi. È una scelta poetica, pratica, politica. È la nostra forma di libertà. Chi deve sapere chi siamo, lo sa. Chi ci conosce davvero, ci riconosce in ogni riga. Chi ha condiviso un viaggio, una bottiglia, un errore, ci sente come si sente la voce di un vecchio amico. Gli altri? Non abbiamo un dovere verso nessuno. Non cerchiamo follower. Non cerchiamo approvazione. Non siamo un brand in cerca di numeri. Non abbiamo un editore. Non abbiamo bisogno di denaro. Non vogliamo andare nei talk show televisivi. Se proprio dobbiamo piacere a qualcuno — e sia detto sorridendo — ci interessano solo i nostri venticinque amici di manzoniana memoria, quelli che leggono tutto, che colgono i sottotesti, che sanno che l’Oriente è una domanda aperta. 14 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/il_570xN.6274969592_977n.webp) --- # Atlas, l’astronave immaginaria ed una teoria traballante Source: https://www.altriorienti.com/atlas-lastronave-immaginaria-e-la-teoria-traballante/ Cominciamo da Atlas. La cometa, non il titano: uno di quei corpi celesti catalogati con una sigla — C/2024 G3 ATLAS, C/2019 Y4 ATLAS — che attraversano l’oscurità senza intenzione, senza messaggi, senza simboli. Eppure, ogni volta che appaiono, qualcosa in noi si accende: un desiderio, una fantasia, un’ipotesi. È accaduto con ’Oumuamua, quando un professore rispettato come Avi Loeb decise di vederci un’astronave. Non un’ipotesi scientifica, ma una narrazione: l’uomo che guarda il cielo e vede ciò che vuole vedere. Atlas, come tutte le comete, non rivela nulla: siamo noi che le prestiamo una voce. Poi si torna sulla terra. E il meccanismo è identico. Nel Corriere della Sera del 30 novembre, in un articolo intitolato «[La Russia ha una Teoria del Caos: spiega (e “legittima”) le azioni di Putin. Ecco i suoi 5 postulati](https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/25_novembre_30/teoria-caos-russia-putin-37a0dce3-3088-48af-9700-eda82a488xlk.shtml)», Federico Rampini compie la stessa operazione di Loeb: trasforma un insieme di intuizioni disperse in una dottrina filosofica ordinata. Chiama “Teoria del Caos” ciò che, in Russia, è in realtà un miscuglio di frustrazione geopolitica, nostalgia imperiale e retorica di autodifesa. Per capire quanto sia fragile questa formula, basta chiedersi da dove arrivi. Non è un pensiero organico di Putin, né un testo ufficiale. È un’atmosfera costruita negli ultimi anni attorno al Valdai Discussion Club, un think tank vicino al potere, da figure come Sergej Karaganov, Timofej Bordachev, Fjodor Lukjanov: intellettuali che cercano di trasformare in teoria una fase che è, più semplicemente, un disagio storico. La Russia post-2022 ha bisogno di raccontarsi che il mondo è diventato caotico perché ha perso la capacità di controllarlo. Fare del caos una dottrina significa rovesciare la debolezza in filosofia. La narrativa centrale è che l’ordine internazionale nato nel 1945 sia crollato definitivamente, che la globalizzazione liberale non sia altro che un relitto, e che i valori universali siano strumenti di un dominio occidentale in declino. Da questa premessa discende un mondo immaginato come instabile per natura, frammentato, privo di regole. La politica — secondo questa visione — non può più poggiare su norme condivise o ideali: si riduce alla forza, all’adattamento, alla sopravvivenza. Non esistono alleanze, ma coincidenze temporanee; non esiste universalismo, ma propaganda; non esiste ordine, ma un continuo galleggiare di potenze che cercano di non affondare. È un fatalismo elegante, se lo si legge da lontano. Ma non è una teoria: è un meccanismo di autoassoluzione. La Russia non dice: “Sto violando le regole”. Dice: “Le regole non esistono più”. È un modo per rendere filosofica una necessità pragmatica. La confutazione, qui, non è difficile. Il mondo non è un magma indistinto: è un multipolarismo imperfetto, che richiede pazienza e capacità di analisi. Le alleanze non scompaiono, si trasformano: la NATO si rafforza; l’Asia disegna nuove geometrie diplomatiche; perfino Medio Oriente e Golfo, dopo decenni di tempesta, stanno creando strutture più stabili di quanto si creda. Il diritto internazionale continua a esistere, perché perfino chi lo viola è costretto a parlarne per giustificarsi. La forza non è più sufficiente a determinare l’esito dei conflitti: se lo fosse, la Russia non avrebbe incontrato alcuna difficoltà nella sua avventura militare più recente. E, soprattutto, il caos non è una condizione: è il modo in cui un potere affaticato legge il proprio affanno. Tutto questo richiederebbe un giornalismo lento, riflessivo, proporzionato. Rampini, invece, da qualche anno preferisce la grandiosità continua: ogni articolo è un crepuscolo, ogni passaggio un nuovo spartiacque, ogni frase un avviso ai naviganti. È uno stile, non un’analisi. E via Solferino sembra più interessata alla produttività che alla precisione. Ed è un peccato: con duecento euro — e talvolta anche meno — si ottengono analisi impeccabili da studiosi che lavorano con metodo e integrità, senza bisogno di teatralità previste in scaletta. Duecento euro è la cifra che molti centri studi, compreso l’ISPI, riconoscono per un articolo: eppure, in quelle pagine, pur con pochi mezzi, la qualità non manca. Atlas, intanto, attraversa di nuovo il cielo. Una scia, una traccia, nulla da interpretare. Ma un po’ come in certe sere d’infanzia, quando si guardava fuori dalla finestra sperando in un segno, ci si può concedere il lusso di immaginare che sia davvero un’astronave: discreta, gentile, pronta a offrire un passaggio. **Epilogo** *Una preghiera laica al cosmo* “*Extraterrestre portami via…*” cantava Finardi nel ’78. Stasera la variazione è minima, quasi un sorriso rivolto al cielo: una richiesta piccola, educata, come si fa quando si spera nel miracolo di una parentesi. Rampini… ti prego… extraterrestre, portalo via. Chiamala cattiveria: ma per un po’ di quiete, per un giorno senza apocalisse, per restituire alla vita un respiro normale. Atlas continuerebbe la sua rotta. E qui, per una volta, regnerebbe un silenzio finalmente abitabile. 12 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/Cometa-3I-Atlas-25-11-2025-alanews-300x200.webp) --- # I monopattini cinesi del sindaco Sala Source: https://www.altriorienti.com/i-monopattini-cinesi-del-sindaco-sala/ *Io non sopporto i monopattini. * *Lo dico da cittadino di Milano, che ogni giorno si ritrova circondato da piccoli ordigni elettrici silenziosi: parcheggiati storti sui marciapiedi, lasciati davanti ai portoni, guidati senza casco, senza targa, senza alcun rispetto del codice della strada. Non è tanto il rischio per chi li cavalca — se cade, se la vedrà lui — ma per tutti noi, noi targati, quelli che devono rispettare sensi unici, assicurazioni, multe e semafori. Una giungla urbana in cui convivono due pesi e due misure.* *Il problema non è solo estetico. È di sicurezza: zigzagano tra auto e pedoni, spuntano all’improvviso dagli angoli, attraversano contromano sulle strisce. E se ti capita di vederne uno buttato a terra, lo capisci subito che non è solo un mezzo di trasporto: è un fastidio collettivo, un inciampo sociale.* *Eppure, c’è un dettaglio che rende la questione persino più amara: la Cina, che i monopattini elettrici li produce e li esporta in massa, in casa sua praticamente non possono circolare.* *A Pechino e Shanghai i monopattini sono vietati su gran parte delle strade. Non esistono flotte in sharing come quelle che hanno invaso Milano o Parigi. Secondo un’analisi McKinsey, circa 220 milioni di cittadini cinesi vivono in città dove i servizi di monopattini condivisi sono proibiti. Vale a dire che il 75% degli abitanti delle aree urbane “no-monopattino” del mondo si trova in Cina.* *E non perché i cinesi non amino la mobilità elettrica, anzi. Sono i campioni mondiali delle e-bike: oltre 210 milioni di biciclette elettriche usate ogni giorno, integrate nella viabilità e nella vita quotidiana. Motorini e scooter elettrici hanno sostituito in massa i vecchi due tempi a benzina. Ma il monopattino, con le sue ruotine instabili e il baricentro ballerino, non è mai entrato nelle abitudini. Troppo pericoloso, troppo caotico, troppo poco urbano.* *Insomma: producono per noi, ma non per sé.* *Ed ecco il paradosso: il monopattino è un prodotto che la Cina fabbrica in quantità industriale, ma che non riconosce come mezzo di trasporto per sé stessa. È un cavallo di Troia urbano, che parte dalle fabbriche di Shenzhen per arrivare a Milano o Barcellona, dove intasa marciapiedi e ciclabili, fa salire gli incidenti (+8% in media nelle città europee che li hanno introdotti), e intanto alimenta un mercato globale che nel 2023 valeva già quasi un miliardo di dollari.* *Non è il fentanyl, l’oppioide sintetico che la Cina produce ed esporta verso gli Stati Uniti senza consumarlo in casa propria, ma la logica dei monopattini è la stessa: un danno d’importazione. Un prodotto che altrove non si consuma, ma che si esporta in massa, sapendo che troverà clienti disposti ad accoglierlo e amministrazioni distratte pronte a tollerarlo.* *Forse, se chi li produce non li vuole sulle proprie strade, una domanda dovremmo farcela. È davvero mobilità sostenibile, o solo un gadget imposto dal mercato globale? È una soluzione urbana, o un problema camuffato da modernità?* *Il sospetto è che i monopattini siano l’ennesima scorciatoia occidentale: invece di investire in piste ciclabili, mezzi pubblici, pianificazione intelligente, ci accontentiamo del giocattolo elettrico pronto all’uso. E intanto, mentre Milano inciampa, Pechino guarda e sorride. **Milano scrivevo, con il suo pessimo sindaco. Beppe Sala traccia righe sull’asfalto di notte e la mattina dopo dichiara orgoglioso di aver creato piste ciclabili.* *A Shenzhen, per minga tant, l’avarissen faa ciapà e sbatù denter, e la ciav l’avarissen faa sparì.* *(A Shenzhen, per molto meno, lo avrebbero fatto arrestare e buttato dentro, e la chiave l’avrebbero fatta sparire.)* 10 dicembre ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/09/A_satirical_caricature_drawing_light-200x300.jpg) **P.S.** *Parigi, a un certo punto, si è semplicemente stufata. Nell’aprile del 2023 ha messo la questione ai voti e, coram populo, quasi il 90% di chi si è preso la briga di votare ha detto no ai monopattini elettrici in sharing. Fine dell’esperimento, mezzi ritirati, città liberata. A Milano no. Qui il podestà Sala non vede, o fa finta di non vedere: forse è troppo impegnato a contemplare la crescita verticale della città, tra grattacieli contestati, norme edilizie piegate e rendering trionfali che vanno da via Stresa a via Anfiteatro; forse è distratto mentre si chiudono, una dopo l’altra, le arterie del trasporto pendolare, con l'eutanasia della stazione di Porta Genova. In questa città, dove tutto è consentito purché luccichi e si muova in silenzio, anche i monopattini trovano cittadinanza. D’altronde, per chi è passato indenne tra prescrizioni e sanzioni amministrative, Milano resta un affare eccellente.* --- # Giorgio dell’Arti, Tiresia siculo ci svela Trump Source: https://www.altriorienti.com/giorgio-dellarti-tiresia-siculo-ci-svela-trump/ *La notizia era rimasta nascosta tra i comunicati ufficiali, impigliata nel linguaggio tecnico dei dazi e della reciprocità commerciale. * *Nessuno sembrava essersene accorto, finché Giorgio Dell’Arti, Tiresia siculo con l’occhio allenato ai dettagli, ha sollevato il velo: tra il 50% minacciato e il 20% concordato sulle importazioni dal Vietnam, c’era di mezzo un particolare che non si legge nei rapporti dell’OMC, ma che spiega l’andamento delle trattative. Una Trump Tower a Ho Chi Minh City, e un campo da golf nella provincia di Hung Yen. * *Scoperto il varco, ho demolito la parete. Dietro, c’era la vergogna — o se volete la farsa. Perché di questo si trattava: non di un compromesso politico, ma di un baratto privato che si travestiva da accordo commerciale. La diplomazia recita il ruolo di comparsa, e l’unico protagonista diviene il marchio personale del presidente.* *La “Liberation Day Tariff” del 2 aprile 2025 aveva imposto tariffe generalizzate sulle importazioni e minacciato dazi “reciproci” molto più pesanti per alcuni paesi. Il Vietnam, dipendente dal mercato americano per tessile ed elettronica, si trovava a rischio: si parlava di un’aliquota del 46%, che equivaleva alla chiusura di fabbriche e alla perdita di milioni di posti di lavoro. Ma a luglio l’accordo era cambiato: 20% sui prodotti ordinari, 40% su quelli sospetti di transito dalla Cina. Una riduzione miracolosa. * *Le ragioni ufficiali parlavano di controlli doganali e nuovi acquisti di soia e gas americani. Ma nelle pieghe delle note spuntava altro: il via libera a un progetto immobiliare da 1,5 miliardi di dollari, con licenza Trump, fatto di ville, resort e golf club. Era la dimostrazione plastica che la tariffa non seguiva la logica economica. * *Basta allargare lo sguardo per vedere la regola. In Arabia Saudita, dove è stato annunciato il progetto “Trump Plaza Jeddah”, i dazi si fermano al 10%. Lo stesso in Emirati, Oman e Qatar: tutti con resort o torri in programma, tutti protetti dal livello minimo. In India, che ospita quattro Trump Towers, i dazi sono fissati al 25%. Non bassi, ma nemmeno punitivi: un compromesso “morbido” per un paese che da anni irrita Washington con i legami con Mosca. In Turchia, con le Trump Towers di Istanbul, le tariffe restano variabili, ma mai devastanti. * *Il contrasto è lampante quando si guardano i paesi vicini, privi di progetti Trump. La Thailandia rimane al 32%. Il Pakistan al 33%. Il Kuwait e il Bahrain al 28%. La Giordania al 29%. L’Argentina e la Croazia sopra il 30%. Economie comparabili, stesse aree, ma senza torri dorate: e il peso delle tariffe cade più duro. * *Il pattern è evidente: dove c’è un investimento Trump, il profilo tariffario si addolcisce. Dove manca, si paga il fio.* *Ecco perché l’accordo Vietnam non si trova nei protocolli ufficiali. Non porta firme ministeriali, non è depositato al WTO. È inciso altrove: nell’autorizzazione a costruire, nell’approvazione di un resort, nella promessa di un campo da golf. * *La diplomazia scivola tra i silenzi e le strizzate d’occhio. Non più alleanze tra Stati, ma intese personali che legano la tariffa doganale a una licenza immobiliare. L’America del “reciprocal tariff” si rivela così: non sistema universale, ma geografia privata.* *In questo schema si annuncia il tempo nuovo. Non l’impero delle flotte, non il rigore dei trattati. Ma un presidente che diventa Re Sole a tempo — o forse, più precisamente, un nuovo Leopoldo del Belgio, per il quale il Congo non era possedimento del regno ma proprietà personale, campo di sfruttamento privato travestito da missione civile. * *Così oggi l’America: i dazi non seguono più la ragione di Stato, ma la mappa degli investimenti immobiliari. Non sono strumenti pubblici, ma clausole di un patrimonio privato. Un impero personale, non nazionale. È il potere ridotto a spettacolo: che scintilla e svanisce come una skyline asiatica che cambia volto ogni dieci anni. È la politica trasformata in franchise: replicabile, esportabile, riducibile a icona.* *Il presidente che si fa Re Sole a tempo, o Leopoldo senza Congo, non lascia eredi, ma lascia insegne. Governa non con leggi universali, ma con la clausola provvisoria di un contratto privato. Eppure, in questa fragilità, si nasconde la forza del nostro secolo: la capacità di ridurre l’istituzione a spettacolo, e lo spettacolo a norma. * *Possiamo solo prendere atto. L’impero non è più fatto di colonie o flotte. È fatto di torri innalzate in cambio di sconti doganali.* *Sul sito della Trump Organization, tra ville a Bali e torri a Pune, sfilano le nuove iniziative immobiliari del tycoon. Vale la pena leggerle in parallelo alle tariffe USA: lì, più che nei protocolli diplomatici, si trova la vera lista delle alleanze. * *È la nuova Gazzetta Ufficiale di un impero che si regge non su costituzioni, ma su operazioni immobiliari.* 8 dicembre ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/09/Schiavitu-in-Congo-300x216-1.jpg) Schiavitù in Congo al tempo di Leopoldo II --- # Lezione di indignazione contemporanea. Kirk, Trump e l’imam Source: https://www.altriorienti.com/lezione-di-indignazione-contemporanea-kirk-trump-e-limam/ *È passato abbastanza tempo per poterne parlare.* *Non mi interessava Charlie Kirk e non mi garba Donald Trump. Ma il punto è un altro: si parla di Kirk per fare il processo a Trump. Lui è il bersaglio vero. Ricompongo i fili.* *Kirk è un prodotto d’esportazione difficile da tradurre. Troppo americano per riguardarci: parlava ai giovani da giovane, usava l’inglese dei campus e dei talk radio, e metà del coro che oggi lo giudica non capisce davvero la lingua in cui pensava. Ci si affidava ai mediatori — i cattivi maestri della comunicazione — che confezionavano la versione digeribile per l’industria dell’indignazione.* *La sua tecnica era retorica pronta, tagliente. Sceglieva avversari sbrindellati e li metteva all’angolo su Dio, patria, famiglia: uno Sgarbi a stelle e strisce, più giovane e più educato, di fronte al sinistro nostrano, cresciuto a smartphone e senza avere mai letto un solo romanzo russo dell’Ottocento. Era uno show: la scena contava quanto l’argomento.* *I contenuti erano lineari, senza veli. Famiglia: uomo, donna, figli, la grammatica elementare del suo tradizionalismo. Quello che a mio padre sarebbe parso ovvio oggi suona come offesa. Identità: se uno si dichiara Napoleone o cavallo, serve un medico. Una semplificazione brutale, certo, ma coerente con la sua linea. Immigrazione: “vuoi lavorare in America? Ti serve un permesso. Altrimenti, alla porta.” Regola e soglia: l’ordine prima dell’inclusione. Con i giovani che gli dichiaravano di essere gay e conservatori era diretto: lieto che fossero conservatori, indifferente a ciò che facessero in camera da letto, ma pronto a giudicare l’omosessualità una scelta discutibile se sollecitato. Più netto ancora sul pensiero della promozione del cambio di sesso all’interno delle scuole: «È peccato mortale per l’uomo trascendere la natura ed eleggersi a Dio.» * *Su un altro fronte se la prendeva con l’islam, ridotto alla sua caricatura: chierici al comando, donne recluse, comunità intere piegate al dogma. Non ci vedeva alcuna possibilità di sintesi con i valori dell’Occidente: libertà individuale da una parte, sottomissione dall’altra. Parlava per contrasti assoluti, senza mediazioni, e proprio lì la sua retorica funzionava meglio. Non cercava dialogo né sfumature: costruiva un muro, diceva “noi” e “loro” e invitava a scegliere il lato del confine.* *E poi c’è questa nostra strana asimmetria domestica. Oggi un pezzo d’Italia si mobilita in favore di un imam di Torino, tale Shahin, che non ha esitato a manifestare la propria vicinanza e partecipazione a Hamas, un’organizzazione terroristica secondo la legislazione italiana ed europea. Non solo: ha praticamente definito [le stragi del 7 ottobre come un “atto di resistenza”](https://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/stefano-parisi-commenta-lespulsione-di-un-imam-islamista-di-torino/), una formula che in qualunque democrazia liberale solleverebbe più di una domanda morale prima ancora che giudiziaria. Eppure attorno a lui si è costruito un piccolo altare civile: firme, appelli, prese di posizione indignate, e persino [Amnesty International che ne fa una campagna](https://www.amnesty.it/stop-allespulsione-di-mohamed-shahin-verso-legitto/), sostenendo che la sua possibile espulsione verso l’Egitto sarebbe un inaccettabile reato d’opinione. Laggiù pare lo considerano un uomo pericoloso affiliato ai movimenti della galassia estremista dei fratelli musulmani. * *Non ho verità in tasca, ma sento la stonatura. * *Kirk, con tutta la sua brutalità retorica, diceva ciò che pensava: senza infingimenti, senza coperte ideologiche, senza ambiguità e senza approvare alcuna violenza. * *Shahin è un’altra cosa, di un altro ordine — eppure indignano più le parole di un polemista americano che le giustificazioni di chi minimizza o benedice massacri. È questa sproporzione, questo rovesciamento di pesi, che non riesco a spiegarmi.* *A quel punto scattavano i bollini. Indecente, seminatore d’odio, controverso. Il dibattito saltava e restava il rito: si diceva “se l’è cercata”. La piattaforma diventava tribunale e la sentenza era un hashtag. Anche il non detto scivolava al peggio: più che confutarlo, lo si voleva liquidare.* *In mezzo stava la traduzione interessata: non si ascoltavano le parole, si ascoltava ciò che confermava la trama. Kirk parlava e altri riscrivevano. Il pubblico non leggeva: scorreva. Era così che il dettaglio diventava titolo, la sfumatura spariva, e il marchingegno dell’oltraggio girava da solo.* *Ed eccoci al bersaglio vero. Si pronunciava “Kirk”, ma in controluce si vedeva “Trump”. La polemica era metonimica: ridurre la complessità del trumpismo al volto di un agitatore giovane, dove era più facile colpire. Ci si allenava sul proxy per vibrare il colpo al totem.* *Io non vorrei Trump alla Casa Bianca. Ma nemmeno nel mirino delle fantasie più nere. Il mio finale è dimesso, quasi borghese: Trump a Mar-a-Lago, sul green, con Melania e i nipoti. Una cartolina inoffensiva invece del monumento o del martirio. Un modo per disinnescare il dispositivo: togliere al personaggio la scena che lo alimenta. Le azioni legali di Trump contro i procuratori che lo indagarono mostrano la stoltezza dell’uomo più che l’ambizione cesarea di un crapulone di ottant'anni.* *Io alla Casa Bianca avrei voluto un conservatore tradizionale, con radici più solide e meno istrioniche, rispettoso della divisione dei poteri. Un'uomo come McCain, se il tempo glielo avesse concesso, capace di parlare di valori americani in modo inclusivo e non caricaturale, con i piedi piantati nella terra del suo Texas e dentro un patriottismo che non ha bisogno di show per essere credibile. È quella la destra che potrebbe ancora dialogare con il resto del mondo e riconoscere gli alleati, senza trasformare ogni tema in un duello da arena mediatica o contrattazione da bazar. * *Si parla di Kirk perché è un catalizzatore facile: giovane, mediatico, polarizzante. Si descrive ciò che diceva: famiglia tradizionale, identità rigidamente definita, immigrazione regolata, islam incompatibile. Ma l’obiettivo è Trump: l’ossessione collettiva che usa comparse per tenere accesa la fiamma. In mezzo, la fabbrica dell’indignazione traduce, ingigantisce, incolla etichette e chiama giustizia ciò che è solo appetito di folla.* *Non mi interessava Kirk, e non mi garba Trump. Ma rimetto insieme i pezzi e vedo la scena per quello che è: un teatro dove si monta un caso per colpirne un altro. * *E, quanto all’imam di Torino Shahin faccia ritorno al suo paese. * *Il suo ... ribadisco.* *Il resto è rumore. * 6 dicembre ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/Kirk_Trump_Ace_Spade_Heart-300x225.jpg) --- # Breve memoria per una madre Source: https://www.altriorienti.com/breve-memoria-per-una-madre/ *Oggi la madre di una persona a noi cara e vicina se n’è andata, e qualcosa si è fermato attorno a chi la amava. **Non servono molte parole: basta riconoscere la traccia che ha lasciato, la luce che ancora resiste in chi oggi porta il suo nome nel cuore. * *Le madri non svaniscono: cambiano luogo. Rimangono nei gesti, nelle voci, nei ricordi che tornano senza chiedere permesso. **Questa pagina è per lei, e per chi le è vicino nel dolore:* *un piccolo spazio di silenzio, dove la presenza continua.* **Giuseppe Ungaretti – *La madre (dalla raccolta Il dolore, 1947)*** *E il cuore quando d’un ultimo battito* *avrà fatto cadere il muro d’ombra,* *per condurmi, Madre, sino al Signore,* *come una volta mi darai la mano.* *In ginocchio, decisa,* *sarai una statua davanti all’Eterno,* *come già mi vedevi,* *quando eri ancora in vita.* *Opra di questo amore mio rimane,* *che ti conduce, Madre, ancora a me.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/12/Senza-titolonnnn.jpg) 5 dicembre --- # Pagare con la carne. La vita dei criminali di Singapore Source: https://www.altriorienti.com/pagare-con-la-carne-la-vita-dei-criminali-di-singapore/ *Nel Paese più efficiente del mondo, la giustizia ha ancora l’odore del sangue e dell’antiseptico. Ventiquattro frustate per chi inganna dietro uno schermo: un castigo arcaico per un crimine digitale.* *A Singapore le truffe online si pagano in carne viva. Non in anni di carcere o in multe milionarie, ma in colpi di rattan. Ventiquattro, al massimo, inferti con forza, su pelle nuda, in una stanza bianca di prigione. È la nuova legge approvata questa settimana dal Parlamento del piccolo Stato: chi organizza frodi digitali, chi arruola “muli”, chi presta conti o carte SIM alle bande di scammer, potrà essere punito con la caning, la frustigazione. Una pena arcaica per il crimine più moderno.* *La scena non è simbolica, e non ha nulla di coreografico. Il condannato — uomo, sotto i cinquant’anni — viene spogliato, legato a un cavalletto di ferro, il busto inclinato a novanta gradi. Un medico controlla che sia “idoneo”. Poi entra l’ufficiale addestrato: canna di rattan immersa in acqua per la notte, lunga un metro e mezzo, flessibile come una frusta e rigida come un dogma. Ogni colpo è un fischio d’aria e carne che si apre, sangue che affiora lento, bruciore che scava. Si sente l’odore metallico, misto ad antisettico. Dopo il terzo colpo il gluteo è gonfio, violaceo; dopo il decimo si spacca. Dopo il ventesimo è un campo di battaglia: la pelle si arrende, la carne pulsa, l’uomo respira a singhiozzi.* *Non viene bendato. Deve vedere la canna. Eppure gli bloccano la bocca con una morsa di cuoio, perché le urla non si disperdano invano, ma risuonino come ammonimento negli altri corridoi. Un suono che resta: un urlo secco, animale, tagliato a metà. È così che Singapore tiene viva la memoria della colpa: attraverso il rumore del dolore.* *Nel 1994, un ragazzo americano di nome Michael Fay provò sulla propria pelle cosa significa davvero caning. Aveva diciotto anni, fu condannato per vandalismo — aveva graffiato auto, rubato cartelli stradali — e ricevette quattro frustate, ridotte da sei dopo l’intervento diplomatico di Bill Clinton. Più tardi, raccontò: “The first stroke felt like a hot iron on my skin. I screamed. I could feel blood start to flow immediately.” “After the third, I was shaking all over. The fourth almost knocked the wind out of me.” “The pain didn’t stop. It stayed for days — the wounds broke open when I sat.” Non venne bendato: sentiva l’aria fendere la stanza prima di ogni colpo, e per impedirgli di spezzarsi i denti gli misero una morsetta di gomma tra le labbra. Per dieci giorni non riuscì a sedersi, e le cicatrici — disse — non se ne sono mai andate del tutto. È il documento più chiaro di cosa accade in quella stanza: non simbolismo, non morale, ma pura fisiologia del dolore. Da allora, il governo non ha mai negato la durezza della pratica: l’ha solo perfezionata.* *A quel punto, se il medico alza la mano, l’esecuzione si ferma. Altrimenti continua. Ventiquattro colpi, la misura perfetta della pena. A Singapore lo chiamano deterrente. Il Governo lo difende come una necessità civile, un vaccino contro la disonestà digitale. Da anni le truffe informatiche sono diventate il principale reato del Paese: non ci sono più rapine, omicidi o spacciatori, solo truffatori dietro uno schermo, software che drenano conti bancari, false offerte di lavoro, messaggi d’amore con il trojan dentro. E allora, per riportare il mondo alla realtà, hanno deciso di rimettere in circolo il dolore vero. Non quello morale, ma quello epidermico.* *A Singapore la pena non è mai una questione sentimentale. È una funzione amministrativa. Le frustate non nascono da un’idea religiosa o da un bisogno di vendetta: sono un atto di manutenzione sociale, come la pulizia delle strade o la raccolta differenziata. Nella città dove si multa chi getta una cicca o mastica chewing-gum, la frustigazione è soltanto l’estensione naturale di una filosofia più ampia: quella dell’ordine come virtù. Qui il dolore non è visto come umiliazione, ma come igiene. Serve a disinfettare. A cancellare la macchia dell’errore. Un’idea antica, che altrove si è persa nei corridoi della psicologia e del diritto, ma che in Asia resiste come un nervo teso: la convinzione che il corpo, per capire, debba provare. L’errore morale, quando si manifesta in un click fraudolento, non si punisce con la rieducazione, ma con il ricordo sensoriale. Il corpo che urla diventa la forma visibile della legge.* *Il governo lo spiega con la freddezza delle statistiche: le truffe online, ormai, sono l’unico vero crimine che minaccia la città-Stato. Non c’è violenza per le strade, non ci sono rapine. Solo schermi, conti bancari svuotati. Una criminalità asettica, invisibile, quasi senza volto. E allora Singapore ha deciso di reintrodurre il corpo: di ricorporare il male, riportarlo sulla pelle. Un ritorno al dolore come linguaggio politico. Il ministro della Giustizia lo ha detto chiaramente: “Chi inganna dietro uno schermo deve sentire il peso reale della sua colpa.” Parole che in Europa suonerebbero anacronistiche, ma qui, sotto il cielo dei grattacieli e delle telecamere intelligenti, trovano una logica feroce. Singapore non è democratica, ma è esatta. Ogni delitto ha la sua formula, ogni formula la sua punizione. Ventiquattro colpi, massimo. Non venticinque. La precisione è una forma di pietà. È la stessa logica che regola i giardini pubblici, le linee della metropolitana, le carceri senza risse. La città perfetta non tollera la deviazione, e chi devia dev’essere rimesso in linea. Il suono del rattan che colpisce la carne non è solo un castigo: è un segnale d’allarme, come il beep di un sensore. Avverte tutti gli altri che l’algoritmo morale funziona ancora.* *Nel mondo da cui veniamo, il dolore è diventato un tabù. Non si punisce, si cura. Non si sconta, si rieduca. Ogni pena deve sembrare un percorso di crescita, una lezione interiore, una terapia. Abbiamo separato la colpa dal corpo, come si separa il software dall’hardware. E da allora, tutto ha cominciato a funzionare peggio. In Europa, un truffatore digitale non sente nulla: non il peso del denaro rubato, né la voce di chi ha rovinato. Un buon avvocato, una sentenza sospesa, un trattamento riabilitativo, e il sistema si chiude su sé stesso come un’app che si aggiorna in automatico. Nessuno soffre, nessuno ricorda. Solo numeri, protocolli, firewall. È la giustizia come comfort zone.* *Singapore invece conserva la memoria del corpo. Non è giusta — ma è precisa. Quando un uomo urla mentre la canna fende l’aria, la città intera capisce che il male non è un concetto, è un fatto fisico. Che la colpa deve avere un peso, un suono, un odore. Che non basta cliccare “accetto i termini” per tornare innocenti. C’è qualcosa di spaventosamente coerente in tutto questo: l’idea che la tecnologia, dopo aver dissolto la carne, debba essere punita con la carne. Che il futuro, per non collassare su sé stesso, debba riscoprire la violenza del presente. Singapore lo fa con la grazia chirurgica di un algoritmo, e l’indifferenza di una macchina ben oliata. Non cerca redenzione: solo efficienza. E se l’efficienza passa per ventiquattro scudisciate, nessuno ha il diritto di distogliere lo sguardo. Eppure, l’ipotesi non è così lontana. Ricordare che il suffragio universale femminile è un affare recente basta a misurare quanto fragile sia la distanza tra noi e loro. La frusta riappare, oggi, sospesa tra l’efficienza di Singapore e l’ordalia della sharia maomettana: due mondi opposti che si incontrano nella stessa idea di espiazione fisica, nella convinzione che la colpa debba lasciare un segno visibile.* *L’Occidente, intanto, continua a produrre truffatori che non sanguinano, giudici che non giudicano e colpe che non fanno più male. Forse, in fondo, il problema è proprio questo: che non sentiamo più niente.* 4 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/11/caning_singapore-300x300.jpg) --- # Burma – Pavoni dorati e acquerelli lontani Source: https://www.altriorienti.com/burma-pavoni-dorati-e-acquerelli-lontani/ *Ho speso duecento euro, un prezzo che oggi non basta per un biglietto d’aereo in bassa stagione, ma che è valso un biglietto per un altrove più autentico. * *L’ho trovato in un angolo remoto ed on-line di un antiquario, il "Garden City Books". Non ho dovuto varcare la soglia della sua sede a nord di Londra e passare ore a soffiare via la polvere da scaffali di quercia. Mi è bastato cliccare, e subito ho avuto tra le mani — metaforicamente prima, concretamente poi — uno scrigno che sa di colonie, di viaggiatori vittoriani e di piume di pavone: Burma, Painted and Described di R. Talbot Kelly, prima edizione de luxe del 1905.* *Non un libro qualunque, ma una delle trecento copie numerate che furono stampate per una cerchia di lettori selezionati, più fortunati che ricchi. È uno di quei volumi che appartengono alla stirpe aristocratica dell’editoria: legature in tela bordeaux, dorature che brillano ancora come oro fresco, pavoni che si inseguono in fila sul fronte e sul dorso, nel pieno splendore dell’Art Nouveau. Già la copertina è un viaggio: basterebbe posarla su un tavolino per trasformare una stanza anonima in un salotto coloniale.* *All’interno, i dipinti di Kelly — settantacinque tavole a colori, acquerelli stampati con cura tipografica rara — restituiscono la Birmania dei primi del Novecento: pagode che si specchiano nell’Irrawaddy, monaci in abiti color zafferano, villaggi sospesi tra risaie e giungle. Ma non sono soltanto immagini: hanno il potere ambiguo e un po’ colpevole della visione coloniale, quella che mette in cornice un mondo e lo consegna all’Europa come ornamento.* *Proprio per questo il volume è affascinante: perché è un documento duplice. Da un lato l’estetica, la gioia del colore, la delicatezza degli acquerelli; dall’altro la voce di un’epoca che trasformava terre e popoli in souvenir illustrati. È lo stesso fascino che fece scuola in Birmania, dove artisti locali come M.T. Hla e Maung Maung Gyi copiarono, reinventarono, si appropriarono di quelle immagini fino a dare vita a una pittura moderna nazionale. La storia, come sempre, non è mai a senso unico.* *Duecento euro, dunque. Un prezzo esiguo per avere tra le mani un pezzo di mondo, rilegato con la pazienza di tipografi che conoscevano il valore del bello. È un acquisto che non promette utili finanziari né garantisce interessi annui: ma apre uno spazio segreto sulla scrivania, un’alcova di carta da cui, sfogliando le pagine, posso ancora viaggiare in un Oriente che non esiste più.* *In fondo, è questo il lusso vero della bibliofilia: trasformare un libro raro in una macchina del tempo. Un privilegio che, a differenza di certi investimenti, non perde mai valore.* 2 dicembre ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/08/00064754-900x900-1-300x300.jpeg) Il libro potete sfogliarlo on line ...  [*Burma, Painted and Described*](https://reader.library.cornell.edu/docviewer/digital?id=sea307#mode/1up) di R. Talbot Kelly, prima edizione de luxe del 1905 ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/Robert-George-Talbot-Kelly-The-Shwe-Dagon-from-the-Bahan-Tank-MeisterDrucke-630084.jpg) ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/Robert-George-Talbot-Kelly-The-Centre-of-the-Universe-Mandalay-MeisterDrucke-630089.jpg) ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/Robert-George-Talbot-Kelly-The-Moat-at-Mandalay-MeisterDrucke-647586.jpg) --- # Il Libro Fuori dal Tempo 2025 – Luciano Canfora, Dizionario politico minimo Source: https://www.altriorienti.com/il-libro-fuori-dal-tempo-2025-luciano-canfora-dizionario-politico-minimo/ Il marxismo è morto, ma Luciano Canfora non lo sa. Continua a scrivere, a spiegare, a impartire lezioni al mondo come se la storia fosse ancora un seminario del 1973. E tuttavia, per una curiosa legge della commedia, il destino gli ha regalato l’ultima, perfetta lezione di dialettica vivente: essere salvato da colei che aveva insultato. L’11 aprile 2022, durante un incontro con gli studenti del liceo *Enrico Fermi* di Bari, il professore — pronto di penna e di lingua — definì Giorgia Meloni, allora leader di Fratelli d’Italia, > «la terribilissima e sempre insultata, poveretta, leader di Fratelli d’Italia, trattata di solito come una mentecatta, pericolosissima, siccome essendo neonazista nell’animo si è subito schierata con i neonazisti ucraini». Una di quelle frasi che, lette oggi, sembrano scritte da un personaggio di Molière. La Premier querelò per diffamazione, chiedendo 20.000 euro di risarcimento. Il 16 aprile 2024 il GUP di Bari rinviò Canfora a giudizio. Il processo era fissato per il 7 ottobre, ma il 4 ottobre Giorgia Meloni ritirò la querela. Silenziosamente, senza proclami: come una regina elisabettiana che, per magnanimità, lascia vivere il giullare che la insultava. Così, l’uomo che per decenni ha denunciato l’arbitrio del potere è stato salvato proprio da un atto arbitrario del potere. La sinistra che sopravvive grazie alla clemenza della destra. È un paradosso perfetto, e anche una chiave di lettura del suo ultimo libro, *Dizionario politico minimo* (Laterza): un catalogo di certezze granitiche in un mondo ormai liquido. Nel *Dizionario*, Canfora raduna la sua antologia personale di concetti immortali — *Islam*, *Cina*, *Globalizzazione*, *Patria*, *Propaganda*, *Postdemocrazia*. Ogni lemma è scritto come una definizione morale più che analitica: un trattato breve, a metà tra l’oracolo e la glossa universitaria. Non si trova mai un dubbio, raramente un aggettivo superfluo. È un libro compatto, ostile alla leggerezza, costruito come un’antologia del pensiero critico al tempo dell’inconsistenza digitale. Ma anche, involontariamente, come il monumento funerario di un linguaggio politico ormai perduto. Nel capitolo *Islam*, Canfora invita a non trinciare giudizi, e poi ne trincia uno solo: la colpa è dell’Occidente. L’islam, sostiene, non è affatto regressivo; è semplicemente “una religione in formazione”, come il cristianesimo delle origini. I suoi fondamentalisti non sarebbero che “gli zeloti di un’epoca immatura”, e le sue contraddizioni il prezzo da pagare per la modernizzazione spirituale. Serve tempo — tre secoli circa, come tra San Paolo e Costantino — e tutto si risolverà. È una visione elegante ma paternalista: la fede altrui trattata come un’allieva ribelle che prima o poi imparerà il greco. Eppure Canfora vi aggiunge un tocco personale: un’invidiosa ammirazione. L’islam, dice, ha “una coscienza più alta, una tensione morale più viva di quella cristiana”. Il che suona, più che come analisi, come nostalgia di una fede perduta — quella certezza dogmatica che il marxismo aveva provato, per un secolo, a sostituire. La sua riflessione sul rapporto fra religione e potere è colta e articolata, ma appartiene a un mondo in cui la teologia è ancora un’arma politica. Oggi, invece, è solo uno specchio per capire quanto il pensiero occidentale abbia smesso di credere anche nel proprio dubbio. Poi arriva la *Cina*, l’altro polo del suo universo simbolico. Qui Canfora torna a sentirsi a casa: l’idea di un potere collettivo, pianificatore, protetto dalla lunga durata della Storia. Il “risveglio del drago” — scrive — è un’invenzione occidentale. La Cina, lungi dall’essere una potenza imperialista, non farebbe che “recuperare la propria sovranità storica”. La Belt and Road? “Un grande piano di cooperazione infrastrutturale.” Le basi militari? “Riflussi geopolitici naturali.” Le telecamere di sorveglianza? “Un’innovazione tecnologica di controllo sociale non dissimile da quella occidentale.” È un lessico di attenuazioni, scritto con la pazienza del classicista e l’ingenuità del missionario. La Cina di Canfora è un impero etico, un “socialismo con caratteristiche confuciane” in cui la gerarchia non è oppressione, ma armonia. E se il Partito controlla ogni cosa, tanto meglio: il controllo, scrive, “è la condizione stessa dell’ordine politico”. Un concetto che suona nobile nel mondo delle idee, e sinistro nel mondo reale. Il filologo del sospetto si trasforma così nel commentatore indulgente: colui che non nega l’autoritarismo, ma lo trasfigura in virtù sistemica. È come se la sua mente, formata su Tucidide e Marx, trovasse nella Cina il sogno di un impero dove la Storia non deve più giustificarsi con la morale. La sezione *Globalizzazione* è il vero cuore emotivo del libro, il suo piccolo *Manifesto* in miniatura. Per Canfora, la globalizzazione è una catastrofe universale, “un processo di commercializzazione totale del mondo che dissolve ogni differenza e annienta ogni cultura autonoma”. È il capitalismo portato alla sua forma pura, la fine della dialettica, l’appiattimento dell’uomo sulla merce. Il crollo dell’URSS — scrive — ha eliminato “il principale nemico della globalizzazione”, e con esso la possibilità stessa di una politica alternativa. C’è del vero, naturalmente: la sua critica all’uniformità del pensiero occidentale, all’ipocrisia delle democrazie economiche, alla nuova forma di dominio esercitata attraverso il consenso e non la forza. Ma Canfora non concede scampo: tutto è sistema, e il sistema è male. La tecnologia è alienazione, la rete è propaganda, il progresso è soltanto marketing. Non un varco, non un’intercapedine, non una contraddizione fertile. È il marxismo come elegia, non come analisi: la teologia del disincanto. E in questa visione cupa e coerente, Canfora si ritaglia il ruolo di sacerdote dell’Apocalisse razionale, l’unico che ancora predichi la necessità di un’eresia in un mondo che non ne contempla più. Così, mentre nel libro il professore scaglia le sue invettive contro i potenti, nella realtà un potente lo ha appena perdonato. Il teorico dell’eterna lotta di classe graziato da una borghese al governo: la dialettica che si piega, per una volta, all’ironia. Canfora non lo ammetterà mai, ma quella grazia ricevuta è l’unico vero atto dialettico che la Storia gli abbia riservato. Un gesto che smentisce tutto ciò che predica, ma che al tempo stesso ne celebra l’importanza: solo chi crede nella forza delle parole può essere salvato dal loro contrario, il silenzio del potere. Eppure, bisogna riconoscerlo: Canfora resta grande. Un uomo fuori tempo, ma mai fuori tono. Ha torto su quasi tutto, ma difende con rigore quasi ascetico la dignità del pensare. Scrive come un sacerdote laico che non vuole essere perdonato. Il suo *Dizionario politico minimo* è un monumento involontario: alla coerenza come virtù tragica, alla nobiltà dell’errore, alla fede nell’intelligenza come forma di resistenza. Un Canfora fossilizzato ma luminoso, come un frammento d’ambra che trattiene ancora l’aria del Novecento. E nel Paese dove i santi non esistono più, sopravvive un solo laico: Luciano Canfora, salvato da una fascista — e troppo orgoglioso per ringraziarla. 29 novembre ![](http://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2025/10/Senza-titolo1212.png) --- # home Source: https://www.altriorienti.com/blog/home-2/ [vc_row][vc_column width="1/3"][vc_column_text css=""] #### AltriOrienti dal 2020 Politica, economia e cultura dall’Oriente meno conosciuto dai lettori di lingua italiana ed altre scorribande [/vc_column_text][vc_wp_search title="ricerca"][vc_column_text css=""] **Ai lettori ed amici** La redazione di www.altriorienti.com invita i suoi lettori a partecipare attivamente alla vita del nostro foglio, inviandoci articoli, memorie, editoriali o spigolature che ritenessero degni di condivisione. I contributi selezionati saranno pubblicati *pro bono*, nel rispetto dello spirito indipendente e non commerciale che anima la nostra impresa nella nuova sezione della Posta dei lettori. 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La dottrina Heritage ft Donald Trump: strategia e mercato](https://www.altriorienti.com/una-poltrona-per-due-la-dottrina-heritage-ft-donald-trump-strategia-e-mercato/) [Da una bancarella. La scoperta dell’Oriente dell’anima](https://www.altriorienti.com/da-una-bancarella-la-scoperta-delloriente-dellanima/) [Win or Lose. The Mystery of Modern War (Italian & English version)](https://www.altriorienti.com/chi-vince-e-chi-perde-il-mistero-della-guerra-contemporanea/) **Marzo 2026** [Non ci resta che piangere. Il pizzo di Hormuz](https://www.altriorienti.com/non-ci-resta-che-piangere-il-pizzo-di-hormuz/) [Tera Patrick. 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A Persian Story (Italian and English edition)](https://www.altriorienti.com/the-enemy-writes-on-x-a-persian-story-italian-and-english-edition/) [Conversazioni sull’Islam (Italian & English version)](https://www.altriorienti.com/conversazioni-sullislam/) [I ragazzi delle coroncine](https://www.altriorienti.com/i-ragazzi-delle-coroncine/) [I compagni che sbagliano, ancora - Breve storia di una giustificazione morale](https://www.altriorienti.com/i-compagni-che-sbagliano-ancora-breve-storia-di-una-giustificazione-morale/) [L’invasione asiatica. Cronaca lombarda di bestie perfette, prolifiche e senza passaporto](https://www.altriorienti.com/linvasione-asiatica-cronaca-lombarda-di-bestie-perfette-prolifiche-e-senza-passaporto/) [Nulla di nuovo sul fronte orientale. 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L’Olanda e il monopolio invisibile dei chip](https://www.altriorienti.com/il-nuovo-tulipano-lolanda-e-il-monopolio-invisibile-dei-chip/) [Cinta - J - In una storia, mille storie](https://www.altriorienti.com/cinta-j-in-una-storia-mille-storie/) **Ottobre 2025** [Il nuovo street food cinese](https://www.altriorienti.com/il-nuovo-street-food-cinese/) [Manuale di consumo bellico contemporaneo](https://www.altriorienti.com/manuale-di-consumo-bellico-contemporaneo/) [Studiare nel declino - Studenti cinesi tra Mosca e Milano](https://www.altriorienti.com/studiare-nel-declino-studenti-cinesi-tra-mosca-e-milano/) [Oro ed algoritmi - riflessioni all'alba su una sbronza](https://www.altriorienti.com/oro-ed-algoritmi-riflessioni-allalba-su-una-sbronza/) [L’acciaio verde tra retorica, concorrenza e vincoli energetici. Uno sguardo comparato da Tokyo](https://www.altriorienti.com/lacciaio-verde-tra-retorica-concorrenza-e-vincoli-energetici-uno-sguardo-comparato-da-tokyo/) [Li Ka‑shing, l’ultimo imperatore di Hong Kong](https://www.altriorienti.com/li-ka%e2%80%91shing-lultimo-imperatore-di-hong-kong/) [A casa loro - leggere Kant in un campo minato](https://www.altriorienti.com/a-casa-loro-leggere-kant-in-un-campo-minato/) [La sposa cadavere - Una storia della Cina del 2025](https://www.altriorienti.com/la-sposa-cadavere-una-storia-della-cina-del-2025/) [Lost Command: il fantasma di Diên Biên Phu](https://www.altriorienti.com/lost-command-il-fantasma-di-dien-bien-phu/) [L’invasione delle lovedolls e la conquista dell’Italia](https://www.altriorienti.com/linvasione-delle-lovedolls-e-la-conquista-dellitalia/) [Note sulla falsificazione morale della piazza](https://www.altriorienti.com/note-sulla-falsificazione-morale-della-piazza/) [Dalla Fenice a Bangkok: la bacchetta, il potere ed il teatro in fiamme](https://www.altriorienti.com/dalla-fenice-a-bangkok-la-bacchetta-il-potere-ed-il-teatro-in-fiamme/) [Indonesia, il giorno dopo - tra rabbia e silenzio](https://www.altriorienti.com/indonesia-il-giorno-dopo-tra-rabbia-e-silenzio/) [Rileggere Wheen - la fine dell’Illuminismo spiegata da un inglese arrabbiato](https://www.altriorienti.com/rileggere-wheen-la-fine-dellilluminismo-spiegata-da-un-inglese-arrabbiato/) [Le piazze del rancore, sinistra ed islam radicale](https://www.altriorienti.com/le-piazze-del-rancore-sinistra-ed-islam-radicale/) [Robot Dogs of War – Breve bestiario di una civiltà che abbaia](https://www.altriorienti.com/robot-dogs-of-war-breve-bestiario-di-una-civilta-che-abbaia/) **Settembre 2025** [L’ossessione, l’oblio e le donne di Roppongi](https://www.altriorienti.com/lossessione-loblio-e-le-donne-di-roppongi/) [Navigai con i pirati cinesi - Il libro che costava 10 euro](https://www.altriorienti.com/navigai-con-i-pirati-cinesi-il-libro-che-costava-dieci-euro/) [La malattia dell'Occidente: il narcisismo dell'universalità](https://www.altriorienti.com/la-malattia-delloccidente-il-narcisismo-delluniversalita/) [Lebubu e l'inversione del dragone](https://www.altriorienti.com/labubu-e-linversione-del-dragone/) [Apologia del tradimento politico e di Bruto](https://www.altriorienti.com/apologia-del-tradimento-politico-e-di-bruto/) [TikTok il mostro perfetto](https://www.altriorienti.com/tik-tok-il-mostro-perfetto/) [God save the Isaan blues (and Kevin Koplar)](https://www.altriorienti.com/god-save-the-isaan-blues-and-kevin-koplar/) [Bangkok, la Babele tropicale dei Mall](https://www.altriorienti.com/bangkok-la-babele-tropicale-dei-mall/) [La resurrezione cinese di Massimo D’Alema](https://www.altriorienti.com/la-resurrezione-cinese-di-massimo-dalema/) [La crisi del mattone in Cina come tragedia nazionale](https://www.altriorienti.com/la-crisi-del-mattone-in-cina-come-tragedia-nazionale/) [Il bluff di Putin, lo specchio cinese e l’illusione del multilateralismo](https://www.altriorienti.com/il-bluff-di-putin-lo-specchio-cinese-e-lillusione-del-multilateralismo/) **Agosto 2025** [La grande guerra ad Hong Kong](https://www.altriorienti.com/la-grande-guerra-ad-hong-kong/) [Ieri, oggi e domani del South China Morning Post](https://www.altriorienti.com/ieri-oggi-e-domani-del-south-china-morning-post/) [Il professore che scelse la Venier](https://www.altriorienti.com/il-professore-che-scelse-la-venier/) [Islam come virus – Quando la Cina osò diagnosticare il Corano](https://www.altriorienti.com/islam-come-virus-quando-la-cina-oso-diagnosticare-il-corano/) [Chi ha illuminato il cielo di Gibuti?](https://www.altriorienti.com/chi-ha-illuminato-il-cielo-di-gibuti/) [La città proibita (ma senza Gianni Agus) - Una recensione](https://www.altriorienti.com/la-citta-proibita-ma-senza-gianni-agus-una-recensione/) [Piccole democrazie, bombe grandi – L’ultima garanzia contro l’impero](https://www.altriorienti.com/piccole-democrazie-bombe-grandi-lultima-garanzia-contro-limpero/) [Rachel Scott - la donna che coltiva la nostra speranza](https://www.altriorienti.com/rachel-scott-la-donna-che-coltiva-la-nostra-speranza/) [Voglio stare ad Angkor - Norodom Sihanouk il re che aveva capito tutto ](https://www.altriorienti.com/voglio-stare-ad-angkor-norodom-sihanouk-il-re-che-aveva-capito-tutto/) [Memento mori -  Paolo Giachino raccontato da Nicola, un messaggio inatteso](https://www.altriorienti.com/memento-mori-paolo-giachino-raccontato-da-nicola-un-messaggio-inatteso/) [Somerset Maugham, o l'eleganza del disincanto](https://www.altriorienti.com/somerset-maugham-o-leleganza-del-disincanto/) [Michele Capozzi 2017 – Lettere da Bangkok, non filtrata (solo per adulti!)](https://www.altriorienti.com/michele-capozzi-2017-lettere-da-bangkok-non-filtrata-solo-per-adulti/) [Il corpo di Ivana - Una storia troppo sporca per non finire su Netflix (domani)](https://www.altriorienti.com/il-corpo-di-ivana-una-storia-troppo-sporca-per-non-finire-su-netflix/) [Dalla parte dei cinesi - Gaokao o dell'educazione vera](https://www.altriorienti.com/dalla-parte-dei-cinesi-gaokao-o-delleducazione-vera/) **Luglio 2025** [Lo sci nautico in Thailandia - storia, ascesa e caduta del più regale degli sport acquatici](https://www.altriorienti.com/lo-sci-nautico-in-thailandia-storia-ascesa-e-caduta-del-piu-regale-degli-sport-acquatici/) [Chi sono questio Hartono? Cronaca di una sottomissione lombarda](https://www.altriorienti.com/chi-sono-questi-hartono-cronaca-di-una-sottomissione-lombarda/) [Scontro Cambogia/Thailandia Preah Vihear non è in wyoming](https://www.altriorienti.com/scontro-cambogia-thailandia-preah-vihear-non-e-nel-parco-di-yellowstone-in-wyoming/) [Open source, accettare caramelle dagli sconosciuti? ](https://www.altriorienti.com/open-source-cinese-accettare-caramelle-dagli-sconosciuti/) Dal nostro corrispondente: [Thailandia/Cambogia: l'Asia si divide](https://www.altriorienti.com/thailandia-cambogia-lasia-si-divide/) [Indonesia, l](https://www.altriorienti.com/indonesia-laltra-fine-del-colonialismo/)['altra fine del colonialismo](https://www.altriorienti.com/indonesia-laltra-fine-del-colonialismo/) [La fine di Sukhumvit 38. Lettera da Bangkok, dove anche il cibo diventa reato](https://www.altriorienti.com/la-fine-di-sukhumvit-38-lettera-da-bangkok-dove-anche-il-cibo-diventa-reato/) [Samizdat ... Trumpini ... ops Rampini](https://www.altriorienti.com/samizdat-trumpini-ops-rampini/) [Vecchiaia queer in Oriente](https://www.altriorienti.com/vecchiaia-queer-in-oriente/) [Ritrovare la Guida Bradshaw, il viaggio gentile di Michael Portillo tra memoria, treni e Oriente](https://www.altriorienti.com/ritrovare-la-guida-bradshaw-il-viaggio-gentile-di-michael-portillo-tra-memoria-treni-e-oriente/) [Shangai baby. L'ultimo rogo del secolo breve, una recensione](https://www.altriorienti.com/shanghai-baby-lultimo-rogo-del-secolo-breve-una-recensione/) [Easy money, Fausto, Mao, Warhol e l'arte del comunismo da salotto](https://www.altriorienti.com/easy-money-fausto-mao-warhol-e-larte-del-comunismo-da-salotto/) [Cronache dal dopoguerra da Hong Kong](https://www.altriorienti.com/cronache-dal-dopoguerra-da-hong-kong/) [Suicidio occidentale di Anonimo europeo](https://www.altriorienti.com/suicidio-occidentale-di-anonimo-europeo/) [I trenta denari di Bezos](https://www.altriorienti.com/i-trenta-denari-di-bezos/) **Giugno 2025 - Alea iacta est** Dalla posta dei lettori: [Nel regno degli uccelli: riflessioni sull’incanto aviario della Thailandia](https://www.altriorienti.com/nel-regno-degli-uccelli-riflessioni-sullincanto-aviario-della-thailandia/) [Svetonio racconta Trump](https://www.altriorienti.com/svetonio-racconta-trump/) [Laura Gemser - la donna di Surabaya](https://www.altriorienti.com/laura-gemser-la-donna-di-surabaya/) [Nuovi Brancaleone al fronte - tragedia e farsa del nuovo ordine mondiale](https://www.altriorienti.com/nuovi-brancaleone-al-fronte-tragedia-e-farsa-del-nuovo-disordine-mondiale/) [@merica alone - l'ultimo botto di Trump](https://www.altriorienti.com/lultimo-botto-di-trump/) [Ascesa e caduta alla Bicocca, ascesa ecaduta del controllo dei cinesi in Pirelli](https://www.altriorienti.com/ritorno-alla-bicocca-ascesa-e-caduta-del-controllo-cinesi-in-pirelli/) [Formiche nel mio piatto](https://www.altriorienti.com/formiche-nel-mio-piatto/) [Oltre le Termopili e la Persia - contro l'Oriente diffuso](https://www.altriorienti.com/oltre-le-termopili-e-la-persia-contro-loriente-diffuso/) [Turismo di partito, il sogno tropicale cinese alla sua ultima stagione](https://www.altriorienti.com/turismo-di-partito-il-sogno-tropicale-cinese-alla-sua-ultima-stagione/) [Cronache dalla Casa Bianca - Parte 2](https://www.altriorienti.com/cronache-aliene-dalla-casa-bianca-parte-2/) [Contro Internazionale ovvero la virtù impaginata](https://www.altriorienti.com/contro-internazionale-ovvero-la-virtu-impaginata/) [Cronache dalla Casa Bianca - Parte 1](https://www.altriorienti.com/cronache-aliene-dalla-casa-bianca-parte-1/) [Caravaggio e gli altri, conversazione sull'arte a Shangai](https://www.altriorienti.com/caravaggio-e-gli-altri-conversazioni-sullarte-a-shangai/) [L’invasione silenziosa. Come DOGE sta spegnendo l’America](https://www.altriorienti.com/linvasione-silenziosa-come-doge-sta-spegnendo-lamerica/) [Il dovere di fare e vincere la guerra ](https://www.altriorienti.com/il-dovere-di-fare-e-vincere-la-guerra/) **Maggio 2025 - La testimonianza come ecologia dello spirito** [Tra le pietre di Noci, la seconda vita di Francesco D'Aprile](https://www.altriorienti.com/tra-le-pietre-di-noci-la-seconda-vita-di-francesco-daprile/) [La slavina d'acciaio, così l'argine americano scarica la Cina sull'Europa ](https://www.altriorienti.com/la-slavina-dacciaio-cosi-largine-americano-scarica-la-cina-sulleuropa/) [Alizé Lim, un'eleganza franco-vietnamita e la terra rossa ](https://www.altriorienti.com/alize-lim-uneleganza-franco-vietnamita-e-la-terra-rossa/) [Il Guru arancione e il miracolo greco](https://www.altriorienti.com/il-guru-arancione-e-il-miracolo-greco/) [Tutto è debito, la favola woke di Thomas Piketty](https://www.altriorienti.com/tutto-e-debito-la-favola-woke-di-thomas-piketty/) [La Cina comincia a Prato](https://www.altriorienti.com/la-cina-comincia-a-prato/) [The Eagle Blinked – Diario da Shanghai dopo il downgrade del debito USA](https://www.altriorienti.com/the-eagle-blinked-diario-da-shanghai-dopo-il-downgrade-del-debito-usa/) Dalla posta dei lettori: [Capozzi / Brown / Orange](https://www.altriorienti.com/capozzi-brown-orange/) [Frank Sinatra e la nebbia del Peak, un ricordo raccontato da Ugo Conta jazzista e ristoratore italiano a Hong Kong ](https://www.altriorienti.com/frank-sinatra-e-la-nebbia-del-peak-un-ricordo-raccontato-da-ugo-conta-jazzista-e-ristoratore-italiano-a-hong-kong/) Dalla posta dei lettori: [Energia pulita, dazi sporchi](https://www.altriorienti.com/energia-pulita-dazi-sporchi/) [Il Corriere scopre Trump (e ci crede) e noi no](https://www.altriorienti.com/il-corriere-scopre-trump-e-ci-crede-e-noi-noil-corriere-scopre-trump-e-ci-crede/) [La mela e l'Impero: una moderna favola industriale](https://www.altriorienti.com/la-mela-e-limpero-una-moderna-favola-industriale/) [Hollywood sotto le nuvole](https://www.altriorienti.com/hollywood-sotto-le-nuvole/) [Habemus Donald](https://www.altriorienti.com/habemus-donald/) [Warren il semplice, (che tanto semplice non è), va in pensione](https://www.altriorienti.com/warren-il-semplice-che-tanto-semplice-non-e-va-in-pensione/) [Altro che Cina e India: il centro del mondo era (ed è) la Costa Azzurra](https://www.altriorienti.com/altro-che-cina-e-india-il-centro-del-mondo-era-ed-e-la-costa-azzurra/) **Aprile 2025 - La scrittura nell'urgenza dei tempi** [Vargas Llosa è morto](https://www.altriorienti.com/mario-vargas-llosa-e-morto/) Dalla posta dei lettori: [Il crepuscolo delle reti, crisi energetica e destino dell’equilibrio globale](https://www.altriorienti.com/il-crepuscolo-delle-reti-crisi-energetica-e-destino-dellequilibrio-globale/) [Harbin terre e maschere, la guerra sottile dei giochi asiatici](https://www.altriorienti.com/harbin-server-e-maschere-la-guerra-sottile-dei-giochi-asiatici/) [Dopo il terremoto le bombe, la tragedia birmana](https://www.altriorienti.com/dopo-il-terremoto-le-bombe-la-tragedia-birmana/) [Il lattice ed il destino, parabola della gomma asiatica tra Brasile Sud Est asiatico](https://www.altriorienti.com/il-lattice-e-il-destino-parabola-della-gomma-naturale-tra-brasile-e-sud-est-asiatico/) Dalla posta dei lettori: [Decoupling finanziario: la ritirata cinese strategica dal privaty equity Usa e le conseguenze sistemiche](https://www.altriorienti.com/decoupling-finanziario-la-ritirata-cinese-dal-private-equity-usa-e-le-conseguenze-sistemiche/) [William Shakespeare a Manila, la tragedia dei Duterte](https://www.altriorienti.com/william-shakespeare-a-manila-la-tragedia-dei-duterte/) [Happy Easter Mister President](https://www.altriorienti.com/happy-easter-mister-president/) [Il drago e la tigre - storia di un'identità vietnamita](https://www.altriorienti.com/il-drago-e-la-tigre-storia-di-una-identita-vietnamita/) [Ci aspettavamo la guerra è scoppiata l?@america](https://www.altriorienti.com/ciaspettavamolaguerra/) [La guerra commerciale, il mondo si riscrive](https://www.altriorienti.com/la-guerra-commerciale-il-mondo-si-riscrive/) [Dogane dell'anima e guerra dei dazi: la Cina e l'altra Cina e la vera posta in gioco](https://www.altriorienti.com/dogane-dellanima-e-guerra-dei-dazi-la-cina-laltra-cina-e-la-vera-posta-in-gioco/) Dalla posta dei lettori: [L'egemonia incoerente](https://www.altriorienti.com/legemonia-incoerente/) [Uomini che cadono dai condomini thailandesi, un mistero senza soluzione](https://www.altriorienti.com/uomini-che-cadono-dai-condomini-thailandesi-un-mistero-senza-soluzione/) [L'@america di Trump, un mondo senza alleanze](https://www.altriorienti.com/lmerica-di-trump-un-mondo-senza-alleanze/) [I dazi di Trump e le fragilità dell'Impero](https://www.altriorienti.com/i-dazi-di-trump-o-le-fragilita-dellimpero/) **Marzo 2025** [Un americano tranquillo di Graham Green o la fine dell'innocenza](https://www.altriorienti.com/un-americano-tranquillo-di-graham-greene-o-la-fine-dellinnocenza/) [Il riscatto gentile: Alex Eala e l'eredità di Felicissimo Ampon](https://www.altriorienti.com/il-riscatto-gentile-alex-eala-e-leredita-di-felicissimo-ampon/) [Dell'arte di essere copiati male. Appunti taoisti per una sopportazione estetica del plagio](https://www.altriorienti.com/dellarte-di-essere-copiati-male-appunti-taoisti-per-una-sopportazione-estetica-del-plagio/) [Cosa direbbe Mario Monicelli maestro di satira e cinema al tempo di Elon Musk](https://www.altriorienti.com/cosa-direbbe-mario-monicelli-maestro-di-saltira-e-cinema-ai-tempi-di-elon-musk/) [Trump non è un uomo fortunato](https://www.altriorienti.com/donald-trump-non-e-un-uomo-fortunato/) **Febbraio 2025** [Teoria analitica della pandemia, un contributo della logica filosofica](https://www.altriorienti.com/teoria-analitica-della-pandemia-un-contributo-della-logica/) [Il sito di Altri Orienti è sotto attacco informatico](https://www.altriorienti.com/il-sito-di-altri-orienti-e-sotto-attacco-informatico/) [Scienza e tecnologia cinese sono affidabili?](https://www.altriorienti.com/scienza-e-tecnologia-cinese-sono-affidabili/) **Novembre 2024** [Conversazioni in libertà con l'amica virologa in attesa di un volo per New York](https://www.altriorienti.com/conversazioni-in-liberta-con-lamica-virologa-in-attesa-di-un-volo-per-new-york/) **Ottobre 2024** [Gli azzardi della Banca centrale cinese non preoccupano la borsa di Shangai](https://www.altriorienti.com/gli-azzardi-della-banca-centrale-cinese-non-preoccupa-la-borsa-di-shangai/) **Luglio 2024** [Tempo d'estate e di viaggi, Ennio Flaiano e l'Oriente](https://www.altriorienti.com/tempo-destate-e-di-viaggi-ennio-flaiano-e-loriente/) **Giugno 2024** [Giovanni De Mauro e Yahya Sinwar, vite parallele](https://www.altriorienti.com/giovanni-de-mauro-e-yahya-sinwar-vite-parallele/) **Maggio 2024** [Per la vita di Tantawan Tuatulanon, studentessa thailandese](https://www.altriorienti.com/per-la-vita-di-tantawan-tuatulanon-studentessa-thailandese/) **Aprile 2024** [Umani vs elefanti, guerra e morte in Sri Lanka](https://www.altriorienti.com/umani-vs-elefanti-guerra-e-morte-in-sri-lanka/) [Feng Yujun, alias del regime di Pechino](https://www.altriorienti.com/la-voce-di-feng-yujun-alias-del-regime-di-pechino/) **Marzo 2024** [Breve vita di Paolo Giachino (2024 +)](https://www.altriorienti.com/breve-vita-di-paolo-giachino-2024/) **Febbraio 2024** [Wokeness ad Hollywood, riflessioni sulla perdita dell'egemonia culturale](https://www.altriorienti.com/wokeness-ad-hollywood-riflessioni-sulla-perdita-dellegemonia-culturale/) **Gennaio 2024** [Il Riscatto e l'Orgoglio nel tempo di Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/il-riscatto-e-lorgoglio-nel-tempo-di-xi-jinping/) [Il container cinese, il mattone dell'economia globale](https://www.altriorienti.com/il-container-cinese-il-mattone-delleconomia-globale/) [Lo stato dell'arte in Cina, riflessioni in libertà sul pianeta rosso](https://www.altriorienti.com/lo-stato-dellarte-in-cina-riflessioni-in-liberta-sul-pianeta-rosso/) [L'anno del dragone ed il destino di Taiwan](https://www.altriorienti.com/lanno-del-dragone-verde-ed-il-destino-di-taiwan/) **Dicembre 2023** [Cattivi maestri, il caso del Washington Post](https://www.altriorienti.com/cattivi-maestri-il-caso-del-washington-post/) [Tony Roche ed il guaritore filippino, il mistero svelato (forse)](https://www.altriorienti.com/tony-roche-ed-il-guaritore-filippino-il-mistero-svelato-forse/) [Il libro dell'anno di Altri Orienti, Java Road di Lawrence Osborne](https://www.altriorienti.com/il-libro-dellanno-di-altri-orienti-java-road-di-lawrence-osborne/) [Contro Piketty. Les fautes du professeur et les élites des Brics](https://www.altriorienti.com/contro-piketty-les-fautes-du-professeur-et-les-elites-des-brics/) **Novembre 2023** [Janis & Leonard, Joe & Xi](https://www.altriorienti.com/janis-leonard-joe-xi/) [Il caso Edward Said e l'Oriente ferito](https://www.altriorienti.com/il-caso-edward-said-e-linvenzione-delloriente-ferito/) [Li Keqiang ed altre foglie d'autunno](https://www.altriorienti.com/li-keqiang-ed-altre-foglie-dautunno/) **Ottobre 2023** [Ettore Mo, vita e morte di un cronista](https://www.altriorienti.com/ettore-mo-vita-e-morte-di-un-cronista/) [Jin ed il Rolex Daytona, principio ordinatore del mondo ](https://www.altriorienti.com/jin-ed-il-rolex-daytona-principio-ordinatore-del-mondo/) [Le scale di Escher a Pechino, la Brexit di Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/le-scale-di-escher-a-pechino-la-brexit-di-xi-jinping/) **Settembre 2023** [Lucio Caracciolo vs Alighiero Boetti](https://www.altriorienti.com/16603-2/) ["È la Cina di Xi Jinping ... amico mio." La voce di Simon Huang](https://www.altriorienti.com/e-la-cina-di-xi-jinping-amico-mio-la-voce-di-simon-huang/) [Una voce dagli expat da Bangkok: la versione di Nick Kaiadas](https://www.altriorienti.com/una-voce-dagli-expat-di-bangkok-la-versione-di-nick-kaiadas/) **Agosto 2023** [Il caso Lu Si Wie, ovvero lo stato del diritto in Cina](https://www.altriorienti.com/il-caso-lu-si-wie-ovvero-lo-stato-del-diritto-in-cina/) [Giorgia on my mind and others nuts](https://www.altriorienti.com/giorgia-on-my-mind-and-others-nuts/) **Luglio 2023** [Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul](https://www.altriorienti.com/cemetery-of-splendour-di-apichatpong-weerasethakul/) **Giugno 2023** [I tormenti della stampa cinese nei giorni di Prigozhin](https://www.altriorienti.com/i-tormenti-della-stampa-cinese-nei-giorni-di-prigozhin/) [Acta est fabula, plaudite!](https://www.altriorienti.com/acta-est-fabula-plaudite/) [Slavoj Zikek, o la Cina inconscio dell'Occidente](https://www.altriorienti.com/slavoj-zikek-o-la-cina-inconscio-delloccidente/) [Last postcards from Hong Kong](https://www.altriorienti.com/last-postcards-from-hong-kong/) [Nikos Kazantzakis e la Cina, frammenti di un viaggio interiore](https://www.altriorienti.com/nikos-kazantzakis-e-la-cina-frammenti-di-un-viaggio-interiore/) **Maggio 23** [Mille giorni dopo a Wuhan](https://www.altriorienti.com/mille-giorni-dopo-a-wuhan/) [Le nostre case ed il carbone di Pechino, una storia di ecologismo militante](https://www.altriorienti.com/le-nostre-case-ed-il-carbone-di-pechino-una-storia-di-ecologismo-militante/) [Due storie di spie nel 2023](https://www.altriorienti.com/due-storie-di-spie-2023/) [Taiwan - Mutatis mutandis 1968](https://www.altriorienti.com/taiwan-mutatis-mutandis-1968/) [Mekong di Alberto Arbasino](https://www.altriorienti.com/mekong-di-alberto-arbasino/) **Aprile 23** [Alea iacta est - I sino-russi hanno varcato il Rubicone](https://www.altriorienti.com/alea-iacta-est-i-sino-russi-hanno-varcato-il-rubicone/) [Giovanni Battista Cerruti, sciamano tra i cacciatori di testa della Malesia 1850-1914](https://www.altriorienti.com/giovanni-battista-cerruti-sciamano-tra-i-cacciatori-di-testa-della-malesia-1850-1914/) [I giorni di Emmanuel Macron, petit président et gaffeur de France](https://www.altriorienti.com/i-giorni-di-emanuel-macron-petit-president-et-gaffeur-de-france/) [Dominus non sum dignus, la parola del chierico islamico sui tragici destini dei rohingya in Malesia](https://www.altriorienti.com/dominus-non-sum-dignus-la-parola-del-chierico-islamico-sui-tragici-destini-dei-rohingya-in-malesia/) [Gli sbarchi degli altri, i rohingya in Malesia](https://www.altriorienti.com/gli-sbarchi-degli-altri-i-rohingya-in-malesia/) **Marzo 23** [Le rêve d'Orient e la città, una poesia di Konstantinos Kavafis](https://www.altriorienti.com/le-reve-dorient-e-la-citta-una-poesia-di-kostantinos-kavafis/) [Ailanto. Epitome di un ecocidio che viene dalla Cina ](https://www.altriorienti.com/ailanto-epitome-di-un-ecocidio-che-viene-dalla-cina/) [I giorni delle locuste](https://www.altriorienti.com/i-giorni-delle-locuste/) [Padre della patria e chef gourmet, vita ed opere di Pleak Phibum Phibunsongkhram](https://www.altriorienti.com/padre-della-patria-e-chef-gourmet-vita-ed-opere-di-pleak-phibum-phibunsongkhram/) [Rinascimento rosso, il neocomunismo al tempo della guerra](https://www.altriorienti.com/rinascimento-rosso-il-neocomunismo-al-tempo-della-guerra/) **Febbraio 23** [Note sui rapporti sino-russi](https://www.altriorienti.com/note-sui-rapporti-sino-russi/) [Mr Wang Yi e le dipendenze tossiche di Berlino](https://www.altriorienti.com/mr-wang-yi-e-le-dipendenze-tossiche-di-berlino/) [Italo Calvino, il prescelto di Pechino ed altre bagatelle in libertà](https://www.altriorienti.com/italo-calvino-il-prescelto-di-pechino-ed-altre-bagatelle-in-liberta/) [La crisi del pallone al tempo di Biden](https://www.altriorienti.com/la-crisi-del-pallone-al-tempo-di-biden/) [Like a Rolling Stones, la lingua di Shakespeare in Cina tra modernità e censura preventiva](https://www.altriorienti.com/like-a-rolling-stones-la-lingua-di-shakespeare-in-cina-tra-modernita-e-censura-preventiva/) **Gennaio 23** [Ricordare due anni di buio a Yangon](https://www.altriorienti.com/ricordare-due-anni-di-buio-a-yangon/) [Sulle tracce di Dhanin Chearavanont, il milionario dalla rete di bambù](https://www.altriorienti.com/sulle-tracce-di-dhanin-chearavanont-il-milionario-dalla-rete-di-bambu/) [E' morto Michele Capozzi](https://www.altriorienti.com/e-morto-michele-capozzi/) [I mille giorni che hanno cambiato il mondo](https://www.altriorienti.com/i-mille-giorni-che-hanno-cambiato-il-mondo/) [L'anno cinese del coniglio, analisi semiseria dei giorni che verranno](https://www.altriorienti.com/lanno-cinese-del-coniglio-analisi-semiseria-dei-giorni-che-verranno/) **Dicembre 2022** [Come e perchè Xi Jinping ha cambiato la gestione dell'emergenza sanitaria Covid Sars 2 ](https://www.altriorienti.com/come-e-perche-xi-jinping-ha-cambiato-la-gestione-dellemergenza-sanitaria-covid-sars2/) [Il ritrovamento del fu John Hartley Robertson, una storia americana](https://www.altriorienti.com/il-ritrovamento-del-fu-john-hartley-robertson-una-storia-americana/) [L'ascesa di Ibrahim Anwar primo ministro della Malesia, una storia di sesso, promesse e potere](https://www.altriorienti.com/lascesa-di-ibrahim-anwar-primo-ministro-della-malesia-una-storia-sesso-promesse-e-potere/) [Vivere da Expat a Bali?](https://www.altriorienti.com/vivere-da-expat-a-bali/) [L'arte degli scacchi e lo Zugzwang di Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/larte-degli-scacchi-e-lo-zugzwang-di-xi-jinping/) [Il libro dell'anno di Altri Orienti: Leadership sei lezioni di strategia globale di Henri Kissinger](https://www.altriorienti.com/il-libro-dellanno-di-altri-orienti-leadership-sei-lezioni-di-strategia-globale-di-henri-kissinger/) **Novembre 2022** [La nuova grande illusione](https://www.altriorienti.com/la-nuova-grande-illusione/) [Vita e morte di Amleto Vespa (1884-1941?), già avventuriero e mercenario in Cina](https://www.altriorienti.com/vita-e-morte-di-amleto-vespa-1884-1941-gia-avventuriero-e-mercenario-in-cina/) [Boiling point, ovvero la ricerca di un nuovo modello di commercio globale](https://www.altriorienti.com/boiling-point-ovvero-la-ricerca-di-un-nuovo-modello-di-commercio-globale/) [Cave canem, autorità e controllo sociale in Thailandia](https://www.altriorienti.com/cave-canem-autorita-e-controllo-sociale-in-thailandia/) [Non è "cosa nostra" un podcast Altri Orienti apparso in rete, riflessioni semiserie da Seneca a Dante](https://www.altriorienti.com/non-e-cosa-nostra-un-podcast-altri-orienti-apparso-in-rete-riflessioni-semiserie-da-seneca-a-dante/) [Xi Jinping e Putin, vite parallele e destino](https://www.altriorienti.com/xi-jinping-e-putin-vite-parallele-e-destino/) **Ottobre 2022** [Herr Scholtz alla corte di Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/herr-scholtz-alla-corte-di-xi-jinping/) [Ripensare l'auto elettrica ovvero la dipendenza cinese](https://www.altriorienti.com/ripensare-lauto-elettrica-ovvero-la-dipendenza-cinese/) [La scoperta di Agnese Polo, figlia di Marco, dagli Archivi di stato veneziani](https://www.altriorienti.com/la-scoperta-di-agnese-polo-figlia-di-marco-dagli-archivi-di-stato-veneziani/) [Xi Jinping alla corte di Andrea Alciato](https://www.altriorienti.com/xi-jinping-alla-corte-di-andrea-alciato/) [Il caso Najib Razak ovvero il più grande furto della storia](https://www.altriorienti.com/il-caso-najib-razak-ovvero-il-piu-grande-furto-della-storia/) [Un cinese a Roma](https://www.altriorienti.com/un-cinese-a-roma/) **Settembre 2022** [Come il volo di una farfalla a Pechino può produrre un terremoto in Russia](https://www.altriorienti.com/come-il-volo-di-una-farfalla-di-pechino-puo-produrre-un-terremoto-in-russia/) [Lawrence Osborne e Bangkok](https://www.altriorienti.com/lawrence-osborne-e-bangkok/) [Il nuovo fronte di Pechino nel mar cinese meridionale](https://www.altriorienti.com/il-nuovo-fronte-di-pechino-nel-mar-cinese-meridionale/) [Prendi i soldi e scappa, la fuga dei cinesi benestanti dal regime di Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/prendi-i-soldi-e-scappa-la-fuga-dei-cinesi-benestanti-dal-regime-di-xi-jinping/) [Berna, Taipei e l'arte della simulazione di Torquato Accetto](https://www.altriorienti.com/berna-taipei-e-larte-della-simulazione-di-torquato-accetto/) **Agosto 2022** [Così fan tutti a Singapore](https://www.altriorienti.com/cosi-fan-tutti-a-singapore/) [Marcote, agosto 2022](https://www.altriorienti.com/marcote-agosto-2022/) [Something stupid sung by Nancy Pelosi](https://www.altriorienti.com/something-stupid-sung-by-nancy-pelosi/) [Brevi dal mondo da questa ultima notte di quiete](https://www.altriorienti.com/brevi-dal-mondo-da-questa-ultima-notte-di-quiete/) **Luglio 2022** [The Beatles vs Bongbong Marcos](https://www.altriorienti.com/the-beatles-vs-bongbong-marcos/) [44 piccole storie e vignette del China Daily 2020 - 2022](https://www.altriorienti.com/44-piccole-storie-e-vignette-del-china-daily-2020-2022/) [Ciò che i giornali cinesi non dico sulla crisi politica italiana](https://www.altriorienti.com/cio-che-i-giornali-cinesi-non-dicono-sulla-crisi-politica-italiana/) [La Cina ed il Cile del presidente Boric, ciò che le carte del mondo non dicono](https://www.altriorienti.com/la-cina-ed-il-cile-del-presidente-boric-cio-che-le-carte-del-mondo-non-dicono/) [Why Joe Biden is unfit to lead the western world - Perchè Joe Biden non è idoneo a guidare l'Occidente](https://www.altriorienti.com/why-joe-biden-is-unfit-to-lead-the-western-world-perche-joe-biden-non-e-idoneo-a-guidare-loccidente/) [Whetever it takes - tutto quanto è necessario](https://www.altriorienti.com/whetever-it-takes-tutto-quanto-e-necessario/) [Il regno di Thailandia, la nuova politica sulla cannabis ed un suggerimento](https://www.altriorienti.com/il-regno-di-thailandia-la-nuova-politica-sulla-cannabis-ed-un-suggerimento/) **Giugno 2022** [Un'idea di Benedetto Croce e le ragioni del consenso interno dell'asse Pechino-Mosca](https://www.altriorienti.com/unidea-di-benedetto-croce-e-le-ragioni-del-consenso-interno-dellasse-pechino-mosca/) [La breve e tragica vita di Emilio Salgari, lo scrittore che fece conoscere l'Oriente agli italiani](https://www.altriorienti.com/la-breve-vita-e-la-tragica-morte-di-emilio-salgari-lo-scrittore-che-fece-conoscere-loriente-agli-italiani/) [Il ponte dell'amicizia senza limite tra Cina e Russia](https://www.altriorienti.com/il-ponte-dellamicizia-senza-limiti-tra-cina-e-russia/) [Perchè i chip di Taiwan possono cambiare il corso della guerra in 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Come l'Occidente atlantico avrebbe consegnato il gas russo alla Cina](https://www.altriorienti.com/il-bluff-ucraino-come-loccidente-atlantico-avrebbe-consegnato-il-gas-russo-alla-cina/) **Gennaio 2022** [L'ora più scura del Corriere della Sera, ora quotidiano di Pechino](https://www.altriorienti.com/lora-piu-scura-del-corriere-della-sera-ora-quotidiano-di-pechino/) [Fedro alla corte dell'imperatore della Cina](https://www.altriorienti.com/fedro-alla-corte-dellimperatore-della-cina/) [Storia privatissina della mia impronta energivora e la questione cinese](https://www.altriorienti.com/storia-privatissima-della-mia-impronta-energivora-e-la-questione-cinese/) [La signora di Shangai](https://www.altriorienti.com/la-signora-di-shangai/) [Quando finirà la pandemia?](https://www.altriorienti.com/quando-finira-la-pandemia/) **Dicembre 2021** [Babbo Natale nel mirino di Carrie Lam - una lettura semiseria](https://www.altriorienti.com/babbo-natale-nel-mirino-di-carrie-lam-una-lettura-semiseria/) [Buone notizie dal leopardo di Formosa](https://www.altriorienti.com/buone-notizie-dal-leopardo-di-formosa/) [Le illusioni perdute di John Chen, investitore cinese](https://www.altriorienti.com/le-illusioni-perdute-del-signor-john-chen-investitore-cinese/) [Coal war & soft power, perchè la Cina sta perdendo la guerra](https://www.altriorienti.com/coal-war-soft-power-perche-la-cina-sta-perdendo-la-guerra/) [Vita ed opere di Felice Beato, pioniere della fotografia in Asia ](https://www.altriorienti.com/vita-ed-opere-di-felice-beato-pioniere-della-fotografia-in-asia/) [Il libro dell'anno di Altri Orienti: L'infinito errore di Fabrizio Gatti](https://www.altriorienti.com/il-libro-dellanno-di-altri-orienti-linfinito-errore-di-fabrizio-gatti/) [Michele Capozzi - Requiem per un amico](https://www.altriorienti.com/requiem-per-un-amico/) **Novembre 2021** [Leggere John Rawls a Shangai](https://www.altriorienti.com/leggere-john-rawls-a-shangai/) [La green revolution di Amphon "Mattia" Payakaroon](https://www.altriorienti.com/la-green-revolution-di-amphon-mattia-payakaroon/) [L'Indocina imperfetta di Règis Wargnier](https://www.altriorienti.com/lindocina-imperfetta-di-regis-wargnier/) [Il terrorista, il malato e la lezione di Singapore](https://www.altriorienti.com/il-terrorista-la-cura-del-malato-e-la-lezione-di-singapore/) [Formosa o l'isola del desiderio nei giorni di Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/formosa-o-lisola-del-desiderio-nei-giorni-di-xi-jinping/) [L'oro di Manila ed il tesoro della dinastia Marcos](https://www.altriorienti.com/loro-di-manila-ed-il-tesoro-della-dinastia-marcos/) [Il profumo del tempo degli orologi ad incenso e Byung - Chul Han](https://www.altriorienti.com/il-profumo-del-tempo-degli-orologi-ad-incenso-e-byung-chul-han/) **Ottobre 2021** [Gli amici di Pechino nella stampa italiana, il caso Internazionale](https://www.altriorienti.com/gli-amici-di-pechino-nella-stampa-italiana-il-caso-internazionale/) [Unire i puntini di Luttwak – cosa non dice la stampa italiana pubblicando notizie dal mondo](https://www.altriorienti.com/unire-i-puntini-di-luttwak-cosa-non-dice-la-stampa-italiana-pubblicando-notizie-dal-mondo/) [La legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong censura Altriorienti](https://www.altriorienti.com/la-legge-sulla-sicurezza-nazionale-di-hong-kong-censura-altriorienti/) [Green & war economy - una lettura ragionata](https://www.altriorienti.com/green-war-economy-una-lettura-ragionata/) [Il grande splash](https://www.altriorienti.com/il-grande-splash/) [La Sindrome turca dei filippini d'Italia a pochi mesi dalle elezioni presidenziali](https://www.altriorienti.com/la-sindrome-turca-dei-filippini-ditalia-a-pochi-mesi-dalle-elezioni-presidenziali/) **Settembre 2021** [Dario Fo a Wuhan - lo spettacolo che non andrà mai in scena](https://www.altriorienti.com/dario-fo-a-wuhan-lo-spettacolo-che-non-andra-mai-in-scena/) ["Caccia in Indocina", le memorie di Lucien Roussel](https://www.altriorienti.com/caccia-in-indocina-le-memorie-di-lucien-roussel/) [L'assassinio di Antonio Riva, asso del volo e le "anatre delle pace"](https://www.altriorienti.com/lassassinio-di-antonio-riva-asso-del-volo-e-le-anatre-della-pace/) [Le case di carta di Pechino](https://www.altriorienti.com/le-case-di-carta-di-pechino/) [Kabul confidential](https://www.altriorienti.com/kabul-confidential/) [Alberto Lamorisse a Pechino](https://www.altriorienti.com/albert-lamorisse-a-pechino/) **Agosto 2021** [La vita oltre i limiti di Felicisimo Ampon, tennista filippino](https://www.altriorienti.com/?p=14694&preview=true) ["The Asiatics", il romanzo di Frederic Prokosh](https://www.altriorienti.com/the-asiatics-il-romanzo-di-frederic-prokosh/) [Cambogia, il processo agli ultimi khmer rossi non svela le responsabilità di Pechino](https://www.altriorienti.com/cambogia-il-processo-agli-ultimi-khmer-rossi-non-svela-le-responsabilita-di-pechino/) [Vang Vieng, ascesa, caduta e rinascita di una piccola cittadina laotiana](https://www.altriorienti.com/vang-vieng-ascesa-caduta-e-rinascita-di-un-piccola-cittadina-laotiana/) [Milano la vera Wuhan e la Cina non c'entra nulla](https://www.altriorienti.com/milano-e-la-vera-wuhan-e-la-cina-non-centra-nulla/) [Il treno degli infetti, un caso di ingegneria sociale ](https://www.altriorienti.com/il-treno-degli-infetti-un-caso-di-ingegneria-sociale/) [La Cina e la crisi, a che punto siamo](https://www.altriorienti.com/la-cina-e-la-crisi-a-che-punto-siamo/) [Una finale di tennis tavolo alle Olimpiadi ci racconta la nuova Hong Kong](https://www.altriorienti.com/una-finale-di-tennis-tavolo-alle-olimpiadi-ci-racconta-la-nuova-hong-kong/) [Sinovac? No grazie!](https://www.altriorienti.com/sinovac-no-grazie/) **Luglio 2021** [Facebook censura Altri Orienti](https://www.altriorienti.com/facebook-censura-altriorienti/) [Covid 19 - perché la Cina non ammetterà le proprie responsabilità](https://www.altriorienti.com/covid-19-perche-la-cina-non-ammettera-le-proprie-responsabilita/) [Sola pecunia regnat - Il Covid in Thailandia](https://www.altriorienti.com/sola-pecunia-regnat-il-covid-in-thailandia/) [I veri numeri della Cina](https://www.altriorienti.com/i-veri-numeri-della-cina/) [Che tempo che fa](https://www.altriorienti.com/che-tempo-che-fa/) [Good night Mr Lai](https://www.altriorienti.com/good-night-mr-lai/) [I leader storici della sinistra al tavolo della Cina](https://www.altriorienti.com/i-leader-storici-della-sinistra-europea-al-tavolo-della-cina/) [Xi Jinping e la diplomazia del balon de futbol](https://www.altriorienti.com/xi-jinping-e-la-diplomazia-del-balon-de-futbol/) **Giugno 2021** [Bruce Gilley, il colonialismo ed i valori dell’Occidente](https://www.altriorienti.com/bruce-gilley-il-colonialismo-ed-i-valori-delloccidente/) [Il Corriere della Sera riscrive la storia del laboratorio di Wuhan](https://www.altriorienti.com/il-corriere-della-sera-riscrive-la-storia-del-laboratorio-di-wuhan/) [Le avventure acquatiche del generale Prayut Chan-o-cha](https://www.altriorienti.com/le-avventure-acquatiche-del-generale-prayut-chan-o-cha/) [Buongiorno mondo](https://www.altriorienti.com/buongiorno-mondo/) [La vertiginosa arte di Ronald Ventura](https://www.altriorienti.com/la-vertiginosa-arte-di-ronald-ventura/) [L'ultimo soldato nella giungla](https://www.altriorienti.com/lultimo-soldato-nella-giungla/) [Il caso Hessler e la stampa di Internazionale](https://www.altriorienti.com/il-caso-hessler-e-la-stampa-di-internazionale/) [Le mirabolanti avventure del conte Claude de Forbin nel Siam](https://www.altriorienti.com/le-mirabolanti-avventure-del-conte-claude-de-forbin-nel-siam/) **Maggio 2021** [La terza vita di James Tobin a Shanghai](https://www.altriorienti.com/la-terza-vita-di-james-tobin-a-shanghai/) [Htar Htet Htet, le altre e lo stato della stampa italiana](https://www.altriorienti.com/htar-htet-htet-le-altre-e-lo-stato-della-stampa-italiana/) [Sorseggiare un tè al Sofia at Gunawarman di Giakarta](https://www.altriorienti.com/sorseggiare-un-te-al-sofia-at-gunawarman-di-giakarta/) [Frank kills the karaoke stars](https://www.altriorienti.com/frank-kills-the-karaoke-stars/) [Tremate ... tremate](https://www.altriorienti.com/tremate-tremate/) [I corsari di Sanya e Miss Mondo](https://www.altriorienti.com/i-corsari-di-sanya-e-miss-mondo/) [In The Mood of Love](https://www.altriorienti.com/in-the-mood-of-love/) [Misteriosi omicidi a Bangkok](https://www.altriorienti.com/misteriosi-omicidi-a-bangkok/) **Aprile 2021** [Cosa nostra a Manila](https://www.altriorienti.com/cosa-nostra-a-manila/) [La democrazia degli altri](https://www.altriorienti.com/la-democrazia-degli-altri/) [Reader life matter](https://www.altriorienti.com/reader-life-matter/) [La faccia feroce di Pechino](https://www.altriorienti.com/la-faccia-feroce-di-pechino/) [Sinossi di una Pandemia - Sesta parte - Veritatem dies aperit](https://www.altriorienti.com/sinossi-di-una-pandemia-parte-sesta-veritatem-dies-aperit/) [Sinossi di una Pandemia - Quinta parte -  Initiun sapientiae timor Domini](https://www.altriorienti.com/sinossi-di-una-pandemia-parte-quinta-initium-sapientiae-timor-domini/) **Marzo 2021** [Bugsolutely, una storia d'impresa italiana a Bangkok](https://www.altriorienti.com/bugsolutely-una-storia-dimpresa-italiana-a-bangkok/) [Il capitolo birmano della guerra dell'acqua](https://www.altriorienti.com/il-capitolo-birmano-della-guerra-dellacqua/) [Gustave Eiffel e l'eredità francese in Indocicina](https://www.altriorienti.com/gustave-eiffel-e-leredita-francese-in-indocina/) [Sinossi di una pandemia - Quarta parte - Leonis catalum ne alas](https://www.altriorienti.com/sinossi-di-una-pandemia-parte-quarta-leonis-catalum-ne-alas/) [2021 - Lo stato della democrazia nel sud est asiatico nell’anno del Bue](https://www.altriorienti.com/2021-lo-stato-della-democrazia-nel-sud-est-asiatico-nellanno-del-bue/) [Sinossi di una pandemia - Terza parte - Peccata Clamantia](https://www.altriorienti.com/sinossi-di-una-pandemia-parte-terza-peccata-clamantia/) [Il complesso problema della mobilità a Bangkok](https://www.altriorienti.com/il-complesso-problema-della-mobilita-a-bangkok/) [Sinossi di una pandemia - Seconda parte - Mortem ab Oriente semper](https://www.altriorienti.com/sinossi-di-una-pandemia-parte-seconda-mortem-ab-oriente-semper/) **Febbraio 2021** [Sinossi di una pandemia - Prima parte - Pestis Manufacta](https://www.altriorienti.com/sinossi-di-una-pandemia-parte-prima-pestis-manufacta/) [La grande onda del mercato e l'arte vietnamita di To Ngoc Van](https://www.altriorienti.com/la-grande-onda-del-mercato-e-larte-vietnamita-di-to-ngoc-van/) [Hong Kong, i vaccini, la speranza e l'Occidente](https://www.altriorienti.com/hong-kong-i-vaccini-la-speranza-e-loccidente/) [Il funambolo di Manila](https://www.altriorienti.com/il-funambolo-di-manila/) [Parigi nel Tonchino ed un suggerimento gourmet a Saigon](https://www.altriorienti.com/parigi-nel-tonchino-ed-un-suggerimento-gourmet-a-saigon/) [Una lezione di economia politica sugli investimenti in Cina](https://www.altriorienti.com/una-lezione-di-economia-politica-sugli-investimenti-esteri-in-cina/) [Il diavolo non veste Prada](https://www.altriorienti.com/il-diavolo-non-veste-prada/) [Pechino - Islamabad - Teheran - Baku - Ankara - la nuova convergenza](https://www.altriorienti.com/pechino-islamabad-teheran-baku-ankara-la-nuova-convergenza/) [La fine della timida stagione delle riforme birmane](https://www.altriorienti.com/la-fine-della-timida-stagione-delle-riforme-birmane/)* * [Cosa pensiamo delle parole di Xi Jinping al summit di Davos 2021](https://www.altriorienti.com/cosa-pensiamo-delle-parole-di-xi-jinping-al-summit-di-davos-2021/) **Gennaio 2021** [Taccuino balinese](https://www.altriorienti.com/taccuino-balinese/) [Gli elefanti thailandesi sono tornati liberi e non è una bella notizia](https://www.altriorienti.com/gli-elefanti-thailandesi-sono-tornati-liberi-e-non-e-una-bella-notizia/) [La piccola acquisizione cinese di Poste Italiane](https://www.altriorienti.com/la-piccola-acquisizione-cinese-di-poste-italiane/) [Miguel Syjuco, il gattopardo di Manila](https://www.altriorienti.com/miguel-syjuco-il-gattopardo-di-manila/) [Sullo stato del diritto in Cina](https://www.altriorienti.com/sullo-stato-del-diritto-in-cina/) [Saigon 1983](https://www.altriorienti.com/saigon-1983/) [Cartoline dalla Cina](https://www.altriorienti.com/cartoline-dalla-cina/) [Stay awake be ready, il piccolo film sulle strade di Saigon](https://www.altriorienti.com/stay-awake-be-ready-il-picolo-film-sulle-strade-di-saigon/) [Il grande gioco nel silenzio della stampa italiana](https://www.altriorienti.com/il-grande-gioco-ed-il-silenzio-della-stampa-italiana/) [I favolosi Sarkies](https://www.altriorienti.com/i-favolosi-sarkies/) **Dicembre 2020** ["Non sei altro che una nuvola", disse Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/non-sei-altro-che-una-nuvola-disse-xi-jinping/) [La Cina comunista ed il controllo delle autorità religiose ](https://www.altriorienti.com/la-cina-comunista-ed-il-controllo-delle-autorita-religiose/) [La nuova muraglia cinese al confine birmano](https://www.altriorienti.com/la-nuova-muraglia-cinese-al-confine-birmano/) [Le nuove vie dell'oppio](https://www.altriorienti.com/le-nuove-vie-delloppio/) [Hong Kong, il colonialismo di Pechino](https://www.altriorienti.com/hong-kong-il-colonialismo-liberticida-di-pechino/) [Il tramonto di Federico Rampini, il global nostrano](https://www.altriorienti.com/il-tramonto-di-federico-rampini-il-global-nostrano/) [Uyghur life matter](https://www.altriorienti.com/uyghur-life-matter/) [Il libro dell’anno di Altri Orienti: Noi, sopravvissuti del malese Tash Aw](https://www.altriorienti.com/il-libro-dellanno-di-altri-orienti-noi-sopravvissuti-del-malese-tash-aw/) [Mesut Ozil per gli iuguri e la Cina oscura l’Arsenal](https://www.altriorienti.com/la-coscienza-e-la-caduta-di-un-campione-mesut-ozil/) [Cartoline da Hong Kong](https://www.altriorienti.com/cartoline-da-hong-kong/) [Global Times - un'analisi filologica](https://www.altriorienti.com/global-times-unanalisi-filologica/) [Pechino e la miopia della sinistra in occidente](https://www.altriorienti.com/pechino-e-la-miopia-della-sinistra-in-occidente/) ["Vietnam" di Wislawa Szymborska](https://www.altriorienti.com/vietnam-di-wislawa-szymborska/) **Novembre 2020** [L'architettura "New Khmer" di Vann Molyvann](https://www.altriorienti.com/larchitettura-new-khmer-di-vann-molyvann/) [Cosa pensiamo del The Regional Comprenhensive Economic Partnership (RCEP)](https://www.altriorienti.com/cosa-pensiamo-del-the-regional-comprehensive-economic-partnership-rcep/) [Il mondo di Apichatpong Weerasethakul](https://www.altriorienti.com/il-mondo-di-apichatpong-weerasethakul/) [La Cina in Africa e la propaganda imperfetta](https://www.altriorienti.com/la-cina-in-africa-e-la-propaganda-imperfetta/) [La banca dati globali di Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/la-banca-dati-globale-di-xi-jinping/) [Guerra per il dominio - 制生权战争](https://www.altriorienti.com/aggressivita/) [Finchè c'è Cina c'è speranza](https://www.altriorienti.com/finche-ce-cina-ce-speranza/) [Vita e morte di Jim Thompson](https://www.altriorienti.com/vita-e-morte-di-jim-thompson/) [La nuova diplomazia di Pechino](https://www.altriorienti.com/la-nuova-diplomazia-di-pechino/) [Dongguan, Inferno Cina](https://www.altriorienti.com/dongguan-inferno-cina/) [Il lungo addio di Hong Kong](https://www.altriorienti.com/il-lungo-addio-di-hong-kong/) [L'ossimoro birmano, il patto con i militari e la democrazia monca](https://www.altriorienti.com/lossimoro-birmano-il-patto-con-i-militari-e-la-democrazia-monca/) [E' morto il Re, viva il Re](https://www.altriorienti.com/e-morto-il-re-viva-il-re/) [Romualdo Locatelli, un artista italiano a Bali](https://www.altriorienti.com/romualdo-locatelli-un-artista-italiano-a-bali/) [Al diavül al fa il pignatt ma al fa mia i cüerc](https://www.altriorienti.com/al-diavul-al-fa-il-pignatt-ma-al-fa-mia-i-cuerc/) [Ombre malesi](https://www.altriorienti.com/ombre-malesi/) [Der Lebensraum von China im Südchinesischen Meer - Lo spazio vitale di Pechino nel Mare Cinese Meridionale](https://www.altriorienti.com/der-lebensraum-von-china-im-sudchinesischen-meer-lo-spazio-vitale-di-pechino-nel-mare-cinese-meridionale/)   **Ottobre 2020** [Un ricordo di Henry Kissinger](https://www.altriorienti.com/un-ricordo-di-henry-kissinger/) [Il nostro endorsement alle lezioni americane](https://www.altriorienti.com/il-nostro-endorsement-alle-elezioni-americane/) [Tex Willer vs Tedros ed i cinesi](https://www.altriorienti.com/tex-willer-vs-tedros-ed-i-cinesi/) [The King and I, ovvero il Regno del Siam e le istruzioni per l'uso](https://www.altriorienti.com/the-king-and-i-regno-del-siam-istruzioni-per-luso/) [La Grande Bouffe](https://www.altriorienti.com/la-grande-bouffe/) [Il dio della guerra di Pechino](https://www.altriorienti.com/il-dio-della-guerra-di-pechino/) [Singapore Sling](https://www.altriorienti.com/singapore-sling/) [La storia di Usman](https://www.altriorienti.com/la-storia-di-usman/) [Per il maggio consumo nazionale di arance siciliane](https://www.altriorienti.com/per-un-maggior-consumo-nazionale-di-arance-siciliane/) [Il ratto delle fanciulle vietnamite e birmane](https://www.altriorienti.com/il-ratto-delle-vietnamite-e-birmane/) [Così è (se vi pare) a Wuhan](https://www.altriorienti.com/cosi-e-se-vi-pare-a-wuhan/) [Per una nuova Norimberga](https://www.altriorienti.com/per-una-nuova-norimberga/) [Cina, istruzione per l'uso: vendere a non investire](https://www.altriorienti.com/cina-istruzione-per-luso-vendere-senza-investire-un-euro/)   **Settembre 2020** [I monsoni di William Somerset Maugham](https://www.altriorienti.com/i-monsoni-di-william-somerset-maugham/) [Geopolitica e commercio, le nuove mappe dell'Asia](https://www.altriorienti.com/geopolitica-e-commercio-le-nuove-mappe-delle-indie-orientali/) [La fabbrica delle nebbie cinesi e l'arte della dissimulazione](https://www.altriorienti.com/la-fabbrica-delle-nebbie-cinesi-e-larte-della-dissimulazione/) [Il "Garum" delle Indie Orientali](https://www.altriorienti.com/il-garum-delle-indie-occidentali/) [Un impero con i piedi d'argilla](https://www.altriorienti.com/un-impero-con-i-piedi-dargilla/) [Hybris ad Hong Kong](https://www.altriorienti.com/hybris-ad-hong-kong/) [Kamal il persiano e la scoperta dell'oriente](https://www.altriorienti.com/kamal-il-persiano-e-la-scoperta-delloriente/) [Triste storia di un innamorato a Pechino e la censura preventiva](https://www.altriorienti.com/triste-storia-di-un-innamorato-a-pechino-e-la-censura-preventiva/) [Indocina o la ricerca del salario più basso](https://www.altriorienti.com/indocina-o-la-ricerca-del-salario-piu-basso/) [L'incredibile storia dell'ascesa e caduta della produzione mascherine chirurgiche in Cina](https://www.altriorienti.com/lincredibile-storia-dellascesa-e-caduta-della-produzione-di-mascherine-chirurgiche-in-cina/) [Padre Bruno ed il diavolo](https://www.altriorienti.com/padre-bruno-ed-il-diavolo/) [Il macellaio cambogiano e l'apprendista](https://www.altriorienti.com/morte-di-un-vecchio-macellaio-e-vita-del-giovane-apprendista/) [Ascesa e caduta dell'altro re della Thailandia](https://www.altriorienti.com/ascesa-e-caduta-dellaltro-re-di-thailandia/)   **Agosto 2020** [Mind games a Taiwan](https://www.altriorienti.com/mind-games-a-taiwan/) [Smart City, la moderna città ideale a Shenzen](https://www.altriorienti.com/smart-city-la-moderna-citta-ideale-e-shenzen/) [Davanti al lungolago di Lugano, parlare di Internet a Shangai](https://www.altriorienti.com/internet-a-shangai/) [Paradiso amaro](https://www.altriorienti.com/paradiso-amaro/) [A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina](https://www.altriorienti.com/a-pensare-male-degli-altri-si-fa-peccato-ma-spesso-si-indovina/) [Vietnam, mon amour](https://www.altriorienti.com/vietnam-mon-amour/) [I cinesi sono razzisti?](https://www.altriorienti.com/i-cinesi-sono-razzisti/) [Essere CEO a Giakarta](https://www.altriorienti.com/essere-ceo-a-giakarta/) [La peonia cinese di Gian Lupo Osti](https://www.altriorienti.com/la-peonia-cinese-di-gian-lupo-osti/) [Il caudillo Duterte](https://www.altriorienti.com/il-caudillo-duterte/) [Chi comanda ad Hong Kong?](https://www.altriorienti.com/chi-comanda-ad-hong-kong/) [Biden o Trump, il dado è tratto](https://www.altriorienti.com/il-dado-e-tratto/) ["Lust, caution"](https://www.altriorienti.com/lust-caution/) [Anthony Burgess e gli anni malesi](https://www.altriorienti.com/anthony-burgess-e-gli-anni-malesi/) [Le dighe del Mekong](https://www.altriorienti.com/le-dighe-del-mekong/) [La "malattia della pace" dell'esercito cinese](https://www.altriorienti.com/la-malattia-della-pace-dellesercito-cinese/) [La versione di Hugh](https://www.altriorienti.com/la-versione-di-hugh/)   **Luglio 2020 ** [Mao Zedong e Xi Jinping, due vite parallele](https://www.altriorienti.com/mao-zedong-e-xi-jinping-due-vite-parallele/) [Gli studenti thailandesi sono scesi in piazza](https://www.altriorienti.com/gli-studenti-thailandesi-sono-scesi-in-piazza/) [Una storia thailandese](https://www.altriorienti.com/una-storia-thailandese/) [La questione Huawei](https://www.altriorienti.com/la-questione-huawei/) [Decoding Cina](https://www.altriorienti.com/decoding-china/) [Numbers matter](https://www.altriorienti.com/numbers-matter/) ["Honey trap"](https://www.altriorienti.com/honey-trap/) [Il caso della libreria di Causeway Bay](https://www.altriorienti.com/13200-2/) [Anatomia di un suicidio](https://www.altriorienti.com/anatomia-di-un-suicidio/) [La legge sulla sicurezza di Hong Kong ed il Consiglio dei diritti umani di Ginevra](https://www.altriorienti.com/la-legge-sulla-sicurezza-di-hong-kong-ed-il-consiglio-dei-diritti-umani-di-ginevra/) [Una sera tra amici a Ruta di Camogli](https://www.altriorienti.com/una-sera-tra-amici-a-ruta-di-camogli/) [Dagli archivi del congresso degli Stati Uniti, una proposta di Mao Zedong](https://www.altriorienti.com/dagli-archivi-del-congresso-degli-stati-uniti-una-proposta-di-mao-zedong/) [Dalla Cina con furore](https://www.altriorienti.com/dalla-cina-con-furore/) [La spregiudicata accumulazione di capitale al tempo della globalizzazione](https://www.altriorienti.com/la-spregiudicata-accumulazione-del-capitale-al-tempo-della-globalizzazione/) [Mars attack or China attack](https://www.altriorienti.com/mars-attack-or-china-attack/) [Ricordi di un viaggio in oriente](https://www.altriorienti.com/ricordi-di-un-viaggio-in-oriente/) [Strategia del confronto](https://www.altriorienti.com/strategia-del-confronto/) [Donald Trump in vantaggio su Xi Jinping](https://www.altriorienti.com/trump-5-xi-jinping-2/)   **Giugno 2020** [In itinere](https://www.altriorienti.com/in-itinire/) [La luna nell'acqua # 2](https://www.altriorienti.com/luna-nellacqua-2/) [La luna nell'acqua # 1](https://www.altriorienti.com/13141-2/) [Il pericolo giallo](https://www.altriorienti.com/il-pericolo-giallo/) [L'anno del maiale](https://www.altriorienti.com/lanno-del-maiale/) [Medicina tradizionale cinese](https://www.altriorienti.com/medicina-tradizionale-cinese/) [Un ricordo di Tiziano Terzani](https://www.altriorienti.com/un-ricordo-di-tiziano-terzani/) [Il nuovo ordine mondiale passa per la pashmina del Ladakh](https://www.altriorienti.com/il-nuovo-ordine-mondiale-passa-per-la-pashmina-del-ladakh/) [L'uomo occidentale ed il barbaro](https://www.altriorienti.com/luomo-occidentale-ed-il-barbaro/) [MI6](https://www.altriorienti.com/mi-6/)   **Maggio 2020** [Il capitalismo della sorveglianza](https://www.altriorienti.com/il-capitalismo-della-sorveglianza/) [La chimera](https://www.altriorienti.com/la-chimera/) [Gli anni del dragone](https://www.altriorienti.com/gli-anni-del-dragone/) [La costituzione una bussola nell'emergenza](https://www.altriorienti.com/la-costituzione-una-bussola-nellemergenza/) [Silvia e l'ultimo imperatore](https://www.altriorienti.com/silvia-e-lultimo-imperatore/) [Copycat life](https://www.altriorienti.com/copycat-life/) [Loro (la Cina) e noi](https://www.altriorienti.com/loro-e-noi/) [Manolis 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Cina, Singapore, Indonesia e Filippine.* [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row] --- # Chi siamo e cosa facciamo Source: https://www.altriorienti.com/cosa-facciamo/ *Corrispondenze, articoli, frammenti, ricordi, analisi economiche e politiche nate come scambi tra amici che vivono tra l’Oriente e l’Italia. Il piacere di raccontare tanta polifonia nella voce di Leone Battisti Alberti, per spiegare e chiarire un mondo che è praticamente assente nella stampa e nei media italiani da oltre un decennio, da quando Tiziano Terzani ci ha lasciato. Su richiesta di tanti amici abbiamo deciso di dare forma a questi contenuti rigorosi ed eclettici: nell’ossimoro il nostro divertimento, mai ipocriti e sempre liberi da ogni censura politica o economica, con l’intento di aprire le porte delle Indie orientali ai curiosi ed a chi è alla ricerca di nuove opportunità.* ![](https://www.altriorienti.com/wp-content/uploads/2021/05/leone-2.jpg) --- # Blog Source: https://www.altriorienti.com/blog/ --- Generated from RankReady