Da qualche parte nel Midwest — Ohio, Missouri o magari Arizona — Sidney Sweeney scende da una Ford Mustang del ’67. Il sole batte sulla carrozzeria lucida. Capelli raccolti, jeans a vita alta, sorriso da poster: sembra uscita da un calendario del 1959. È la pin-up del nuovo conservatorismo americano: nostalgico, tascabile, fossile. Centosessanta centimetri di America carburata a sogni cromati, benzina e algoritmi.
Su Instagram posa con vecchie muscle car. Nei podcast cita il nonno marine. In qualche intervista dice che crede nel duro lavoro, nei “veri valori” e nel diritto di avere una piscina con vista, anche se sei cresciuta in un parco roulotte. Ma soprattutto, è orgogliosamente repubblicana. E non lo nasconde. Rivendica la sua fede conservatrice con lo stesso candore con cui mostra il seno naturale: senza ironia, senza complessi. Così Sidney Sweeney diventa, inevitabilmente, la nuova icona estetica del trumpismo.
Il suo sedere rotondo — pacificatore, simmetrico, rassicurante — è la forma perfetta per il desiderio di un’America che si immagina ancora al centro del mondo. È la carne viva del patriottismo soft-core.
L’America trumpiana ha trovato la sua icona. Curiosamente, non è bella. È attraente, certo. È ben confezionata, calibrata, instagrammabile. Ma è lontana dalle grandi icone del passato. Non ha l’altezza imperiale di Grace Kelly, né l’ambiguità di Sharon Stone, il fascino di Natalie Portman o la freschezza di una giovane Julia Roberts. Sidney è qualcosa di diverso: una sintesi del possibile, non dell’ideale. È la ragazza giusta per un’epoca che ha perso l’ambizione, ma coltiva ancora la voglia di piacere.
La sua carriera, in fondo, è modesta. La ricordiamo in un improbabile thriller su Netflix — girato come un videoclip, montato come un sogno bagnato per adolescenti — in cui mostra nudità rubate al catalogo delle commedie sexy italiane anni ’70. A dire il vero, Gloria Guida era meglio: più disinvolta, più ironica, più vera. Sidney è l’imitazione americana di un’Italia che non c’è più, con più carne e meno cinema. Poi c’è quel ruolo secondario da cattiva in un film di Tarantino. Poco altro. Ma tanto basta. Perché oggi non serve essere grandi, basta essere riconoscibili. E lei lo è: nella postura, nel sorriso, nell’idea rassicurante che il corpo possa ancora parlare per conto della nazione.
Perché Sidney non è soltanto Sidney. È la rappresentazione perfetta dell’America che si specchia e si trova ancora bellissima. Un paese ingrassato, indebitato e in piena crisi simbolica, che però crede che bastino un filtro Instagram e qualche dazio doganale per sentirsi ancora leader del mondo libero.
E infatti eccoli lì: i nuovi dazi di Trump, firmati col sorriso torvo del bluffatore tornato al tavolo. Il giorno dei dazi è il giorno della guerra al mondo così com’è. Un ordine globale imperfetto, caotico, ma condiviso — che ora viene rinnegato a colpi di orgoglio economico. Si chiudono i cancelli, si lucida l’insegna, si impone il prezzo d’ingresso o si chiede una percentuale se si vende un chip US a chi non si ama. Ma chi paga davvero? Il segreto, dicono, è nella contabilità creativa. I dazi sembrano far quadrare i conti, per un po’. Rientrano dollari, salgono le bandiere. Ma sotto c’è solo una partita di giro: consumatori che pagano di più, aziende che innovano di meno, paesi emergenti che tornano a inginocchiarsi e nutrire rancore. È una guerra commerciale travestita da patriottismo fiscale. E non basterà certo il culo perfetto di una pin-up per vincerla.
Intanto Sidney conquista tutto. Copertine, talk show, campagne pubblicitarie. Il suo corpo è rotondo, rassicurante, riproduttivo. Nulla a che vedere con la complessità, la fluidità, l’ambiguità del nostro tempo. Lei è il ritorno dell’ordine, dell’ideologia in pantaloncini corti. È la Barbie di Oklahoma. La cheerleader conservatrice. Sidney è la groupie di Donald.
Come Trump, anche lei è un bluff riuscito. Perfettamente costruita. Un simbolo vendibile, condivisibile, sterilizzato. Fa parte di quella cultura che trasforma ogni cosa in un gadget da esposizione, ogni idea in un meme, ogni corpo in una campagna.
Le vere bellezze, le vere intelligenze, le vere rivoluzioni sono altrove. Nascono nell’ombra. Non fanno notizia. Non hanno sponsor. Non si fanno fotografare su una Mustang.
Sidney, invece, sorride. Le luci sono perfette. Il filtro è caldo. L’America si guarda il culo e si piace ancora.
24 agosto
