C’è stato un tempo in cui, al tramonto, il fiume Chao Phraya brillava come una passerella. Non per le luci dei grattacieli, allora rari, ma per il riflesso delle scie lasciate dagli sciatori nautici. Un tempo in cui questo sport, nato per gioco tra i laghi americani e nobilitato da una patina di aristocratica eleganza, si era ritagliato in Thailandia un suo spazio curioso e prestigioso.
Lo sci nautico, tra i primi sport importati da una borghesia occidentale affascinata dall’Oriente, fu adottato con entusiasmo dalle élite thailandesi, desiderose di modernità, ma anche di status. Non sorprende che il primo a praticarlo pubblicamente sia stato un principe.
La vera stagione d’oro dello sci nautico in Thailandia coincide con l’apertura internazionale del Paese sotto il regno di Rama IX. Negli anni ’60 e ’70, mentre Pattaya si trasformava da villaggio di pescatori a destinazione balneare, lo sci nautico diventava il passatempo prediletto di diplomatici, militari americani in licenza, figli di buona famiglia e giovani principesse.
Il re Bhumibol Adulyadej, già noto per la sua abilità come velista e musicista jazz, mostrò un interesse cordiale ma autentico verso questo sport d’acqua, e permise a diversi membri giovani della casa reale – in particolare la principessa Ubolratana – di praticarlo all’interno delle residenze lacustri e nei circoli sportivi esclusivi di Bangkok.
La principessa Ubolratana, che aveva studiato negli Stati Uniti e incarnava un’immagine moderna e cosmopolita della monarchia, appariva talvolta in rare foto d’archivio mentre si esercitava con eleganza sul fiume Chao Phraya. Più di una volta fu ospite – discreta ma centrale – di competizioni amatoriali al Royal Varuna Yacht Club o presso il lago di Nonthaburi, dove si racconta che sciasse con stile impeccabile, ispirato forse agli insegnamenti ricevuti a San Diego.
Si trattava, più che di una vera promozione sportiva, di un gesto simbolico: lo sci nautico era una manifestazione della modernità che non rinnega il rituale, della grazia che non ha bisogno di pubblico. Uno sport da praticare in silenzio, nella calma del primo mattino, o nel riverbero del tramonto, quando i riflessi dorati rendono tutto più simile a un sogno.
I luoghi sacri del nuovo sport furono il Royal Varuna Yacht Club a Pattaya e alcuni bacini d’acqua dolce nei pressi di Bangkok, come il lago di Bung Samran e, più tardi, l’area attorno a Nonthaburi. In quegli anni, l’immagine dello sciatore sul pelo dell’acqua, tirato da una barca Riva o da un fuoribordo giapponese, evocava sogni di benessere, libertà e controllo estetico: un’arte ginnica con un tocco da jet-set.
Una figura leggendaria fu Khun Ying Supatra Leelavadi, nota per la sua grazia e precisione. Campionessa nazionale per sette anni consecutivi, partecipò anche a eventi internazionali, portando per la prima volta la bandiera thailandese in una competizione mondiale in Australia nel 1978. Il suo stile era elegante come un mudra di danza classica: una sintesi tra sport e arte.
Negli anni ’80, la Federazione Thailandese di Sci Nautico riuscì persino a organizzare una tappa del circuito asiatico. L’evento si tenne a Cha-am, e fu patrocinato dalla famiglia reale: un appuntamento mondano oltre che sportivo, immortalato nelle cronache del Bangkok Post, tra costumi di seta e virate perfette.
È proprio in quel clima di curiosità raffinata e apertura al mondo che si colloca un piccolo episodio dimenticato. Un giorno, molti anni fa, un attaché dell’ambasciata thailandese di Roma, allora come oggi in via Nomentana, contattò informalmente Cristiano, l’amico di cui abbiamo già avuto modo di scrivere.
Ma c’è forse un altro frammento, sfuggito alla cronaca, che spiega come il corpo consolare fosse arrivato a lui.
Cristiano aveva un’idea poetica: sciare almeno una volta su ogni continente. Lo fece anche in Thailandia, naturalmente. Andò a Phuket, attratto da uno specchio d’acqua interno – né mare né lago, un bacino salmastro tra le mangrovie, non lontano dalla costa. Qualcuno lo avvertì, con quel tono vago dei tropici: in quella zona si aggiravano a volte coccodrilli, pigri e immobili, ma pur sempre presenti.
Cristiano non si turbava. Raccontò – con l’aria di chi non vuole impressionare nessuno – che a volte, per gioco, si divertiva a virare loro vicino, sollevando con gli sci uno spruzzo d’acqua improvviso. Diceva che gli piaceva vedere se si svegliavano. Che era un modo per “salutarli”, nulla di più. I tailandesi si scandalizzavano con discrezione, come fanno le persone educate. Ma lui lo faceva con la leggerezza di chi non vuole turbare nessuno.
Forse fu questo episodio, raccontato con garbo e leggerezza da qualche amico comune, ad arrivare fino all’ambasciata. E da lì, all’abboccamento.
Non vi fu una proposta ufficiale, né un incarico definito: fu più che altro un gesto di attenzione, silenzioso e gentile, verso un talento senza clamore. Gli chiesero informazioni su una sua eventuale disponibilità a trasferirsi in Thailandia, per insegnare l’arte dello sci d’acqua ad alcuni giovani membri della famiglia reale.
La cosa non ebbe ulteriori sviluppi. Rimase una chiacchierata in terrazza, un giorno di primavera. Ma viene ricordata con piacere. E col garbo che si deve alle cose belle che non sono accadute davvero, ma avrebbero potuto.
Confesso che è stato parlando con Cristiano, più che leggendo cronache o osservando archivi, che è nata l’idea di queste pagine. Perché lo sci nautico in Thailandia non è mai stato uno sport qualunque, ma un riflesso culturale: un modo di stare nel mondo senza agitare l’acqua, di dominare la forza con misura, di rendere il gesto nobile. Senza retorica, senza cerimonie. Solo col ricordo di quel silenzio elegante dopo la curva, e la sensazione che, ogni tanto, il tempo sappia fermarsi davvero.
Ma lo sci nautico, come molte cose raffinate, era destinato a un lento tramonto. Negli anni ’90, la rapida urbanizzazione, l’inquinamento dei corsi d’acqua, la crescita tumultuosa di sport più economici e spettacolari (dal jet-ski al wakeboard), e una cultura sempre più orientata al turismo di massa ne decretarono la marginalizzazione.
Il colpo di grazia arrivò con la crisi asiatica del 1997: le barche costavano troppo, le licenze erano complesse, e i laghi cominciarono a essere recintati da progetti immobiliari. Lo sci nautico rimase confinato a qualche resort per ricchi nella provincia di Kanchanaburi o a rare esibizioni nostalgiche lungo il Mekong.
Oggi, chi vuole trovare traccia di quello splendore deve cercare negli archivi fotografici, nelle memorie delle ville estive dei generali, o nei racconti degli ex membri del Royal Bangkok Sports Club. Lo sci nautico in Thailandia non è mai stato uno sport di massa: era un rituale. Il suo fascino era nella compostezza, nel suono tagliente della scia, nella postura.
E forse per questo è scomparso: troppo bello, troppo silenzioso, troppo regale per un mondo che ama più la velocità del gesto che la grazia del galleggiamento.
