Partiamo da un film. “Evil Unbound”, il nuovo kolossal cinese dedicato all’Unità 731, ha riempito le sale come un concerto pop. Uomini in giacca scura, studenti con bibite gassate, coppie appena sposate: tutti, per due ore, a guardare i giapponesi trasformati in carnefici di laboratorio, in alchimisti della peste e della crudeltà. È cronaca di oggi, eppure ha il tono della liturgia. Perché in Cina ogni richiamo alla guerra con il Giappone non è intrattenimento, ma un esercizio collettivo di memoria — e di ossessione.

Settant’anni non sono bastati a sciogliere il nodo. Anzi, lo hanno reso parte del paesaggio: una sorta di aria che si respira. Romanzi di provincia che finiscono con la retata dei soldati giapponesi, fiction televisive dove i contadini diventano guerriglieri, manuali scolastici che fanno dell’anti-giapponese una materia trasversale, musei dove i visitatori fanno la fila per fotografarsi accanto a strumenti di tortura. È un rosario che scorre senza fine. Mo Yan ha detto che «la memoria in Cina è un campo arato con la stessa zappa ogni anno», e mai immagine fu più precisa.

Ma la memoria non è solo spontanea. È un ritaglio antico del Partito comunista, un dispositivo narrativo sempre buono per tutte le stagioni. Funziona perché consente di evocare un nemico perfetto: sicuro, distante, innocuo. Non c’è nulla di meglio del Giappone odierno, probabilmente il Paese più lontano al mondo da qualsiasi ideologia militarista. Ribadirne la colpa diventa un escamotage psicologico: combattere un fantasma che non può più ferire.

Il Giappone vive in una condizione opposta. È sorvolato con regolarità da missili balistici nordcoreani. Razzi che si alzano da Pyongyang, attraversano lo spazio aereo giapponese e cadono in mare, come a scandire un rito tecnico-militare. L’intento di Kim Jong-un è mostrare capacità ingegneristiche, non colpire. E i giapponesi, con la loro calma stoica, hanno finito per considerarli quasi fenomeni astrali, presenze coreografiche. Si alza la loro voce per denunciarli, ma la contumelia pare più un atto dovuto che un urlo di dolore. Nulla a che vedere con le operazioni brutali dei russi sui cieli di Estonia e Polonia. In Giappone, i missili nordcoreani sono ormai percepiti come fuochi d’artificio handeliani: solenni, barocchi, spettacolari nel loro apparire e svanire, punteggiature di un teatro geopolitico che si ripete senza novità.

Il paradosso è evidente: la Cina alimenta l’ossessione di un nemico antico, il Giappone subisce con distacco le minacce moderne. Due temporalità che non coincidono mai. La macchina culturale cinese ribadisce, rilancia, amplifica. Il Giappone scrolla le spalle, coltiva il futuro, e nelle sue notti di Tokyo si lascia attraversare da presenze ben più concrete.

Chi conosce Roppongi sa di cosa parlo: quartiere di luci violacee e taxi che non si fermano mai, dove le hostess ti sorridono da vetrine improvvisate e le scale mobili portano a club con insegne improbabili. Le prostitute, oggi, sono quasi tutte cinesi. Ti si avvicinano con un giapponese minimo e un inglese elementare, ma la contrattazione avviene in yuan convertiti mentalmente in yen. Le consumazioni? Un bicchiere di whisky annacquato a cinquanta euro, una birra servita tiepida a venticinque. È lì che i conflitti realmente scoppiano: non sulla memoria delle atrocità, ma sul prezzo delle consumazioni. Cina e Giappone regolano i conti così, ogni notte, senza proclami ufficiali: con un sorriso, una trattativa veloce e il conto finale presentato in yen.

La letteratura registra questa distanza. Lu Xun ha scritto che «i popoli che non sanno ricordare sono come bambini», e la Cina ha preso sul serio la massima, facendone ossessione. In Giappone, Ōe Kenzaburō ha provato a riportare la guerra nella coscienza nazionale, ma la sua voce rimane isolata, confinata alla pagina scritta. Mishima, invece, ha tentato il gesto estremo di riportare la patria a un immaginario militare, ma il suo seppuku è rimasto un atto teatrale, più estetico che politico. Due tentativi falliti, che spiegano bene l’oblio elegante in cui i giapponesi preferiscono vivere.

In Europa, il dopoguerra aveva inventato la riconciliazione: l’abbraccio franco-tedesco, le fotografie di Verdun. In Asia orientale, invece, la ferita resta: un balletto asimmetrico, ossessione da una parte, rimozione dall’altra. Con l’aggiunta che ogni tanto, al cinema, il passato ritorna in alta definizione, pronto a incassare milioni di yuan e a riaccendere la fiamma.

Sopra le metropoli giapponesi, i missili nordcoreani continuano a tracciare le loro parabole: non minaccia, non guerra, ma spettacolo. Una sorta di pastiche barocco del XXI secolo, come se Händel si fosse reincarnato a Pyongyang per offrire al Giappone, contro la sua volontà, un ciclo interminabile di Music for the Royal Fireworks.

29 settembre

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