La notizia non è che alcuni collaboratori se ne vadano da Limes.
Le redazioni si svuotano da sempre. La notizia è perché se ne vanno. Dichiarano di non voler essere scambiati per collaborazionisti di un racconto che, sotto la maschera del realismo, ha finito per assumere una fisionomia precisa: filo-russa, indulgente, giustificazionista.

Lucio Caracciolo si difende. Dice che Limes non è militante, che non fa propaganda, che offre strumenti. È una frase rassicurante, di quelle che funzionano sempre: non accusa nessuno, non scontenta nessuno, non chiarisce nulla. Il lessico ideale per chi, da trent’anni, fa dell’equilibrio una professione.

Che Caracciolo sia filo-russo non è vero, o non è il punto. C’è dell’altro. C’è il momento in cui spiegare il punto di vista dell’aggressore smette di essere analisi e comincia a sembrare assuefazione morale. Il vecchio tic caraccioliano — il “sì, ma…” — oggi suona come un alibi. Non per il potere in astratto, ma per un potere preciso, ripetuto, normalizzato, reso comprensibile fino a risultare accettabile.

Caracciolo è sempre stato l’uomo delle interviste impossibili. Se fosse nato in un altro tempo, avrebbe probabilmente intervistato Hitler per “capirne le ragioni”, cercato la logica di Pol Pot, spiegato il contesto. Avrebbe chiesto a Nerone il nuovo piano regolatore dell’Urbe, a Leopoldo del Belgio le giustificazioni economiche ai suoi crimini in Congo, a Maometto della sposa bambina. Forse è vero. Ma oggi quella postura non appare più come coraggio intellettuale. Appare come fascinazione per il punto di vista del carnefice, travestita da metodo. Capire tutto, sempre, anche quando capire diventa un modo elegante per non dire mai basta.

C’è in Caracciolo una tentazione costante: stare dalla parte di chi ha torto, non per adesione ma per distinzione. È una posa intellettuale: scegliere il lato peggiore del tavolo per apparire più lucidi, più profondi, più adulti degli altri. Oggi questa postura prende la forma di un realismo che guarda con comprensione chi aggredisce, chi reprime, chi distrugge, come se l’evidenza del torto fosse una trappola per ingenui. Non è filorusso per convinzione ideologica: lo è per stile. Perché spiegare il peggio dà sempre l’illusione di capirlo meglio.

Caracciolo è stato un funambolo di talento. Lo si deve riconoscere. Ha camminato sul filo della geopolitica italiana senza mai cadere, oscillando con eleganza tra potenze, alleanze, declini e ritorni di fiamma. Sempre nel punto giusto dell’inquadratura, anche quando il mondo cambiava scena. Un’arte rara, affinata presto.

Da giovane era orgogliosamente comunista, quando esserlo non comportava particolari rischi. Quando i comunisti erano, per definizione, quelli buoni. Un comunismo culturale, ambientale, quasi di contesto. Non una colpa, certo, ma il segno precoce di un istinto sicuro per la posizione corretta: quella che non isola, non espone, non compromette.

Poi è arrivata Limes. Rivista intelligente, curata, piena di mappe colorate che sembravano spiegare il mondo meglio del mondo stesso. Geopolitica come disciplina adulta, finalmente liberata dal tifo. O almeno così appariva. Perché a ben guardare, Limes non ha mai messo davvero nessuno con le spalle al muro. Ha spiegato, contestualizzato, relativizzato. Ha fatto ciò che sa fare meglio: rendere tutto comprensibile e quindi gestibile.

Il momento rivelatore, però, arriva tardi. Quando trovi Limes all’Esselunga. Tra il detersivo in offerta e le scatolette di tonno. Non è snobismo: è semiotica. In quell’istante capisci che la geopolitica è diventata un prodotto da scaffale. Solido, ben confezionato, a lunga conservazione. Apri, leggi, annuisci, richiudi.

Gli addii di questi giorni non sono un colpo di scena. Sono una diserzione silenziosa. Non una polemica redazionale, ma un rifiuto morale: non essere confusi con chi spiega il potere fino a diventarne parte dell’arredo. In tempi normali è una postura. In tempi di guerra è una scelta. E qualcuno ha deciso di non farla.

Quando Caracciolo dice «non siamo militanti», probabilmente dice il vero. Ma omette l’altra metà della frase: siamo compatibili. Sempre. Con tutti. Francia o Spagna.

Il funambolo ha fatto ciò che fa chi conosce bene il sistema: è sceso prima che qualcuno lo spingesse. Con ordine, con misura, spiegando che l’equilibrio era la lezione. Forse lo è stata, per molto tempo. Oggi no. Restare perfettamente al centro non è più una virtù: è una posizione amministrativa, in modalità sopravvivenza. Ricorda Vichy.

Limes resta.
Utile, compatibile, innocua.
Come il potere che ha sempre saputo spiegare.

31 gennaio

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