Era una notte normale, di quelle che sembrano identiche alle altre. Un po’ calda, un po’ noiosa. Poi, improvviso, il flash: «Gli Stati Uniti hanno colpito siti nucleari in Iran.» Bombe bunker-buster. B-2 in volo. Fordow, Natanz, Isfahan: nomi da strategia e da poesia persiana. Donald J. Trump, con la sua voce greve e il dito che indica: «Missione compiuta. Rimosse le capacità nucleari del regime iraniano.»
Nessun dibattito. Nessuna escalation ufficiale. Nessuna idea da difendere. Nessun ideale da affermare. Solo un gesto – chirurgico, rapido – come quelli che si fanno quando si vuole mostrare forza, ma non si ha nulla da dire. Ed è proprio questo che cambia tutto. Perché c’è stato un tempo, non tanto lontano, in cui l’America bombardava con parole, oltre che con le bombe.
Negli anni Duemila, Robert Kagan e gli altri architetti della stagione neoconservatrice credevano in un’equazione semplice:
mercato = apertura = democrazia.
Il libero scambio avrebbe portato con sé libertà politica, come una valigetta diplomatica con la Coca-Cola dentro. E dove il commercio non bastava, sarebbero arrivati gli F-16. Era un’epoca tragica e insieme messianica: si bombardava per liberare. Si invadeva per elevare. L’America come forma avanzata della Provvidenza.
Poi venne l’Afghanistan. Poi l’Iraq. Poi la Libia. Il sogno si ruppe, l’equazione non tornava più.
I mercati crescevano. Ma la democrazia no. Anzi: in Cina, in Russia, persino in Turchia, il commercio ha finanziato nuovi autoritarismi. Il mondo si è aperto, ma non si è occidentalizzato. E l’impero ha capito, troppo tardi, che esportare sé stessi è più facile che capire gli altri.
In questo vuoto, Trump è apparso come un paradosso.
Ha ripudiato la guerra in Iraq. Ha insultato la NATO. Ha lasciato l’Afghanistan ai talebani. Ha trattato con Kim Jong-un, ignorato gli europei, strizzato l’occhio a Putin. Molti lo hanno chiamato neo-isolazionista. Ma non è l’America di Jefferson o Taft: quella prudente, riflessiva, restia ad avventure. Trump è l’isolazionismo del risentimento: si ritira non per costruire pace, ma per non farsi carico di nulla. Esce dai trattati, rompe con le istituzioni, non lascia vuoti: lascia confusione.
Poi, ogni tanto, torna in scena con una bomba, come un attore che interrompe la commedia per ricordare al pubblico che è ancora lui il protagonista.
Il bombardamento sull’Iran è un gesto, non una strategia. Non è l’inizio di una guerra, né la fine di un capitolo. È una scrollata di spalle armata, un tweet con il suono dei jet. Un atto che serve a Trump per non apparire debole, per dire “sono ancora io”, mentre la sua stessa narrazione gli scivola tra le mani.
Il Congresso americano, titolare costituzionale della guerra, assiste in silenzio. Ogni tanto, qualche senatore twitta indignato. Ma nessuno agisce. Nessuno frena. Nessuno si oppone davvero. È il segno di una democrazia svuotata dall’abitudine all’emergenza. Un sistema fondato sul bilanciamento, in cui però l’esecutivo ha imparato a bypassare ogni equilibrio, ogni regola, ogni autorizzazione.
La guerra – quella vera – oggi non si dichiara. Si trasmette.
Allora ci si chiede: dov’è l’America oggi? Non nel Pacifico, dove la Cina costruisce legami. Non in Europa, dove vacilla l’ombrello atlantico. Non nemmeno in sé stessa. L’America, oggi, è un impero che ha perso il proprio centro narrativo. Non sa più perché combatte. Non sa più cosa difende. La democrazia? È fragile anche a casa. Il commercio? Lo ha reso tossico. L’eccezionalismo morale? È ridotto a battute da talk show. E così la guerra – quella piccola, intermittente, asimmetrica – diventa un sintomo, non una scelta. Un segnale che qualcosa non funziona, ma non sappiamo cosa.
La notte del 22 giugno ha avuto pochi effetti visibili, molti impliciti. Le borse del Golfo hanno retto. I mercati asiatici hanno ondeggiato, ma con eleganza. Gli investitori non hanno reagito con panico, ma con cinismo. L’oro è salito, il petrolio ha tremato, i bitcoin hanno girato in tondo. Non era paura. Era assuefazione. Il mondo ha imparato che gli atti di guerra – oggi – non significano più l’inizio di qualcosa. Sono gesti, quasi retorici. Come se anche la violenza, ormai, avesse bisogno di storytelling.
La notte prima dell’attacco, avevo parlato con Rocco, che insegna queste materie alla Cattolica. Avevamo bevuto qualcosa parlando di diritto internazionale e legalità, di Parsi e Kagan e tanto altro. A un certo punto, mentre la luce calava, lui disse:
«Il diritto? Non lo aboliscono. Semplicemente, lo ignorano. Perché agire è più facile che giustificare.»
Ci salutammo poco dopo. Il tempo di andare e dormire. E Trump attaccò.
E adesso? Non sappiamo se sarà guerra. Non sappiamo se Teheran risponderà e con che cosa poi? Israele osserva. L’Europa scrive comunicati. La Cina invita alla calma come la Russia. Il Congresso americano – che avrebbe dovuto autorizzare tutto questo – sta zitto. È la normalizzazione dell’eccezione. L’esecutivo agisce, il legislativo guarda.
La guerra si fa, ma non si dichiara. E allora viene da chiedersi: dove sta andando l’America, davvero? Non è più il perno del Pacifico. Non è più guida in Europa. Nemmeno in Medio Oriente appare più come forza ordinatrice. Ma soprattutto: non sembra più in grado di parlarsi da sola.
Un tempo, ogni guerra era accompagnata da una narrazione: la libertà, la sicurezza, la civiltà. Oggi resta solo il gesto. Il suono secco dei missili. Il bagliore nel cielo. Ma nessuna voce a spiegare.
Il mondo continua. Senza l’America, o con un’America che non è più il suo centro. Nel Pacifico la Cina allaccia porti. In Africa gli equilibri si muovono senza bisogno di Washington. Anche in Europa l’ombrello atlantico si è fatto più corto. E chi guarda l’America oggi non vede più il faro. Solo un riflesso tremolante. Noi, che ci siamo cresciuti con le sue canzoni, i suoi film, le sue università, non riusciamo a guardarla di traverso. Ma la guardiamo con una malinconia da figli adulti. Non è più lei, e forse non lo è mai stata. Trump colpisce per mostrarsi forte. Ma l’eco che resta non è potenza, è stanchezza. Non è impero, è eco di impero.
Forse questa non è nemmeno una guerra. Forse è solo un modo per restare visibili. Come una rockstar invecchiata che fa esplodere il palco per nascondere la voce. Ma la domanda resta: può un impero senza racconto vincere qualcosa? E noi, che ne eravamo i complici e i discepoli, cosa diventiamo ora che l’Occidente è diventato solo una nostalgia ben confezionata?
Il mondo cambia. Le guerre si fanno senza dichiarazioni. La pace si dimentica. E il potere – se non ha più parole – finisce per urlare solo per sentirsi vivo.
22 giugno
