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title: "@merica alone – l’ultimo botto di Trump"
url: https://www.altriorienti.com/lultimo-botto-di-trump/
date: 2025-06-22
modified: 2025-07-25
author: "Leone Battisti Alberti"
description: "Era una notte normale, di quelle che sembrano identiche alle altre. Un po’ calda, un po’ noiosa. Poi, improvviso, il flash: «Gli Stati Uniti hanno colpito siti nucleari in Iran.»..."
categories:
  - "Opinioni ed editoriali"
tags:
  - "guerra"
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  - "USA"
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# @merica alone – l’ultimo botto di Trump

*Era una notte normale, di quelle che sembrano identiche alle altre. Un po’ calda, un po’ noiosa. Poi, improvviso, il flash: «Gli Stati Uniti hanno colpito siti nucleari in Iran.» Bombe bunker-buster. B-2 in volo. Fordow, Natanz, Isfahan: nomi da strategia e da poesia persiana. Donald J. Trump, con la sua voce greve e il dito che indica: «Missione compiuta. Rimosse le capacità nucleari del regime iraniano.»*

*Nessun dibattito. Nessuna escalation ufficiale. Nessuna idea da difendere. Nessun ideale da affermare. Solo un gesto – chirurgico, rapido – come quelli che si fanno quando si vuole mostrare forza, ma non si ha nulla da dire. **Ed è proprio questo che cambia tutto. Perché c’è stato un tempo, non tanto lontano, in cui l’America bombardava con parole, oltre che con le bombe.*

*Negli anni Duemila, Robert Kagan e gli altri architetti della stagione neoconservatrice credevano in un’equazione semplice: *

***mercato = apertura = democrazia. ***

*Il libero scambio avrebbe portato con sé libertà politica, come una valigetta diplomatica con la Coca-Cola dentro. E dove il commercio non bastava, sarebbero arrivati gli F-16. Era un’epoca tragica e insieme messianica: si bombardava per liberare. Si invadeva per elevare. L’America come forma avanzata della Provvidenza.*

*Poi venne l’Afghanistan. Poi l’Iraq. Poi la Libia. Il sogno si ruppe, l’equazione non tornava più. *

*I mercati crescevano. Ma la democrazia no. Anzi: in Cina, in Russia, persino in Turchia, il commercio ha finanziato nuovi autoritarismi. Il mondo si è aperto, ma non si è occidentalizzato. E l’impero ha capito, troppo tardi, che esportare sé stessi è più facile che capire gli altri.*

*In questo vuoto, Trump è apparso come un paradosso. *

*Ha ripudiato la guerra in Iraq. Ha insultato la NATO. Ha lasciato l’Afghanistan ai talebani. Ha trattato con Kim Jong-un, ignorato gli europei, strizzato l’occhio a Putin. **Molti lo hanno chiamato neo-isolazionista. Ma non è l’America di Jefferson o Taft: quella prudente, riflessiva, restia ad avventure. Trump è l’isolazionismo del risentimento: si ritira non per costruire pace, ma per non farsi carico di nulla. Esce dai trattati, rompe con le istituzioni, non lascia vuoti: lascia confusione.*

*Poi, ogni tanto, torna in scena con una bomba, come un attore che interrompe la commedia per ricordare al pubblico che è ancora lui il protagonista.*

*Il bombardamento sull'Iran è un gesto, non una strategia. Non è l’inizio di una guerra, né la fine di un capitolo. È una scrollata di spalle armata, un tweet con il suono dei jet. Un atto che serve a Trump per non apparire debole, per dire “sono ancora io”, mentre la sua stessa narrazione gli scivola tra le mani. *

*Il Congresso americano, titolare costituzionale della guerra, assiste in silenzio. Ogni tanto, qualche senatore twitta indignato. Ma nessuno agisce. Nessuno frena. Nessuno si oppone davvero. È il segno di una democrazia svuotata dall’abitudine all’emergenza. Un sistema fondato sul bilanciamento, in cui però l’esecutivo ha imparato a bypassare ogni equilibrio, ogni regola, ogni autorizzazione.*

*La guerra – quella vera – oggi non si dichiara. Si trasmette.*

*Allora ci si chiede: dov'è l'America oggi? Non nel Pacifico, dove la Cina costruisce legami. Non in Europa, dove vacilla l’ombrello atlantico. Non nemmeno in sé stessa. **L’America, oggi, è un impero che ha perso il proprio centro narrativo. Non sa più perché combatte. Non sa più cosa difende. La democrazia? È fragile anche a casa. Il commercio? Lo ha reso tossico. L’eccezionalismo morale? È ridotto a battute da talk show. **E così la guerra – quella piccola, intermittente, asimmetrica – diventa un sintomo, non una scelta. Un segnale che qualcosa non funziona, ma non sappiamo cosa. *

*La notte del 22 giugno ha avuto pochi effetti visibili, molti impliciti. Le borse del Golfo hanno retto. I mercati asiatici hanno ondeggiato, ma con eleganza. Gli investitori non hanno reagito con panico, ma con cinismo. L’oro è salito, il petrolio ha tremato, i bitcoin hanno girato in tondo. **Non era paura. Era assuefazione. Il mondo ha imparato che gli atti di guerra – oggi – non significano più l’inizio di qualcosa. Sono gesti, quasi retorici. Come se anche la violenza, ormai, avesse bisogno di storytelling.*

*La notte prima dell’attacco, avevo parlato con Rocco, che insegna queste materie alla Cattolica. Avevamo bevuto qualcosa parlando di diritto internazionale e legalità, di Parsi e Kagan e tanto altro. A un certo punto, mentre la luce calava, lui disse:*

*«Il diritto? Non lo aboliscono. Semplicemente, lo ignorano. Perché agire è più facile che giustificare.»*

*Ci salutammo poco dopo. Il tempo di andare e dormire. E Trump attaccò.*

*E adesso? Non sappiamo se sarà guerra. Non sappiamo se Teheran risponderà e con che cosa poi? Israele osserva. L’Europa scrive comunicati. La Cina invita alla calma come la Russia. Il Congresso americano – che avrebbe dovuto autorizzare tutto questo – sta zitto. È la normalizzazione dell’eccezione. L’esecutivo agisce, il legislativo guarda. *

*La guerra si fa, ma non si dichiara. **E allora viene da chiedersi: dove sta andando l’America, davvero? Non è più il perno del Pacifico. Non è più guida in Europa. Nemmeno in Medio Oriente appare più come forza ordinatrice. Ma soprattutto: non sembra più in grado di parlarsi da sola.*

*Un tempo, ogni guerra era accompagnata da una narrazione: la libertà, la sicurezza, la civiltà. Oggi resta solo il gesto. Il suono secco dei missili. Il bagliore nel cielo. Ma nessuna voce a spiegare. *

*I**l mondo continua. Senza l’America, o con un’America che non è più il suo centro. Nel Pacifico la Cina allaccia porti. In Africa gli equilibri si muovono senza bisogno di Washington. Anche in Europa l’ombrello atlantico si è fatto più corto. E chi guarda l’America oggi non vede più il faro. Solo un riflesso tremolante. **Noi, che ci siamo cresciuti con le sue canzoni, i suoi film, le sue università, non riusciamo a guardarla di traverso. Ma la guardiamo con una malinconia da figli adulti. Non è più lei, e forse non lo è mai stata. Trump colpisce per mostrarsi forte. Ma l’eco che resta non è potenza, è stanchezza. Non è impero, è eco di impero.*

*Forse questa non è nemmeno una guerra. Forse è solo un modo per restare visibili. Come una rockstar invecchiata che fa esplodere il palco per nascondere la voce. Ma la domanda resta: può un impero senza racconto vincere qualcosa? E noi, che ne eravamo i complici e i discepoli, cosa diventiamo ora che l’Occidente è diventato solo una nostalgia ben confezionata?*

*Il mondo cambia. Le guerre si fanno senza dichiarazioni. La pace si dimentica. E il potere – se non ha più parole – finisce per urlare solo per sentirsi vivo.*

22 giugno

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