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title: "L’uomo che cancella l’Impero"
url: https://www.altriorienti.com/luomo-che-cancella-limpero/
date: 2026-04-21
modified: 2026-04-22
author: "Leone Battisti Alberti"
description: "Parlo con un’amica che si occupa delle collaborazioni tra una importante università milanese ed altre americane.Mi dice che i momenti peggiori sono passati, che il clima è cambiato, che le..."
categories:
  - "Opinioni ed editoriali"
  - "Paesi"
tags:
  - "egemonia"
  - "USA"
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# L’uomo che cancella l’Impero

*Parlo con un’amica che si occupa delle collaborazioni tra una importante università milanese ed altre americane.*
*Mi dice che i momenti peggiori sono passati, che il clima è cambiato, che le tensioni degli ultimi mesi si stanno lentamente riassorbendo.*

*Poi però si ferma, e corregge il tiro. Il problema vero, mi dice, non è il clima. È che oggi ottenere un visto per studiare negli Stati Uniti è diventato complicato. Le procedure si sono allungate, i controlli aumentati, l’incertezza è entrata in un processo che un tempo era quasi automatico. Non è un divieto, non è una chiusura dichiarata. È qualcosa di più sottile: un rallentamento, una frizione, una difficoltà che scoraggia. E infatti, aggiunge, molti studenti italiani negli ultimi mesi hanno deciso di restare a casa. Non partire. Rimandare. Scegliere alternative europee. Non è un dato clamoroso. Non fa notizia come le restrizioni sui ricercatori cinesi o le polemiche sui visti H-1B. Ma è proprio per questo che colpisce di più. Perché racconta qualcosa che non si vede subito: che l’attrazione dell’America — quella forza invisibile che per decenni ha portato i migliori studenti del mondo a bussare alle sue università — non è più scontata. Così ho capito che il tema non riguarda soltanto gli studenti STEM cinesi o le grandi dispute geopolitiche. C’è un altro capitolo, meno clamoroso, ma più rivelatore. Un capitolo che riguarda anche noi. E che mostra qualcosa che stride.*

*Strana l’America di Trump. L’America non è più fabbrica, non è più acciaio, non è più carbone. È servizi, sanità, turismo, finanza, università. È formazione, soprattutto.*

*Vale — più o meno — il 90% del suo prodotto interno lordo. Il resto, quello che Trump difende con i dazi, è una quota residua, quasi simbolica. Eppure è lì che si concentra tutta la sua energia politica. I dazi — tariffs, come li chiamano — diventano il centro del mondo, mentre il vero motore dell’Impero resta altrove: invisibile, silenzioso, nei laboratori, nei campus, nei corridoi delle università. Così Trump scuote il sistema globale per difendere dieci punti di economia industriale, e intanto rischia di incrinare ciò che davvero tiene insieme l’America: il primato del dollaro, la centralità culturale, la capacità di attrarre il talento. Non credo sia solo. Non è mai solo chi guida un Paese così. Eppure torno a lui. E mi faccio una domanda ingenua, forse sciocca: come è possibile? Dove si è formato Trump? Ha capito che cosa serve davvero l'Università? *

*Allora vado a cercare. Scopro che non si conoscono neppure i suoi voti scolastici.*

*Non quelli del collegio militare che frequentò da adolescente, non quelli della Wharton School, la prestigiosa facoltà di economia della University of Pennsylvania. **Nulla. **I registri non sono pubblici, le pagelle mai mostrate. **Trump stesso, nel 2011, minacciò di querelare qualsiasi scuola o università che avesse diffuso i suoi risultati accademici. Pare sia** l’unico presidente americano moderno di cui non esista alcuna documentazione accademica verificabile. **Di lui si sa che studiò due anni alla Fordham University, poi si trasferì a Wharton e si laureò nel 1968. **Ma nessuno ha mai trovato tracce di una tesi, di un premio, di un articolo, di una distinzione. **Alcuni ex compagni lo ricordano come “carismatico ma distratto”, “competitivo ma disinteressato”. **Un venditore nato, non uno studente. **Forse il suo vero unico talento, sin da allora, era quello di far credere agli altri di essere più bravo di ciò che era.*

*Per capire quanto sia assurda questa cecità, basta tornare all’inizio. **Quando i premi Nobel nacquero, nel 1901, la scienza moderna parlava tedesco, danese, francese. **Gli Stati Uniti erano un paese industriale, ma non una potenza scientifica. **Tra il 1901 e il 1924, su oltre settanta premi Nobel nelle discipline scientifiche, solo quattro andarono ad americani. **Meno del sette per cento. **I migliori studenti americani andavano a formarsi a Göttingen, Cambridge, Parigi.*
*La conoscenza era europea. **Poi arrivò la guerra, e con la guerra la diaspora degli scienziati. **Tra il 1933 e il 1945, centinaia di fisici, chimici, biologi fuggirono dal nazismo e dalle dittature verso l’unico luogo che offriva libertà e mezzi: l’America. **Fermi, Szilard, Wigner, von Neumann, Bethe, Teller: un’epopea di esuli che fondarono la modernità scientifica americana. **Il loro genio costruì Los Alamos, il Progetto Manhattan, la Silicon Valley, la NASA, la genetica molecolare. *

*L’Impero si fondò così: sull’accoglienza del talento straniero. **Sull’idea che il sapere non avesse passaporto. **Dal 1945 in poi, l’università americana divenne il magnete del talento mondiale. **L’Europa usciva in macerie, l’Asia non era ancora rinata, e l’America offriva ciò che nessuno aveva: **laboratori, fondi, libertà, meritocrazia, sogno. **In pochi decenni, Harvard e Stanford diventarono città-stato della conoscenza, con budget superiori a quelli di molti ministeri europei. *

*I numeri raccontano la portata del fenomeno. **Dal 1945 a oggi, nelle discipline STEM (fisica, chimica, medicina, economia), oltre 220 premi Nobel sono stati assegnati a studiosi affiliati a istituzioni americane. **Di questi, quasi la metà — circa 100–110 — erano nati o formati all’estero. **Vuol dire che un Nobel americano su due non è americano. **Negli anni Duemila, la quota di scienziati nati all’estero tra i premiati affiliati a università USA ha raggiunto il 45–50%, **e in alcuni anni è arrivata al 60%. **È questa la vera forma dell’Impero: non il possesso, ma l’attrazione. **Non muro, ma magnete. **L’America non ha conquistato il mondo: lo ha invitato a lavorare nei suoi laboratori. **Ha trasformato il talento globale in potenza nazionale. **Ha saputo essere il centro verso cui tutto converge.*

*Così la decisione di Donald Trump — introdurre una tassa di 100.000 dollari per ogni lavoratore straniero altamente qualificato, **come quelli che chiedono un visto H-1B — risulta un vero atto di autolesionismo imperiale. *

22 Aprile

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