Parlo con un’amica che si occupa delle collaborazioni tra una importante università milanese ed altre americane.
Mi dice che i momenti peggiori sono passati, che il clima è cambiato, che le tensioni degli ultimi mesi si stanno lentamente riassorbendo.
Poi però si ferma, e corregge il tiro. Il problema vero, mi dice, non è il clima. È che oggi ottenere un visto per studiare negli Stati Uniti è diventato complicato. Le procedure si sono allungate, i controlli aumentati, l’incertezza è entrata in un processo che un tempo era quasi automatico. Non è un divieto, non è una chiusura dichiarata. È qualcosa di più sottile: un rallentamento, una frizione, una difficoltà che scoraggia. E infatti, aggiunge, molti studenti italiani negli ultimi mesi hanno deciso di restare a casa. Non partire. Rimandare. Scegliere alternative europee. Non è un dato clamoroso. Non fa notizia come le restrizioni sui ricercatori cinesi o le polemiche sui visti H-1B. Ma è proprio per questo che colpisce di più. Perché racconta qualcosa che non si vede subito: che l’attrazione dell’America — quella forza invisibile che per decenni ha portato i migliori studenti del mondo a bussare alle sue università — non è più scontata. Così ho capito che il tema non riguarda soltanto gli studenti STEM cinesi o le grandi dispute geopolitiche. C’è un altro capitolo, meno clamoroso, ma più rivelatore. Un capitolo che riguarda anche noi. E che mostra qualcosa che stride.
Strana l’America di Trump. L’America non è più fabbrica, non è più acciaio, non è più carbone. È servizi, sanità, turismo, finanza, università. È formazione, soprattutto.
Vale — più o meno — il 90% del suo prodotto interno lordo. Il resto, quello che Trump difende con i dazi, è una quota residua, quasi simbolica. Eppure è lì che si concentra tutta la sua energia politica. I dazi — tariffs, come li chiamano — diventano il centro del mondo, mentre il vero motore dell’Impero resta altrove: invisibile, silenzioso, nei laboratori, nei campus, nei corridoi delle università. Così Trump scuote il sistema globale per difendere dieci punti di economia industriale, e intanto rischia di incrinare ciò che davvero tiene insieme l’America: il primato del dollaro, la centralità culturale, la capacità di attrarre il talento. Non credo sia solo. Non è mai solo chi guida un Paese così. Eppure torno a lui. E mi faccio una domanda ingenua, forse sciocca: come è possibile? Dove si è formato Trump? Ha capito che cosa serve davvero l’Università?
Allora vado a cercare. Scopro che non si conoscono neppure i suoi voti scolastici.
Non quelli del collegio militare che frequentò da adolescente, non quelli della Wharton School, la prestigiosa facoltà di economia della University of Pennsylvania. Nulla. I registri non sono pubblici, le pagelle mai mostrate. Trump stesso, nel 2011, minacciò di querelare qualsiasi scuola o università che avesse diffuso i suoi risultati accademici. Pare sia l’unico presidente americano moderno di cui non esista alcuna documentazione accademica verificabile. Di lui si sa che studiò due anni alla Fordham University, poi si trasferì a Wharton e si laureò nel 1968. Ma nessuno ha mai trovato tracce di una tesi, di un premio, di un articolo, di una distinzione. Alcuni ex compagni lo ricordano come “carismatico ma distratto”, “competitivo ma disinteressato”. Un venditore nato, non uno studente. Forse il suo vero unico talento, sin da allora, era quello di far credere agli altri di essere più bravo di ciò che era.
Per capire quanto sia assurda questa cecità, basta tornare all’inizio. Quando i premi Nobel nacquero, nel 1901, la scienza moderna parlava tedesco, danese, francese. Gli Stati Uniti erano un paese industriale, ma non una potenza scientifica. Tra il 1901 e il 1924, su oltre settanta premi Nobel nelle discipline scientifiche, solo quattro andarono ad americani. Meno del sette per cento. I migliori studenti americani andavano a formarsi a Göttingen, Cambridge, Parigi.
La conoscenza era europea. Poi arrivò la guerra, e con la guerra la diaspora degli scienziati. Tra il 1933 e il 1945, centinaia di fisici, chimici, biologi fuggirono dal nazismo e dalle dittature verso l’unico luogo che offriva libertà e mezzi: l’America. Fermi, Szilard, Wigner, von Neumann, Bethe, Teller: un’epopea di esuli che fondarono la modernità scientifica americana. Il loro genio costruì Los Alamos, il Progetto Manhattan, la Silicon Valley, la NASA, la genetica molecolare.
L’Impero si fondò così: sull’accoglienza del talento straniero. Sull’idea che il sapere non avesse passaporto. Dal 1945 in poi, l’università americana divenne il magnete del talento mondiale. L’Europa usciva in macerie, l’Asia non era ancora rinata, e l’America offriva ciò che nessuno aveva: laboratori, fondi, libertà, meritocrazia, sogno. In pochi decenni, Harvard e Stanford diventarono città-stato della conoscenza, con budget superiori a quelli di molti ministeri europei.
I numeri raccontano la portata del fenomeno. Dal 1945 a oggi, nelle discipline STEM (fisica, chimica, medicina, economia), oltre 220 premi Nobel sono stati assegnati a studiosi affiliati a istituzioni americane. Di questi, quasi la metà — circa 100–110 — erano nati o formati all’estero. Vuol dire che un Nobel americano su due non è americano. Negli anni Duemila, la quota di scienziati nati all’estero tra i premiati affiliati a università USA ha raggiunto il 45–50%, e in alcuni anni è arrivata al 60%. È questa la vera forma dell’Impero: non il possesso, ma l’attrazione. Non muro, ma magnete. L’America non ha conquistato il mondo: lo ha invitato a lavorare nei suoi laboratori. Ha trasformato il talento globale in potenza nazionale. Ha saputo essere il centro verso cui tutto converge.
Così la decisione di Donald Trump — introdurre una tassa di 100.000 dollari per ogni lavoratore straniero altamente qualificato, come quelli che chiedono un visto H-1B — risulta un vero atto di autolesionismo imperiale.
22 Aprile
