Nel luglio dello anno abbiamo letto l’articolo di Diana Choyleva, analista senior del Nikkei Asia, «The real risk to the Hong Kong dollar peg lies in Washington, not in markets», lo abbiamo salvato, proponendoci di rileggerlo dopo qualche mese.
Intuizione corretta. È attuale oggi più dieci mesi fa. Secondo la Choyleva, la minaccia più concreta al peg — cioè l’ancoraggio del dollaro di Hong Kong al dollaro statunitense — non viene dai mercati, ma da Washington: dalle decisioni della Fed, dai capricci della Casa Bianca, dalla disconnessione crescente tra l’ordine americano e i suoi avamposti asiatici.
In altri tempi, sarebbe bastato dire che Hong Kong è solida. Oggi, invece, la città vive in uno stato sospeso: appartiene alla Cina, ma ha ancora una valuta agganciata agli Stati Uniti. È una creatura anfibia, figlia di un secolo che non c’è più.
E quel legame artificiale — 7.75–7.85 HKD per 1 USD, da oltre quarant’anni — comincia a sembrare più una superstizione che una garanzia.
Un’anomalia elegante.Il dollaro di Hong Kong è una moneta unica al mondo: non è flessibile, non è sovrana, ma è credibile. Ogni biglietto è emesso solo in cambio di dollari veri. Nessuna banca centrale decide i tassi d’interesse: la città si limita a inseguire la Fed, con la docilità di una colonia invisibile.
Per anni, ha funzionato. Ha attirato capitali, fondi hedge, commercianti di metalli, fondazioni, avvocati, manager, intermediari d’ogni tipo. Ma quel meccanismo aveva senso in un mondo fluido, in cui la Cina faceva finta di non comandare e l’America fingeva di non vedere. Oggi il gioco è finito.
E allora la domanda sorge chiara: se il peg dovesse cedere, cosa accadrebbe?
Non c’è una sola possibilità. Ce ne sono almeno cinque. La più mite è anche la più codarda: allargare la banda, lasciando che il cambio fluttui un po’ di più, per prendere tempo. È una soluzione da tecnocrati, da sopravvivenza, che non cambia nulla nel profondo ma consente di dire che si sta facendo qualcosa. Come allentare il nodo senza scioglierlo.
Un’altra opzione è spostare l’ancoraggio dal dollaro americano allo yuan cinese. Una scelta coerente, per certi versi inevitabile, ma gravida di conseguenze. Perderebbe di colpo quella parvenza di neutralità che ancora illude gli investitori. Sarebbe come dichiarare apertamente: siamo parte del sistema cinese, anche nella moneta. Alcuni applaudirebbero. Molti scapperebbero.
C’è poi l’ipotesi più radicale: lasciare fluttuare liberamente il dollaro di Hong Kong, senza ancoraggi. Sarebbe un bagno di realtà. Ma anche un salto nel vuoto. La città non ha gli strumenti, né la coesione sociale, per affrontare la tempesta che ne seguirebbe. E la sua vocazione internazionale, costruita sulla stabilità, verrebbe distrutta in poche settimane.
Il quarto scenario è il più temuto: un attacco speculativo riuscito, in stile George Soros, che metta a nudo l’insostenibilità dell’ancoraggio. In questo caso, non si tratterebbe più di scelta ma di resa. La HKMA venderebbe dollari finché ne ha, poi dovrebbe alzare bandiera bianca. Sarebbe uno choc, non solo economico ma identitario.
E infine, il passo definitivo: abolire il dollaro di Hong Kong e adottare direttamente lo yuan. Fine del modello ibrido, fine della finzione. Hong Kong diventerebbe, anche formalmente, una città cinese come le altre. I suoi grattacieli resterebbero. La fiducia, no.
Con questi scenari nello zaino, siamo scesi a sud. A Rawai, nella punta meridionale di Phuket, ci aspettava Armando, il broker. Una vita passata tra dogane, porti, lettere di credito, container e sigilli. Un uomo pragmatico. Ora è prossimo alla pensione. E ha deciso: chiude tutto. Lascia Hong Kong.
Ci ha accolti in un bar di legno, con la brezza dell’Andamano e un gin tonic in mano.
— “HK it’s over,” ha detto.
Non c’era amarezza nella voce, solo il tono asciutto di chi ha capito. Ha chiuso il conto in HKD. Ha spostato tutto in euro e baht. Ha trovato una casa in collina, con un bel giardino e vista sul tramonto. Armando non sta profetizzando. Sta ritirando le sue fiches, prima che il tavolo venga smontato.
Quando ho conosciuto Armando, venticinque anni fa, Hong Kong era un’altra cosa.
C’erano sere in cui fumava sigari cubani su un balcone al trentaduesimo piano, con vista sul Victoria Harbour e le navi portacontainer allineate come sillabe sul mare. Le luci di Central lampeggiavano sotto la foschia, e il mondo sembrava aver trovato un equilibrio fragile ma elegante. Rideva con i broker inglesi della Jardine Fleming, commentava in dialetto ferrarese i nuovi regolamenti doganali, e poi scendeva in taxi a Wan Chai, si andava a mangiare da Ugo Conta il mantovano, beveva whisky giapponese al bar del Wharney Hotel, con scaricatori filippini e spedizionieri indiani.
Era una città da romanzo: multilingue, ambigua, euforica.
Aveva due telefoni, una splendida ragazza coreana che studiava architettura e una fede incrollabile nei documenti ben firmati. «Hong Kong era il mio jazz», mi ha detto una volta. «Tutti suonavano insieme, anche se nessuno leggeva lo spartito giusto.» All’epoca, il dollaro di Hong Kong sembrava eterno. Pechino faceva finta di non comandare. L’America faceva finta di non interessarsi. E in mezzo, gente come Armando faceva girare il mondo. Un giorno, tornando da una riunione a Discovery Bay, guardò il mare e disse: “Questo posto è il futuro.”
Ora, seduto in ciabatte a Rawai, con le onde che sbattono piano sui sassi, Armando non nega nulla di quei giorni. Ma ne parla come si parla di un amore finito bene: con rispetto, ma senza illusioni.
— “Quel dollaro lì non era solo una valuta. Era una promessa.”
Le monete, come gli uomini, possono essere più di ciò che valgono. Possono essere metafore, reputazioni, ombre. Il dollaro di Hong Kong non è mai stato solo un pezzo di carta: era la fiducia incarnata in una cifra. Un codice condiviso tra due mondi in guerra fredda permanente.
Oggi quella promessa è consumata. Resta la città. Resta il mare. Resta un peg, fragile come un ricordo. Ma chi se n’è andato lo sa: la vera valuta di Hong Kong non era il dollaro.
Era la fiducia.
Guarda l’orizzonte, il bicchiere quasi vuoto, e dice piano in ferrarese, la lingua dell’anima:
“Hong Kong l’é stêra na dòna bèra e sbaséda. Ma mo la gh’ha un otri paròn. A l’é stâ bèl fin che l’é durê… mo adès basta.”
Poi tace.
Ps per chi non capisce “Hong Kong è stata una donna bella e sfacciata. Ma adesso ha un altro padrone. È stato bello finché è durato… ma ora basta.”
15 Aprile
