La notte in cui la nostra storia comincia, Lady Macbeth si è interrotta.

Il maestro Riccardo Chailly ha avuto un malore sul podio, e l’opera è stata sospesa dopo il secondo atto, come se qualcosa — nella musica o nel mondo — avesse deciso che quella tragedia non dovesse compiersi fino in fondo. Un’ambulanza alla Scala, il pubblico che attende per trenta minuti, la comunicazione: l’esecuzione si ferma “per rispetto del maestro”, “vista la complessità della partitura”. E nella sala resta un silenzio strano, vibrante, come il vuoto che precede un destino. Chailly verrà portato al Monzino in codice giallo. La moglie dirà che i valori sono buoni. Ma ciò che resta davvero di quella notte non è il dato clinico: è l’intuizione che una tragedia possa abortire, che la sua voce si spezzi proprio quando sta per scendere nel cuore del dolore. È in quella fenditura — in quella serata interrotta — che incontriamo lui: un giovane studente magistrale russo. Non alla prima, che non è affar nostro, ma in una replica di turno, più sincera, più umana, più vulnerabile. E da lì, dal vuoto lasciato da un’opera spezzata, comincia il nostro dialogo e la nostra discesa nell’anima russa.

Lo incontriamo fuori dal teatro.
Niente velluti, niente primi ranghi: solo la penombra metallica di Lady Macbeth del distretto di Mcensk, che sale dalla buca orchestrale come un odore ferroso. Gli amici ce lo presentano come “uno che legge troppo”. Lo si capisce dal modo in cui tiene il programma, piegato come un foglio d’archivio.

È russo, ma già altrove. Studente magistrale di economia e storia in Italia: non la storia dei regni, ma la storia dei destini. Parla piano, come chi misura ogni parola. Della Russia contemporanea non dice nulla. Non la considera degna.

“È un episodio minore,” mormora.

Uscendo sulla via Manzoni, con prudenza,  gli chiediamo cosa pensi della guerra. Lui ci guarda come si guarda un enigma superfluo.

“Le incoerenze,” dice, “sono più istruttive dei fatti.”

Poi pronuncia, con un disprezzo elegante, una parola che stona nel suo modo affilato di parlare:

“È come un recita delle parti … un buddy movie direbbero gli americani.”

La dice come si direbbe una cosa volgare, non abbastanza tragica per un impero che da secoli si pensa come mito. Eppure — aggiunge — è proprio questa la chiave: un gioco da poliziotti stanchi per una storia da tragedia imperiale.

“Per capire questa guerra,” dice, “non basta guardare la Russia. Bisogna ascoltare il gioco degli altri.”

E allora lo disegna, il gioco delle parti, senza pathos. Gli Stati Uniti fanno il poliziotto buono: contengono la Russia, la frenano dal baratro, non la lasciano crollare. Non per clemenza: per convenienza strategica. L’Europa fa il poliziotto cattivo: punisce, ammonisce, proclama. Ha bisogno di esser dura per non confessare la propria fragilità. E la Russia è il convitato tragico, troppo colpevole per essere assolto, troppo pericoloso per essere abbattuto.

“Un gioco piccolo,” dice, “per una tragedia grande.”

La tragedia non è dell’Occidente. È russa. Parla come un cantore antico, uno di quelli che conoscono la fine dei cicli.

“La Russia non cade. Si assottiglia.”

E allora elenca i segni del logoramento con la lente di un’economista:

  • tassi d’interesse al 16–17%, febbre che non passa mai;

  • spesa militare al 8–10% del PIL, peso da assedio permanente;

  • inflazione reale oltre il 10%, non quella dei report ma quella che si vede negli scontrini, nei salari che si sbriciolano come pane troppo vecchio, nei risparmi che evaporano negli occhi degli anziani;

  • industria rattoppata, ferrivecchi nordcoreani, pezzi africani, resti sovietici;

  • i giovani semplicemente se ne vanno.

E poi l’oro. L’oro sacro. L’oro che un tempo garantiva immortalità. L’oro che ora la Russia vende.

“Uno Stato che vende l’oro,” dice, “è come un vecchio che porta al banco dei pegni il medaglione della madre. Non per vivere: per non confessare la miseria.”

È la scena che Dostoevskij avrebbe scritto senza cambiare una virgola. Non nomina mai Putin. Non è necessario.

“Gli imperi,” sussurra, “alla fine non scelgono un genio. Scelgono un accidente.”

E allora compare, come un’ombra: l’uomo nato nei cortili bassi dell’URSS, cresciuto nella malinconia operaia, salito al potere non per grandezza, ma per combinazione, paura, vuoto. Che ha scelto la guerra credendo di vincerla senza combatterla. Che i cittadini di Kyev e di Odessa lanciassero fiori e non granate ai soldati. Che ha creduto ad una corte che ha mentito per compiacerlo. Che ha creduto di conoscere l’anima dei bianchi d’Ucraina. Un contadino-Macbeth di Mosca, che non ha mai chiesto la corona e non può più deporla. Regna con la mentalità della steppa: accumula, sospetta, trattiene. Brucia riserve, vende oro, chiama guerra come si chiama una bestia domestica perché non morda il padrone. È l’accidente della storia che si ritrova a governare un impero che non sa più che farsene di sé stesso.

Poi tace. Quando riprende, la sua voce è la voce della Russia profonda, quella delle byliny, che narrano la sconfitta come destino, non come errore.

“Ogni impero lascia un canto,” dice. “Il nostro è fatto di numeri. Numeri che non si possono piangere.”

E li recita a rosario e spine — non come cifre, ma come morti senza nome:

  • un milione di uomini e donne tra morti, feriti, storpi e seriamente traumatizzati;

  • un milione sottratto ai villaggi, alle fabbriche, alle vite silenziose;

  • un milione disperso nelle nebbie della mente, nei letti vuoti, nelle stanze dove la luce rimane accesa per pietà.

Questi numeri non parlano. PiangonoSono il requiem dell’impero, la ballata funebre del contadino-Macbeth che dissangua la sua stessa terra per ritardare il silenzio. Ci dice, con dolcezza spaventosa:

“La Russia non serve sconfitta, non deve vincere, deve dissanguare.”

La guerra non è un conflitto. È un rito di consunzione. Un modo per ritardare l’istante in cui la Russia dovrà ascoltare la propria voce spegnersi.

Alla fermata del tram stringe il programma sgualcito come un talismano inutile.

“Gli imperi,” dice piano, “non finiscono. Perdono il fiato. Continuano a muovere le labbra quando il mondo non li ascolta più.”

E se ne va nella notte, con il passo lento di chi respira già a un’altra epoca.

Resto lì, e capisco che Macbeth a Mosca non è un titolo: è una bylina moderna, il canto epico di un impero che scende in cantina, apre lo scrigno, prende l’oro della madre e lo vende al peso del giorno. Un contadino-Zar che custodisce un falò troppo grande. Un popolo che conosce la sconfitta meglio della vittoria e canta la rovina come si canta un matrimonio. Il resto è recita. Il fiato è breve. E la storia — quella vera — ha già voltato pagina.

Ripenso a Tolstoj e alla neve di Sebastopoli e dei suoi racconti, quella neve che non inghiotte il sangue ma lo fa risplendere come un’accusa. Lì la Russia rivela il suo volto: un uomo allo stato puro, un uomo più uomo degli altri, capace di ferire e di comprendere, di cadere e di pensare. Tolstoj l’aveva visto: la crudeltà e la pietà che abitano la stessa carne, la violenza e la coscienza fuse nello stesso respiro. Sangue e neve: la sua condanna, la sua grandezza. Sempre corpo, sempre lucidità, sempre in bilico fra l’abisso e la grazia.

La Russia vede più lontano, cade più in basso. E nel rosso sulla neve — come nelle pagine di Tolstoj — compie da secoli il proprio destino.

29 dicembre

Lady Macbeth

Nota – Bylina

Le byliny sono i canti ancestrali della Russia, sospesi tra storia e visione.
Non spiegano: evocano. Sono la voce che narra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere, il respiro degli eroi e dei perduti.
Quando un impero si consuma, la Russia non piange. Canta una bylina.

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