Mario Adinolfi è una tonnellata di cristiano. Tanto enorme da suscitare simpatia ed orrore. Se la passa male. Non è in prigione ma è ai domiciliari. Una storia brutta di scommesse ed evasione fiscale. Pensarlo il moderno Vanna Marchi mi pare cosa inverosimile. Lo dirà il percorso giudiziario del paladino della famiglia tradizionale e del cristianesimo. Le disgrazie però non arrivano mai sole: il Tribunale di Torino si è espresso contro di lui in una causa intentata dai fedeli di Maometto che si sono sentiti offesi dalle parole di questa tonnellata di cristiano.
La causa è stata promossa da ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione APS, rete di avvocati, specializzati in diritto dell’immigrazione, ed ha portato alla Sentenza n. 3428/2026, Tribunale di Torino, giudice dott.ssa Lorenza Calcagno.
Il Tribunale ha accertato il carattere discriminatorio del comportamento di Mario Adinolfi per aver pubblicato, sul proprio profilo Facebook il 19 e il 26 gennaio 2026, le seguenti espressioni:
- “i tunisini e gli algerini che spacciano e stuprano”
- “l’islamismo è il male del mondo”
- “l’ennesimo nordafricano islamico delinquente”
Il giudice scrive che queste frasi “superano i limiti della critica politica e religiosa e integrano una condotta discriminatoria e molesta”: non un giudizio critico su una dottrina.
Esito: rimozione dei post entro 30 giorni, 20.000 euro di danno non patrimoniale ad ASGI, pubblicazione del dispositivo sul Corriere della Sera e sulla pagina Facebook del condannato per sessanta giorni, 5.810 euro di spese legali. Adinolfi non si è nemmeno costituito in giudizio: contumace, condannato in absentia processuale.
Se il criterio è questo — generalizzare da un individuo o da un episodio a un’intera collettività religiosa, attribuendole una natura violenta o inferiore — allora un buon numero di pontefici medievali, oggi, si troverebbe al posto di Adinolfi.
Urbano II, a Clermont nel 1095, chiamò i musulmani “razza maledetta, del tutto alienata da Dio”. Innocenzo III, nella bolla per la V Crociata, definì Maometto “figlio della perdizione” e “precursore dell’Anticristo”. Pio II, dopo la caduta di Costantinopoli, scrisse dei Turchi come di una “nazione barbara e crudelissima”. San Giovanni da Capestrano predicava contro gli Ottomani chiamando l’Islam “inganno diabolico” — ed è santo canonizzato, patrono ancora oggi dei cappellani militari.
Forse ASGI avrebbe portato santi e papi davanti alla dottoressa Calcagno del Tribunale di Torino per le stesse frasi sull’Islam e sul profeta. Nessuno di loro finirebbe assolto. Ma nessuno di loro, oggi, è imputabile: sono morti da secoli. A difesa dei papi e dei santi il ricordo che le coste italiane erano predate dei pirati moreschi — ma a differenza di oggi, non chiedevano il permesso di soggiorno e l’iscrizione alla lista per ottenere una casa popolari, tornavano nel loro paese con il bottino.
Un caso diverso, perché recente, perché il pontefice regnava ancora, e perché il contesto non era la guerra ma un’aula universitaria. Ratisbona, 12 settembre 2006, lectio magistralis su fede e ragione. Benedetto XVI cita un dialogo del 1391 tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano:
“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai solo cose cattive e disumane, come il suo comando di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava.”
Il Papa non fece propria la frase — la usava per introdurre una tesi sul rapporto tra violenza e ragione, non per giudicare l’Islam contemporaneo — ma non se ne distanziò abbastanza esplicitamente nel momento in cui la pronunciava davanti al mondo. Bastò questo per una crisi diplomatica che coinvolse governi, ambasciate, chiese bruciate in alcuni paesi islamici, e chiarimenti pubblici del Vaticano nei giorni successivi.
La differenza rispetto ad Adinolfi non è nella gravità della frase — sono paragonabili — ma nel meccanismo: Ratisbona è una citazione filosofica dentro un ragionamento accademico, i post di Adinolfi sono commenti a fatti di cronaca e nulla più.
È proprio questa differenza — tra citare una fonte storica dentro un’argomentazione e affermare come fatto proprio che un’etnia delinque per natura — che la Cassazione ha reso criterio giuridico. Non è ipocrisia distinguere i due casi. È, semmai, curioso che nessuno abbia mai portato Ratisbona in un’aula di tribunale con lo stesso metro usato a Torino.
C’è un’ultima cosa, ed è la più scomoda di tutte — proprio perché viene da una fonte che nessuno può accusare di simpatie per Adinolfi.
Il Ministero della Giustizia pubblica ogni mese i dati sui detenuti stranieri per nazionalità. L’ISTAT pubblica ogni anno i dati sui residenti per cittadinanza. Bastano queste due tabelle, messe una accanto all’altra, per calcolare un tasso di detenzione per nazionalità — detenuti ogni 10.000 residenti della stessa cittadinanza. Nessuno, nei bollettini ufficiali, fa mai questo calcolo.
| Nazionalità | Residenti | Detenuti | Detenuti ogni 10.000 residenti |
|---|---|---|---|
| Tunisia | 130.000 | 1.787 | 137 |
| Nigeria | 90.000 | 1.158 | 129 |
| Senegal | 110.000 | ~700 | 64 |
| Egitto | 170.000 | ~900 | 53 |
| Marocco | 400.000 | 1.888 | 47 |
| Albania | 410.000 | 1.927 | 47 |
| Perù | 95.000 | ~400 | 42 |
| Pakistan | 160.000 | ~350 | 22 |
| Romania | 1.050.000 | 1.842 | 18 |
| Cina, India, Bangladesh, Filippine, Moldavia, Sri Lanka | — | poche centinaia | molto basso |
| Italiani (stima) | ~55.000.000 | ~55.000 | ~10 |
Fonti: Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, “Detenuti stranieri presenti per nazionalità” (31 dicembre 2025); ISTAT, popolazione residente per cittadinanza (1° gennaio 2026). Il tasso è calcolato come rapporto tra detenuti e residenti della medesima cittadinanza.
Il quadro è meno uniforme di quanto qualunque narrazione — pro o contro — vorrebbe. La comunità rumena, la più numerosa d’Italia, ha un tasso appena superiore a quello italiano. Le comunità asiatiche mostrano tassi bassissimi. Sono tunisina e nigeriana, tra le comunità principali, ad avere i tassi più alti — tredici, quattordici volte quello italiano, i marocchini quasi cinque volte. Naturalemente non si hanno dati sui cosidetti italiani di seconda generazione, formalmente italiani, ma tradizionalmente legati ai paesi d’origine.
Tre cose vanno dette prima di usare questo numero come un martello, per non ripetere esattamente l’errore contestato ad Adinolfi in tribunale. Il denominatore ISTAT conta solo i residenti regolari: tunisini e nigeriani hanno storicamente quote più alte di presenza irregolare, che gonfia il numeratore senza comparire nel denominatore. E un dato aggregato per nazionalità non dice nulla sul singolo — è esattamente la distinzione, richiamata dalla Cassazione e dalla sentenza di Torino, tra una statistica e “una maggiore inclinazione a commettere reati” attribuita a un gruppo in quanto tale. Ricordiamo poi che una persona irregolare sul territorio commette solo l’illecito previsto dall’art. 10-bis del Testo Unico sull’Immigrazione. La sanzione ordinaria è una multa, non la reclusione come avviene in Tunisia, ça va sans dire.
Rimane curioso che il Ministero della Giustizia non faccia mai lui stesso questo conto sulla presenza nelle patrie galere. Il dato esiste, è pubblico, è a due click di distanza da chiunque incroci due fogli Excel. Nessuno lo pubblica mai insieme. Forse perché il numero, da solo, senza le tre cautele sopra, è proprio il tipo di arma che ha condannato Adinolfi a 20.000 euro. O forse perché nessuno, nell’amministrazione, ha interesse a essere il primo a farlo.
Ps. Ieri un integralista islamico nato in Germania da famiglia libanese, si è gettato con un furgone contro decine di persone. A Berlino si contano morti e feriti. Come dirlo? Si può dirlo? Si offende la sensibilità di qualcuno? Dobbiamo ribadire che Abdul Ballaut è tedesco? Ma soprattutto cosa farà l’Asgi, la spada della legge di Allah in terra infedele?
26 luglio
