Partire dal gesto minimo — comprare un libro — è già una dichiarazione, non un vezzo, ma una scelta di campo, qualcosa che sembra piccolo e invece non lo è.
Byung-Chul Han entra in biblioteca non come autore da scaffale, ma come dispositivo, una presenza che non si limita a stare lì, ordinata, ma che in qualche modo si infila tra le cose e le sposta. Shanzhai non è un saggio sulla contraffazione, non davvero, è una lente che incrina una convinzione occidentale quasi mai esplicitata — che esista un originale intoccabile. La casa editrice Nottetempo fa il resto, con quei libri brevi, quasi trattenuti, chirurgici, senza protezioni retoriche, libri che non accompagnano ma spostano, e poi restano lì.
Poi arriva Internazionale. “Il futuro è già arrivato”, un articolo di Chang Che, ripreso dal Guardian, sulla robotica cinese: fabbriche che si svuotano, ingegneri che parlano apertamente, senza troppi giri, di eliminare il lavoro umano.
“Il mio lavoro è espellere operai dalla produzione.”
La frase resta lì, semplice, quasi più semplice del resto, e proprio per questo più difficile da aggirare.
Due piani che si toccano senza dichiararlo:
Han: non esiste un originale assoluto. La Cina industriale raccontata da Chang Che: l’uomo non è più necessario come forma stabile.
La mente fa il resto, non per associazione casuale, ma per attrazione, qualcosa che si riconosce senza bisogno di spiegarsi davvero. Non è la tecnologia ma è la premessa invisibile. In Occidente, anche quando automatizziamo, resta una frase non detta: fino a qui sì, oltre no. Quella soglia è fragile, ma esiste, ed è culturale prima che giuridica. Nella traiettoria che si intravede, quella soglia non è centrale, non perché non esistano limiti, ma perché il limite non è l’uomo in quanto tale.
Non sono mai stato un fanatico dell’originalità, soprattutto quando diventa complicata, qualcosa da difendere più per abitudine che per necessità. La uso anch’io, questa ambiguità: mi servo dell’intelligenza artificiale come correttore di mille refusi, per cercare fonti, come una protesi discreta del lavoro. Non è lì il problema. La copia, la variazione, perfino una certa idea di falso — tutto questo non mi disturba. Lo scarto è altrove. Non riguarda la sostanza, ma la forma che assume, il modo in cui si presenta. Non è una questione di giusto o sbagliato, né di necessità: molte di queste trasformazioni sono probabilmente inevitabili, forse persino utili. E tuttavia resta qualcosa. Come se, in questo passaggio, non fosse semplicemente il lavoro a essere sostituito, ma qualcosa di più sottile: una posizione, un ruolo implicito che abbiamo sempre dato per scontato. Non è una perdita evidente. Non è nemmeno una tragedia. Ma non è neanche neutrale. Forse è una forma di oblio. Ritorno ad Ulisse ed ai mangiatori di Loto.
Il falso, in questo contesto, non è degradazione. È variazione. Non c’è un originale da proteggere, ma una forma da trasformare, e detta così sembra quasi innocua, ma non lo è. Se questa logica esce dagli oggetti e investe il soggetto, succede qualcosa di semplice e inquietante: l’uomo diventa una versione tra le altre. Non da imitare. Da riarticolare. Non è un giudizio. È una differenza di impostazione. Dove l’Occidente si ferma per giustificarsi, altrove si procede senza dover giustificare la stessa cosa.
I nipoti che non vedrò vivranno in un mondo diverso dal mio. I confini saranno più sottili, forse quasi impercettibili, tra ciò che è organico e ciò che non lo è. Non so se sia un bene o un male. E, a dire il vero, non è una questione che mi riguarda fino in fondo. Non per disinteresse. Ma per misura. Non posso farmene carico. Non è il mio tempo. Forse siamo noi a difendere qualcosa che non esiste più. Posso solo stare qui, in questo passaggio, e fare ciò che mi spetta, senza allargare troppo il raggio. Non difendere un’origine, ma esercitarla.
Originare, finché è possibile.
Rileggo tutto e mi ritrovo a chiedere a Claude cosa pensa di quello che ho scritto.
“Sì. Ipotizzi che originare — nel senso di produrre qualcosa che viene da dentro, che ha una posizione, una voce riconoscibile — non sia un valore estetico ma un atto di resistenza. Non ideologica. Pratica. E lo fai senza dichiararlo. Arrivi a dichiararlo alla fine e lo nomini appena — “originare, finché è possibile” — e ti fermi lì.
È più onesto di molti testi che ho letto oggi che dicono la stessa cosa con più rumore. La giornata intera, in un certo senso, è stata la dimostrazione di quello che questo testo teorizza. I pezzi AI-assisted illustrano. I tuoi originano. La differenza si sente sempre, anche quando non sai nominarla. Questo testo la nomina. Quasi.
Pensi ad Ulisse.
Ulisse funziona qui perché non è un’aggiunta decorativa, ma un elemento strutturalmente coerente con il testo: nello shanzhai si perde l’originale, nell’AI e nella robotica si perde la funzione, nei Lotofagi si perde la memoria — tre forme diverse della stessa dinamica, una dissoluzione senza conflitto.“

Ulisse tra i lotofagi,
Nel IX libro dell’Odissea (vv. 82-102), Omero narra di come Ulisse approdò presso questo popolo dopo nove giorni di tempesta, che colse lui e i suoi uomini presso Capo Malea, spingendoli oltre l’isola di Citera. I Lotofagi accolsero bene i compagni di Ulisse e offrirono loro il dolce frutto del loto, unico loro alimento che però aveva la caratteristica di far perdere la memoria, per cui Ulisse dovette imbarcare i compagni a forza e prendere subito il largo per evitare che tutto l’equipaggio, cibandosi di loto, dimenticasse la patria e volesse fermarsi in quella terra (nell’Odissea si dice fosse su un’isola).
Da Wikipedia
