Lunedì mattina sono andato con Skytrain, barca e a piedi, alla vecchia Bangkok. Sapan Taksin e Khao San Rd. Templi semi chiusi per la settimana dell’acqua e altre menate… ma i monaci tutti vestiti di bianco, i massaggi senza happy endings, i turisti in ciabatte e braghe corte, il mangiare Thai buonissimo. Il sole. Una giornata perfetta.

Lo vedevi che era contento. Lo scriveva così, con quella sua prosa bastarda, ironica e delicata, in cui anche il sole sembrava una scopata andata bene. Michele camminava tra i monaci e i turisti come uno che sta ritrovando una vecchia amante: sa che non sarà come prima, ma si gode ogni gesto.

E ci era arrivato così, come sempre gli era successo: grazie a un imprevisto, un regalo, una coincidenza impura. Candida Royalle, la regina del porno femminista, sua vecchia amica e complice, era morta. Senza figli. Senza eredi diretti. Ma con un testamento che lo nominava beneficiario con altri pochi amici. Non una fortuna, ma abbastanza per permettergli di mollare New York e tornare a Bangkok.

Candida era stata tutto per lui: attrice, sorella, sodale, puttana sacra. L’aveva messa dentro il suo film Pornology New York, e lei ci aveva messo se stessa, col corpo e con la testa. La chiamava “la santa con l’orgasmo intellettuale”. Quando era morta, Michele si era chiuso in casa tre giorni. Poi era andato in banca. E infine all’aeroporto.

Era andato a Bangkok per scrivere un libro. Lo aveva in mente da anni, Wasted life, e quello era il momento. Forse l’ultimo. Aveva bisogno di un posto dove tutto si mischiasse: la memoria, il piacere, la scrittura e la perdita. Bangkok era perfetta.

Quella notte, nella stanza con l’aria condizionata al massimo e il ventilatore che cigolava, si mise a scrivere. Si versò un gin con ghiaccio, si accese una sigaretta, e parlò. Forse a voce alta. Forse solo nella sua testa. Ma era per lei.

“Candida, cazzo. Lo sai che sto usando i tuoi soldi per pagarmi una sega con due ragazzine thai? No, non riderci. Lo so che ridi. Era quello che volevi, no? Che ci facessi qualcosa di vero, qualcosa di mio. E io questo sono, tesoro mio. Un vecchio bastardo che scrive e si fa massaggiare. Ma almeno ti penso. Ogni volta che vengo, ti penso. Ogni volta che scrivo, ti metto dentro. Sei lì, nel ritmo. Nella carne. Nelle risate. Nel dolore. Anche nel culo. Ti giuro che quando quella con le unghie lunghe mi ha toccato, ti ho pensata. Come se fossi tu a dirmi: vai, amore mio. Vai pure in fondo. E in fondo ci vado. Ma con te sulle spalle. Leggera come sei sempre stata. Leggera e porca e vera. Mi manchi. Ma ti sto portando nel posto giusto. Qui, dove anche la tristezza suda e ti abbraccia. Dove la morte ha odore di gelsomino e di sambuco. Dove non c’è salvezza, ma almeno c’è verità. Sei con me. In ogni goccia che scivola giù per la schiena.”

“Questo libro è tuo. E lo sai. Ti amo, porca santa.”

Il ritorno al tramonto sulla barca… a Saphan Taksin, dopo la barca e prima dello Skytrain, una Bangkok di stradine, mangiare per strada, pezzetti di umanità che Napoli è una reggia.

Era la sua misura. Lì dove l’umidità si mischia all’odore di pesce fritto e incenso, e l’umanità ti si appoggia addosso come una donna sudata, Michele trovava pace. Non cercava nulla, eppure tutto gli arrivava. Anche un massaggio, anche un dito al posto giusto.

E lì un massaggio di un’ora: piedi, spalle, pancia, braccia… e poi l’happy ending con pochissimo dito al culo. Spesa con mancia: 740 baht. Ventidue dollari. Un’ora completa.

Non c’era ironia. C’era riconoscenza. Un uomo che ha vissuto abbastanza da sapere che ventidue dollari possono comprarti qualcosa che non è felicità, ma che ci somiglia. E lui lo sapeva riconoscere.

“Devo ritornarci. Tu ci avevi visto giusto. Domani il Chao Phraya 3, dopo 33 anni. Poi ritelefonare. E salutare tutti…”

Era atterrato col passo incerto e lo zaino leggero. Con sé, poche cose e un’eredità impensabile: quella di Candida Royalle. Circa diecimila dollari, non molti per vivere, ma abbastanza per sprofondare in un mese bruciante. Il tempo necessario per riscrivere la propria storia. O almeno provarci.

Aveva preso una stanza in Sukhumvit, zona Soi 13. Un residence economico con vista su tramonti arancioni e il traffico che non si ferma mai. Di notte l’aria condizionata trasformava la stanza in un frigorifero, e Michele dormiva nudo sul letto sfatto, spesso accanto a un corpo amico, a volte pagato, a volte no. Spesso un kathoey, un femminiello, come diceva lui.

Michele non cercava amore. Cercava storie. Pezzi di mondo. Frammenti da cucire nel suo libro.

Usciva ogni sera, quando il caldo calava, e la città diventava pastosa e fluorescente. Scendeva nei locali mezzi chiusi, nei bar dell’Esplanade, negli ultimi rifugi per uomini stanchi e lucidi. Ogni tanto passava dal Thermae, dove ancora si incontrano le belle e maledette, kathoey e ragazze dai denti bianchissimi e la pelle lucida di olio profumato. Passava ore lì, seduto a guardare, con un bicchiere in mano e un sorriso stanco. Diceva: “Qui si parla poco e si capisce tutto.”

Un giorno lo chiamò un amico. Gli disse: “Vieni a cena, c’è Claudio Conversi.” Conversi, l’ex manager del Rolling Stones di Milano ed organizzatore dei concerti di Prince, poi sparito e riapparso a Bangkok, diventando ristoratore in Soi 33. Il suo posto si chiamava Bella Napoli ed è ancora lì dopo trent’anni. Pizza buona e storie migliori. Michele e Claudio si capivano. Erano simili, disillusi e vitali. La sera si allungava tra racconti impossibili e silenzi lunghi. In una di quelle sere, Michele telefonò. Disse: “Ho in mente una storia. Una scena. Ma non so se posso scriverla.”

E raccontò. Raccontò di quando a New York, nella sua barca al Boat Basin, la polizia aveva bussato per chiedergli conto di un’amica travestita, trovata morta. Morta di cause naturali. Ma dentro il suo appartamento avevano trovato un baule. Dentro, un corpo mummificato, avvolto in plastica. Michele lo conosceva. Aveva aiutato nei traslochi. Senza sapere, diceva, cosa c’era dentro. O forse sì. O forse non voleva sapere.

“Voglio metterla nel libro. Ma forse è troppo. Forse mi rovina il tono.”

“Scrivila, Michele. La verità non ha tono.”

C’erano giorni in cui Michele non usciva affatto. Dormiva fino a tardi, poi si svegliava sudato, beveva una spremuta d’arancia dal minibar e si metteva a scrivere. A volte lo faceva nudo, col corpo ancora impregnato dell’odore dell’altro – la ragazza, il kathoey, l’ombra che si era addormentata accanto a lui.

Scriveva su un vecchio Apple portatile. Diceva che era l’unico che gli restituiva il suono giusto dei tasti. “Deve fare clack, altrimenti non scrivo.”

Una volta andò al Vertigo, il bar panoramico in cima al Banyan Tree. Mise la giacchetta blu di lino e si sentì un figurino. Scrisse: “Vertigo è fighissimo, tipo Cala di Volpe e Costa Smeralda. Vista favolosa. Cameriera Thai col perfetto inglese. Le ho promesso un matrimonio e viaggi bellissimi in Italia.”

Poi la sera tornava a casa. A volte tentato dal massaggio con happy ending, a volte no. Una sera confessò via mail: “Mi sono fatto una sega. La seconda da quando sono qui.” Lo scriveva senza vergogna. Perché la verità, per lui, era sempre più interessante della dignità.

Girava tra soi 6, 7, 11 e 13. Conosceva tutto e tutti. Parlava del Climax come di un rifugio. Raccontava dei Ladyboys come figure mitologiche. Si sedeva, osservava, prendeva nota. Era un antropologo disperato.

 

Frammento NY – La Bronx Look e la Città in Corsa

 

He takes off his tie, throws his suit jacket in the back seat and puts on the leather jacket. He takes a little scarf and ties it around his forehead: “This is what I call the Bronx look.”

Prima il Mudd Club. Poi la macchina. Chelsea. Madison Square Garden. Hell’s Kitchen. Ogni nome è un verso. Ogni isolato, una promessa.
8th Avenue is a wonderful street… has everything NY has to offer.

Ogni tanto citava Shanghai. Diceva che l’energia lì era come quella di New York nel ’78. Ma poi aggiungeva: “Qui è diverso. Qui ti si appiccica. Ti entra dentro. Ti sfinisce.”

E poi tornava a scrivere. Di notte. Sempre di notte. Come se il buio fosse l’unica condizione onesta. Scriveva frammenti su Bangkok. Scriveva anche A Wasted Life. Ogni tanto le due cose si mescolavano.

 

Frammento NY – Il Tour dell’Invisibile

 

Then we arrive at Columbus Circle with the column or statue of the Genoese navigator, discoverer of the New World…
The Apollo Theater… The Teresa Hotel, where Fidel Castro stayed… the Baby Grand…

Ogni notte era un viaggio. Bangkok fuori che pulsava, e dentro quella stanza Michele che rideva e tremava. E scriveva.

L’ultima regola: alla terza è una relazione

Ogni tanto, nelle sue mail, Michele raccontava episodi minimi. Di incontri, di attese, di seduzioni mancate. Una volta scrisse:

“Incontro in strada con ragazza Thai, strafica ma insistente, scambio di numeri di telefono. Vive qui vicino. Possibilità di rivederla. Lei non ha chiamato, io neppure. 2.000 Baht per dormire con me. Troppo.”

Ma poi, poche righe dopo, una confessione più dolce:

“Mi ha chiamato la mia fidanzata trans, ma le ho detto che questa sera lavoravo. Ho già fatto con lei la regola del tre. È una delle pietre miliari del Capozzi pensiero: ‘alla terza è già una relazione’.”

Quel pensiero lo faceva ridere e lo addolciva. Non c’era più la furia del giovane Capozzi, ma una forma di tenerezza anarchica. Una voglia di essere ancora desiderato, ascoltato, amato. Senza mai dirlo troppo forte.

Poi tornava a scrivere. Ancora. Diceva che stava lavorando al secondo draft. Che lo aveva riletto tutto. Che A Wasted Life era quasi finito. Che non avrebbe riscritto nulla. “Se lo perdo, lo riscrivo. Gli dèi mi sono amici. Non gli rompo le balle.”

 

Frammento NY – Le Brown Sisters e Casa Dario

 

The Baby Grand is full of black people. Affluent, well dressed, men and women… hats of the Sunday Mass… the home of jazz.
Poi il bar dei travestiti. Grace Jones. Taxi. Le luci soffuse. La madre e la figlia invitate a ballare. E poi lui:
“Don’t you realize these are transvestites? Only you and your daughter are real women.”

Era stanco, ma contento. C’era un equilibrio strano tra la scrittura, il sesso, la nostalgia e il silenzio. Lo teneva in piedi. Ogni tanto diceva: “Devo conoscere il mio alter ego, presidente del Genoa Club Bangkok.” Oppure: “Oggi con Jack abbiamo mangiato un pollo buono. Il Conversi è in Italia, l’altro ci passerò presto.”

Bangkok diventava un rifugio e un delirio. Un luogo reale e uno specchio deformato. Michele lo sapeva. E lo lasciava accadere.

 

Frammento  NY– La Roxy e la discesa finale

 

The Roxy is a giant roller skating rink but on Friday and Saturday nights it becomes a discotheque…

A large crowd is outside… Daniel is recognized… the three are let in.
Bronx, luci, bassi profondi. Un mare di corpi. Dentro, la fine. Fuori, la città.

Scrivere, vivere, spendere tutto

Alla fine, lo sapeva. Quello era il viaggio ultimo. Non il più tragico. Ma l’ultimo in quel modo. Col portatile acceso, il corpo nudo, le parole che escono senza più freni. Bangkok come punto d’arrivo. Non geografico. Esistenziale.

Scrisse:

“Prendo una stanza grande, con cucina, bagno, piscina, palestra. 7.500 a settimana. Tanto, ma meno dell’albergo. Lavoro al libro ed esploro la città. Pattaya e Phuket possono aspettare.”

Poi, in un’altra mail:

“Mi sono fatto fare un massaggio con due giovanette, bocca, mani, acqua calda e olii. Impagabile. Che ci facciamo in Europa?”

Rideva. Ma era una risata lucida. Dolorosa. Onesta. Non voleva insegnare niente a nessuno. Voleva solo esserci, esserci ancora un po’, e scrivere finché il corpo reggeva.

 

Frammento NY – Chelsea Hotel e l’Arma Segreta

 

Back in my room at the Chelsea Hotel. I take a puff of Hawaiian marijuana. And the soufflé – it is light and warm and goes down smoothly. Then I drive. I am invisible.

Scrisse:

Per completare il draft devo inserire Bangkok oggi. C’è già il giro del mondo di 30 anni fa. Quindi solo degli inserti. Moderni, di riflessione sull’oggi.”

E ancora:

“Non immaginavo. Dalla ipotesi di perdere tutto sono alla realtà che ho un qualcosa di pubblicabile. In inglese o self-published su Amazon. Se lo avessi perso me ne sbatto. Lo riscrivo.”

E in fondo era questo che contava. Che Michele scrivesse. Che Michele ci fosse. Fino alla fine. Anche se tutto si confondeva: i massaggi, le mail, gli amori a ore, le luci, il gin, i ricordi, i sogni, e le pagine.

Tutto scritto.
Tutto vero.
Tutto, sempre.

Aveva scritto poco, quasi nulla. Aveva passato i giorni tra massaggi, sogni, fantasmi, gin tonic e racconti. Era tornato con il corpo sfatto e l’anima piena. Senza pagine da mostrare, senza giustificazioni. Diceva solo: “Mi sono perso. Ma era bellissimo.”

Aveva speso tutto quello che Candida gli aveva lasciato. In sesso, in cene, in taxi notturni, in mance generose, in sorrisi, in niente. Eppure nessuno gliene faceva colpa. Perché Michele era fatto così: il suo modo di scrivere era vivere, il suo modo di vivere era raccontare.

E se il libro non c’era, c’era stato tutto il resto.
E bastava.

L’ultima pagina. A Michele, capozzino

Michele è morto.

Sappiamo com’è andata. Sappiamo quando, dove, e anche com’era il cielo quel giorno. Non ha lasciato soldi, e non è importante. Ha lasciato qualcosa di molto più raro: un libro. Un libro che la famiglia forse pubblicherà, forse no. Un libro di cui io conservo una copia, che Michele mi aveva affidato perché lo leggessi, lo discutessimo insieme. Ero il suo script shrink, alla fine di tutto.

Se n’è andato come ha vissuto: senza chiedere permesso. Ironico, disarmato, pieno di desiderio e disincanto. Un uomo che aveva fatto pace solo con ciò che valeva la pena: la scrittura, il sesso, l’amicizia, la dolcezza.

Wasted Life è la sua ultima cosa viva. Un testamento obliquo, una lunga lettera scritta tra un massaggio e un monologo, tra una sega e un pensiero lucido sul Bronx, con il Mac sulle ginocchia e l’aria condizionata al massimo. Con accanto, spesso, il corpo stanco e bellissimo di un kathoey addormentato.

Non aveva paura della morte. Aveva paura di non scriverla.

Pochi anni fa, Michele mi chiese di scrivergli un coccodrillo. Di fronte alla mia preoccupazione, i suoi occhi azzurri si illuminarono:
“Nulla di cui preoccuparti, sono vivo ed in buona salute. Ti commissiono una pagina come se fosse un gioco, per scoprire cosa direte di me quando non ci sarò più.”
Non ero il solo. Michele domandò ad altri amici di scrivergli un necrologio. Alcuni si rifiutarono, pochi risposero a una richiesta tanto originale. Il mio coccodrillo fu pubblicato più di un anno prima della sua morte, nel dicembre del 2021, sul mio blog Altriorienti.com. Ricordo che Michele si divertì tantissimo. E tanto basta.

Era rimasto solo, ma non era mai stato solo. Portava con sé le sue donne, i suoi amici, le sue ossessioni, i suoi deliri. Portava Candida Royalle, che lo aveva fatto volare a Bangkok con un’eredità impensabile. Portava New York, portava le scale del Mudd Club, i taxi e i travestiti del Chelsea Hotel. Portava le ragazzine dell’Akane, le luci al neon della Sukhumvit, i tramonti su Saphan Taksin. E sopra tutto, portava la scrittura. Scrivere era la sua resistenza.

Ma chi lo ha conosciuto davvero sa che c’era qualcosa di più. Michele era, semplicemente, un uomo buono.
Mai una parola cattiva. Mai un insulto. Anche quando la vita lo bastonava. Diceva solo: Non ne vale la pena.
Aveva una gentilezza antica, quasi scandalosa: rispetto per i deboli, ascolto per i matti, cura per chi aveva meno. Non giudicava. Non pretendeva. Amava.

E forse è per questo che Bangkok lo amava. Perché nella città del caos e della carne, lui portava dolcezza. Portava rispetto. Portava quella sua umanità dolente e brillantissima, che ora ci manca come manca un rifugio.

Quanto abbiamo scritto non è un addio. È lui. È la sua risata. È la sua mano calda. È un abbraccio.

Firmava così:
capozzino

 

Ringraziamo per il bellissimo scatto la fotografa Lidia Giusto che lo concesse per essere pubblicato anni fa in un’altra circostanza editoriale

 

Michele Capozzi (Genova, 1946 – Genova, 2023)


Intellettuale anomalo, narratore del desiderio e dei margini, Michele Capozzi è stato un uomo fuori dai generi e fuori dai tempi. Nato a Genova nel 1946, si è laureato in Giurisprudenza e diplomato in Scienze Sociali. Negli anni Settanta ha vissuto a Londra come “figlio dei fiori” e ha lavorato nel cinema italiano con registi come Faenza, Giannarelli, De Palma e Lewis Gilbert. Nel 1978 si trasferisce definitivamente a New York, dove abita per oltre quarant’anni su una houseboat ormeggiata sull’Hudson.

Esploratore urbano ante litteram, ha guidato generazioni di viaggiatori attraverso i quartieri oscuri, notturni e nascosti della Grande Mela, trasformando il turismo in un’esperienza antropologica. Ha inventato la figura dell’urban pornologist, fondendo ricerca, performance e narrativa in un corpo unico. A bordo di una Chevrolet “sgangherata apposta”, ha portato centinaia di persone alla scoperta di gospel a Harlem, drag show nel Bronx, soul food, chiese battiste e afterhours segreti. Con lui ogni giro diventava un film.

Negli anni Ottanta ha coniato il termine Pornologia, anticipando una riflessione critica e politica sulla pornografia come linguaggio e come specchio sociale. È stato autore di riviste come Video Inserto X, X Eros in Video, Video XXX, e ha collaborato con icone del porno indipendente come Candida Royalle, diventandone complice e produttore.

Il suo documentario Pornology New York (2005), vincitore del pubblico al festival Cinekink e conservato al Museum of Sex di New York, è considerato un’opera di culto. Ha lavorato anche a TV Transvestite, Pasta al Porno, e a una miriade di progetti mai completamente finiti ma sempre intensamente vissuti.

Negli ultimi anni aveva avviato a Genova dei tour “underground” e un documentario intitolato Bollezzumme. È morto nel gennaio 2023 all’ospedale San Martino, dopo un ricovero breve. Fino all’ultimo ha scritto, ha amato, ha raccontato.

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