Il libro “Il trionfo della stupidità” di Armand Farrachi torna fuori da sotto una pila che non ricordo di aver costruito, non è una scoperta ma una ricaduta, perché i libri non si perdono davvero, si accumulano e poi ti si rovesciano addosso quando cerchi altro. Ne ho spostati venti per prenderne uno, lasciandoli per terra come resti di qualcosa che non riesco più a governare. Dalla stanza accanto arriva una voce che non è ancora una lite ma ne ha già la forma, e io so che tra poco dovrò dire scusa senza avere un motivo convincente.
Lo apro. Mi ritrovo subito dentro la storia della torta al cioccolato di Trump, quella frase che gira come una battuta venuta male, mentre invece è precisa, quasi tecnica, perché non parla della guerra ma del modo in cui la guerra si deposita nella testa di chi la decide, senza peso, senza attrito.
Aprile 2017, Mar-a-Lago, incontro con Xi Jinping: si discute di Siria, Assad e la suo sterminio chimico di civili a Khan Shaykhun. La risposta yankee di cinquantanove Tomahawk al regime. Occhio per occhio.
Trump lo racconta e nello stesso respiro descrive la torta che stanno mangiando, la più bella che si possa immaginare, e le due cose restano lì, incollate, senza distanza, come se appartenessero allo stesso evento. Non c’è niente da capire. Guerra e dessert stanno nello stesso spazio mentale.
Si discute della torta, della frase, dello stile, pari alle battute di Putin sulle puttane russe, che a suo dire sono le migliori del mondo, e di Berlusconi che invita le belle donne a sposare uomini ricchi per sconfiggere la povertà. Farrachi spreca esempi ed afferma che tali sproloqui non sono ingenuità, non sono credulità. È stupidità bassa, piatta, diffusa, pefetta. Non collega, non distingue, non pesa, ma tiene insieme cose che non stanno insieme e non se ne accorge. Non è un difetto, è lo stato delle cose.
Dalla stanza accanto la voce sale, e io guardo i libri per terra, il gesto inutile che li ha messi lì, e capisco che la scusa che sto per dire non riguarda il disordine ma il fatto che continuo a cercare un senso dove il senso non tiene, che sposto venti cose per capirne una e alla fine non capisco neanche quella. Farrachi resta aperto sul tavolo, la torta sospesa tra le pagine come un dettaglio fuori posto che però tiene tutto insieme, e mi sembra che sia sempre lì che si gioca la partita, tra una frase e l’altra, tra un libro per terra e una casa che si riempie lentamente. E a un certo punto non tieni più niente insieme.
1 maggio
