«Pensare di sostituire completamente il gas russo è un errore».
Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, lo dice oggi, senza alzare la voce. Non è politica. È struttura. Se il sistema si tende, alcune fonti tornano inevitabili. E tra queste c’è la Russia. Da qui bisogna partire. Non dalla guerra. Dalla frase. Perché quella frase arriva dopo anni passati a dire il contrario. L’Europa ha costruito, pezzo per pezzo, l’uscita dal gas russo. Ha pagato prezzi più alti, ha accettato contratti peggiori, ha riorganizzato rotte, terminali, fornitori. Ha fatto quello che si doveva fare — o quello che sembrava inevitabile. E per un momento ha funzionato. Il sistema si era stabilizzato. Non perfetto, ma funzionante. Il gas arrivava da altrove. Il petrolio trovava altre rotte. Il mercato aveva assorbito lo shock.
Poi il Golfo.
Non serve esagerare. Basta una cosa: lo Stretto di Hormuz non è un’opinione. È un passaggio fisico. Quando si restringe — anche solo nella percezione — tutto il sistema si muove. E si muove sempre nello stesso modo. Riduce. Taglia. Ritorna. Non ai valori. Alle fonti. Cina, India, Sud-est asiatico. Quella parte del mondo che consuma e cresce non può fermarsi. Se il Golfo diventa meno affidabile, quella domanda cerca altro. Non aspetta. Non discute. Compra. E compra dove può.
La Russia è lì.
Non è cambiata. L’abbiamo solo messa da parte. Ma il mondo non è noi. E quindi succede una cosa molto semplice: mentre noi pensavamo di essere usciti, gli altri sono entrati. La Russia ha venduto altrove, ha riorganizzato flussi, ha costruito nuove dipendenze. Non è sparita. Si è spostata. Adesso, se il sistema si tende di nuovo, quella capacità torna centrale. Non perché sia giusta. Perché esiste. Qui il punto si chiude. Non esiste un mercato morale dell’energia. Esiste un mercato unico. Se i volumi si restringono da una parte, la pressione aumenta ovunque. Se gli altri comprano di più, noi paghiamo di più. Se i prezzi salgono, le industrie rallentano. Se rallentano, la politica cambia tono. A quel punto le scelte diventano meno ideologiche. Molto più semplici. Quante fonti hai. Quanto costano. Quanto sono continue. Il resto scende.
Per questo la frase di Descalzi non è sorprendente. È tardiva. Il sistema non ha mai davvero sostituito la Russia. Ha solo trovato un equilibrio temporaneo. E gli equilibri temporanei, quando vengono stressati, si rompono sempre nello stesso punto: tornano alla base. La Russia è una base. Nel frattempo è successo anche altro. Gli Stati Uniti hanno riempito una parte del vuoto, vendendo LNG. Non per altruismo. Per interesse. E questo ha funzionato finché il sistema era relativamente stabile. Ma se il Golfo si incrina, anche quell’equilibrio diventa fragile. Non perché manchi energia. Perché cambia la distribuzione. E quando cambia la distribuzione, cambiano i rapporti di forza. La Russia non è più quella del 2021. Non ha più bisogno dell’Europa come prima. Se torni, torni dopo aver detto no. E questo si paga.
Trump.
Non serve giudicarlo. Basta guardare l’effetto. Ha riaperto spazi. Ha allentato vincoli. Ha rimesso in gioco attori che sembravano marginalizzati. Putin, dentro questo schema, non è stato sconfitto. È stato sospeso. E ora riemerge. Non come vincitore. Come fornitore necessario. Meno epico. Più concreto. E quindi la domanda resta.
Moriremo russi?
No. Non così. Ma nel momento di massima pressione il sistema torna sempre lì dove non voleva tornare. E quello che abbiamo chiamato indipendenza si rivela per ciò che era. Una parentesi. Lo stesso Descalzi, il 27 febbraio diceva l’opposto: per il gas russo non c’era più spazio, il mercato si era adattato, i contratti erano chiusi.
Sembra passato un secolo. Poi il sistema si è mosso. E le parole con lui. Il mercato non ha memoria. Ricalcola e basta.
