Il libro lo abbiamo trovato a Milano, al Libraccio, tra gli scaffali bassi dove la saggistica d’occasione dorme in silenzio. Costa dieci euro tondi. Si chiama Navigai con i pirati cinesi, è firmato da un certo Aleko E. Lilius, ed è stato ripubblicato nel 2018 da Res Gestae in una veste sobria, senza introduzione critica, senza mappa, senza apparati. Solo una nota notarile a fondo pagina, come un telegramma dimenticato:
“L’editore ha effettuato, senza successo, tutte le ricerche necessarie per identificare gli aventi titolo rispetto ai diritti dell’opera.”
Sembra il biglietto da visita di un fantasma o un atto di pirateria editoriale dello stesso editore, mi perdoni il gioco di parole, che però si assume ogni responsabilità nel dare alla stampe una curiosità.
E il fantasma c’è. Si chiama Aleko. Scrittore? Reporter? Mitomane? Forse tutte queste cose insieme. Firma da Zamboanga, Filippine, nel maggio 1930, una lunga introduzione in cui racconta che scrivere questo libro gli ha causato dolore. Raccontare la realtà — scrive — è come doverla rivivere. Ma lo fa, spinto da un amico professore nelle Filippine e da un senso vago di dovere verso qualcosa che nemmeno lui riesce a nominare. Racconta di Bias Bay, di giunche, di pirati col cappello di paglia e di consoli americani che lo guardano con aria scettica.
E poi, lì in alto, all’inizio del libro, una frase semplice e solenne, che cambia tutto:
Dedicato alla memoria del coraggioso Weng.
Non solo un domestico ma un fedele amico
che morì al mio servizio.
– Aleko E. Lilius
È in questa breve nota che il libro smette di essere solo un’avventura coloniale e diventa un gesto umano. Chi era Weng? Come morì? Fu colpito durante un assalto? Morì di febbre? O si sacrificò per il suo padrone bianco, in qualche notte umida al largo di Swatow? Nessuna spiegazione. Solo l’onore della memoria. Solo la gratitudine ostinata, scritta come una promessa postuma.
Il libro prosegue come una giostra malandata ma magnetica: inseguimenti a Hong Kong, travestimenti, testimonianze contraddittorie, case da gioco a tre piani, portoghesi che sanno tutto ma non dicono niente. I pirati? Sono ovunque. Nascosti tra i passeggeri dei piroscafi, armati nei vani della nave, organizzati come una holding criminale. Aleko si muove tra loro come un uomo che non sa se è vivo o già nel regno delle ombre.
Le fotografie, riprodotte nell’edizione Res Gestae, lo mostrano a bordo della giunca della piratessa Lai Choi San, in posa accanto a uomini magri e duri come pietra. In un’altra immagine osserva i marinai prima dell’attacco. I volti sono impassibili. Ma si intravede qualcosa: una complicità, una stanchezza, una verità che sfugge alle parole.
Verso la fine, quando le autorità di Macao iniziano a sorvegliarlo, Lilius è costretto a fuggire, travestito, protetto da contatti incerti. Tutti lo sospettano, pochi lo aiutano. Persino i pirati cominciano a vederlo come un traditore. Ma lui scrive. Registra. Osserva. Forse esagera. Ma chi può dire cosa è esagerazione, in un mondo dove la giustizia viaggia a bordo di una giunca, e la verità dipende da chi porta la pistola più nuova?
Alla fine del viaggio, restano alcune immagini sfocate e una dedica incisa come un testamento. Weng è morto. Aleko è scomparso. Il libro resta.
Dieci euro bastano per salire a bordo. E mentre la carta scricchiola sotto le dita, tra un timbro doganale e un’ombra d’oppio, si capisce che il vero tesoro non era la piratessa, né il bottino. Era Weng, e la fragile fedeltà tra uomini lontani, nel cuore molle della storia.
26 settembre

Aleko E. Lilius (1890 – 1977) è stato un giornalista, fotografo e scrittore di origini finlandesi, noto per aver attraversato – e raccontato – i margini più oscuri e affascinanti del mondo coloniale asiatico. Cosmopolita, enigmatico, multilingue, visse tra l’Europa, le Americhe, il Sud-est asiatico e la Cina meridionale, collaborando con testate internazionali e pubblicando reportage che oscillano tra il documento e la finzione.
Il suo nome è legato in particolare al libro I Sailed with Chinese Pirates (Navigai con i pirati cinesi, 1931), in cui racconta la sua incredibile esperienza a bordo delle giunche della famigerata piratessa Lai Choi San, nelle acque torbide di Bias Bay, a est di Hong Kong. Il libro è oggi considerato un ibrido affascinante: un incrocio tra cronaca coloniale, romanzo picaresco e diario morale.
Lilius visse a lungo tra Zamboanga, Macao, Hong Kong e Manila, mantenendo contatti con consoli, ufficiali, editori e contrabbandieri. La sua figura rimane in parte avvolta nel mistero, come i luoghi che ha raccontato: è stato creduto morto più volte, arrestato, ricercato, e infine dimenticato. Ma le sue parole restano, come restano certe ombre che nessun archivio sa contenere.
