Riceviamo via posta — sì, ancora la posta, con il suo ritmo gentile e fuori dal tempo — una bellissima lettera da Ronald Jeremy Hyatt, gentiluomo inglese ormai in pensione, dopo una vita dedicata al commercio di tè malese delle Cameron Highlands e all’osservazione appassionata della natura. Oggi Ronald vive nel fresco delle colline a nord di Chiang Rai, in Thailandia, dove la brezza è leggera e il tempo scorre più lento.

Ci scrive con garbo, raccontandoci del patrimonio aviario thailandese e della guida che considera compagna fedele delle sue escursioni, Birds of Thailand di Craig Robson.
Pubblichiamo con piacere il suo contributo, omaggio spontaneo a un paese che, più di altri, ha saputo conservare la grazia effimera del canto e del volo.

Nel regno degli uccelli: riflessioni sull’incanto aviario della Thailandia di Ronald Jeremy Hyatt faunista dilettante

“A bird does not sing because it has an answer. It sings because it has a song.”
— Proverbio cinese, annotato a margine da un viaggiatore inglese nell’antico Siam.

Vi sono paesi che si offrono al viaggiatore con la disinvoltura di una metropoli, altri che restano chiusi come scrigni, accessibili solo a chi possegga la chiave giusta. E poi c’è la Thailandia: uno di quei rari luoghi in cui basta aprire gli occhi, un po’ prima dell’alba, per trovarsi testimoni di un concerto spontaneo, raffinato, irripetibile. Un concerto di piume e silenzi, di canti e migrazioni, orchestrato da creature leggere che hanno attraversato continenti per giungere fin qui.

Chi si appassiona di ornitologia in Oriente — non il birdwatcher occasionale, ma il gentiluomo del binocolo, con la pazienza di un collezionista d’ombre — conosce Birds of Thailand di Craig Robson, bibbia non ufficiale ma unanimemente rispettata, che nel suo rigore illustrato pare evocare una Royal Society del piumaggio. In quelle pagine, il paese si rivela per ciò che davvero è: una cattedrale di biodiversità, attraversata da correnti migratorie, altipiani remoti e selve tropicali dove la natura recita ancora a soggetto.

Con oltre mille specie registrate, la Thailandia custodisce una delle più ricche varietà aviari del continente asiatico. È un crocevia, una zona franca tra i mondi: qui si incontrano i migratori delle steppe siberiane, gli esuli del delta cinese, gli stanziali della penisola malese. Non è raro, in certi mesi, imbattersi in stormi che hanno percorso migliaia di chilometri — come i limicoli del Mare di Okhotsk — per trovare rifugio nei parchi nazionali del Sud, o nei campi di riso del Nordest.

C’è una regalità malinconica nel volo del hornbill, con quel becco esagerato e la silhouette barocca: sembra uscito da una caricatura vittoriana. C’è la timidezza del pitta, che si lascia vedere solo ai più fortunati. E poi ci sono i silenzi mobili dei drongo, le ombre teatrali degli eagle-owls, i lampi irreali dei sunbird, che appaiono tra le foglie come piccole divinità del colore.

“Birding in Thailand,” scriveva un colonnello britannico in pensione di stanza a Chiang Mai nel 1932, “is an occupation for gentlemen of quiet soul and patient tea-time.” Non aveva torto. Nei santuari naturali del paese — dal Doi Inthanon al Khao Yai, dalle mangrovie di Krabi ai margini nascosti del Mekong — lo spirito si riconcilia con la lentezza e l’osservazione. Qui il tempo si misura in battiti d’ala, e il lusso è quello di riconoscere un canto tra i mille, di saper dire quel fischio viene dal broadbill, e non dal barbet.

L’influenza dell’aristocrazia scientifica britannica, del resto, è ancora visibile. Molte delle prime classificazioni sono opera di esploratori vittoriani, le cui spedizioni fondevano spirito coloniale e sincera meraviglia. In qualche antica biblioteca di Oxford o di Singapore, si trovano ancora i diari fittamente annotati di questi gentiluomini della lente d’ingrandimento, con disegni a penna e datazioni maniacali: testimonianze di un’epoca in cui l’ornitologia era anche un’arte del tempo e dell’attenzione.

Ma la Thailandia, fortunatamente, ha saputo custodire questi tesori anche oltre le memorie coloniali. Oggi, molte delle aree protette sono gestite con competenza e passione. Guide locali, spesso eredi inconsapevoli di quegli esploratori, accompagnano i visitatori in cerca del silver pheasant o del rarissimo gurney’s pitta, scomparso per decenni e poi miracolosamente riapparso, come un personaggio di Conrad.

Vi è qualcosa di profondamente umano nel cercare uccelli in un paese come questo. È una forma di meditazione attiva, che unisce la bellezza alla scoperta. L’osservatore non impone nulla: si limita a ricevere, con grazia. Ogni incontro è un dono. Ogni canto, un invito a restare un po’ di più, senza domandare nulla.

E quando, alla sera, il cielo si riempie di sagome in movimento e la luce scivola sul Mekong come seta, si ha la sensazione, rara e perfetta, di essere esattamente nel luogo giusto del mondo.

un gruppo di Great hornbill

Un esemplare maschio adulto

La guida Birds of Thailand di Craig Robson è disponibile su Amazon. Puoi trovarla in diverse edizioni, sia nuove che usate, in formato cartaceo.​

L’edizione più recente, pubblicata da Helm Field Guides nel 2020, è particolarmente apprezzata per la sua completezza e le illustrazioni dettagliate. Questa edizione copre oltre 950 specie, con 166 tavole a colori che mostrano le varie variazioni di piumaggio. Ogni specie è accompagnata da testi concisi che descrivono l’identificazione, la voce, l’habitat e il comportamento, oltre a una mappa di distribuzione .​Bloomsbury+1Goodreads+1Goodreads+1Bloomsbury+1

Su Amazon.it, potresti trovare anche edizioni precedenti, come quella del 2006 pubblicata da Asia Books. Tuttavia, è importante notare che alcune di queste edizioni potrebbero non riflettere gli aggiornamenti tassonomici più recenti.​

Oltre ad Amazon, la guida è disponibile anche sul sito dell’editore Bloomsbury Publishing, dove puoi acquistare sia la versione cartacea che l’ebook in formato PDF.​

Se desideri, posso fornirti i link diretti per l’acquisto o ulteriori dettagli su ciascuna edizione. Scrivici.

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