Non è una notizia. È una confessione.
L’Iran vuole mettere per legge un dazio sullo Stretto di Hormuz. Non minaccia più. Fattura.
Paghi, passi. Non paghi, rallenti. O peggio ti bombardo ed affondo.
E il prezzo comincia ad avere un nome preciso: due milioni di dollari a passaggio e ce lo dice Alaeddin Boroujrdi alla televisione di stata iraniana. Non una cifra simbolica. Una tariffa. Nel Mar Rosso, gli Houthi movement lo fanno già. Senza legge, senza teatro. Il traffico cala del 60–70%. Basta quello. Il mercato capisce in fretta quando deve abbassare la testa. Chi parla di geopolitica sta perdendo tempo. Questo ha un nome semplice:
pizzo.
Non tassano le merci. Tassano il passaggio stesso. L’aria tra un porto e l’altro. Una petroliera da milioni non è più una ricchezza. È un bersaglio che si muove lentamente. Il paradosso è perfetto. Donald Trump, l’uomo dei dazi, davanti a un livello superiore del gioco: non il confine, ma il collo di bottiglia.
Non entri → paghi. Vuoi muoverti → paghi.
È un dazio esistenziale.“Stati pirata”? No. I pirati erano più puliti. Qui siamo allo Stato-canaglia con contabilità e partita doppia. Violenza più norma. Debito e credito. Rendita. Una pirateria che si prende sul serio. Ed è proprio questo che la rende più misera. Il punto vero è uno solo: paga. Ed è proprio questo il problema. Paga perché è una forma di potere povera, predatoria, senza alcuna ambizione oltre l’estrazione. Oggi Hormuz. Domani qualsiasi stretto, porto, cavo, pipeline. Ovunque ci sia una strettoia e qualcuno armato abbastanza da farla rispettare.
E allora torna alla mente quella scena. Non ci resta che piangere. Massimo Troisi e Roberto Benigni davanti al gabelliere.
“Chi siete? Cosa portate?
Un fiorino.”
Oggi la scena è identica. Solo aggiornata all’inflazione:
non più un fiorino.
Due milioni di dollari.
Vuol dire sempre la stessa cosa: pagare per passare. Solo che questa volta non fa ridere.
31 marzo
