Ad oltre mille chilometri dalle coste dell’India, e a quasi duecento dalla Birmania e dalla Thailandia, c’è un punto minuscolo nel Golfo del Bengala dove il mondo si è dimenticato di evolversi. Un’isola, una manciata di alberi e sabbia, qualche capanna. Lì vive un gruppo di uomini nudi che non vuole essere salvato.
Li chiamano Sentinelese, ma è un nome inventato da chi non li ha mai visti da vicino. Non parlano inglese, non sanno cos’è l’India, non conoscono Dio, la democrazia, il diritto, né la nostalgia. La civiltà li osserva da cinquemila metri di quota e dice che “li rispetta”.
Il primo a parlarne, con la calma oggettiva dell’ignoranza, fu Marco Polo. Nel 1296 li descrisse come “una razza brutale e selvaggia, con teste, occhi e denti simili a quelli dei cani”. Diceva che “uccidono e mangiano ogni straniero che riescono a catturare”. Da allora, nulla è cambiato, se non il tono delle parole.
Oggi una Francesca Albanese o una Rula Jebreal definirebbero Marco Polo un razzista, io no. Oggi li chiamiamo “tribù incontattata” per sentirci woke dove lui scrisse “razza brutale”. La differenza è solo semantica: oggi l’ammirazione dei più ha sostituito il disgusto dei pochi.
Nel 1771 una nave della Compagnia delle Indie vide delle luci sull’isola e passò oltre, saggia e disinteressata. Ottant’anni dopo, la Nineveh, un mercantile indiano, si incagliò sulla barriera corallina. Ottantasei passeggeri e venti membri d’equipaggio riuscirono a raggiungere la spiaggia. Rimasero lì tre giorni, finché i Sentinelese decisero che la festa era finita e li attaccarono con archi e frecce di ferro. La storia è nota nella sua versione coloniale: “i selvaggi hanno colpito per primi”. Ma chissà come suonava dall’altra parte. Forse nel villaggio si discusse: lasciarli vivere o eliminarli? Forse i naufraghi violarono un confine invisibile, una legge non scritta, o semplicemente disturbavano il paesaggio. Tre giorni di pazienza sono già un atto di civiltà.
Nel 1975, l’ex re del Belgio Leopoldo III, in una crociera di cortesia tra le Andamane, volle avvicinarsi all’isola. Di notte, a bordo di un elegante battello, si spinse tanto vicino da permettere a un guerriero nudo di incordare l’arco e puntarglielo addosso. Era il sogno perfetto di un europeo in pensione: essere minacciato dai selvaggi, ma con una buona storia da raccontare al ritorno. Nessuno venne colpito.
Oggi la scena si ripete con più tecnologia e meno pathos. Li definiamo “incontattati”, come se bastasse un prefisso per dare dignità all’ignoranza reciproca. Sono diventati la nostra riserva morale, l’ultimo specchio in cui guardarci mentre affoghiamo nel fango del progresso. È la versione tropicale del senso di colpa: conservare qualche selvaggio superstite come prova di buona volontà. C’è una legge che vieta di avvicinarsi a meno di cinque chilometri. La chiamano “zona di rispetto”. È una formula straordinaria: il rispetto come quarantena. I droni sorvolano l’isola, le motovedette pattugliano i coralli, i ministri firmano decreti ecologici in nome della libertà degli altri. In realtà ci serve che restino prigionieri della loro purezza. È l’unico modo per rendere il nostro disagio esteticamente sopportabile.
Ogni tanto un idiota tenta lo sbarco. Un missionario, un influencer, un illuminato da aeroporto. Arriva con il kayak, canta una canzone, viene trafitto da una freccia. Fine del film. La stampa parla di “tragedia culturale”. Io lo chiamerei semplicemente selezione naturale. L’India parla di “politica del non contatto”. “Eyes on, hands off.” Guardare, ma non toccare. Un motto perfetto per la pornografia morale del XXI secolo. Li spiamo con i satelliti, li contiamo con i droni termici, li studiamo con il linguaggio della compassione. Siamo diventati voyeur dell’innocenza, guardoni della preistoria.
Ma poi, alla fine, che ne sarà dell’isola Sentinel?
Non lo sappiamo. Non lo vogliamo sapere. Sappiamo solo che là dentro la vita è corta, la fame costante, la malattia senza nome. I bambini non imparano a leggere, non sanno nemmeno che esiste qualcosa da leggere. Non c’è medicina, non c’è memoria, non c’è storia. E noi lo chiamiamo “rispetto”.
La tradizione arcaica, quando sopravvive a sé stessa, degenera. Le società che si chiudono — per fede, per paura o per orgoglio — finiscono per confondere la purezza con la malattia.
È un fatto, non un’opinione: dove la religione o la tribù contano più dell’individuo, il sangue si richiude su sé stesso, come una lingua morta che continua a parlare da sola. Succede nel Regno Unito dove la comunità islamica pakistana si sposa tra cugini nella misura di due terzi ed effetti da gabinetto degli orrori, e succede anche a North Sentinel, dove cinquecento corpi si ripetono da millenni.
Il sangue puro è solo sangue esausto. Ma noi lo chiamiamo ancora “identità”, e ci commuove.
È l’alibi perfetto dell’uomo civile: lasciare che gli altri muoiano nella loro purezza. Li teniamo nella barbarie per sentirci meno barbari noi.
Gli antropologi recitano la parte dei sacerdoti. Parlano di “cultura autonoma”, di “resistenza simbolica”. In realtà, nessuno ha il coraggio di dire che il pianeta li considera un esperimento riuscito di isolamento forzato. Sono un successo amministrativo, un trofeo biologico, un feticcio di ministero. Un modello perfetto di estraneità e chiamarlo rispetto.
I Sentinelese, dal canto loro, non hanno bisogno di dire nulla. Vivono, pescano, scopano, dormono. Non votano, non si confessano, non leggono i nostri articoli.
Non sanno che esistiamo — ed è per questo che ci fanno impazzire. Perché sono l’unico gruppo umano che non abbiamo ancora contaminato né convinto.
E quindi dobbiamo amarli, odiarli, idealizzarli. Un’umanità di scorta per i tempi di carestia spirituale. L’ironia è che li teniamo in vita solo perché non li capiamo. Li lasciamo là, come un virus inattivo in una capsula di vetro. Appena cerchiamo di interpretarli, morirebbero — loro o noi, non importa chi per primo.
Così abbiamo inventato il concetto perfetto: “isolare per proteggere”. L’etica come anestesia. È una trappola simmetrica: noi abbiamo bisogno del loro rifiuto, loro non hanno bisogno di nulla. È l’unica relazione sana che la civiltà abbia mai avuto.
Ogni decennio un qualche funzionario si chiede se censirli, contarli, inserirli in un database. Poi si ricorda che sono pericolosi e chiude la pratica. Il sistema li adora proprio perché sono ingestibili. Sono il fallimento che funziona, la prova che qualcosa può ancora sfuggire al controllo. Intanto li guardiamo da lontano, come bambini davanti all’acquario dei piranha. Facciamo finta che ci commuova la loro libertà, ma in realtà invidiamo la loro indifferenza. Noi, con i nostri smartphone e i nostri diritti umani, siamo prigionieri del contatto permanente.
Loro no. Hanno scelto l’assenza. Hanno fatto del rifiuto una forma di superiorità.
Il vero mistero dei Sentinelese non è come vivono, ma come resistono a essere spiegati. Ecco ciò che li rende insopportabili: non ci danno il piacere di essere studiati. Ogni freccia che scagliano è una recensione al nostro desiderio di capire tutto. A forza di chiamarli “incontattati”, abbiamo finito per trasformarli in metafora di noi stessi. Loro non sono l’ultimo popolo libero: siamo noi i prigionieri, incatenati alla necessità di raccontare ogni cosa, di dare senso anche al silenzio altrui.
La loro isola è l’ultimo luogo senza Wi-Fi, senza Dio e senza metafore. Per questo non potremo mai entrarci. Il mondo li ammira, li difende, li trasforma in poster ONU della diversità culturale. E loro, muti, continuano a vivere. Senza sapere di essere il nostro alibi.
North Sentinel Island: la riserva umana della civiltà. Un recinto perfetto. Dentro, loro. Fuori, noi. E più a ovest, un altro recinto senza le nostre regole.
Si chiama Gaza. Dove Hamas ha preso in ostaggio un popolo e fatto del proprio assedio una religione di morte.
Là, come nel cuore di ogni tenebra, si prega per la distruzione.
11 novembre

Immagine di abitanti delle isole Sentinel