La verità è diventata una vertigine, una zona instabile che spaventa. La parte, invece, offre calore, appartenenza, senso immediato.
Così l’uomo del nostro tempo non discute più per capire, ma per schierarsi.
Ogni causa diventa un rifugio morale, ogni ingiustizia un pretesto per espiare la propria.
L’unilateralismo pro-palestinese e maomettano è solo un esempio, il più emblematico forse, di questa postura del secolo: una fede senza Dio, una religione civile che sostituisce la colpa con la compassione e la compassione con il rancore.
Non è più questione di capire un popolo, ma di tradire il proprio.
Non per odio, ma per stanchezza.
Per il desiderio di sentirsi dalla parte giusta, anche solo per un istante.
Il contemporaneo, così, non combatte per la giustizia ma per il proprio equilibrio interiore; non sogna una pace reale, ma una pace estetica, fatta di slogan e indignazioni rituali.
Il pro-palestinese e maomettano non crede in Maometto, ma nella funzione purificatrice dell’Altro: l’idea che l’altro, il lontano, il non occidentale, possa redimere la storia che noi abbiamo corrotto.
È questo, forse, il vero obiettivo del contemporaneo: non cambiare il mondo, ma cambiare colpe.
Liberarsi della propria, adottandone una più esotica, più tragica, più fotogenica.
Non è politica, né morale. È estetica della colpa.
E in questa estetica, il contemporaneo trova finalmente ciò che gli mancava: una forma di fede. Così il contemporaneo non crede più in nulla, ma vuole credere d’aver creduto.
13 ottobre
