Una piazza qualsiasi, in un pomeriggio ventoso. I cartelli di cartone oscillano come bandiere stanche, le voci rimbalzano tra i palazzi, le frasi si ripetono, uguali, fino a perdere significato. Qualcuno urla parole d’ordine che non capisce, qualcun altro filma, qualcuno piange. Tutti sembrano sinceri, eppure la scena ha qualcosa di irreale, come se fosse una replica di un’emozione già recitata.
C’è chi invoca la giustizia, chi la libertà, chi la pace — ma la verità, quella, non la cerca più nessuno.
Il tema è sorprendente, eppure essenziale: la piazza è tornata, ma non la rivolta.
Migliaia di persone — studenti, militanti, pensionati, anime generose o confuse — si sono ritrovate nelle strade d’Europa e d’Italia per denunciare il genocidio, o i crimini, di Israele a Gaza. Una folla vasta, spesso sincera, che porta in sé una domanda antica: come si può tacere davanti al dolore degli innocenti? E tuttavia, in filigrana, qualcosa non torna. Non la causa — che è legittima — ma la forma del gesto. Non la pietà, ma la sua rappresentazione.
Oggi la protesta non nasce più per cambiare, ma per mostrarsi. È una forma di linguaggio, una coreografia di appartenenza, un rito pubblico dell’indignazione. La piazza non è più il luogo dove si tenta di rovesciare l’ordine delle cose, ma dove si dichiara un’identità morale. Non si tratta più di agire, ma di esibire un sentimento. È un teatro dell’anima collettiva, una liturgia senza potere.
In questo teatro, la realtà non conta più. Conta la narrazione, l’immagine, la frase che circola e si moltiplica. La falsificazione del reale — un tempo strumento di propaganda — è diventata il nuovo alfabeto della vita pubblica. Si parla in iperboli, si pensa in slogan, si crede in emozioni. La menzogna non serve più a nascondere la verità, ma a semplificarla fino a renderla commerciabile, condivisibile, digeribile.
Così le parole — “genocidio”, “resistenza”, “apartheid” — si trasformano in segnali di tribù. Non servono a capire, ma a dire: io sono da questa parte.
E sotto questo linguaggio deformato, come un suono basso e persistente, si percepisce una vibrazione antica: l’antisemitismo, la nota profonda che torna sempre, con nuovi travestimenti. Non lo si nomina, ma si sente. È un’eco di fondo, una corrente sotterranea che attraversa la cultura europea, anche quando si finge di non averla più. Si manifesta non tanto nei gesti o negli insulti, ma nella sproporzione del giudizio, nella certezza feroce di chi condanna un popolo intero, nel gusto oscuro della colpa trasferita su altri. È come se ogni generazione, periodicamente, avesse bisogno di ripetere il rito della distanza, di espellere l’ebreo simbolico — oggi Israele — per sentirsi di nuovo pura.
Ma qui la falsificazione si moltiplica, si raddoppia e si intensifica fino a diventare parodia di sé stessa.
Da un lato c’è la menzogna morale di chi scende in piazza in nome di un’ingiustizia universale e poi ignora le ingiustizie domestiche: i salari bloccati, la sanità pubblica smantellata, la legge di bilancio che taglia sul lavoro, l’età pensionabile che si alza nel silenzio di fronte ai maxi profitti delle multinazionali che non pagano tasse.
Dall’altro, la menzogna più grave, più tossica: quella di prendere le parti di un interlocutore canaglia. Perché si potrà raccontare tutto quello che si vuole, ma Hamas è un’organizzazione terroristica, e Israele no. Hamas ha iniziato lo strazio, Israele no. Hamas uccide civili per scelta, Israele per tragico effetto collaterale. Hamas è colpevole, Israele è dannata dalla storia. Eppure la piazza si inverte, si ribalta, rovescia la logica fino a negarla. La vittima diventa carnefice, il carnefice eroe, e il pensiero si dissolve in un delirio sentimentale che scambia il male per ribellione. È la falsificazione della falsificazione, la falsificazione elavata a potenza: una menzogna che non solo ignora la verità, ma la rovescia deliberatamente per costruire un mito di purezza morale.
La realtà scorre altrove.
La legge di bilancio è sul tavolo, l’età pensionabile si innalza, i contratti stagnano, i salari non crescono, i servizi pubblici collassano. Eppure nessuno scende in piazza per questo. Nessun corteo per la scuola, per la sanità, per il lavoro. Nessuna indignazione per le disuguaglianze che crescono dentro casa nostra.
Gli stessi sindacati che organizzano cortei contro la guerra sono assenti sulla difesa reale dei lavoratori; le stesse forze politiche che si ergono a coscienza morale dell’umanità si mostrano inerti di fronte al bilancio del proprio Paese.
Il grottesco è tutto qui: la stessa folla che oggi si commuove per Gaza domani tornerà alla propria routine, senza pretendere nulla per sé. Gli stessi attori che mobilitano la piazza — leader sindacali, intellettuali indignati, volti televisivi del “progressismo morale” — sono inadeguati alla minima difesa materiale dei propri rappresentati. I promotori sono inetti nel proteggere i propri elettori e iscritti, e si dirigono altrove: verso un luogo dove ogni cosa è morale, ma nessuno affronta la realtà della vita e del lavoro.
Dei casseur, alleati con le frange domestiche della fratellanza musulmana, non parlo. Quella non è più politica: è cronaca nera, e con essa dovremo fare i conti nei prossimi anni, come profetizzava Houellebecq, con la lucidità dei disperati e la precisione di chi sa già come andrà a finire.
Si ha la sensazione di assistere a un grande avanspettacolo della coscienza, dove ognuno recita la parte dell’eroe buono, con la voce tremante e le lacrime al posto giusto. Tutto è perfettamente messo in scena: le bandiere, i megafoni, i comunicati, le dirette sui social. Ma dietro le quinte, non resta nulla.
Solo l’eco di una parola svuotata: giustizia.
Quando cala il sipario, si scopre la verità amara: i promotori di questa indignazione collettiva sono attori di modesto avanspettacolo, replicanti stanchi di un copione che non sanno più riscrivere. La folla applaude, convinta di partecipare alla Storia, ma ciò che ha vissuto è soltanto un pomeriggio di rappresentazione morale.
10 ottobre
