Esiste un equivoco quando si parla di una guerra tra Stati Uniti e Iran. La si chiama ancora guerra, come se si trattasse di uno scontro tra eserciti comparabili, come se due volontà militari si affrontassero con esiti incerti. In realtà, se si osserva freddamente la struttura tecnologica del conflitto contemporaneo, la parola guerra diventa quasi impropria.
Assomiglia piuttosto a ciò che accadde nel 1519 quando Hernán Cortés sbarcò sulle coste del Messico. Cinque secoli fa un manipolo di uomini — cinquecento spagnoli malnutriti, avventurieri e debitori della Corona — si trovò davanti uno degli imperi più grandi del continente americano. L’impero azteco disponeva di città immense, di eserciti numerosi, di una struttura religiosa e politica millenaria.
Eppure la partita era già decisa.
Non perché gli spagnoli fossero più coraggiosi. Non perché fossero più numerosi. Ma perché appartenevano a un altro livello tecnologico della storia. Acciaio contro ossidiana. Cavalli contro fanteria. Archibugi contro lance. E soprattutto un’organizzazione militare e mentale completamente diversa. La conquista non fu una guerra nel senso classico del termine. Fu uno shock di civiltà militari incompatibili.
La storia militare offre altri episodi simili. Uno dei più impressionanti avvenne nel 1898, nel Sudan. Sulle rive del Nilo, vicino a Omdurman, l’esercito britannico comandato da Kitchener affrontò le forze mahdiste. I guerrieri sudanesi erano decine di migliaia, animati da un fervore religioso straordinario. Caricarono con lance e spade, convinti che il coraggio e la fede potessero piegare l’avversario. Dall’altra parte li aspettavano mitragliatrici Maxim, fucili moderni e artiglieria. Il risultato fu un massacro quasi irreale: migliaia di morti in poche ore, contro perdite britanniche minime. Winston Churchill, che era presente come ufficiale e giornalista, scrisse che sembrava meno una battaglia che un esperimento di distruzione industriale. Non mancava il coraggio. Mancava la simmetria. Se si osserva con lo stesso distacco la distanza tra l’apparato militare americano e quello iraniano, il parallelo non appare del tutto improprio.
La guerra contemporanea delle grandi potenze non è più fatta di divisioni che avanzano e retrocedono su una mappa. È una combinazione di satelliti, droni, intercettazioni elettroniche, sensori e algoritmi capaci di analizzare enormi quantità di dati. Prima ancora che un aereo decolli, un sistema di analisi ha già costruito la lista dei bersagli, calcolato la probabilità di successo, previsto le difese e simulato le conseguenze.
La guerra è diventata un problema di targeting. Gli uomini sono quasi una conseguenza secondaria. Questo produce una situazione nuova nella storia militare: la quasi assenza di rischio per una delle parti. Non sempre, naturalmente. Ma nella logica generale sì. Il soldato che lancia un missile oggi può trovarsi a migliaia di chilometri dal bersaglio. Non vede il nemico, non sente il rumore della battaglia, non respira l’odore della polvere.
La guerra diventa una forma di ingegneria. È qui che la parola guerra comincia a perdere significato. Perché la guerra, nella sua definizione classica, implica reciprocità del rischio. Anche il più forte può perdere. Anche il vincitore paga un prezzo. Quando questa reciprocità scompare, il conflitto cambia natura. La parte tecnologicamente superiore combatte una guerra quasi matematica. La parte inferiore combatte una guerra esistenziale. Qui nasce un fenomeno che la storia ha già visto più volte: il martirio collettivo.
Quando la vittoria diventa impossibile, l’obiettivo cambia. Non si combatte più per vincere. Si combatte per testimoniare.
Lo si vide nella guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, quando adolescenti iraniani venivano mandati sui campi minati con piccole chiavi di plastica al collo, simbolo del paradiso promesso. Lo si vide nei kamikaze giapponesi negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Lo si vide, in forma tragica e grottesca, anche nel bunker di Berlino nel 1945. Quando Hitler capì che la guerra era perduta, la logica non fu salvare la Germania. Fu trascinare la Germania nella rovina. La distruzione diventava la prova della purezza della causa. La storia conosce bene questa trasformazione: quando la vittoria è impossibile, la politica può trasformarsi in teologia della sconfitta. In quel momento la guerra cambia registro. Per una parte resta un problema tecnico. Per l’altra diventa una forma di liturgia. Questo il vero pericolo dei conflitti contemporanei tra potenze tecnologicamente incomparabili. Non la sconfitta militare — quella è spesso prevedibile — ma la mutazione psicologica del conflitto.
L’Occidente tende a pensare la guerra come un problema strategico: equilibri, deterrenza, costi, vantaggi.
Ma per alcuni regimi e per alcune culture politiche la guerra può diventare altro: una prova morale, una testimonianza, talvolta persino un sacrificio. Quando due logiche così diverse si incontrano, la guerra smette di essere strategia e diventa qualcosa di molto più instabile. Gli spagnoli che arrivarono nel Nuovo Mondo non incontrarono solo eserciti. Incontrarono un universo religioso.
Cortés aveva cavalli e archibugi. Oggi le armi sono gli F-35 e gli algoritmi.
Ma la reazione dell’uomo sconfitto non è cambiata in cinque secoli: se non può vincere, può scegliere di morire.
10 marzo

Winston Churchill