[Suggerimento d’ascolto: Music for the Royal Fireworks di Georg Friedrich Handel. Volume moderato. Finestra aperta. Un bicchiere di vino rosso accanto. Aprire il link e poi leggere con lentezza.]

C’è stato un tempo in cui la guerra era una linea tracciata nel fango. E quella linea non si poteva oltrepassare senza combattere. Si moriva per pochi metri, ci si congelava in trincea, si combatteva corpo a corpo nel nome di una patria, di un impero, di una vendetta. La guerra era un’istituzione del dolore, e insieme una crudele pedagogia del mondo.

La Prima guerra mondiale — con i suoi milioni di morti, la matematica della carne maciullata, le conquiste di 300 metri pagate con 60.000 vite — era atroce, ma era coerente. Nella sua follia aveva un rigore. La morte era l’unità di misura del conflitto. Il sangue la cartina geografica. Il dolore, la grammatica.

Poi la storia ha piegato l’asse. Sono venute le guerre intelligenti, i bombardamenti chirurgici, le missioni di pace con i cacciabombardieri. Ma sempre di guerra si trattava: aveva un fronte, una dinamica, un prezzo. Fosse Vietnam, Iraq, o Afghanistan, si moriva ancora. Si sbagliavano ospedali, si distruggevano villaggi, ma non si fingeva che la guerra non fosse guerra.

E adesso? Adesso siamo oltre.

Il 23 giugno 2025, ore 22:04, il Corriere della Sera pubblica una notizia straordinaria. Donald Trump — di nuovo presidente, di nuovo in diretta — ringrazia pubblicamente l’Iran per averlo avvisato di un attacco missilistico in risposta alla distruzione americana dei siti nucleari iraniani. Un attacco che lui definisce “molto debole”, quasi educato. Aggiunge: “Ora la pace.”

Ci si ferma un attimo. Si rilegge. Non può essere. E invece lo è.

Una guerra con preavviso. Una guerra in cui il nemico telefona per dire che risponderà, ma non troppo forte. Una guerra in cui si bombarda — ma con moderazione — per non urtare la sensibilità dell’altro. Una guerra che pare un duello da salotto vittoriano, dove ci si dà appuntamento all’alba, ci si spara per finta, e poi si pranza insieme al club.

Che razza di guerra è questa?

È una guerra grottesca, coreografata, teatrale. Una guerra che esiste nella misura in cui viene narrata, dichiarata, diffusa. Una guerra che non ha un fronte, non ha una mappa, non ha una trincea. È una guerra di rappresentanza, dove ciò che conta non è colpire, ma mostrare di averlo fatto. Non è infliggere danni, ma comunicare deterrenza.

Sembra una guerra, ma è una danza tra potenze che non vogliono davvero colpire troppo forte, perché non si gioca più la conquista della terra, ma la stabilità del sistema. Eppure si muore lo stesso, magari lontano, magari in silenzio, magari nei “danni collaterali” di qualche escalation calcolata male.

Nel frattempo, altrove, si combatte sul serio.

In Ucraina, ad esempio, si muore ancora come nella Prima guerra mondiale. Si guadagnano posizioni per poi perderle. Si torna alla guerra lineare, ai carri armati nel fango, ai trinceamenti, ai corpi congelati. Una guerra brutale e anacronistica, che convive con le guerre postmoderne. Una finestra sul passato che si affaccia dentro il presente.

Ma se l’Ucraina è la guerra come l’abbiamo conosciuta, il resto del mondo vive una guerra che non riconosciamo più.

Prendiamo ad esempio un’altra scena surreale: il leader delle cosiddette Unità Tribali Islamiche, in un comunicato circolato tra le agenzie arabe, chiede all’Egitto il permesso di attraversare il Sinai per andare a combattere Israele. Lo fa con un tono quasi cerimoniale, da crociata d’altri tempi, evocando ideali religiosi e rivendicazioni storiche. Ma più che Saladin, il risultato è Brancaleone da Norcia. Un esercito immaginario, disorganizzato, che avanza tra i deserti con lo spirito di una compagnia teatrale, più farsa che tragedia. Una guerra tragicomica, talmente folle e maldestra da rivelarsi — nel suo stesso delirio — impossibile.

E allora sorge il sospetto che la guerra stessa sia diventata un linguaggio usurato. Che non si possa più dire cosa sia davvero una guerra. Che la distinzione tra pace e conflitto si sia dissolta in un rumore continuo di annunci, ritorsioni, tweet, incursioni droniche e smentite diplomatiche. Non si bombarda più per distruggere, ma per segnalare. Ogni missile è un messaggio. Ogni raid è un linguaggio codificato tra potenze che si temono e si rispettano abbastanza da non volersi annientare. Si gioca a fare la guerra per evitare la guerra.

Nel frattempo, la stampa raccoglie le briciole di senso. I telegiornali mostrano immagini identiche di esplosioni indistinguibili, e il pubblico scorre, stanco, confuso, rassegnato.

La guerra oggi è una contraddizione pirotecnica. È come un concerto di Handel, con fuochi d’artificio lanciati non per colpire, ma per stupire (gradevole l’ascolto e le immagini vero?!). Per esistere. Per affermare una presenza scenica. Non c’è più frontiera da difendere. C’è solo il desiderio di non essere dimenticati nel caos delle notizie.

In questa nuova logica, la guerra è uno spot. È politica vestita da opera buffa. È deterrenza teatrale, è coreografia dell’ordine mondiale. E come in ogni spettacolo, ci sono attori bravi e attori mediocri. I primi recitano bene la parte dell’aggressore e del pacificatore. I secondi — e sono tanti — scimmiottano la guerra vera, ma finiscono per evocare solo l’incoerenza del loro stesso copione. E allora sì: questa è la guerra che brucia senza confine. Non perché sia ovunque. Ma perché non è da nessuna parte.

Perché non ha più bisogno di un confine da oltrepassare, ma solo di un palcoscenico da occupare.

24 giugno

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