C’è un momento, nella vita moderna, in cui uno si rende conto di avere perso completamente il controllo del proprio tempo: è quando scarichi un’app tipo Temu o Shein. Un gesto innocente, quasi un passatempo da sociologo della domenica. Invece no: un’ora dopo sei lì che confronti occhiali da 1,98 euro con altri occhiali da 2,12 euro, come se stessi valutando un investimento strategico.
Il tutto mentre l’algoritmo, con la grazia di un venditore ambulante di Shenzhen, ti ricorda che “solo per oggi” c’è il 92% di sconto — che poi è lo stesso sconto di ieri, e di domani, e del tuo compleanno.
Il punto è che questi colossi cinesi non vendono oggetti: vendono una sensazione. La sensazione di essere furbi. Di aver scovato un affare. Di essere diventati, per qualche minuto, più intelligenti del mercato. Il che è bellissimo, naturalmente.
Non avevo bisogno di nulla. Ma, come capita a chi osserva il mondo per capire più che per partecipare, ho comprato un paio di occhiali da sole. Prezzo: 1,98 euro. Una cifra che non permette nemmeno il sospetto della qualità; una somma talmente bassa da essere più un concetto che un valore. Sotto i 150 euro, come è noto, niente dazi: una porta aperta sul mondo, un corridoio preferenziale costruito “per aiutare il consumatore”.
Gli occhiali sono arrivati in fretta. Li ho portati dal mio ottico — anzi, dal gioiellere, come lo chiamo con affetto di parte — uno che appartiene ancora alla civiltà materiale europea, fatta di un’idea di qualità che non si compra per caso. Li ha presi in mano con diffidenza, poi con un interesse che non voleva ammettere. La montatura? Acetato modesto, certo, ma identico a quello che nei centri commerciali si vende a 29,99 euro. Le lenti? Oscuranti quanto basta, uv protettive, funzionali come potevano esserlo.
Lo stesso prodotto — letteralmente lo stesso — venduto altrove a quindici volte il prezzo.
Ed ecco la prima rivelazione: la filiera della distribuzione, con i suoi ricarichi da manuale, continua a vivere come se questi corridoi digitali non esistessero. Come se l’Europa non avesse aperto, volontariamente, una gigantesca finestra sulla concorrenza sleale del dumping di stato.
La seconda rivelazione è più amara. Ciò che l’Unione Europea ha immaginato come un favore al consumatore è diventato una sentenza di morte per la manifattura interna. Una storia già vista. Noi apriamo le porte per idealismo, per un vago marxismo umanitario, per la grande mistica dell’accoglienza indistinta — non solo verso i migranti politici, ma verso qualsiasi flusso economico che faccia sentir virtuosi. E così, nel tentativo di aiutare “gli ultimi”, finiamo per distruggere i penultimi: gli artigiani, le piccole imprese, i produttori locali.
Il risultato sono gli occhiali da sole a 1,98 euro.

Un affare? Non per noi.
E allora eccolo, quell’oggetto minuscolo, due euro appena, che racconta meglio di mille editoriali la nostra epoca: un mondo dove il prezzo non misura più il costo, e dove la distanza tra un click e un fallimento industriale è così sottile che nessuno la vede finché non è troppo tardi. Un universo in cui tutto arriva a casa in 72 ore, ma a che prezzo per chi a casa dovrebbe ancora produrre qualcosa?
E qui arriviamo al punto.
La verità è che questi occhiali da sole da 1,98 euro servono benissimo per schermare la luce, ma non per rendere nitido alcunché. Sono fatti per oscurare, non per chiarire. E forse è questo il loro potere più sottile: ci permettono di guardare il mondo globale con un leggero filtro arancione, senza che nulla ci ferisca. Senza che ci accorgiamo del fallimento di una manifattura, o dell’ennesimo container di merce a prezzo suicida, o del fatto che il nostro “affare” è il fallimento di qualcun altro.
Sono occhiali perfetti per la nostra epoca: attenuano il sole, ma soprattutto mistificano la realtà.
Per questo che continuo a scegliere le mie lenti da sole ZEISS: fatte per non mentire.
Non addolciscono il mondo, non lo colorano, non lo rendono più innocuo.
Lo mostrano.
22 novembre