Siamo seduti lì, vicino a via Conservatorio, a due passi da Scienze Politiche.
Lui insegna ancora lì.
Io no.
E questa è tutta la differenza che conta.

Terzo spritz a stomaco vuoto.
E lo stomaco vuoto conta più delle idee.

Lui ha una cattedra.
Io ho attraversato troppe stanze senza chiedere permesso.
Lui spiega.
Io assorbo.

La cameriera arriva.
È giovane. È bella.
Lui sorride e la chiama CARA.
Dice che frequenta i suoi corsi in facoltà
e che arrotonda al bar dell’angolo.

La guardo di traverso.

Gli facciamo pena.
Lo leggo dalla grammatica del corpo,
che si impara dopo tanta vita.
Non compassione.
Giudizio. Pena.
Quella che si riserva ai sopravvissuti.

Io faccio finta di nulla.
Lui continua a sorridere.
Ancora.

Con i tempi che viviamo, dentro il portone della facoltà verrebbe fatto a pezzi.
Cento metri più in là, qui fuori, può ancora permettersi il ruolo.
Un ruolo minimo, quasi educato, fuori tempo massimo.

Gli voglio bene da sempre.

Beviamo male, nel modo giusto per far deragliare i pensieri. Dice Donald Trump come si dice una sostanza già testata sul corpo umano: sappiamo che fa danni, ma è tardi per ritirarla dal mercato. Trump è rumore, packaging, un uomo che riesce persino a farsi prendere a botte — lente, metodiche — da Arnold Schwarzenegger su YouTube. Schwarzenegger tornato Terminator: nessuna nostalgia, nessuna pietà. Trump trattato come un androide economico, plastica morbida, firmware instabile.

Poi scivola.

Quattro anni di guerra.
Un milione di morti, più o meno.
Un Paese ridotto a tessuto morto.
Fuori dai sistemi di pagamento, mezzo mondo contro, l’altra metà che compra materie prime come si compra merce contaminata, facendo finta di non sapere.

Vladimir Putin, dice, ha scambiato la Storia per un videogioco violento. Ha spinto troppo, ha creduto troppo, ha perso il controllo. E alla fine non è riuscito nemmeno a portare Zelensky in manette. Troppa morte per così poco risultato.

Trump invece — Trump! — senza epopea, senza ideologia, senza neanche la fatica del sacrificio, si sarebbe preso un Paese intero. Comprando. Corrompendo. Neutralizzando Nicolás Maduro come si ritira una carta scaduta. Le più grandi riserve di petrolio del mondo. Sì, petrolio pessimo, bituminoso, denso. Ma lavorabile. La tecnica vince sempre, dice. Chevron lo sa fare. Gli imperi nuovi non odorano di sangue: odorano di solventi.

La cameriera passa di nuovo.
Bella davvero, questa volta.
Uno di quei passaggi che interrompono i ragionamenti, come un errore di sistema.

Lui la guarda un secondo di troppo, poi torna serio.
Dice Chevron, come se stesse parlando di un vecchio trucco che funziona solo se ci credi fino in fondo.
Tecnologia, raffinazione, petrolio difficile. Certo. Tutto vero.

Poi si ferma. Ride.
Dice: ma sei sicuro che non sia una bidonata anche questa?

Lo dice piano, come si dicono le cose che non si possono verificare subito.
Come se Donald Trump, quello che sembra aver vinto senza sparare un colpo, non avesse semplicemente comprato un problema più grande.
Come se avesse preso anche lui il suo pezzo di Orinoco, pesante, bituminoso, ingestibile.
Una vittoria che funziona solo se il mondo va peggio.

Fa una pausa.
Poi aggiunge, quasi distratto:
del resto quel petrolio venezuelano fa schifo  e si paga trenta, quaranta dollari … quando va bene. E il prezzo è oltre sessanta. Ride.

La frase resta lì, sospesa, come un conto fatto male sul tovagliolino.
Una vittoria che funziona solo se qualcuno continua a pagarla più di quanto vale.

Fa spallucce.
Dice che Vladimir Putin ha creduto alla Storia e si è trovato con la carne.
Trump magari ha creduto alla tecnica
e si troverà con il fango.

Beviamo.
Lo spritz ormai è solo ghiaccio che si scioglie.
E per un attimo, giuro, nessuno dei due è più così sicuro
di chi abbia davvero fregato chi.

Io lo guardo mentre parla.
Lui è rimasto lì, a insegnare come funziona il potere.
Io me ne sono andato prima di doverlo spiegare agli altri.

Lui conta.
Io no.

E forse è per questo che posso permettermi il terzo spritz a stomaco vuoto, il sorriso fuori tempo massimo e quel pensiero che arriva sempre alla fine, quando il bicchiere è quasi vuoto:

non è più una questione di giusto o sbagliato.
È solo una questione di resistenza.

Gli voglio bene da sempre.
Solo a lui.

Quando bevo mi capita di voler bene a quasi tutti.
No, non a tutti.
A quasi tutti.

29 gennaio

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