Non è mai stata una partita a scacchi. Non è mai stata un duello.

La guerra è più semplice — e proprio per questo più difficile da accettare: due volontà che vogliono sopravvivere, e se necessario eliminarsi. Qui sta l’unica vera simmetria. I fini. Sopravvivere. Vincere. Non essere annientati. Tutto il resto è squilibrio. I mezzi non coincidono mai. Non possono coincidere. Uno ha superiorità tecnologica, l’altro profondità umana. Uno controlla lo spazio, l’altro il tempo. Uno deve giustificarsi, l’altro deve resistere. Uno combatte per chiudere la guerra. L’altro per farla durare. La guerra reale è sempre questo: asimmetria organizzata. Eppure, una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale continua a leggerla come se fosse altro. Come se esistesse una qualche forma implicita di equilibrio tra i mezzi. Come se la guerra dovesse rispettare una proporzione visibile.

Non è così.

Non lo è mai stato. Questa aspettativa non nasce da ingenuità. Nasce da distanza. L’Occidente non conosce più la guerra sul proprio territorio. La osserva. La commenta. La giudica. Ma non la vive. E quando un fenomeno non viene vissuto, si trasforma. Diventa concetto. Poi linguaggio. Poi immagine. Si reagisce a ciò che appare, non a ciò che accade.

Il primo squilibrio non è militare. È politico. Una democrazia combatte sempre su due fronti: contro il nemico e contro il proprio elettorato. Ogni scelta ha un doppio costo:
– strategico
– interno

Questo introduce una fragilità nel punto esatto in cui la guerra decide: il breve periodo. Come osserva Ivan Krastev, le democrazie sono forti nel lungo termine, ma vulnerabili nelle oscillazioni immediate del consenso. La guerra, invece, vive nel breve. Decide in fretta. Consuma in fretta. Chi non deve rispondere nello stesso modo all’opinione pubblica ha un vantaggio operativo netto. Non perché sia più forte. Ma perché è meno vincolato.

L’idea occidentale è che la guerra sia un’interruzione. In realtà è una trasformazione. Alcuni sistemi cambiano pelle:
– riconvertono l’industria
– accettano inefficienze
– sacrificano il presente

Altri no. O lo fanno tardi. Qui il punto non è la ricchezza, ma la flessibilità.

Albert O. Hirschman parlava della capacità di trasformare vincoli in risorse. In guerra questa capacità è tutto. Un’economia ottimizzata per efficienza globale — catene lunghe, costi minimi — diventa fragile. Una economia meno efficiente ma più autonoma diventa resistente. L’efficienza è una virtù in tempo di pace. In guerra è spesso un difetto.

Per secoli, la guerra ha avuto una grammatica semplice. Si combatteva, si perdeva, si moriva. Non c’era molto da spiegare. Oggi quella frase si è spezzata.

Il pilota americano abbattuto nei cieli dell’Iran — più che un episodio — è una crepa visibile. Attorno a lui si attiva un mondo intero. Non per strategia, ma per fedeltà a una promessa: nessuno viene lasciato indietro. Non è retorica. È un patto operativo. Serve a chi combatte, prima ancora che a chi decide. Quella promessa, però, non è universale. Esistono sistemi in cui la perdita è prevista, incorporata. Dove il sacrificio non è un’eccezione da giustificare, ma una variabile da gestire. Non è crudeltà. È un’altra logica. Due mondi. Nel primo, ogni morte è una frattura che chiede spiegazione. Nel secondo, è una funzione. Le democrazie avanzate hanno progressivamente ridotto la propria tolleranza alla perdita. Non possono più permettersi la morte come routine. Ogni caduto diventa un fatto politico. Entra nelle case. Non resta al fronte. La risposta non viene dichiarata. Ma è evidente: si combatte senza esporsi. Distanza. Precisione. Tecnologia. Non per eliminare la violenza, ma per spostarla.

Il paradosso prende forma. Si può fare guerra senza morti. Non senza morti in assoluto. Senza morti da una parte. Una guerra selettiva anche nel sacrificio.
Una guerra che protegge i propri fino all’estremo — e accetta che il costo si accumuli altrove. Non è ipocrisia. È coerenza. Ma è anche una trasformazione profonda:
la morte non è più condivisa. È distribuita. E quando il sacrificio smette di essere reciproco, la guerra non scompare. Cambia natura. Diventa meno uno scontro, più una pressione continua. E allora la domanda non è più se siamo disposti a morire. È se siamo disposti a riconoscere una guerra in cui non moriamo noi.

Il terzo squilibrio è invisibile. L’Occidente ha espulso la guerra dal proprio orizzonte simbolico. Non è più un destino possibile. È un’eccezione. Questo cambia lo sguardo. La violenza non viene più letta come elemento strutturale del conflitto, ma come deviazione. Qui la chiave è in René Girard: la violenza non scompare, si sposta. Le società moderne la contengono, la delegano, la regolano. Ma quando riemerge, appare incomprensibile. Si vede l’atto. Non si riconosce più la funzione. E allora nasce lo scandalo. Uno scandalo sincero, ma spesso cieco.

C’è un passaggio in Ebano di Ryszard Kapuściński che racconta Luanda durante la guerra. Non le battaglie. Non i morti. La città. Le strade vuote. I negozi chiusi.
Il tempo che si ferma. Non succede nulla, eppure tutto è già successo. La guerra non è solo ciò che distrugge. È ciò che sospende. Blocca i ritmi, spezza le abitudini, trasforma la normalità in attesa. Un’attesa senza forma. E questa dimensione — lenta, immobile — è quella che più difficilmente entra nello sguardo di chi osserva da lontano. Perché non è spettacolare. Non è immediata. Non si racconta. Ma è la guerra.

Se si tiene insieme tutto questo, emerge qualcosa di più preciso. La guerra ha:
– simmetria nei fini
– asimmetria nei mezzi

Ma il mondo contemporaneo aggiunge un terzo livello:

asimmetria nella percezione.

Chi combatte vede vincoli, tempi, necessità. Chi osserva vede eventi. Chi combatte ragiona per catene. Chi osserva per frammenti. E questo produce un equivoco continuo. Si giudica un’azione come se fosse autonoma, quando è sempre l’effetto di qualcosa che la precede.

Pretendere simmetria nei mezzi significa chiedere alla guerra di non essere guerra. Significa immaginare un conflitto equo. Un conflitto che non esiste. La guerra non è giusta. Non è proporzionata. Non è simmetrica. È una collisione tra sistemi diversi, vincoli diversi, paure diverse. E quando non riconosci qualcosa, finisci per chiedergli di comportarsi come te. Anche quando sta combattendo per non sparire.

13 giugno

Pearson, skewness di in statistica, per una distribuzione non simmetrica, indice di asimmetria relativo sk, proposto da K. Pearson

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