Accettare caramelle dagli sconosciuti era una delle prime cose che ci veniva insegnata a non fare. Un ammonimento gentile, quasi fiabesco. Un modo per dire che dietro la gratuità si nasconde sempre una trama invisibile. Non tutto ciò che è offerto è innocente. Non tutto ciò che è libero è neutro. Non tutto ciò che è dolce è privo di retrogusto.

Oggi, quella raccomandazione infantile suona sorprendentemente attuale. Perché nel 2025, le caramelle gratuite arrivano da Pechino. E sono fatte di codice.

Tutto parte da un articolo pubblicato da The Economist il 17 giugno 2025: “Why China is giving away its tech for free”. Un titolo secco, ma già denso di paradosso. Secondo il settimanale britannico, le grandi aziende tecnologiche cinesi — Huawei, Alibaba, Baidu, Tencent — non copiano più, come si raccontava in passato. Ora regalano. Regalano modelli di intelligenza artificiale, sistemi operativi, architetture per chip RISC-V, strumenti per lo sviluppo. Tutto open. Tutto accessibile. Tutto gratuito.

Il gesto, in apparenza, sembra generoso. Disinteressato, perfino illuminato. Ma nel dono si nasconde una strategia: non si tratta più di conquistare, ma di essere adottati. Il codice offerto in open source diventa lingua franca, ambiente, standard implicito. E quando uno strumento è efficiente, documentato, potente e gratuito, si impone per inerzia. Lo si sceglie per necessità, non per affinità. Lo si integra perché è lì, pronto. Funziona. Così si costruiscono le nuove dipendenze. Non commerciali, ma tecnologiche. Non giuridiche, ma semantiche. Chi sviluppa dentro un framework — anche libero — finisce per pensare come quel framework impone. E chi disegna il framework, detta il futuro.

È l’egemonia gentile, silenziosa, priva di imposizioni esplicite. Un potere che non si annuncia, si insinua. Un dono che non vincola legalmente, ma culturalmente. E proprio perché gratuito, quel codice è più difficile da rifiutare. L’Occidente, che per decenni ha difeso il copyright come sacro, oggi si ritrova a lavorare su strumenti disegnati da altri, spesso con licenza aperta.  L’efficienza non si discute, e la convenienza è immediata. Il sospetto si accantona. La domanda si dissolve.

Non si tratta più di copiare. La Cina ha superato quel paradigma. Ora scrive e dona. E così, senza apparente violenza, diventa la piattaforma.

Sì, ci si può interrogare sulla presenza di backdoor. Sì, si possono sollevare dubbi sulla sicurezza. Ma sono domande di superficie. La vera domanda, quella che brucia, è più profonda, più semplice, più antica: accettiamo caramelle dagli sconosciuti?

La risposta, in fondo, è sì. Perché lo facciamo da anni. E perché ci siamo educati, fin dai primi giorni dell’era digitale, a credere nel mito del gratuito. Internet stessa è nata su quel mito.
Il software doveva essere libero. Il sapere, condiviso. La cultura, accessibile. Siamo cresciuti tra Napster e Linux, tra Wikipedia e Firefox, tra mailing list e remix. Era l’utopia dei lotus eaters digitali: tutto per tutti, senza prezzo. Il “for free” era un principio, una bandiera, un’identità.

Ma quella stagione si è incrinata. Il gratuito è diventato il linguaggio opaco della monetizzazione. I dati, la pubblicità, la profilazione. Il tempo speso come valuta.
La sorveglianza, la dipendenza. Il dono si è rivelato contratto.

E ora, nel 2025, la gratuità ritorna. Non come utopia. Ma come forma di influenza globale.

La Cina non esporta solo software. Esporta una visione dell’ordine tecnico, dove il dono è leva di potere, e l’apertura è uno spazio d’ingresso. Una civiltà che ha sempre considerato la conoscenza come bene comune — nella tradizione confuciana, come nel pragmatismo maoista — oggi riappropria l’open source come gesto strategico. E lo fa con tale eleganza da disarmare anche i sospettosi.

Due esempi, per cominciare: 

DeepSeek-V2

All’inizio sembrava solo un altro modello linguistico. Lo hanno chiamato DeepSeek-V2.
Un transformer multilingue, dalle performance impressionanti, rilasciato su GitHub con licenza MIT. Il suo download pesa poco più di 20 GB e può essere eseguito su una singola GPU. Nessuna richiesta di pagamento, né accessi controllati.

È gratuito. Funziona. Scrive codice, genera testi, traduce, risponde.

Ma il dataset con cui è stato addestrato non è disponibile. Le linee guida etiche sono opache.
L’origine dei dati — dai testi legali ai contenuti culturali — non viene dichiarata. Chi lo integra nella propria applicazione sta costruendo una catena semantica su fondamenta ignote.
Eppure, centinaia di sviluppatori l’hanno adottato. Alcuni ci stanno costruendo prodotti. Altri — persino in Europa — lo stanno usando nei prototipi scolastici. Perché è lì. E perché funziona.

OpenHarmony

Huawei, dopo il bando americano, ha trasformato la sua esclusione da Android in un’arma lunga. Ha creato OpenHarmony, un sistema operativo open source, modulare, scalabile, per l’Internet delle cose. Frigoriferi, smart TV, sensori, auto, macchine utensili. Tutto può girare su OpenHarmony.

Nel 2025, il sistema è già stato adottato da governi africani, piccole aziende latinoamericane, startup nel Sud-est asiatico, in cerca di alternative a Google. Non ci sono licenze da pagare. Non c’è tracciamento — almeno, non dichiarato. Ma il cuore del sistema, la compatibilità, la sua evoluzione futura, restano in mano al nucleo centrale cinese. Chi oggi costruisce sopra OpenHarmony, domani dipenderà da esso. E forse, anche da chi lo controlla.

Le startup africane scaricano modelli cinesi per necessità, le università europee li integrano per aggiornarsi, e gli sviluppatori freelance li testano per curiosità, la nuova piattaforma avanza. Silenziosa. Gratuita. Utile.

E la domanda, che sembrava retorica, torna a bruciare: accettiamo caramelle dagli sconosciuti? Sì. Lo facciamo già. E forse, oggi, non sapremmo più nemmeno riconoscere chi è davvero sconosciuto.

Post scriptum

Certo, resta la questione delle backdoor. Alcuni esperti segnalano che anche il software open source può contenere vulnerabilità intenzionali, oppure diventare veicolo di controllo indiretto tramite aggiornamenti, dipendenze opache o pratiche di compilazione poco trasparenti. Altri, al contrario, sottolineano come la natura aperta del codice renda più difficile l’inserimento di porte nascoste rispetto ai sistemi proprietari. Ma la verità è che la complessità dei modelli contemporanei, soprattutto nell’intelligenza artificiale, rende ogni certezza sfuggente. Non tutto è auditabile. Non tutto è replicabile. E perfino chi verifica, spesso, lo fa con strumenti forniti dallo stesso ecosistema che dovrebbe ispezionare. Per questo ringraziamo Giacomo — un nostro amico, prima che un tecnico e ingegnere informatico — non per le risposte che non possiamo avere, ma per le domande che ha saputo porre. Perché sono proprio quelle domande a restare. Anche quando il codice sembra funzionare.

26 luglio

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