Viviamo in un secolo che si crede immateriale. Si parla di blockchain come di un nuovo Eden tecnologico, di criptovalute come dell’unica vera rivoluzione monetaria. Eppure, mentre i guru spiegano che “il denaro non esiste più, esiste il codice”, le banche centrali accumulano tonnellate d’oro nei caveau sotterranei, e il prezzo del metallo giallo sale come se fosse tornata la febbre del Klondike.

È un paradosso che racconta bene la doppia natura dell’uomo moderno: sospeso tra l’illusione del futuro e il bisogno di stringere in mano qualcosa che non si sbricioli.

Perché l’oro non cambia mai. È lo stesso che brillava nella maschera di Agamennone a Micene, lo stesso che gli orafi veneziani trafugavano nei commerci con l’Oriente, lo stesso che Paperon de’ Paperoni ammassa nel suo deposito come simbolo del possesso assoluto. È, in fondo, l’unico elemento che attraversa i secoli senza bisogno di essere spiegato. Lo puoi mordere, lo puoi pesare, lo puoi nascondere sotto una mattonella.

Le criptovalute, al contrario, sono puro pensiero matematico. Chi le ama parla di decentralizzazione, libertà dalle banche, nuove forme di ricchezza distribuita. Ma cosa farebbe Paperon de’ Paperoni in un deposito di Bitcoin? Si tufferebbe a capofitto in uno schermo di computer? Gonfierebbe i polmoni di pixel? Il paradosso è evidente: la ricchezza, per lui, è suono, consistenza, fruscio metallico. L’immateriale non concede piacere.

Eppure entrambe — l’oro e il Bitcoin — hanno una base comune: la fiducia. L’oro, in sé, non sfama e non protegge, ma tutti concordano che valga. Le criptovalute, in sé, non hanno corpo, ma hanno valore finché una comunità globale decide di riconoscerlo. Due miti diversi, stessa natura simbolica.

Il dettaglio che inquieta, oggi, è che l’oro torna a emergere non per nostalgia, ma per paura. Non sono più soltanto i nonni a regalare al nipote una moneta da conservare “per il futuro”. È la stessa moneta che, in scenari estremi — guerra, catastrofe, collasso finanziario — diventa passaporto universale. Una sterlina d’oro in tasca ti apre un confine, ti compra un pasto, ti salva la vita. È la materia di cui sono fatti i racconti dei sopravvissuti.

Non mancano le bizzarrie moderne. In certi ristoranti italiani, e non solo, si serve ancora il risotto con la foglia d’oro. Un gesto che vuole gridare al mondo: “sono ricco, posso mangiare l’oro”. Una sorta di rito da Creso contemporaneo, o meglio da imbecilli moderni. Perché, al di là dell’effetto scenico, l’oro non si digerisce: entra come simbolo di lusso e ne esce identico, trasformato in una caricatura fisiologica. È la parodia perfetta del mito: l’uomo che sogna di “cagare oro” e, per un momento, ci riesce davvero — ma senza che il mondo diventi più ricco.

E anche le grandi famiglie non sfuggono a questa logica. Le fortune dei Trump non iniziano nei cantieri del Queens, ma molto più a nord, tra i ghiacci del Klondike. Non nell’oro setacciato nei torrenti, ma nei saloon con le camere al piano di sopra. Il nonno di Donald, emigrato dalla Germania, aveva capito che il vero tesoro non era nelle pepite, ma nel vendere whisky e gestire bordelli ai minatori. Fu così che mise insieme i primi capitali, inaugurando una genealogia di ricchezza laterale, ottenuta non scavando ma stando accanto a chi scavava.

C’è una continuità grottesca in questa storia. Oggi Donald non commercia più letti di saloon, ma si inventa la sua criptopatacca digitale a suo nome, pura immagine e propaganda. Ancora una volta, non l’oro vero ma il suo riflesso, la sua caricatura.

E noi lo guardiamo così: con un misto di sorpresa, sgomento e incredulità. Lo stesso magnetismo ambiguo che ha sedotto Melania, e poi — in una misura che resta inspiegabile — milioni di americani. Come se l’oro, quello autentico, avesse lasciato il posto a un abbaglio collettivo: scintillante, rumoroso, ma inconsistente.

25 ottobre

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