Marco dice che negli anni Novanta i manager arrivavano da tutto il mondo.
Arrivavano stanchi prima ancora di cominciare. Grassi, sudati, con il fuso orario addosso come una colpa. Sul Bund di Shanghai, la sera, li riconoscevi subito. Camicie slacciate, risate fuori misura, quell’aria da uomini convinti che il mondo fosse ancora lì ad aspettarli. Riconoscerli era una risata grossa. E un po’ amara. Erano tutti in cerca di affari. E i cinesi lo sapevano.

Li portavano nei karaoke. Locali senza finestre, luci viola, moquette stanca. Ragazze giovani che si presentavano come studentesse: economia, lingue, relazioni internazionali. Lo dicevano senza sforzo, come fosse la cosa più naturale del mondo. Alcune lo erano davvero. Altre lo erano state. Altre lo sarebbero diventate.

Quelli più sospettosi, quelli che si sentivano furbi, venivano trattati diversamente. A loro presentavano interpreti e segretarie impeccabili: belle, colte, precise. Parlavano poco, ascoltavano molto. Sapevano quando ridere e quando tacere. Un esercito silenzioso, dice Marco. Mille volte più efficiente di quello che da settant’anni assedia Taiwan senza sparare un colpo.

I manager spostavano investimenti come si spostano le emozioni. Non seguivano solo i numeri. Seguivano il calore. Bastava una presenza. Qualcuno che li guardasse davvero. Qualcuno che li facesse sentire meno intercambiabili. Qualche volta una seconda famiglia. Qualche volta solo l’illusione di averne ancora una. Banale. Terribilmente banale. Su questa banalità sono stati scritti migliaia di libri di economia. Hanno costruito carriere accademiche. Hanno organizzato seminari sulle supply chain, sulle joint venture, sull’integrazione culturale. Nessuno ha mai messo una slide sul bisogno disperato di essere desiderati.

Marco a un certo punto ride. Poi smette. Dice che la Cina ha fatto quello che Fidel Castro diceva delle donne di vita a Cuba: sono puttane, certo, ma laureate. Solo che Pechino lo ha fatto meglio. Con più metodo. Con più pazienza. Senza ideologia.

Ha messo nel letto degli uomini di potere occidentali le donne più talentuose di una generazione. Non le più fragili. Non le più disperate. Le più intelligenti. Mentre loro dormivano, convinti di aver trovato affari, amore o almeno una tregua dal proprio declino, qualcun altro prendeva appunti. Non in modo ossessivo. Con calma. Come si fa quando si è certi che il tempo giochi dalla propria parte.

ECO

Anni dopo, negli stessi palazzi di vetro, qualcuno continua a usare gli stessi badge. Passa gli stessi tornelli. Beve lo stesso caffè annacquato. I corridoi sono uguali. I loghi identici. Le voci più basse.

Le ragazze non cantano più nei karaoke. Ora lavorano nel middle management, nelle risorse umane, nei dipartimenti legali. Parlano inglese meglio di prima. Tengono il timbro in un cassetto che non mostrano mai. I manager occidentali sono dimagriti. Hanno imparato a non promettere. A non chiedere. Qualcuno ogni tanto parla ancora di uscire. Lo dice come si parla di una dieta che inizierà lunedì.

27 aprile

Fidel Castro

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