A Ho Chi Minh City le cene si fanno in piedi, con riso e tofu in vaschetta. A Bangkok il caffè costa più di un pasto. A Kuala Lumpur i venticinquenni sognano un mutuo come altri una vincita alla lotteria. E intanto, milioni di giovani asiatici – alfabetizzati, laboriosi, produttivi – rinunciano a sposarsi, a fare figli, a pensare al futuro.
Non per sfiducia nell’amore. Ma per impossibilità materiale.
In Vietnam, il 73% dei lavoratori single ha dichiarato che non può permettersi di costruire una famiglia. Non che non voglia. Semplicemente, non riesce. Gli stipendi – in media 318 dollari al mese – coprono a malapena le spese base: affitto, cibo, trasporti, piccoli imprevisti. I figli sono un’ipotesi lussuosa. Le nozze, un rito sospeso. Il tempo libero, una forma di privilegio.
A nord del mercato Ben Thanh, una sarta mi ha detto:
“Prima si risparmiava per il corredo. Ora si risparmia per l’endoscopia.”
Non è un destino solo vietnamita. Anche in Thailandia e in Malesia il modello del “figlio unico adulto, urbanizzato, schiacciato tra due generazioni” sta collassando.
A Bangkok, il tasso di natalità è crollato a meno di un figlio per donna. In una società che si reggeva su estese famiglie rurali, il cambiamento è devastante. Il patto morale su cui si fondava la comunità – che i figli avrebbero “pagato il latte materno” ai genitori anziani – non può più reggere.
La formula thailandese “ตอบแทนน้ำนมแม่” (tòp-thaen-nám-nom-mâe) è più di un proverbio: è un principio costitutivo di un’intera civiltà dove non esiste welfare, le pensioni sono risibili, e i figli rappresentano la sola garanzia di sopravvivenza nella vecchiaia.
Ma oggi quei figli vivono in monolocali affittati a tempo, guadagnano troppo poco per sé stessi, figurarsi per mantenere chi li ha cresciuti. Le madri aspettano un bonifico che non arriva. Gli anziani coltivano un piccolo orto, o si affidano ai templi.
La modernità urbana non ha generato libertà, ma un’inflazione dell’esistenza: tutto è diventato troppo costoso, anche l’affetto.
A Kuala Lumpur, invece, la gabbia è più elegante: la pressione a “fare tutto bene” – casa, auto, nozze, carriera – paralizza chiunque. Giovani professionisti con lauree inglesi e scarpe italiane, ma senza un conto risparmi. Le donne lavorano, ma non possono permettersi di restare a casa per crescere un figlio. Gli uomini si spostano tra tre app di consegne e un secondo impiego in nero. La religione prescrive famiglia, ma il mercato vieta la stabilità.
Nel Sud-est asiatico urbano, il futuro è diventato troppo caro. Troppo caro da sposare. Troppo caro da partorire. Troppo caro da immaginare.
Le cifre parlano chiaro:
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In Vietnam, l’8% dei lavoratori deve fare un secondo lavoro per sopravvivere.
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In Thailandia, il 44% dei giovani non riesce ad assistere i genitori anziani.
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In Malesia, il 30% delle donne tra i 30 e i 40 anni rimane single per motivi economici.
Le famiglie si riducono. Le città si allargano. E le persone vivono vite senza eredi. Un tempo si diceva che il Sud-est asiatico era il nuovo motore demografico del mondo. Ora è un motore in folle, rumoroso e immobile.
Le istituzioni internazionali – ILO, Asian Development Bank – chiedono salari minimi più alti, leggi più giuste, e un nuovo contratto sociale. Alcuni governi propongono sussidi, altri restano fermi. Ma ciò che manca davvero è una parola nuova per dire “domani” senza vergogna.
Nel frattempo, in un karaoke di Thonburi, una ragazza canta una ballata d’amore anni ’90. Ha ventisette anni, lavora sei giorni a settimana, manda ogni mese 2.000 baht alla madre a Nakhon Sawan.
“Vorrei sposarmi,” mi dice. “Ma ho paura di essere povera in due.”
E poi sorride. Nel sorriso non c’è rassegnazione. C’è solo il conto, da dividere per uno.
19 dicembre
