In questi giorni leggo Philip Roth.
Non è una lettura semplice. Non è una lettura banale.
Ho cominciato con Pastorale Americana — forse il suo libro più importante, forse no, chi può dirlo davvero — e poi, quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo, sono passato a Il Lamento di Portnoy.
Anche trovarli non è stato semplice.
Sembra quasi che Roth sia scaduto dal tempo prima ancora che dai diritti editoriali. Non è sparito, no. È peggio. È diventato laterale. Decentrato. Devi cercarlo con calma, senza fretta, come si cercano certe bottiglie fuori produzione o certi film che nessuna piattaforma vuole più tenere.
Mercatini dell’usato. Vecchi Libracci. eBay. Scaffali polverosi.
Mi si è aperto un mondo che non conoscevo. Del resto non si può conoscere tutto. E soprattutto non si può conoscere un’America che probabilmente non esiste più.
Perché leggendo Roth si scopre una cosa strana, quasi stonata rispetto al racconto contemporaneo: negli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, gli ebrei americani non sembrano affatto parte dell’America dominante.
Sembrano quasi un’altra cosa.
Non completamente esterni, certo. Ma neppure davvero interni.
A leggere Roth, gli ebrei americani appaiono spesso in una condizione di disagio. Di tensione continua. Cercano il successo, lo ottengono spesso — nel commercio, nello studio, nelle professioni, nella cultura — ma quel successo sembra accompagnato da una specie di diffidenza permanente nei loro confronti.
Una parte dell’America li guarda con sospetto. A volte con fastidio. A volte con un antisemitismo neppure troppo nascosto.
Io queste cose non le sapevo.
O meglio: le sapevo astrattamente, ma un conto è leggere un saggio storico, un altro è entrare dentro Newark attraverso Roth. Dentro quelle famiglie che vogliono diventare americane senza sapere esattamente cosa significhi esserlo.
E a un certo punto ti accorgi che il destino degli ebrei non era poi così diverso da quello di tanti italiani.
Anche gli italiani hanno piegato una generazione, forse due, per diventare americani davvero. Alcuni hanno cambiato cognome. Alcuni hanno cancellato l’accento. Alcuni hanno dimenticato il dialetto. Tutti hanno cercato di diventare qualcos’altro.
Però nel caso degli ebrei c’è qualcosa di ulteriore.
C’è la religione.
C’è una differenza che non si scioglie mai completamente nell’assimilazione. Anche quando il successo arriva. Anche quando i soldi arrivano. Anche quando finalmente sembrano integrati.
E allora, leggendo Roth in questi giorni, mentre il mondo parla continuamente di Israele, di lobby, di potere americano, di influenza, mi viene quasi da fermarmi.
E da chiedermi:
ma cosa è successo esattamente?
Perché non basta dire “la finanza”. Non basta dire “gli affari”. Non basta dire Hollywood o le università.
Perché se davvero l’antisemitismo è stato — ed è ancora — una parte ineludibile della società americana, allora il quadro è evidentemente più complicato di come ce lo raccontano oggi.
Ed è qui che nasce una sensazione strana.
Quasi inverosimile.
È davvero possibile che nel giro di pochi decenni un gruppo percepito per tanto tempo come ambiguo, esterno, persino sospetto, diventi improvvisamente qualcosa che — almeno nella fantasia contemporanea — “controlla” addirittura il presidente degli Stato Uniti?
Io faccio fatica a crederlo.
Non perché il rapporto tra gli Stati Uniti e Israele non sia profondissimo. Lo è. Anzi, forse oggi sono più gli Stati Uniti ad apparire come il principale alleato di Israele che il contrario.
Ma proprio per questo la domanda diventa interessante.
Che cosa è accaduto nel frattempo?
Eppure Roth, da qualche parte, continua a guardare Newark.
Continua a raccontare padri stanchi, figli nevrotici, madri oppressive, desiderio di assimilazione, vergogna, ambizione, paura.
Non un centro di comando del mondo.
Ma esseri umani che cercano disperatamente di essere accettati.
E allora questo pezzo, in fondo, non vuole dimostrare niente.
Vuole soltanto finire come Pastorale Americana.
Senza una soluzione.
Con un punto di domanda.
Che cosa è successo?
2 giugno
