Riceviamo e pubblichiamo una piccola testimonianza di un amico italiano che vive in Indocina. Non ha voluto che il suo nome fosse reso noto.

Siamo dalla parte cambogiana del confine. Lo si capisce dal modo in cui la strada finisce. Non perché sia distrutta. Perché qualcuno ha deciso che oltre non si passa. Filo spinato nuovo, container d’acciaio impilati senza ordine, un cartello che vieta l’ingresso. Sopra, una bandiera thailandese. Il villaggio è oltre, ma non si vede. Chouk Chey non è in rovina: è stato escluso.

La terra intorno è piatta, aperta. Campi di riso già tagliati, canna da zucchero che perde colore. Stiamo entrando lentamente nella stagione secca. Non c’è ancora polvere vera, ma il terreno indurisce, l’erba scolorisce, l’aria si ferma. È una terra che smette di crescere. E comincia a resistere. La guerra è durata poco. Ha lasciato segni visibili, ma non è stata lei a cambiare davvero le cose. Il cambiamento è arrivato dopo.

Sopheap

Sopheap è seduta sul bordo della strada, all’ombra scarsa di un albero che ha già iniziato a perdere foglie. Tiene le mani in grembo. Ogni tanto le strofina, come se avesse ancora della terra addosso. Indica dietro i container. «Lì c’era casa mia». Poi corregge: «C’è ancora, credo». Dice che la porta dava a est. Al mattino entrava il sole. Dice che il marito vive dall’altra parte del confine, in Thailandia. I figli anche. Prima tornavano spesso. «Portavano dolci strani e diversi», dice. Non parla della separazione. Parla di quello che arrivava. Quando si alza per andare via, raccoglie una bottiglia vuota. Dice che con il caldo che arriva, tutto può servire.

Rithy

Pen Rithy cammina avanti e indietro lungo la barriera. Conta i passi, senza accorgersene. Era il capo del villaggio. Ora conosce il terreno come si conosce una stagione. Indica dietro i container. «Lì c’era la scuola». Poi: «Lì la casa di mio fratello». La sua la nomina per ultima. Dice che ogni giorno sente lavorare una macchina. All’inizio pensava stessero sistemando la strada. «Poi ho capito dal rumore», dice. Con l’aria più secca, i suoni arrivano più lontano.

La casa

È un uomo anziano a invitarci a entrare. Non dice molto. Fa un gesto con la mano, come se fosse naturale. Il pavimento è di terra battuta. Camminandoci sopra si solleva una polvere sottile. Le pareti sono di legno scuro, levigato dal tempo. Il bagno è una specie di turca scavata in un angolo, senza che sia chiaro dove vada a finire. Non sembra una casa povera. Sembra una casa vecchia. L’uomo apre una scatola di latta. Dentro ci sono fotografie. Le maneggia con attenzione. Sono ingiallite, alcune piegate. Ce le mostra una a una. Dice i nomi. Dice chi è chi. Dice dove sono state scattate. In una foto c’è un matrimonio. In un’altra, una festa di villaggio. In molte, persone che stanno a cavallo di due mondi. Volti cambogiani, cognomi thailandesi. Lingue che si scambiano senza pensarci. Parla in khmer, poi passa al thai, poi torna indietro. Lo fa senza accorgersene. Dice che qui è sempre stato così. Un po’ di qua, un po’ di là. La terra non chiedeva documenti. Le famiglie nemmeno. Rimette le foto nella scatola. La chiude. Dice che ora non sa più dove metterla.

Fuori, la luce è più dura. La stagione secca avanza.

Dara

Dara arriva senza presentarsi. Dice che scrive per un giornale locale. Vive qui da sempre. Guarda la barriera, poi la casa. «They call it salami slicing», dice in inglese. «One slice at a time». Dice che qui lo capiscono tutti. Dice che non è una guerra rumorosa. Dice che funziona perché la gente di mezzo non ha un posto chiaro dove stare. Dice che quando una terra è di mezzo, è sempre la prima a sparire. Noi lo ascoltiamo. Non avevamo mai sentito quell’espressione detta così. Forse perché non siamo giornalisti di guerra. Non ci occupiamo di confini, né di mappe. Siamo testimoni di un mondo che avanza e di un altro che arretra.
In mezzo, la gente.

Srey Nich

Nella pagoda, tra le tende azzurre, Puch Srey Nich cerca di far dormire il figlio più piccolo. Il caldo lo rende inquieto. Gli canta piano. Dice che la casa l’avevano costruita lentamente. Dice che aveva lasciato dentro una foto, appesa storta. Non sa se esiste ancora. Chiede se sappiamo qualcosa. Non cosa fare. Solo se sappiamo qualcosa. 

Stiamo ancora parlando quando arrivano i soldati. Sono in due. Non corrono. Non alzano la voce. Chiedono chi siamo, cosa facciamo. Ascoltano senza interrompere. Poi dicono che non possiamo restare. L’area è sensibile. È meglio andare via. Non è una minaccia. È una constatazione.

Torniamo indietro lungo la stessa strada. La terra sotto i piedi è già più dura. Nella casa dell’anziano la luce si spegne. Le foto restano nella scatola. Dietro i container, la macchina riprende a lavorare. A fette. Una terra di mezzo non resiste a lungo.

2 febbraio

 

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