C’è un riflesso occidentale che Mattia Feltri ha più volte registrato con una certa perplessità dalle pagine de La Stampa: si scende in piazza contro i propri. Contro l’America, contro l’Occidente, contro l’Italia ed i loro governi. Mai contro i nemici. Mai contro chi non ascolta. La spiegazione è nota: si protesta dove c’è interlocuzione. Gli altri non contano, non rispondono, non arrossiscono. Fine del discorso. Peccato che quel discorso funzioni solo in un mondo che non esiste più. Funzionava quando il conflitto era esterno, quando i barbari stavano fuori dalle mura. Quando l’Occidente poteva permettersi il lusso di processare sé stesso senza che qualcun altro incassasse il verdetto.

Oggi no.

Oggi il nemico non è lontano, è mescolato. Vive nelle stesse città, usa le stesse libertà, parla il linguaggio dei diritti senza crederci. E soprattutto: non protesta mai contro sé stesso. Continuare a colpire solo i nostri, in questo contesto, non è più autocritica. È asimmetria morale. È combattere a mani nude contro chi non ha mai deposto le armi. Non perché l’Occidente sia innocente. Ma perché non è più solo. La vecchia retorica della piazza — noi siamo migliori perché ci accusiamo — presupponeva che gli altri aspirassero a diventarlo. Oggi molti aspirano solo a entrare, occupare, usare. Il mondo si è mischiato. Le mura sono cadute. E una protesta che continua a fingere il contrario non è più nobile: è cieca. Questo non è un invito al silenzio. È un invito a smettere di protestare da soli.

Perché quando l’altro è già dentro, la piazza che accusa solo sé stessa non è coscienza critica. È territorio libero. Nelle piazze iraniane si muore davvero. Ragazze uccise per un velo, uomini per il pane. Morti veri, non certificati da quel curioso ministero della sanità che Hamas, l’organizzazione terroristica, chiama “pubblico”.

Non fanno notizia. Non fanno piazza. Non sono spendibili. Non aiutano a sentirsi dalla parte giusta senza rischiare nulla. La piazza occidentale è selettiva: piange solo dove l’indignazione è a costo zero. Protesta contro chi può ascoltare, si inginocchia davanti a chi non lo farà mai. Con Maduro ieri, con l’Ayatollah oggi: stesso gesto, stesso inchino, stesso silenzio sui morti sbagliati. È un criterio. Una regola morale: alcune vittime valgono un corteo, altre no. La protesta smette di essere politica e diventa costume. Una forma di devozione laica in cui non si chiede giustizia, ma assoluzione.

Qualcuno muore davvero. Noi continuiamo a manifestare contro noi stessi.

E’ comodo e non fa male.

16 gennaio

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