Nota della redazione
Pubblichiamo questo testo a tre anni dalla morte di Michele Capozzi, non come esercizio commemorativo, ma come atto di continuità. Alcune riflessioni non appartengono a un tempo preciso: tornano quando il tempo le rende necessarie. E oggi, in un’epoca che parla ossessivamente di tutela, protezione e responsabilità collettiva, il pensiero libertario di Capozzi torna a farsi attuale.
Michele non era un teorico della libertà in senso accademico. Per lui la libertà non era una parola da difendere, ma una condizione da abitare: libertà di guardare, di desiderare, di sbagliare; libertà di non spiegarsi sempre; libertà di essere, prima ancora che di avere un’opinione.
Chi lo ha conosciuto sa che diffidava degli Stati che parlano troppo di bene, di tutela, di protezione. Non per spirito di contraddizione, ma perché sapeva — per istinto prima che per teoria — che ogni potere che pretende di educare l’intimità finisce, prima o poi, per amministrarla. È da quella diffidenza lucida, da quella risata breve davanti alle nuove forme di moralismo, da quell’idea semplice e radicale secondo cui il problema non è mai ciò che fai, ma chi pretende di registrarlo, che questo testo prende forma.
Per questo, prima di parlare di pornografia, di Stato, di controllo e di tecnologia, era necessario partire da lì. Non da una tesi, ma da un modo di stare al mondo. Non da un’ideologia, ma da una pratica della libertà che non ha mai avuto bisogno di diventare bandiera.
Questo testo non nasce come omaggio, ma come prosecuzione. Non per spiegare Michele Capozzi, ma per verificare, nel presente, la tenuta di quello sguardo di fronte allo Stato etico digitale, al controllo tecnologico, alla normalizzazione del comportamento. Se lo pubblichiamo oggi, è perché quel pensiero non appartiene al passato. È ancora una lente valida per leggere ciò che sta accadendo.
Un grazie a tutti i capozziani.
Nel 2025, mentre in Europa si discute di intelligenza artificiale, identità digitale e tutela dei minori, un dettaglio apparentemente marginale scivola sotto la superficie delle cose: la pornografia online viene regolata come un oggetto di ordine pubblico.
Non si dice così, naturalmente. Si parla di protezione, di sicurezza, di responsabilità collettiva. Si usa la parola “minori” come una carta magica, capace di spegnere sul nascere ogni obiezione. Eppure la sensazione — leggera ma inquietante — è che sia iniziato qualcos’altro. Un lento avvicinamento tra democrazie occidentali e poteri autoritari: non nelle parole, ma negli strumenti. Non nei valori proclamati, ma nei meccanismi pratici che li rendono possibili. La Cina ha il Great Firewall. L’Occidente ha il pretesto. E il pretesto, quando diventa sistema, smette di essere innocuo.
Nessuno ha mai costruito un regime partendo dalla pornografia. Ma spesso si comincia da lì per capire fin dove la società è disposta ad accettare l’intrusione. È un test perfetto: abbastanza “scandaloso” da far passare un po’ di moralismo; abbastanza imbarazzante da scoraggiare chi vorrebbe protestare; facile da aggirare per chiunque. È uno strumento che sembra debole, ma che in realtà crea un precedente enorme. Così, nel giro di pochi mesi, l’Europa scopre di avere gli stessi dilemmi della Malesia conservatrice, le stesse ansie della Singapore paternalistica, gli stessi automatismi della Cina. Cambiano le parole, non la sostanza. Là si parla di “ordine morale”, qui di “responsabilità sociale”. Ma il risultato è lo stesso: collegare in modo stabile l’identità digitale a un comportamento privato. Una volta accettata questa idea, il resto viene da sé.
Non c’entra molto con i minori. C’entra invece la possibilità — tecnica, silenziosa, accumulativa — di costruire una specie di “mappa” delle persone: una cartografia del desiderio, un censimento dei comportamenti. Non per punirli. Non subito, almeno. Ma per poterli vedere, controllare, consultare.
Il nuovo filtro digitale sulla pornografia non è solo una misura di sicurezza: è un modo per mettere le mani su una parte della vita privata, direbbe Foucault. Un meccanismo che collega l’identità al desiderio. Non importa davvero il contenuto: importa il fatto che venga registrato. È così che funziona la biopolitica: non colpisce il singolo gesto, ma osserva le abitudini; non chiede “cosa hai fatto”, chiede “chi sei mentre lo fai”.
L’Italia — e con lei l’Europa — entra silenziosamente nello stesso territorio della Cina: non per ciò che viene censurato, ma per l’idea di base secondo cui un comportamento privato deve poter essere tracciato. In Cina lo chiamano “armonia sociale”. In Italia lo chiamiamo “tutela dei minori”. Ma la logica è identica: lo Stato si mette tra te e il tuo schermo.
Qui arriva una notizia dall’altra parte del mondo, perfettamente coerente con questo clima. L’Australia decide di vietare l’accesso ai social ai minori di sedici anni. Una misura presentata come necessaria, coraggiosa, protettiva. Come se fosse davvero possibile. Come se non esistessero VPN gratuite, identità fittizie, browser anonimi, server off-shore, e soprattutto la capacità istintiva — quasi naturale — dei ragazzi di aggirare qualsiasi barriera tecnologica costruita dagli adulti. Il premier Anthony Albanese rivendica la scelta e dice che altri Paesi stanno chiedendo informazioni, che l’Australia sta diventando un modello. Un modello di cosa, esattamente? Del vecchio proibizionismo travestito da modernità? Del tentativo, sempre frustrante, di vietare ciò che non si può davvero vietare? È la stessa ingenuità che animò la crociata contro l’alcol negli Stati Uniti: tante regole, poca realtà. In questo, i governi occidentali assomigliano più ai loro cittadini di quanto credano: sottovalutano i giovani. Li immaginano fragili, ingenui, bisognosi di essere guidati. Non vedono ciò che è sotto gli occhi di tutti: i ragazzi sono più veloci, più adattivi, spesso più competenti dei legislatori che pretendono di disciplinarli.
Marco Pannella avrebbe chiamato la misura per quello che è: proibizionismo d’accatto, paternalismo di Stato, una forma di infantilizzazione collettiva che confonde la protezione con il controllo e la libertà con la sorveglianza. Normare il consenso non significa solo “fare attenzione”: significa trasformare il desiderio in una questione legale. Significa prendere qualcosa di intimo e renderlo regolabile, verificabile, discutibile in tribunale. Significa — e qui Foucault sorriderebbe — trattare il sesso come un tema di diritto pubblico. E il punto non è “moralismo”: è capire cosa stiamo facendo. Perché quando lo Stato definisce, codifica, struttura e organizza il consenso sessuale, non controlla più soltanto quello che accade: controlla quello che viene ricordato — e il ricordo è la cosa più mutevole che abbiamo.
È biopotere puro: regolare il rapporto tra esperienza e racconto. E questo — senza bisogno di evocare Tiananmen o WeChat — è esattamente il tipo di controllo che l’Occidente rimprovera alla Cina, solo che lo veste meglio, con parole più raffinate.
Lo Stato, secondo Hegel, si crede razionale e giusto, ma la sua convinzione di poter regolare ogni angolo della vita privata è la sua più grande presunzione. Pensa di incarnare la ragione, ma in realtà sta esercitando un potere che si nutre della sua stessa idea di infallibilità. Lo Stato non solo si sente legittimato a dirci cosa fare, ma anche cosa pensare, cosa desiderare. Il paradosso è che lo Stato si crede razionale, ma in realtà è il primo a negare la libertà, quella di decidere autonomamente.
E questa è la vera pretesa: non solo governare i comportamenti, ma definire ciò che è giusto e razionale per ogni singolo individuo. Lo Stato si pensa infallibile, e mentre ti dice che ti protegge, ti sta imponendo le sue regole, il suo ordine.
Ron Jeremy è un simbolo perfetto, suo malgrado. Un uomo che Michele Capozzi — il nostro maestro — aveva conosciuto come persona prima che come personaggio: uno che dormiva sui divani alle feste — più vicino alla comicità che alla predazione. Oggi è travolto da accuse riemerse dopo venti o trent’anni. Non dico che siano vere o false; non posso. Sappiamo solo che soffre di demenza e che quel poco che rimane di lui non sarà giudicato in un processo. Dico che il meccanismo parla da sé: il passato è diventato qualcosa che si può riscrivere, un archivio da cui si tirano fuori verità a posteriori. Questo è il potere moderno nella sua forma più sottile: non punire solo l’atto, ma la lettura dell’atto; non controllare solo il corpo, ma la memoria del corpo. In Cina lo chiamano “correzione politica retroattiva”. In Occidente lo chiamiamo “finalmente ascoltare le vittime”. Le parole cambiano. Il meccanismo no.
Michele, aveva discusso del tema con Hefner eletto filosofo della libertà, l’aveva intuito prima di tutti, dedicandoci le prime immagini di Pornology New York. «Il problema non è cosa guardi» avrebbe detto «Il problema è che se ti chiedono di dichiararlo, hanno già vinto». È esattamente questo il punto foucaultiano: il potere non è sempre dove sembra. Il potere è anche nell’obbligo di parlare. Nell’obbligo di dire ad alta voce ciò che vorresti tenere privato. La pornografia è quasi un dettaglio. Il desiderio è un pretesto. Quello che interessa allo Stato etico digitale è l’atto di riconoscimento: dimmi chi sei, prima di desiderare. Era questo che faceva ridere, amaramente, Michele: una risata breve e tagliente, come a dire: «È tutto già visto».
Eccoci al focus finale, inevitabile: stiamo adottando la grammatica del controllo cinese, ma con l’estetica del liberalismo europeo. Loro sorvegliano per disciplina. Noi per protezione. Loro filtrano per ordine. Noi per bene. Loro riscrivono la storia per ideologia. Noi per giustizia. Ma sempre riscrittura è. Sempre filtro è. Sempre controllo è. La differenza è nel tono, non negli strumenti. Lo Stato etico digitale non ha bisogno di imporre la moralità: la gestisce. La distribuisce. La regola. La certifica. E tutto questo — proprio tutto — ricomincia dal sesso. Perché il sesso è il punto dove siamo più vulnerabili, più sinceri, più esposti. Il luogo ideale dove il potere può entrare senza trovare resistenza. Foucault l’aveva previsto. La Cina l’ha applicato. L’Occidente l’ha raffinato. E noi — senza accorgercene — ci siamo perduti.
18 gennaio

Ron